0.7 – La politica pedagogica fascista: l’Opera Nazionale Balilla e la Gioventù Italiana del Littorio

Dottore in Scienze Politiche

Gianluca Giansanti nasce l’11 febbraio 1993 a Roma. Ottenuta la maturità classica al liceo Marco Tullio Cicerone di Frascati sceglie di dedicarsi agli studi delle relazioni internazionali iscrivendosi alla facoltà di Scienze Politiche di Roma Tre dove, a luglio del 2016, ottiene la laurea triennale con una tesi riguardante le organizzazioni giovanili fasciste. Attualmente è collaboratore settimanale per il quotidiano l’Intellettuale Dissidente per il quale scrive articoli nella redazione di cultura e storia. Cultore delle dottrine politiche, della filosofia e della storia, medievale, moderna e contemporanea.

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Il 28 ottobre del 1922, giorno della marcia su Roma, tra le decine di migliaia di camicie nere sfilanti trionfalmente per il centro della Capitale spiccava un folto e rumoroso gruppo di giovani studenti: una delle principali micce che detonarono il rapido proliferare del credo mussoliniano tra la popolazione italiana.

I giovani, presenti nel movimento fascista sin dai suoi albori, svolsero un ruolo peculiarissimo e di assoluto primo piano nell’evoluzione ed attuazione della dottrina politica fascista.

Il giovane, versatile miles, e la gioventù, infatti, furono in parte scaturigine in parte fine ultimo della rivoluzione fascista; una rivoluzione professata come eternamente giovane e costellata nel proprio pantheon da granitici e giovanissimi arditi.

L’elaborazione di una sistematica politica in campo pedagogico e giovanile è certamente una costante nell’Europa dei primi anni del Novecento: la nascita del progetto scoutista di Sir Robert Baden-Powell, l’associazionismo laico e religioso, la nascita e lo sviluppo della Komsomol sovietica e l’elaborazione della Gleichschaltung nazista che porterà poi alla creazione della Hitler-Jugend sono solo alcuni dei possibili esempi affiancabili alle svariate organizzazioni che nel corso dei vent’anni di regime si susseguirono, si divisero e, a volte, contesero il predominio dell’educazione fascista delle nuove generazioni.

Il giovanilismo, l’atteggiarsi ad unici difensori delle istanze giovanili, la politica del “largo ai giovani” certamente non furono meri espedienti propagandistici tramite i quali attirare a sé larghe schiere di studenti ed adolescenti in una programmatica opera di captatio benevolentiae bensì furono la concreta realizzazione, da parte di Mussolini e delle gerarchie partitiche, del fatto che le esperienze nel campo delle fasce più giovani della popolazione avrebbero costituito un ruolo vitale nel futuro della nazione e del movimento fascista.

Solo un’oculata ed attenta politica in campo pedagogico avrebbe garantito il continuo perpetuarsi delle proprie strutture ideologiche, della propria Weltanschauung, della cultura e del modus operandi, concedendo al fascismo d’incidere indissolubilmente nel marmoreo volto della storia il proprio nome.

Dunque, come si approcciarono i gerarchi fascisti e lo stesso Mussolini con le nuove generazioni? In che modo cercarono di trasmettere la propria Weltanschauung ai più giovani? Quali strutture furono predisposte e che provvedimenti vennero presi per irregimentare ed educare al fascismo i più piccoli?

D’indubbio interesse è constatare che, parallelamente alle diverse organizzazioni giovanili predisposte di volta in volta dal regime, intercorse una vivace dialettica, più o meno pacifica, all’interno dello stesso partito riguardante il “quando” ed il “come” educare al fascismo le giovani generazioni italiane.

La diatriba sorta in seno al partito può esser rinvenibile già agli albori del movimento fascista, ossia nelle prime Avanguardie Studentesche (AS). Sorto dalle agitazioni studentesche post belliche l’avanguardista, intriso dello spirito del combattentismo studentesco, s’identificava nella pratica del cosiddetto “arditismo civile”, prolungamento in tempo di pace delle migliori attitudini morali e fisiche ardite.

Una doppia utilità veniva a racchiudere il tutto: consentire ai giovani ufficiali smobilitati dall’esercito di potersi riadattare al pesante clima della smobilitazione e permettere ai giovani nati dopo la famigerata “generazione ‘99”, che non avevano fatto in tempo a partecipare al conflitto, di perpetuare lo stato di guerra in tempo di pace al servizio delle idealità di rinnovamento in cui credevano.

Caratterizzate dall’innata spontaneità giovanile le AS furono sempre restie ai limitati spazi d’autonomia concessi dal partito fino alla loro riconversione in mera scuola premilitare con la rinnovata veste delle Avanguardie Giovanili Fasciste (AGF).

Filo conduttore intercorrente il ventennio fascista è senza dubbio il tentativo di creare ed imporre nelle istituzioni scolastiche preesistenti e nelle varie organizzazioni succedutesi al di sotto del regime quella che può essere definita come una vera kalokagathia fascista.

Il definirsi come forza politica giovane, ovvero composta esclusivamente da giovani, e come unico baluardo delle istanze giovanili, sommato al continuo richiamo ad immagini tratte dalla mitologia ardita del primo conflitto mondiale sono le costanti del primo periodo fascista.

Con l’istituzionalizzazione seguita alla marcia su Roma il partito si dotò, di volta in volta, di emanazioni sempre più totalizzanti della propria visione antropologica con cui tramandare la Weltanschauung fascista tra i più giovani: chiaro esempio è la creazione nel 1926 di quella che da molti venne considerata come il gioiello del regime: l’Opera Nazionale Balilla (ONB).

Il processo d’istituzionalizzazione del fascismo e d’evoluzione del progetto di socializzazione politica delle nuove generazioni d’italiani corse sostanzialmente lungo due direttrici: l’eliminazione delle altre organizzazioni non fasciste atte all’irregimentamento dei giovani italiani e la creazione di un’organizzazione fascista che potesse esperire il fondamentale compito di fascistizzare i più piccoli.

Per quanto riguarda il primo punto basti citare lo scontro avvenuto con la Santa Sede durante le trattative per il Concordato ed il ruolo cardine esercitato da padre Tacchi Venturi nel delicato e complesso ruolo di “spola” tra Pio XI e Mussolini, nel disperato tentativo di salvaguardare il più possibile le prerogative delle organizzazioni giovanili cattoliche.

Contestualmente alle trattative con il Vaticano corre il profilarsi della seconda direttrice ossia la creazione dell’Opera Nazionale Balilla: il più grande tentativo di socializzazione fascista dei giovani italiani posto in essere dal regime, esplicato tramite la creazione di un particolare sistema d’inquadramento volto ad accompagnare il fascista nel suo viaggio formativo dalla culla al momento in cui avrebbe imbracciato il fucile.

Posto tremendamente fine all’esperimento balillistico, per via di beghe sorte tra l’ingombrante personalità del ras carrarino Ricci ed alte gerarchie partitiche, fu immediatamente tempo di ricostruzione: sorge dalle ceneri dell’ONB la Gioventù Italiana del Littorio (GIL).

Il ruolo assunto dai giovani all’interno del movimento fascista, dunque, fu di assoluto ed indiscutibile primo piano. Fondamentale materia prima mediante la quale avverare il mito palingenetico mussoliniano e sulla quale incidere la propria Weltanschauung, i giovani italiani furono percepiti dalle gerarchie del Partito Nazionale Fascista (PNF) quale cardine d’un imponente impianto organizzativo di cui il partito si dotò per supportare ed assecondare il principale moto propulsore della politica giovanile e pedagogica fascista: il tentativo di creare una propria classe dirigente, volta a stabilizzare e garantire futuro al regime e alla rivoluzione.

Una corretta ed oggettiva valutazione della politica pedagogica fascista non può prescindere dall’analizzare diversi fattori: il grado di penetrazione delle politiche fasciste tra le fila studentesche, l’inquadramento dei giovani nelle organizzazioni ed i risultati ottenuti tra gli studenti italiani.

Per quanto riguarda il primo fattore la ricerca ha evidenziato un’elevata capacità di penetrazione del fascismo tra le fila dei più giovani. Negli anni precedenti al ‘22, infatti, i giovani, soprattutto reduci e studenti, furono vero propulsore e miccia dell’ascesa fascista. Il giovanilismo di cui i primi fascisti si beavano (fattivamente dimostrato dalla minor età media rispetto ad altri movimenti e partiti politici coevi), l’ergersi a unico baluardo delle istanze giovanili e l’innata capacità d’attrarre a sé ingenti masse di giovani, delusi ed insofferenti alle politiche liberali dell’epoca, caratterizzarono i punti di forza che Mussolini utilizzò per scompaginare la fragile politica italiana. Oltre a ciò è parso chiaro punto di forza l’esser stato l’unico movimento politico del primo dopoguerra italiano a percepire e saper incanalare il crescente malcontento giovanile. Per ciò che concerne l’inquadramento giovanile va fatto inevitabilmente richiamo ai numeri; questi testimoniano un sempre crescente impegno profuso nel tentativo di raggiungere ed inquadrare ogni singolo italiano, giovane, adolescente o preadolescente. Prima della totale dissoluzione il regime arrivò ad inquadrare circa 27 milioni d’italiani (il 61% della popolazione) di cui quasi 9 milioni erano irreggimentati nella sola GIL. Quindi, senza contare gli appartenenti ai GUF, ben 1/3 della popolazione inquadrata sotto l’ala del partito aveva tra i sei ed i ventuno anni.

Per ciò che concerne i risultati ottenuti tra i giovani italiani è inevitabile partire da due quesiti base, ossia quale fossero i vantaggi di un’iscrizione e quali gli svantaggi di una non iscrizione. Indubbi vantaggi erano connessi all’iscrizione alle organizzazioni fasciste, tra le quali vi era la non trascurabile possibilità d’avere visite mediche gratuite o poter partecipare a colonie e vacanze organizzate; un lusso per molti irraggiungibile e quindi forte incentivo all’iscrizione dei propri figli. Di pari passo l’iscrizione ai GUF concedeva vantaggi assolutamente non trascurabili, come possibilità di risiedere in case dello studente, usufruire di mense e biblioteche dedicate o anche avere libri di testo e dispense che i non iscritti non avrebbero potuto utilizzare; contestualmente la non iscrizione significava veder compromesso il proprio futuro accademico e, ovviamente, lavorativo.

L’opinione principale è che il giovanilismo, il richiamo ai giovani e l’impianto della kalokagathia fascista non furono solo vuoti strumenti di propaganda per attrarre a sé i giovani ma una concreta e sistematica esplicazione della dottrina fascista volta ad esperire un bisogno primario: la creazione di una classe dirigente pienamente e convintamente fascista.

Tale ipotesi è suffragata dalle varie scuole a ciò predisposte dal regime come l’Accademia della Farnesina, il Centro Nazionale di preparazione politica per i giovani e la Scuola di Mistica fascista. A questi, negli anni della maturità del regime, s’affiancarono manifestazioni volte alla dissertazione politica del fascismo, delle sua istituzioni e fondamenta dottrinarie, come i Littoriali.

Dunque il partito e Mussolini credettero appieno e profusero il massimo sforzo possibile nel tentativo di fascistizzare i giovani, unica speranza per il futuro della rivoluzione (a testimonianza di ciò può esser portato il dato dei notevoli finanziamenti concessi alla GIL anche in pieno periodo bellico, quando la nazione era economicamente piegata ed in grave dissesto finanziario).

Ciò che più emerge è la cardinale importanza che i gerarchi fascisti e Mussolini diedero alla riuscita del principale obbiettivo prepostosi: la fascistizzazione delle giovani menti italiane. La totale acquisizione degli istituti di formazione scolastica e culturale e la capillare occupazione del tempo libero giovanile risultano essere utili strategie per cementificare le basi su cui il regime fondò il proprio potere e su cui contava di esplicare il tanto paventato rinnovellamento culturale e morale della nazione. Accompagnare il cittadino dalla culla alla tomba dunque non può essere assimilato a mera opera di propaganda ma risulta essere più alto ed importante scopo a cui il fascismo aspirò.

  1. Il mito della gioventù e l’Uomo Nuovo

Nell’arco del ventennio l’Italia venne lentamente ed inesorabilmente mutata in un “vasto campo sperimentale umano”, dove il PNF tentò senza sosta alcuna di realizzare un progetto di società fondamentalmente gerarchico-militarizzata, per integrare gli individui e le classi sociali in uno Stato nuovo, totalitario e con fini di potenza ed espansione.

Gli enormi sforzi profusi nell’utopico tentativo di modellare a propria immagine e somiglianza la società italiana si manifestarono nell’enorme attenzione rivolta al tempo libero, all’educazione delle nuove generazioni ed alla loro organizzazione. La politica di massa del PNF, come già detto, aveva il non celato obiettivo di fascistizzare gli italiani d’ogni sesso, età e condizione sociale, per poter creare una comunità politica il più possibile omogenea e conforme all’ideale fascista.

Il partito ovviamente era ben consapevole della difficile realizzazione dei propri obiettivi, e ritenne che solo lavorando su un lungo lasso temporale avrebbe potuto realizzare un’effettiva fascistizzazione degli individui e delle masse.

Orientare le proprie strategie su tempi lunghi voleva dire dover far fronte, nel presente, al problema del consolidamento del regime e, nello specifico, garantire al partito il mantenimento del potere anche dopo la scomparsa di Mussolini. Dunque appare chiaro quanto fosse fondamentale l’educazione in senso fascista delle nuove generazioni per il PNF.

Per questo, investì gran parte delle sue energie e del suo impegno nell’organizzazione delle nuove generazioni, ritenendole un materiale umano ancora inesplorato, grezzo e da poter avviare alla realizzazione della propria kalokagathia[1].

Nei primissimi anni di regime, l’educazione fascista dei ragazzi dai 6 ai 18 anni fu affidata alle organizzazioni dei Balilla e degli avanguardisti dell’ONB, istituita con la legge n.2247 del 3 aprile 1926. Il principale problema, per il partito, era trasformare l’assetto del dominio in una conquista delle coscienze tale da rendere l’adesione al fascismo ed ai suoi ideali un atto immediato, del tutto naturale e normale per ogni nuovo nato nella penisola.

Mussolini ed i fascisti percepivano se stessi come un’avanguardia eletta d’italiani nuovi i quali avevano la mira d’attuare una rivoluzione antropologica per forgiare una nuova razza italiana di dominatori, di conquistatori e di creatori di civiltà.

In un discorso del 19 giugno 1923 Mussolini dichiarò apertamente di voler realizzare la rigenerazione della razza italiana ‹‹che noi vogliamo prendere, sagomare, forgiare per tutte le battaglie necessarie nella disciplina, nel lavoro, nella fede››; e l’anno successivo, in un’intervista al “Chicago Daily News”, il duce definì il fascismo ‹‹il massimo esperimento della nostra storia nel fare gli italiani››.

Il mito dell’italiano nuovo occupò un ruolo di fondamentale importanza nella cultura, nella politica e nelle mire del regime fascista e di quegli uomini che contribuirono all’instaurazione di tale regime.

L’interpretazione di questo mito ed i metodi utilizzati per attuare la rivoluzione antropologica finale furono svariati e molteplici, ma tutti tra loro connessi da una coerenza di fondo e da una consapevolezza dei fini a cui si aspirava.

Dall’attuazione e dal trionfo di questa rivoluzione, i fascisti facevano dipendere il successo di tutto il loro esperimento totalitario di costruzione di un uomo nuovo e di una nuova civiltà. Il mito dell’italiano nuovo non fu un mero espediente della propaganda fascista, uno specchio tramite il quale confondere una massa inerme ed inebetita, ma era saldamente radicato nella cultura di Mussolini, dello stesso fascismo, e dell’Italia contemporanea.

Questo mito, anche quando si richiamava alla romanità, non aveva assolutamente nulla di tradizionalista, ma era, al contrario, prettamente modernista.

Il mito dell’italiano nuovo era associato, infatti, a quello che Emilio Gentile chiama “mito della conquista della modernità”, intesa come aspirazione della nazione italiana a raggiungere e superare le nazioni più sviluppate e progredite[2].

Non è semplice individuare l’origine di queste convinzioni: dai patrioti del Risorgimento italiano, ai movimenti novecenteschi come quello nazionalista imperialista, il gruppo degli intellettuali della “Voce”, il futurismo di F.T. Marinetti, le varie correnti del radicalismo nazionale; tutti condivisero il mito palingenetico e lo trasformarono in un mirabolante disegno rivoluzionario che mirava a pervadere la sfera spirituale, culturale e politica, nel tentativo ultimo di frantumare definitivamente il regime liberale, povera cosa rispetto agli ideali di grandeur e di modernità vagheggiati dai veri ed unici patrioti.

Questi movimenti, svilupparono, ampliarono e perfezionarono il mito dell’ “italiano nuovo” innestandolo nel più ampio ramo mitologico dell’uomo nuovo.

Il mito della rigenerazione fu, per vaste schiere di giovani italiani, un mito rivoluzionario di movimento contrapposto alla vetusta stasi dei governi liberali; anche l’intervento nella prima guerra mondiale fu percepito da molti interventisti come una tappa necessaria per la definitiva rigenerazione delle genti italiane attraverso (usando le parole di Marinetti) “l’igienico fuoco della guerra”.

È qui che scaturì questo nuovo e dirompente nazionalismo rivoluzionario il quale concepì la conflagrazione bellica e l’annessa rivoluzione come un ringiovanimento nazionale che doveva radicalmente rinnovare non solo l’assetto politico, economico e sociale, ma anche la cultura, la mentalità e lo stesso carattere degli italiani. Il mito della rigenerazione nazionale uscì fortemente rafforzato della guerra, portandosi dietro un’eredità fatta di cameratismo e di culto dei caduti.

La radice da cui nacque l’idea fascista dell’uomo nuovo fu dunque il milite della Grande Guerra[3], tornato a casa con la consapevolezza che ogni singolo momento posto a servizio della nazione non era trascorso invano, ma era stato preludio al proseguimento della lotta contro i nemici interni, prima di poter finalmente avviare la tanto agognata opera di rigenerazione.

Lo squadrista fu una prima, rozza e semplicistica versione del mito fascista dell’italiano nuovo: uno zelota al servizio della patria, unicamente dedito al culto fascista, esempio chiarissimo di virtuosità, virilità e civiltà, un giovane miles audace e coraggioso, pronto alla violenza perché non indebolito da alcuna forma di sentimentalismo, dall’umanitarismo o da tolleranza.

Lo squadrista doveva essere la trasposizione nella realtà del mito della giovinezza e della vitalità fascista contrapposto alla vetusta viltà dell’uomo borghese, liberale e democratico, fiacco, vinto, scettico e spento, odiato perché reputato dubbioso, pavido, tollerante, ipocrita, senza alcuna volontà d’azione[4].

Stando a quanto detto da Carlo Scorza, comandante dei Fasci giovanili di combattimento e ultimo segretario del PNF, l’italiano nuovo non doveva avere assolutamente nulla in comune con l’italiano del passato; il fascista doveva rappresentare l’antinomia perfetta del cittadino demoliberale.

Era necessario farlo crescere moralmente e fisicamente differente.

Stando alla dottrina fascista, il soldato conscio della sua missione a tutela della gloria della Patria e del Regime sarebbe dovuto scaturire dall’educazione integrale del cittadino sin dai primissimi anni di vita.

La palingenesi fascista avrebbe dovuto avviare una nuova diversificazione sociale e gerarchica di tipi umani, da una parte della barricata, una nuova aristocrazia del comando scelta tra i membri più idonei della nazione, dall’altra la marea degli italiani nuovi, allevata per essere docile strumento non pensante nelle mani del partito[5].

Sin dalle prime apparizioni sulla scena politica nazionale il movimento fascista aveva saputo intuire l’importanza e la funzionalità delle organizzazioni giovanili di partito.

Appellativo esatto dell’organismo creato il 3 aprile 1926, era ‹‹Opera Nazionale Balilla per l’assistenza e l’educazione fisica e morale della gioventù››.

Secondo Roberto Forni, relatore alla Camera sul progetto di legge istitutiva dell’ONB, lo Stato:

‹‹mentre si preoccupa, mediante vari istituiti, di diffondere l’istruzione[…] deve provvedere con mezzi idonei a preservare incorrotta la gioventù ed a prepararla, in un’atmosfera di disciplina, ai compiti che spettano a ciascun cittadino in uno stato organizzato per assicurare la grandezza del Paese››[6].

L’ONB nasceva, quindi, nell’ottica fascista con l’ambizioso e non poco impegnativo fine di rimediare a una mancanza cronica nelle viscere dell’apparato statale, della quale, in verità, nessuno si era accorto fino a quel momento.

Dopo aver salutato, poco più di tre anni prima come la ‹‹più fascista delle riforme›› le modifiche apportate da Giovanni Gentile al sistema scolastico, ora, si veniva a negare che la scuola -anche soltanto in linea teorica- fosse in grado di svolgere compiti di educazione etico-politica.

Alla luce di tutte le possibili spiegazioni ideologico-dottrinarie non c’era altra possibilità di giustificare la creazione dell’Opera balilla, che il ricorso agli argomenti presentati da Forni: era lo Stato che conscio dei propri difetti provvedeva a riparare le proprie falle ed i propri errori in un perfetto moto risanatore.

Quando, nell’autunno 1929, si decise di subordinare le organizzazioni giovanili al ministero della Pubblica Istruzione (ribattezzato di lì a poco ‹‹Ministero dell’Educazione Nazionale››) si vennero a creare inevitabili ed insanabili problematiche di scelta lessicale, causate da un’ inadatta distinzione effettuata tra istruzione, prerogativa scolastica, ed educazione, appannaggio dell’ONB.

Nel momento in cui furono enunciati nel dettaglio i fini dell’ONB si fece chiara la sua fisionomia d’organismo altamente concorrenziale nei confronti del mondo scolastico e, potenzialmente, ostile ad esso[7].

Ciò avvenne il 9 gennaio 1927, con la promulgazione dell’ordinamento tecnico-disciplinare dell’ONB, che all’organizzazione chiedeva di provvedere:

‹‹ a) ad infondere nei giovani il sentimento della disciplina e della educazione militare; b) alla istruzione premilitare; c) alla istruzione ginnico sportiva; d) alla educazione spirituale e culturale; e) alla istruzione professionale e tecnica; f) alla educazione ed assistenza religiosa  ››[8].

Stando al regolamento tecnico-disciplinare l’ONB era anche autorizzata ad irrompere nei domini dell’istruzione nazionale, installandovi le proprie scuole professionali e tecniche, ad esclusivo uso e consumo dei propri iscritti eventualmente bisognosi di ‹‹preparazione […]atta a dar loro quelle conoscenze che sono necessarie per affrontare più tardi la loro individuale missione nella vita››[9].

Risulta difficile pensare che i padri fondatori dell’Opera balilla non avessero piena consapevolezza dell’inevitabile antinomia che si sarebbe venuta a creare tra la scuola di Stato e l’ONB. Tuttavia, sarebbe un grossolano errore sostenere che l’Opera fosse stata realizzata da Mussolini con l’esclusivo intento di realizzare un machiavellico sistema di scorciatoie e sentieri privilegiati atti ad avvantaggiare i balilla sui loro coetanei nella scalata ai posti di potere.

L’insieme delle incombenze dell’ONB serviva anche da esempio concreto e vivente del progetto pedagogico fascista, e quindi della concezione che i gerarchi avevano dell’uomo ispiratrice di quello cui avrebbe dovuto progressivamente adeguarsi l’intera società nazionale, e non soltanto la comunità degli iscritti all’ONB.

Esplicatore della fisionomia a cui miravano con l’istituzione dell’Opera è lo stesso suo ordinamento: l’uomo nuovo sarebbe stato un uomo di fede, di muscoli, di armi; ma anche di “cultura”, a suo modo.

L’Opera balilla, insomma, sarebbe stata la personalissima fucina del regime, strumento in cui allevare e plasmare l’Uomo nuovo fascista.

L’ONB, in altri termini, era fedele servitrice della ‹‹religiosità fascista››, in un campo d’azione ripulito e sanato dalle fastidiosissime polveri della scuola Statale e dell’educazione religiosa. Riguardo quest’ultima, poi, il regolamento dell’Opera balilla proclamava che:

‹‹L’educazione religiosa da impartirsi agli avanguardisti consiste nell’intrattenerli[…] sui principi della morale cattolica e della dottrina cristiana, sulla storia sacra e sul vangelo. L’assistenza religiosa viene prestata secondo la fede e la prassi cattolica››[10].

I vocaboli, minuziosamente scelti, sono chiarificatori della volontà, oltre che di minimizzare il valore pedagogico del lavoro svolto dai cappellani dell’ONB (ridotto a pura e semplice attività d’intrattenimento su temi religiosi), di porre in dubbio la consistenza del cattolicesimo come sistema compiuto di precetti religiosi: non avrebbero senso, altrimenti, la distinzione tra “dottrina” cristiana e “morale” cattolica, né il successivo riferimento al cattolicesimo come fede e come prassi e non come dottrina.

Ovviamente ciò non indica un sistematico e programmatico processo di scristianizzazione della società civile.

Con la mortificazione del culto cattolico, i fascisti miravano non ad annientarlo totalmente ma a mutilarlo recidendo i secolari legacci stretti col territorio e la popolazione, per spingerlo forzosamente a una tensione spiritualistica senza oggetto preciso, che la “religione” fascista avrebbe poi saputo sfruttare[11].

Concludendo l’analisi riguardante l’Opera Nazionale Balilla, sembra necessario effettuare un breve excursus riguardante l’organizzazione fattiva dei reparti e dei gruppi di giovani che ne fecero parte.

Da questo punto di vista le organizzazioni degli Avanguardisti e dei Balilla riunite sotto la grande ala protettrice dell’ONB erano state strutturate sulla base di un modello ricalcante l’organizzazione dell’antico esercito imperiale romano: “squadre” di undici ragazzi, “manipoli”, (l’insieme di tre squadre), “centurie” (tre manipoli), “coorti” (tre centurie), “legioni” (tre coorti), il cui comando spettava, rispettivamente, a capi-squadra, capi-manipoli, centurioni e seniori della Milizia.

Le età per accedere ai gruppi di Balilla ed Avanguardisti erano fissate tra gli otto ed i quattordici, per i primi, e tra i quattordici ed i diciotto per i secondi; rispettive età dei paralleli gruppi di Piccole italiane e Giovani italiane, accorpate all’Opera balilla nel novembre 1929.

L’attività organizzativa dell’ONB conobbe un successivo, ulteriore ampliamento, con l’istituzione dei reparti maschili e femminili dei piccolissimi Figli della lupa (sei-otto anni).

Balilla Avanguardisti Piccole italiane Giovani italiane Figli della Lupa
1928 812.000 424.000 —– —– —–
1931 954.000 418.000 660.000 111.000 269.000
1934 1.786.000 484.000 1.486.000 186.000 *
1937 1.867.000 866.000 1.981.000 433.000 412.000

[12]

Come si può evincere dalla tabella stiamo parlando di numeri importanti; ciononostante non è il caso di farsi impressionare.

L’iscrizione all’Opera balilla garantiva vantaggi assai concreti, mentre dall’altro lato gli svantaggi dovuti ad una non iscrizione erano altrettanto certi.

In aggiunta a questo, a partire dagli inizi degli anni trenta, l’ONB fu in grado di erogare alcuni servizi sociali (borse di studio, refezioni, doposcuola, asili, colonie, crociere) che, per quanto inadeguati alle esigenze effettive, agli occhi di una grande fetta della popolazione italiana potevano giustificare la richiesta di una tessera.

Grande merito dell’Opera balilla sta nell’aver incentivato l’insegnamento scolastico dell’educazione fisica: stando ai dati ufficiali, il numero di studenti di scuola media cui veniva impartita un’istruzione ginnica regolare, salì, tra il 1928 ed il 1933, da 220 mila a 324 mila unità, con una crescita contemporanea degli insegnati di ruolo, da 166 a 638.

Tra il 1928 e il 1934 le sedi attrezzate per l’educazione fisica crebbero da 502 a 4199, nel 1933 oltre 1 milione 500mila studenti avevano preso parte alla “festa ginnica nazionale”, circa 2 milioni 297 mila erano stati coinvolti in iniziative sportive di varia natura, 201 corsi informativi di educazione fisica erano stati svolti, con la partecipazione di 8229 insegnati[13].

L’ONB, fino agli inizi del 1935, provvide indipendentemente dai dicasteri militari, all’istruzione premilitare degli iscritti, legittimata a ciò dall’assenza di disposizioni specifiche e dettagliate; sfruttando l’assenza di direttive mirate Ricci fu in grado d’estendere l’influenza dell’Opera dando vita a reparti di Balilla e Avanguardisti marittimi nelle principali città costiere, e facendo trasferire nelle disponibilità dell’organizzazione le navi scuola Scilla, Eridano, Caracciolo, Azuni, e il collegio marittimo di Anzio, Vittorio Emanuele III. Nel novembre 1930, Ricci si rivolgeva nuovamente a Mussolini, per ottenere che le palestre degli Avanguardisti fossero dotate di mitragliatrici e moschetti ‹‹1891››[14].

Nel contempo, l’organizzazione incrementava la specializzazione dell’addestramento premilitare: a fianco dei reparti marittimi, vennero a collocarsi formazioni di ciclisti, motociclisti, sciatori, moschettieri, alpini, addetti al pronto soccorso, avieri.

Il 31 dicembre 1934, nuove disposizioni intervennero finalmente a regolamentare l’istruzione premilitare dei giovani tra gli otto e i diciotto anni, in età, vale a dire, per far parte dell’ONB.

La cultura militare venne inserita stabilmente tra le materie di studio della scuola media; i rapporti tra Opera balilla e burocrazia militare furono rinsaldati attraverso la creazione di un ‹‹Ispettorato per la preparazione pre e postmilitare››.

Fino all’ultimo il generale Grazioli si era battuto perché, attraverso una spartizione drastica di compiti, si incaricassero le forze armate dell’insegnamento delle tecniche militari vere e proprie, e si restringessero le competenze della MVSN e dell’ONB ad addestramenti sportivi propedeutici.

Ma il regime, per ovvie ragioni ideologiche e propagandistiche, non intendeva in alcun modo sacrificare all’efficienza tecnica la possibilità di sfruttare, a proprio vantaggio, il potere di fascinazione sui giovani, posseduto dalle armi.

A compenso del suo zelo, Grazioli venne peraltro insignito della carica d’ispettore per la preparazione pre e postmilitare.

Ulteriore soddisfazione da lui ottenuta fu, nel marzo 1936, la realizzazione del suo antico progetto di documentazione anagrafica sulla maturazione guerriera del cittadino italiano[15].

 

  1. La Gioventù Italiana del Littorio.

‹‹Le ragioni che hanno ispirato l’odierno provvedimento, sono -per ogni fascista degno di questo nome- così evidenti, che ritengo superfluo illustrarle››, queste le parole usate dal Duce per commentare il decreto con cui il 27 ottobre 1937 aveva ufficialmente liquidato l’ONB, rimpiazzandola con un nuovo e più fidato organismo: la Gioventù Italiana del Littorio (GIL)[16].

L’evento che fece scaturire un tale moto riformatore è ascrivibile ad uno ed un solo nome: quello dei Fasci Giovanili di Combattimento (FF.GG.CC).

Principale causa dello sfaldamento del rapporto di fiducia tra Renato Ricci ed il Duce fu, appunto, l’istituzione dei FF.GG., avvenuta su decisione del Gran Consiglio del Fascismo l’8 ottobre 1930: iniziativa giustificata dall’esigenza, non indifferente, di posticipare da diciotto a ventuno anni l’età canonica per l’iscrizione al partito, e di imporre ai novelli iscritti un rigorosissimo tirocinio politico ed ideologico[17].

La necessità di posticipare le iscrizioni al PNF partivano da un’analisi semplice e lineare: i vari gruppi posti sotto l’egida dell’ONB organizzavano ed irreggimentavano i giovani italiani dagli otto sino ai diciott’anni d’età, anni in cui i maschi avrebbero dovuto entrare nelle fila del partito e della MVSN.

La nuova organizzazione, dunque, sarebbe andata ad intercettare ed inglobare tutti i giovani uscenti dalle fila delle AGF ed altri d’età compresa tra i 18 ed i 21 anni non arruolati nell’ONB che avevano presentato formale richiesta.

I membri dei Fasci Giovanili vennero raggruppati nelle stesse fasce d’età degli appartenenti ai Gruppi Universitari Fascisti (GUF); la distinzione tra le due organizzazioni fu, al netto delle inevitabili conflittualità sorte, meramente economica e di classe. I membri dei FF.GG. infatti erano genericamente iscritti in scuole professionali ed istituti tecnici o erano giovani lavoratori; gran parte di questi provenivano dal proletariato urbano o dalle aree rurali, le quali rifornivano le università italiane di ben pochi studenti viste le esose spese da affrontare nel corso degli anni.

Gli interventi messi in pratica dal regime nella politica giovanile ebbero sempre grande presa sulla popolazione rurale e sulla classe operaia, ed i Fasci Giovanili furono appunto visti come ponte di collegamento tra i due estremi della società nazionale avendo lo scopo ultimo d’inserire definitivamente i giovani ragazzi non studenti nelle vicende del partito.

Il comando della nuova organizzazione venne attribuito a Carlo Scorza: fascista di prim’ordine, squadrista, ed organizzatore del fascio di Lucca, sua città natale. L’architettura organizzativa dei FF.GG. correva parallela alla struttura gerarchica partitica: il segretario di partito era anche comandante generale dei Fasci.

In qualche modo i Giovani Fascisti avrebbero dovuto essere gli eredi diretti delle prime squadre d’azione fasciste e degli arditi di guerra, anche se le loro attività andarono a ricoprire ruoli socialmente più utili: attività culturali, teatrali e performance drammatiche, eventi sportivi e biblioteche riservate ai Fasci amplificarono l’orizzonte per molti dei giovani economicamente più svantaggiati impegnandoli con attività che altrimenti non avrebbero mai avuto modo di svolgere[18].

L’istituzione dei FF.GG. segnò il repentino sgretolamento del sistema feudale pazientemente edificato da Renato Ricci nell’arco della sua lunga ed inattaccabile presidenza dell’Opera Balilla.

Il giudizio dato da Giurati sulla querelle ONB-PNF può essere letta a testimonianza della “rovinosa caduta” cui il gerarca carrarino stava andando incontro:

‹‹[…] Tuttavia un uomo e un’istituzione sembrarono, subito dopo l’avvento fascista, essere sicuramente indirizzati alla creazione dell’italiano nuovo: Renato Ricci, con la sua Opera Balilla. La fondazione e la direzione dell’Opera Balilla ha dimostrato che Renato Ricci possedeva le qualità necessarie per disciplinare l’educazione della gioventù italiana […] ho visto nel tempo in cui sono stato segretario del partito molti reparti di avanguardisti e di balilla, piccoli e immensi campi d’istruzione, colonie marine e montane: non ho mai avuto se non occasione di esprimere la mia entusiastica ammirazione. Più di una volta […] avevo suggerito a Mussolini di nominare Ricci ministro dell’Educazione nazionale. “Non ha alcuna preparazione culturale”, mi fu risposto invariabilmente. Io ho sempre replicato […] ricordando ciò che Ricci aveva saputo fare e ciò che non avevano saputo fare gli altri. Ma non sono riuscito a convincere Mussolini: probabilmente ho ottenuto l’effetto contrario, perché pochi mesi dopo il mio esodo da palazzo Vidoni l’Opera Balilla è stata sostituita dalla Gioventù Italiana del Littorio, con quali risultati sull’educazione giovanile tutti hanno potuto constatare››[19].

Le parole di Giurati sono una preziosa testimonianza chiarificatrice riguardo la delusione che molti gerarchi provavano nei confronti del fallimento balillistico: in un primo tempo, infatti, essi guardarono all’Opera Balilla come ad un valido cavallo di Troia fascista pronto ad espugnare la roccaforte statale, e considerarono Ricci l’abile stratega capace di condurre alla vittoria il partito, senza però comprendere che il calcolo del presidente dell’Opera Balilla era d’installarsi al Sottosegretariato per l’educazione fisica e giovanile, e di barricarvisi dentro, a scanso d’ogni progettata irruzione da parte delle truppe del partito fascista.

Assorbita la delusione il Partito iniziò a programmare l’inarrestabile riconquista delle organizzazioni giovanili con il fermo e risoluto appoggio dello stesso Duce.

I primi assalti del PNF alle fortezze dell’ONB sorpresero Ricci intento a dare il solito contributo alla nuova crociata anticattolica bandita dal regime[20]. Era già uno scacco per l’Opera Balilla, il fatto che, alla vigilia dell’istituzione della ‹‹premilitare›› obbligatoria per i giovani tra i diciotto ed i ventuno anni, si desse vita, sotto il controllo del partito, a un’organizzazione educativa riservata ad essi.

All’atto pratico, ciò significava precludere all’ONB la possibilità di realizzare, in tutta la sua estensione, il progetto pedagogico, alla cui attuazione essa era stata destinata.

Con la nascita dei FF.GG., sfumava anche l’ambizioso ed improbabile tentativo d’inglobare nell’Opera, l’importante organizzazione dei GUF, feudo esclusivo del PNF.

Tenendo conto di questo antefatto risulta utile ricordare che proprio a Scorza, Giurati aveva offerto il comando dei Fasci Giovanili. Le prime schermaglie si ebbero in un campo ad entrambi neutrale: quello della Milizia.

Scorza tentò ripetutamente di sottrarre dagli effettivi dell’ONB ufficiali e graduati della Milizia in servizio attivo presso i reparti di Balilla e Avanguardisti; contestualmente Ricci cercò di parare l’affondo implorando Mussolini affinché il personale della MVSN, distaccato presso i comandi dell’ONB, potesse essere considerato a tutti gli effetti alle dipendenze “tecniche” dell’Opera, mentre avrebbe potuto continuare ad essere subordinato alle gerarchie della Milizia per ciò che concerneva le sanzioni disciplinari.

Ricevuto l’inevitabile e perentorio rifiuto del Duce, Ricci dovette contentarsi del riconoscimento di un’incompatibilità del servizio prestato nell’Opera con altre cariche.

Il 30 maggio 1931, Ricci fu nuovamente obbligato ad invocare l’intervento risolutore di Mussolini perché lo tutelasse da un ulteriore e più agguerrito tentativo dei Dioscuri Scorza e Giurati; l’obiettivo dei due era di sabotare definitivamente il funzionamento dell’ONB.

Ricci, lucidati gli scudi, tentò il contrattacco sostenendo che il comandante dei FF.GG., mosso da “stupida faciloneria”:

‹‹presi gli ordini da S.E. il segretario del Partito, dispone la costituzione, a lato dei gruppi universitari fascisti e alla dipendenza dei medesimi, di gruppi di studenti medi di ogni età e sesso, iscritti agli ultimi quattro corsi di tutte le scuole medie […] L’applicazione della circolare Scorza verrebbe a sottrarre illegalmente all’Opera Balilla la massima parte dell’elemento studentesco, ché le ultime quattro classi delle scuole medie comprendono alunni dai 12 ai 18 anni di età, e cioè tutti gli Avanguardisti studenti e persino le ultime classi dei Balilla, sino ai quali verrebbe a dilatarsi l’azione dei Gruppi Universitari Fascisti… Da Sparta in qua, ogni esperimento di educazione di Stato si basa sull’unicità dell’organo pubblico che lo Stato delega a tale uopo››[21].

Angosciato dall’idea che i Fasci Giovanili ammettessero nelle proprie fila giovani non provenienti dalle Avanguardie, e spesse volte, persino radiati da queste, Ricci concludeva la propria richiesta a Mussolini con un richiamo agli ineluttabili meriti dell’ONB, costantemente votata alla difesa dei giovani italiani dalle insidie ecclesiastiche:

‹‹Proprio ora, il 4 giugno, giorno del “Corpus Domini, mentre la Chiesa, per preparare le sue manifestazioni, cerca con la ipocrita propaganda del confessioanle, di portarci via i giovani, V.E. potrà vedere allo Stadio riuniti in fervore di opere e di entusiasmo, tutti i ragazzi e le bambine di Roma››[22].

Con enorme soddisfazione di Ricci il Duce, dinnanzi al direttorio del PNF, riunito il 3 giugno successivo, fece proprie le sue ragioni. Il 7 dicembre 1931, Starace andava a sostituire nella carica di Segretario di partito Giurati. In questo modo si apriva un periodo di tregua, tra l’Opera Balilla ed il PNF; tregua assolutamente non rispettata da quest’ultimo[23].

Agli inizi del 1932, infatti, Ricci riferiva che i FF.GG. non avevano assolutamente interrotto l’arruolamento di soggetti non provenienti dalle Avanguardie, e che lo svolgimento delle attività giornaliere dell’ONB erano ostacolate da inaccettabili prepotenze messe in atto dal partito:

‹‹Ond’è che spesso i Comitati dell’Opera debbono denunciare gesti tutt’altro che simpatici da parte dei Comandanti dei Fasci Giovanili di Combattimento: asportazione di materiale e di equipaggiamento, bicilette, divise dell’Opera, Avanguardisti costretti a vestire l’uniforme dei Giovani Fascisti e spediti come tali a partecipare a cortei, riviste, a saggi sportivi, ufficiali, e dirigenti dall’Opera rivestiti d’autorità di cariche nei Fasci Giovanili, e costretti pertanto ad abbandonare le nostre file, e via di seguito››[24].

Achille Starace attese quasi due anni, prima di affrontare il vero nodo della questione: l’ambigua e mai chiarita disposizione istituzionale dell’Opera Nazionale Balilla.

Il 3 marzo 1935, a margine d’una dura invettiva sull’operato svolto sino a quel momento da Cesare De Vecchi, ministro dell’Educazione Nazionale, il segretario del PNF sondava prudentemente ed in modo circospetto le opinioni del Duce riguardo un’eventuale ricongiungimento delle organizzazioni giovanili con il partito:

‹‹Si consideri ad esempio il fatto che l’ONB proprio perché poggiata sulla scuola, non riesce ad arginare le enormi dispersioni che avvengono in occasione delle leve fasciste. A questo punto io mi chiedo se sia stato oppure no, un errore staccare dal Partito l’ONB e se è da accettare il principio che a forgiare in senso rivoluzionario e guerriero l’animo dei giovanissimi, debbano essere proprio i maestri giunti nelle file del Fascismo all’ultima ora e con un bagaglio di idee che i loro precedenti non possono fare ritenere in alcun modo rivoluzionarie e quindi fasciste, oppure le donne, amorevolissime, ma donne. È per questo che io apprezzo lo sforzo che ha compiuto e continua a compiere Renato Ricci e i risultati che consegue. E vorrei chiedergli se il suo spirito rivoluzionario e la consapevolezza dei suoi compiti non lo porterebbero più a ritornare nel Partito che a rimanere nell’attuale situazione, da prevedere sempre più difficile››[25].

Sul finire della primavera del 1937 Mussolini, deciso a sollevare da qualsiasi incarico il gerarca di Carrara, ingiunse ai prefetti di effettuare un’indagine riservata sullo stato dei rapporti tra PNF e ONB.

Il 7 settembre successivo Starace sferrava a Ricci  l’ultimo e definitivo attacco. Sfruttando a proprio favore i dati negativi risultati dall’indagine, il segretario del PNF si lanciava in una ferma e decisa condanna nei confronti delle non più accettabili tendenze scismatiche dell’Opera Balilla, la quale:

‹‹In parte è già fuori dal clima del Partito, e in parte tende a uscirne là dove, per forza di cose, il grave fenomeno si è ancora verificato. Infatti io ho sempre affermato ed affermo che gli effetti dell’attuale impostazione saranno maggiormente evidenti a scadenza più o meno breve, quando cioè l’ONB, disponendo di quadri sufficienti, potrà realizzare la sua completa autonomia››[26].

In aggiunta Starace non disdegnò di affondare ancor più il colpo elencando tutte le deficienze intellettuali e morali di Ricci:

‹‹Con i nemici so anche fingere; la finta è ammessa quando si combatte con armi leali. Ma io non considero Ricci un nemico; lo considero un individuo che manca del senso della misura, che considera l’ONB come proprietà privata, che ha in dispregio tutto ciò che è fuori dalla sua organizzazione, a cominciare da me. Se affermassi che mi odia profondamente, non direi cosa inesatta. Ricci non ha chiara la visione della posizione dell’ONB nei confronti del Partito, che i giovani devono imparare a conoscere ed amare, perché nel Partito avranno l’onore di militare agli ordini del Duce e perché è il Partito che deve rispondere al Duce della preparazione e dello spirito delle nuove generazioni››[27].

Concludendo l’attacco faceva notare che il ricongiungimento delle organizzazioni giovanili con il partito altro non era che il fine ultimo a cui si sarebbe dovuto aspirare:

‹‹ […] tutto ciò è evidente, come evidente è la frattura che si determinerebbe tra il Partito e le nuove generazioni che dovranno affluirvi, frattura incolmabile, a mio giudizio, qualora si continuo nell’attuale direttrice di marcia […] Ho seguito le Vostre direttive: ho riordinato il Partito; poi il settore giovanile che era gravemente sfasato; poi il settore femminile. Sono ora alle fondamenta ed era fatale che vi giungessi››[28].

[29]

Conclusa la guerra tra Ricci ed il Partito era tempo di ricostruzione: il 28 ottobre 1937 venne pubblicato il decreto che scriveva irrevocabilmente la parola fine sui registri dell’Opera Balilla e, contestualmente, fondava quella che sarebbe stata a tutti gli effetti l’organizzazione giovanile di partito: la Gioventù Italiana del Littorio (GIL)[30].

A dimostrazione della definitiva e perentoria ricongiunzione degli organi giovanili con il partito può essere portato ad esempio il “Foglio d’ordini” del 29 ottobre, con cui il PNF comunicava che i segretari federali e comunali del partito venivano ufficialmente investiti del comando della nuova organizzazione, nelle rispettive sedi di competenza e con il quale si attribuiva al segretario nazionale del Partito il comando generale[31].

Nel redigere il decreto non si dimenticò assolutamente dei quadri dirigenti dei FF.GG.: le loro competenze infatti vennero confermate ed estese all’intero campo d’azione della GIL.

Il decreto fondativo della nuova organizzazione oltre a riciclare il motto dei FF.GG. (‹‹Credere, Obbedire, Combattere››) assicurava al segretario del PNF la facoltà di promulgare, emendare e modificare l’ordinamento della neonata organizzazione, rendendo anche nota la formula del giuramento al Duce, imposta a tutti gli iscritti:

‹‹Nel nome di Dio e dell’Italia giuro che eseguirò gli ordini del DUCE e servirò con tutta la mia forza e, se necessario, il mio sangue la Causa della Rivoluzione Fascista››[32].

I compiti della GIL erano:

  1. La preparazione spirituale, sportiva e premilitare;
  2. l’insegnamento dell’educazione fisica nelle scuole elementari e medie, secondo i programmi da essa predisposti di concerto con il Ministero per l’educazione nazionale;
  3. l’istituzione e il funzionamento di corsi, scuole, collegi, accademie, aventi attinenza con le finalità della Gioventù italiana del Littorio;
  4. l’assistenza svolta essenzialmente attraverso i campi, le colonie climatiche e il patronato scolastico o con altri mezzi disposti dal Segretario del Partito, e) l’organizzazione di viaggi e crociere[33].

Nonostante il sistematico smantellamento del feudo faticosamente costruito da Ricci, Starace ebbe comunque modo di godere dei lasciti della defunta Opera Balilla: è questo il caso delle due Accademie di educazione fisica tanto volute da Ricci, cui andavano ad aggiungersi l’Accademia di musica e l’Accademia littoria, con sede nel monumentale Foro Mussolini.

Oltre a questo la GIL poteva godere di una ulteriore e non indifferente eredità: un collegio magistrale con sede ad Udine[34].

A seguito di uno scontro avvenuto con il ministro dell’Educazione Nazionale De Vecchi, Starace ebbe modo di declamare in tutta la sua monolitica integrità rivoluzionaria la sua personale concezione pedagogica del partito:

‹‹l’unità […] non può essere rappresentata che dall’azione unificatrice e totalitaria del Duce e del Partito, il cui Capo è il Duce, che è governato secondo gli ordini diretti di Lui, e che ha presente la considerazione integrale delle necessità di tutta la vita del Paese. Ciò vuol dire che il Partito resta completamente estraneo a quelle che sono le più proprie funzioni ministeriali nell’ordinamento dell’educazione nazionale, così come resta estraneo alle funzioni di tutti gli altri ministeri, ma interviene poi con istituti e organismi suoi propri ad unificare sopra un piano politico e nazionale, conformemente alla sua natura, tutte queste attività che riflettono la vita del Paese. Ove il Partito non dovesse avere più siffatta funzione, si troverebbe non solo fuori dell’ambito della scuola, ma anche fuori d’ogni settore: praticamente senza contenuto qualsiasi››[35].

Nella sua opera di fascistizzazione Starace tentò ripetutamente di espandere ed affondare le salde radici del Partito nei territori delle amministrazioni militari[36].

Avuta la meglio su Ricci era dunque giunto il momento di concentrarsi su Badoglio e sulle succulente prerogative militari; il 14 settembre 1934, in una nota per il Duce contenente una forte invettiva lanciata contro il Maresciallo, il segretario del PNF si soffermava a magnificare le virtutes degli arruolati provenienti dai Fasci Giovanili, fautori di una ‹‹spinta fascista dal basso›› nelle poco fasciste forze armate.

A distanza di otto mesi Starace alzò il tiro tentando di militarizzare del tutto alcuni plotoni scelti di Giovani Fascisti, tentativo immediatamente stroncato dall’intervento del Duce.

Il 24 ottobre 1937, dopo aver ricordato a Mussolini il brillante utilizzo di diciottenni nel primo conflitto mondiale, il segretario del PNF caldeggiava la soppressione dell’ispettorato per la preparazione pre e postmilitare, organo che considerava del tutto ‹‹inutile, ma anche dannoso[…] vero e proprio diaframma ritardatore tra le forze armate e le organizzazioni››.

La soluzione suggerita da Starace contemplava l’ovvia attribuzione alla GIL della piena competenza nella preparazione premilitare. Sei mesi dopo, l’ispettorato cessava di esistere.

L’istituzione della GIL andò ad incrementare le non poche attività delle organizzazioni giovanili: nuove manifestazioni periodiche[37] andavano ad affiancarsi alle vecchie  allo scopo di potenziare al massimo lo spirito competitivo degli iscritti ed il loro sentimento di solidarietà comunitaria.

Ruolo di assoluto spicco tra le manifestazioni giovanili ebbero i cosiddetti “Ludi juveniles”, pensati sul modello dei “Littoriali” riservati ai gufini. Come detto in precedenza, ruolo d’assoluto primo piano negli obiettivi della GIL era la preparazione fisica, premilitare e sportiva dei giovani, inclusa l’educazione fisica nelle scuole elementari e secondarie e nei gruppi giovanili.

In base a ciò, nel febbraio del 1938, il regime decise di affidare interamente la preparazione premilitare alla GIL, sollevando da tale incarico la MVSN la quale aveva smesso di effettuare tali corsi già dal 1934.

In sostanza il cambiamento fu minimo dato che gli officiali della milizia impegnati nello svolgimento dei programmi premilitari mantennero i loro incarichi e tutti gli insegnanti premilitari della GIL dovevano ancora essere inquadrati nei ranghi della MVSN.

Nel 1938 c’erano oltre settemila centri premilitari in Italia, con un numero d’effettivi superiore ai settecentomila giovani[38]. Nel 1939 trentottomila istruttori della GIL avevano in carico circa ottocentomila studenti.

Nel 1940 la GIL organizzò anche particolari relazioni culturali con la Gioventù Hitleriana, iniziando una serie d’incontri internazionali chiamati “Ponte Culturale Weimar-Firenze”.

In queste sessioni rappresentanti di giovani provenienti dai movimenti fascisti di tutto il mondo s’incontravano per discutere di problemi e questioni d’interesse comune e per competere in agoni letterari ed artistici.

I temi assegnati erano indicativi dell’allineamento politico del regime: “Romanità e Germanismo”, “ Il nuovo ordine”, e “Goethe e l’Italia”, sopra a tutti. Gli uffici locali della GIL, poi, costituirono delle biblioteche per i propri affiliati: a partire dal 1939 c’erano oltre mille librerie contenenti più di settecentomila volumi, inclusi, ovviamente, tutte le opere di Benito ed Arnaldo Mussolini[39].

Anche film e radio entrarono a far parte dell’uso quotidiano della GIL. Proiettori e stanze cinematografiche furono disponibili in tutti gli acquartieramenti della GIL, e dal 1938-1939 i gruppi iniziarono ad offrire premi per la propaganda e film documentario per i più piccoli.

Nel 1941 l’organizzazione iniziò anche a pubblicare un nuovo giornale, chiamato Cinegil, per incoraggiare la diffusione di temi legati alla guerra e all’ardore bellico negli strati più giovani della popolazione.

Non contenti di ciò i programmi di propaganda vennero ampliati con l’istituzione di radio-giornali a cadenza quotidiana come “Radio GIL” da trasmettersi in tutte le scuole della penisola. In aggiunta all’organo bisettimanale della GIL, ogni sottogruppo d’età aveva il proprio giornaletto distribuito sia nelle scuole che negli avamposti della GIL.

Tutti questi giornali erano stati realizzati con l’intento di sviluppare la coscienza politica dei giovani tramite la ‹‹diffusione dei più grandi risultati del regime tramite […] la celebrazione del genio del valore italiano […] e le virtù della razza e della romanità››[40].

Nel 1938, al fine di tutelare l’ortodossia dottrinaria degli iscritti alla GIL, fu distribuito loro un prontuario di taglio catechistico, intitolato “Il primo libro del fascista”.

Più della metà del testo era dedicata ad illustrare la fisionomia del partito e delle sue molteplici ramificazioni.

L’obiettivo principale dell’edizione del 1940 era di ‹‹realizzare la grandezza imperiale delle genti italiane››: il Duce era il “rinnovatore della società” ed il “fondatore dell’Impero” che aveva condotto la nazione “alla più grande guerra coloniale della storia”[41].

Il manuale della GIL per l’addestramento dei capi squadra (capi centurie) conteneva una sezione dedicata alle regole di condotta che non differiva di molto da quelle contenute nei manuali per Boy-scout: ai giovani era richiesta igiene personale, l’abbandono delle cattive compagnie, d’essere cortesi, di non sputare per terra e di non poggiare i piedi sui mobili, di aiutare i deboli e non barare mai nel gioco, fumare o bere[42].

Il buon capo centuria doveva esser pronto a dimostrare in qualsiasi momento la profonda convinzione e la solida preparazione alla base del suo credo politico ed era istruito a ‹‹dimostrare affetto fraterno per i compatrioti, per i poveri, e gli analfabeti che lavorano per sostentarsi››[43].

I leader fascisti avevano consapevolmente ricercato di toccare le corde della religiosità popolare attraverso una costante identificazione della religione con il fascismo che in alcuni casi toccava proporzioni grottesche.

La letteratura giovanile del PNF era infatti piena di preghiere, invocazioni e racconti di stampo religioso; l’impostazione di un tale credo Balilla suscitò fortissimo sdegno nella Santa Sede, venendo anche denunciata dal Papa come sacrilega. Varie versioni dei Dieci Comandamenti Fascisti dovevano essere memorizzati e recitati agli incontri dei diversi gruppi:

  1. Sappi che il fascista ed in ispecie il milite non deve credere alla pace perpetua.
  2. I giorni di prigione sono sempre meritati.
  3. La Patria si serve anche facendo la sentinella ad un bidone di benzina.
  4. Un compagno deve essere un fratello: prima, perché vive con te; secondo, perché la pensa come te.
  5. II moschetto, le giberne, ecc., ti sono stati affidati non per sciuparli nell’ozio, ma per conservarli per la guerra.
  6. Non dire mai: “Tanto paga il Governo”, perché sei tu stesso che paghi ed il Governo è quello che tu stesso hai voluto e per il quale indossi la divisa.
  7. La disciplina è il sole degli eserciti: senza di essa non si hanno soldati, ma confusione e disfatta.
  8. II Duce ha sempre ragione!
  9. II volontario non ha attenuanti quando disobbedisce.
  10. Una cosa deve esserti cara soprattutto: la vita del Duce.[44]

 

  1. Revisionismo Fascista

La Guerra d’Etiopia e gli eventi che ad essa seguirono furono un punto di svolta fondamentale nella storia del regime fascista e un ancor più fondamentale passo nel tentativo d’indottrinare ed organizzare la gioventù italiana.

Le scuole, i gruppi giovanili e gli organi di stampa ad essi collegati vennero tutti afflitti dal nuovo clima imperiale e dall’impostazione sempre più militaristica e filo nazista della politica italiana nell’ultima parte degli anni ’30.

Dopo l’allontanamento di Cesare Maria De Vecchi, alla poltrona di ministro dell’Educazione Nazionale gli succedette uno dei più controversi tra tutti i gerarchi fascisti: Giuseppe Bottai[45].

Bottai restò ministro per più di sei anni[46] venendo coinvolto, durante l’arco del suo mandato, con tutti i principali sviluppi in materia di istruzione e di socializzazione giovanile.

La “Carta della scuola” fu la più concreta e tangibile espressione del credo bottaiano nella necessaria creazione di una classe dirigente preparata sia tecnicamente che intellettualmente, ma fu anche il tentativo di condurre l’istituzione scolastica entro i solchi tracciati dell’espansionismo fascista nei confini dello stato[47].

Dal punto di vista di Bottai la riforma Gentile non corrispondeva affatto alla nuova realtà economico-sociale del regime, dato che questa venne concepita rigorosamente in base alla vecchia condizione liberale e borghese della nazione.

Diciassette anni dopo Gentile, quindi, Bottai si rendeva conto che era assolutamente necessario un netto cambio all’interno del mondo scolastico poiché il regime meritava una scuola alla sua altezza.

La nuova riforma venne quindi ispirata, da una parte, dalla necessità lampante di riedificare le relazioni tra la scuola statale ed il mercato del lavoro e di stabilire una congruenza tra i diversi tipi d’istituti scolastici ed i loro programmi, dall’altra, dalla percezione che il regime aveva dell’economia e dei bisogni produttivi dello stato e della società[48].

Bottai presentò la Carta della Scuola al Gran Consiglio del Fascismo il 19 gennaio del 1939. Punto fondamentale della Carta era poi la previsione dell’educazione come una collaborazione tra famiglia, scuola ed i gruppi giovanili (che Bottai chiamava ‹‹servizio scolastico››), alla quale tutti i cittadini dovevano essere legati fino all’età di ventuno anni[49].

L’adesione ai gruppi giovanili era dunque diventata obbligatoria.

Il bambino già dalla culla veniva considerato a tutti gli effetti un
cittadino-soldato il cui compito era rendere servizio alla propria nazione fino a quando sarebbe stato chiamato ad essere parte attiva nelle forze armate.

Le maggiori innovazioni organizzative della Carta della Scuola avvennero nelle scuole primarie e medie inferiori: tutti i bambini avrebbero iniziato la loro educazione all’età di quattro anni per un periodo di due anni negli asili nazionali, da cui avrebbero preso parte per altri tre anni ad un programma di scuola elementare e per ulteriori due anni ad una scuola del lavoro.

Questa, obbligatoria per tutti i bambini dai nove agli undici anni, fu istituita per ingenerare una coesione sociale attraverso l’instillazione “dell’alta dignità umana” del lavoro manuale. Dall’età di undici anni le scelte per i giovani fanciulli sarebbero state tre[50]: le triennali ‹‹scuola artigiana e scuola professionale›› e la biennale ‹‹scuola tecnica››.

Come poc’anzi detto la Carta della Scuola introdusse anche l’assai dibattuta scuola media unica (andando a combinare i corsi inferiori dei ginnasi con quelli degli istituti magistrali e degli istituti tecnici) la quale avrebbe effettuato la stessa preparazione scolastica dagli undici ai quattordici anni per tutti quegli studenti che avrebbero voluto perseguire dei diplomi di studi superiori.

La scuola media, avviata solo nel 1940 e dipinta come ‹‹la vera scuola per studenti e scolari››, era altamente selettiva ed accessibile solo attraverso il superamento di appositi esami. Basata su programmi scolastici di derivazione classica[51], la scuola media era l’unica scuola che permetteva l’accesso alle più alte vette del sistema educativo nazionale: il liceo classico, il liceo scientifico, l’istituto magistrale e gli istituti tecnico-commerciali, i quali avrebbero poi permesso l’ingresso nelle università.

La Riforma Bottai avrebbe dovuto realizzare l’agognato ideale fascista della “scuola di vita” e a tal fine enfatizzare il lavoro come un dovere sociale.

In base a questo può essere detto con certezza che la Carta della Scuola fu l’ultimo e vero assalto apportato dal Partito alla scuola statale nella speranza d’innescare il definitivo moto che l’avrebbe portata ad una completa e totale fascistizzazione andando ad identificare l’istituzione scolastica e la GIL come singoli strumenti posti nelle salde mani dell’Educazione Fascista.

Per il ministro dell’Educazione Nazionale, la “Carta della Scuola” assumeva un’importanza che superava nettamente il campo della pedagogia: ai suoi occhi, essa rappresentava un passo cardine di quella costituzione “revisionista” dello “stato nuovo” da lui vagheggiata fin dai tempi in cui aveva codificato le basi del corporativismo.

Nonostante l’indubitabile importanza che la “Carta” ebbe per Bottai, il ministro dell’Educazione nazionale non ebbe affatto vinta la partita: la GIL restava infatti saldamente ferma al suo posto, mantenendo  -in barba a quanto sancito dalla “Carta della scuola”- le caratteristiche del corpo separato ed autonomo grazie anche alla collaborazione di Mussolini il quale si prodigava nel riversare fiumi di denaro pubblico nelle esigenti casse dell’organizzazione.

L’11 febbraio 1939, fu concesso alla GIL un contributo annuo di 200 milioni, in aggiunta alle sue fonti di finanziamento.

Un ulteriore contributo, di 144 milioni annui, fu deciso il 13 maggio 1940, a risarcimento della riduzione d’introiti, determinata dal divieto per le organizzazioni giovanili, di accettare contributi volontari, pubblici o privati[52].

Con l’entrata in guerra dell’Italia il Duce tentava di lanciare sul palcoscenico europeo il modello GIL fondando, su iniziativa italo-tedesca, l’Associazione della Gioventù Europea (AGE), sottoposta alla doppia presidenza onoraria di Renato Ricci[53] ed Artur Axman (responsabile della Hitlerjugend).

La combinazione di attività istituzionali della GIL e manifestazioni a carattere internazionale sembrava avere dato ottimi frutti.

Nel corso del 1942 le collaborazioni internazionali andavano in crescendo con l’organizzazione dei primi “Ludi juveniles”, tenutisi a Firenze, i quali comprendevano anche alcuni convegni sul teatro, il cinema e la radio, cui presero parte circa diecimila affiliati ad organizzazioni giovanili straniere.

Il programma delle manifestazioni fiorentine includeva anche un concorso di pittura, aperto agli ospiti. In contemporanea a Weimar, sotto l’attento controllo di Axman, era stato organizzato un analogo raduno internazionale di giovani[54].

Alla fine del settembre 1942, a complemento delle attività culturali del giugno precedente, si tennero a Milano i Campionati Internazionali della Gioventù Europea, cui seguì, a distanza di un mese a Roma, un’assise tra i dirigenti dell’AGE riguardante la possibilità d’istituire una strategia propagandistica comune.

All’incontro parteciparono delegati belgi, bulgari, croati, danesi, finlandesi, norvegesi, slovacchi, spagnoli, tedeschi ed ungheresi. Nonostante la grande fiducia riposta in questo progetto paneuropeo, al suo secondo anno di vita, l’AGE era già entrata in crisi a causa della reticenza tedesca nel proseguire tale tipo di collaborazione.

Come visto né lo scoppio del conflitto mondiale né l’elaborazione della “Carta della scuola” indussero il partito a rimodulare le proprie ambizioni in ambito pedagogico anzi il 17 agosto 1941 la GIL vedeva espandere ancora le proprie competenze a scapito della disciolta Opera Nazionale per gli orfani di guerra: resa responsabile dell’ ‹‹assistenza, l’educazione e la preparazione al lavoro professionale›› degli orfani di guerra.[55]

BIBLIOGRAFIA

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  • Carmen Betti: L’Opera Nazionale Balilla e l’educazione fascista, La Nuova Italia.
  • Michael A. Ledeen: Italian fascism and youth, in Journal of Contemporary history n.3-1969.
  • Paolo Nello: L’avanguardismo giovanile alle origini del fascismo, Laterza; L’Accademia della Farnesina: un esperimento di pedagogia totalitaria, Franco Angeli.
  • Ornella Stellavato: La nascita dell’Opera Nazionale Balilla, Mondo Contemporaneo n.2-2009.

[1] Cfr. P. Nello, L’avanguardismo giovanile alle origini del fascismo, pp. 10-28.

[2] Cfr. E. Gentile, Fascismo. Storia e interpretazione, pp. 5-15.

[3]     Esempio lampante di come i movimenti sorti dalla Grande Guerra considerassero i reduci può essere rinvenuto negli scritti del padre del movimento futurista italiano: Filippo Tommaso Marinetti. Nel libello “Come si seducono le donne” arrivò a recitare: ‹‹Donne, avete l’onore di vivere in un tempo virile e futurista di nazioni cancellate, di città rase al suolo, di popoli migranti, di squadre affondat, di montagne esplose e di eserciti catturati. In questo meraviglioso tempo […] il cannone ha decapitate le statue della Bellazza antica, statica e neutrale, imboscate come la Grecia tra gli ulivi tremati che ombreggiano le rive cavillose del cretinissimo Ellesponto. […] Donne, dovete preferire ai maschi intatti più o meno sospetti di vigliaccheria, i gloriosi mutilati! Amateli ardentemente! I loro baci futuristi vi daranno dei figli d’acciaio, precisi, veloci, carichi di elettricità celeste, ispirati come il fulmine nel colpire e abbattere uomini, alberi e ruderi secolari››. Cit. F. T. Marinetti, Come si seducono le donne, pp. 93-95.

[4]     Cfr. E. Gentile, La via italiana al totalitarismo, pp. 129-133.

[5]    Ibidem.

[6]     Camera dei Deputati, Atti parlamentari, Documenti, Disegni di legge, n.719, 30 gennaio 1926.

[7]  Cfr. O. Stellavato, La nascita dell’Opera Nazionale Balilla, p. 175.

[8]  Decreto legge 9/1/1927, n.6, art.10. Cfr. N. Zapponi, Il partito della gioventù. Le organizzazioni giovanili del fascismo 1926-1943, p.599.

[9] Ibidem.

[10]    Decreto legge 9/1/1927, n.6, art.38. Cfr N. Zapponi, op. cit., p. 600.

[11]  Ivi, pp. 601-605.

[12]   Cfr. T. H. Koon, Believe, Obey, Fight., p. 173 e anche N. Zapponi, op. cit., pp. 605-606.

[13]    Cit. N. Zapponi, op. cit., p.607.

[14]    Ivi, p. 608.

[15]    Un vero e proprio ‹‹libretto di valutazione dello stato fisico e della preparazione militare del cittadino››  istituito con il Decreto legge 26/3/1936, n. 608.

[16]    Cfr. N. Zapponi, op. cit., p.612 e anche O. Stellavato, op. cit., p. 147.

[17]    Galeazzo Ciano nei suoi diari ricorda come Mussolini da diverso tempo aveva preso la decisione di esautorare Ricci da qualsiasi incarico.

[18]    Cfr. T. H. Koon, op. cit., pp. 105-106.

[19] Cit. N. Zapponi, op. cit., p. 613.

[20]    Nei primi mesi del 1930 la Santa Sede aveva avuto modo di rivolgersi al governo italiano lamentando l’inasprirsi di soprusi e violenze nei confronti delle proprie organizzazioni; per tutta risposta il regime fece ventilare, a scopo minatorio, la possibilità che fosse resa incompatibile la doppia iscrizione all’ONB e all’Azione cattolica. Ivi, p. 614 (in nota).

[21] Cit. N. Zapponi, op. cit., pp. 615-616.

[22]    Ibidem.

[23] Cfr. T. H. Koon, op. cit., pp. 60-63 e O. Stellavato, op. cit., pp. 135-137.

[24] Cit. N. Zapponi, op. cit., p.615-616.

[25]    Ivi, p.617 e T. H. Koon, op. cit., pp. 68-70.

[26]    N. Zapponi, op. cit., p.616.

[27]    Ivi, pp.617-618.

[28]    Ibidem.

[29]    Tabella derivata da T. H. Koon, op. cit., p.174.

[30] Cfr. O. Stellavato, op. cit., p. 147.

[31] Cfr. N. Zapponi, op. cit., p.618.

[32] Cit. T. H. Koon, op. cit., p.149.

[33] Decreto legge 27 ottobre 1937, n° 1839.

[34] Cfr. N. Zapponi, op. cit., pp. 619-620.

[35]    Ivi, p. 620.

[36]    In questo caso però Starace dovette frenare la sua impulsività dovendo tener conto del fatto che Mussolini, a partire dal 1933, si fosse attribuito le cariche di ministro della Guerra, della Marina e dell’Aeronautica.

[37]    Come lo “Scudo del Duce”, il “Trofeo del Bersagliere”, il “Trofeo della Montagna”, il “Trofeo federale”.

[38]    Cfr. T. H. Koon, op. cit., pp. 150-151.

[39]    Ibidem.

[40]    Ivi, p. 152.

[41]   Ibidem.

[42]    Ivi. p. 153

[43]    Ibidem.

[44]    La versione qui presentata de “Il Decalogo del Giovane Fascista” è una delle svariate revisioni apportate a quella redatta da Giovanni Giurati nel 1931. Cfr. T. H. Koon, op. cit., p.154.

[45] Cfr. O. Stellavato, op. cit., p. 172.

[46]  Unico a mantenere la carica così a lungo dal 1848.

[47]  Cfr. O. Stellavato, op. cit., p. 173.

[48]  Cfr. T. H. Koon, op. cit., p. 164.

[49]    Ivi. p. 165.

[50]    Sarebbe giusto dire, più che scelte, percorsi obbligati; difatti il futuro dei giovani sarebbe stato determinato dai loro risultati scolastici e dalle corrispondenti divisioni tra comunità rurali ed urbane. Cfr. T. H. Koon, op. cit., pp. 165-166.

[51]    Richiedeva lo studio della lingua latina.

[52]   Cfr. N. Zapponi, op. cit., pp. 625-629.

[53] Tornato in auge alla caduta di Starace.

[54] Cfr. N. Zapponi, op. cit., pag. 631.

[55] Tabella derivata da T. H. Koon, op. cit., p. 175

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