0.8 – Pluralismo e multiculturalismo, falsi sinonimi. La lezione di Nicola Matteucci

Professore di Storia delle Dottrine Politiche

Danilo Breschi si è laureato in Storia del pensiero politico moderno e contemporaneo presso la Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” dell’Università degli Studi di Firenze. Ha conseguito il dottorato di ricerca in “Teoria e storia della modernizzazione e del cambiamento sociale in età contemporanea” presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Siena. E' attualmente professore associato di Storia delle Dottrine Politiche presso la Facoltà di Scienze Politiche della UNINT. Gestisce la rubrica “Riflessioni” per la rivista “Il Pensiero Storico”.

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Dieci anni fa, esattamente il 9 ottobre del 2006, all’età di ottant’anni, ci ha lasciato Nicola Matteucci, uno dei più profondi conoscitori del liberalismo europeo e nordamericano. Prolifico animatore culturale, è stato nel 1951 tra i fondatori della rivista “il Mulino” di Bologna, nonché dell’omonima casa editrice tre anni dopo, nel 1954. Insieme a Mario Delle Piane, Luigi Firpo e Salvo Mastellone ha fondato nel 1968 la rivista “Il Pensiero politico”; mentre nel 1987 ha dato vita alla rivista “Filosofia politica”, della quale è stato anche direttore. A lungo professore ordinario di Storia delle dottrine politiche e di Filosofia morale presso l’ateneo bolognese, egli è stato il punto di riferimento di tanti giovani in seguito affermatisi come studiosi a livello nazionale e internazionale.

Abbiamo a che fare con «uno dei pochi veri grandi maestri che il liberalismo italiano abbia avuto nella seconda metà del XX secolo», secondo il giudizio di Angelo Panebianco (“Corriere della Sera”, 9 dicembre 2006). Ma non solo, Matteucci è stato anche un “liberale scomodo”, per citare il titolo di una trasmissione dedicata nel 2006 allo studioso bolognese e andata in onda su Radio3 Rai grazie alla cura di Massimo Teodori. Ne è poi uscito un volume che raccoglie interessanti interviste ad amici e illustri studiosi conoscitori dell’opera di Matteucci, da Luigi Pedrazzi a Gianfranco Pasquino, da Luigi Compagna a Tiziano Bonazzi, da Edmondo Berselli a Roberto Pertici[1].

Anche a noi preme ricordarlo per non dimenticare il prezioso contributo fornito ad una cultura politica italiana che, senza la sua attiva presenza intellettuale, sarebbe stata maggiormente omogeneizzata dal conformismo delle tendenze ideologiche dominanti nel periodo post-1945, dal marxismo in tutte le sue possibili declinazioni novecentesche all’azionismo troppo spesso irrigidito dalla retorica dell’antifascismo e da uno sguardo pregiudizialmente rancoroso e sfiduciato nei confronti della società italiana e dei suoi cittadini, tutto vizi e poche, pochissime, quasi nulle virtù.

Il modo migliore per commemorare degnamente uno studioso appassionato e scrupoloso come Matteucci è riportarne un brano per diverse ragioni estremamente significativo. Si tratta, anzitutto, di un testo che testimonia la centralità che il tema del pluralismo aveva nell’opera dell’intellettuale bolognese. Matteucci mostrava nel 1996 di aver ben chiaro dove si annidasse il rischio di una sua declinazione errata, di una degenerazione e perversione della sua natura e significato: in quel multiculturalismo, di cui tanto si parlava da alcuni anni oltreoceano e che sempre più ha invaso il dibattito filosofico-politico europeo dell’ultimo quarto di secolo.

Pluralismo e multiculturalismo non sono affatto sinonimi, questo Matteucci teneva a precisare nelle pagine conclusive di una voce scritta sul Pluralismo per l’Enciclopedia delle scienze sociali. L’anno dopo lo scritto venne ripubblicato nella nuova edizione di un suo libro originariamente uscito nel 1993, ovvero Lo Stato moderno[2]. Se pluralismo è l’accettazione del nuovo e del diverso all’interno di un confronto pacifico o di leale (e legale) concorrenza, ciò non significa che ogni novità e ogni diversità possano essere incamerate e gestite all’interno della logica della convivenza politica liberal-democratica. Non a caso si parla di “convivenza” e non di mera compresenza, non di una inevitabile condivisione di spazi, magari in una prossimità così stretta da eccitare l’istinto naturale all’aggressività che agita l’animale uomo, secondo le note osservazioni dell’etologo Konrad Lorenz[3].

È proprio questa prossimità incontrollata e invasiva che, sperimentata sulla propria pelle, genera una diversa valutazione del multiculturalismo particolarmente apprezzato invece da chi solitamente ne ha un’idea puramente teorica, o dispone di quelle risorse materiali che consentono di mantenere le distanze di sicurezza dai crescenti insediamenti a forte connotazione etnica. La frequentazione turistica o comunque passeggera e occasionale della comunità radicalmente altra è cosa ben diversa da un contatto obbligato e ininterrotto nel tempo, dove la quotidianità rende difficoltosa la convergenza attiva di interessi e abitudini difformi persino tra singoli individui perfettamente omologhi per lingua, usi e costumi (ad esempio, una coppia di coniugi o conviventi della stessa nazionalità), figurarsi quindi fra gruppi che coltivano regole di organizzazione interna tra loro molto distanti. Il multiculturalismo tende spesso a distorcere il significato dell’individualismo, a ridurlo a quel gretto egoismo che dissolve ogni solidarietà interpersonale e che è effettivamente la malattia da cui è affetto nelle nostre società d’Occidente. Ma con ciò viene dimenticato quanto l’individualismo “buono”, cioè la valorizzazione dell’individuo, e la libertà siano, loro sì, sinonimi.

Bisogna inoltre intendersi sul significato del termine-concetto di cultura, che può indicare il patrimonio di idee, pregiudizi, usi e costumi di un singolo individuo oppure di una comunità coesa e più o meno chiusa verso l’esterno. C’è cultura e cultura: vi sono usanze e pratiche sociali compatibili con il riconoscimento dell’altro, perché hanno introiettato il valore della tolleranza o qualcosa di analogo; vi sono tradizioni che prescrivono comportamenti incompatibili se non urtanti le altrui sensibilità, le altrui pratiche, fino al punto di negarne ogni possibilità di manifestazione. Non tutte le culture sono tolleranti, e Matteucci dedica l’intero suo scritto a spiegare come il pluralismo europeo-occidentale sia stato l’esito di un lungo e travagliato percorso snodatosi attraverso guerre civili di religione che hanno dilaniato e insanguinato il Vecchio Continente per secoli. Un percorso infine giunto all’idea-valore del riconoscimento reciproco e incrociato dell’altro-diverso-da-me. Un esito dovuto quasi più all’estenuazione che non all’affermazione della validità filosofica di un principio; all’impossibilità di annientare l’altro piuttosto che alla constatazione del suo essere in qualche misura portatore di un valore aggiunto.

I primi cristiani riformati non si distinguevano per una particolare tolleranza nei confronti di chi ritenevano in errore. Da parte protestante, non si metteva tanto in discussione l’assolutezza della verità, ma si contrapponeva nuova verità, ossia verità vera, a vecchia verità, ossia verità falsa. E il nuovo era piuttosto una re-formatio, una restitutio in pristinum, una rimessa in forma, quella pura, quella giusta.

E allora ecco il secondo merito del brano che vi proponiamo. Nel 1996 Matteucci aveva ben chiaro dove stesse la nuova minacciosa sfida all’idea di tolleranza e a quella sua evoluzione teorica e pratica che è il pluralismo. Lo studioso bolognese non si limita a segnalare i rischi del cosiddetto “revival etnico”, i nuovi nazionalismi tribali rigurgitati dalle terre ferite dei Balcani, ma sottolinea piuttosto quanto l’integralismo islamico rappresenti «un grave fattore perturbante per un vero pluralismo». Le domande fondamentali sul destino del pluralismo occidentale erano dunque già tutte formulabili più di venti anni fa, e ben prima dell’11 settembre 2001.

Fino a che punto possono spingersi le diversità di giudizi e comportamenti all’interno di una società aperta? Quali sono i limiti di inclusione oltre i quali la divaricazione diventa squartamento? E qui si inserisce la citazione del John Rawls di Political Liberalism (1993)[4], a conferma dell’attenzione sempre mantenuta da Matteucci verso le più recenti elaborazioni della filosofia politica internazionale, specialmente angloamericana. Il pluralismo “ragionevole” del filosofo statunitense è, ad avviso dell’intellettuale bolognese, l’antitesi del «pluralismo in quanto tale, il quale ammette dottrine non solo irrazionali, ma folli e aggressive».

Si tratta insomma dei classici interrogativi su quanta diversità può tollerare una società, la quale piomba facilmente nell’anarchia e nella conflittualità endemica quando smette di conoscere e di apprezzare legami interpersonali che vadano al di là dell’appartenenza etnica e/o dell’identità religiosa. Se religione ed etnia sono una delle tante componenti della costruzione di ciascuna identità individuale, esse non possono che apportare ricchezza alle società ospitanti. Se si tratta di matrici esclusive e totalizzanti di identità, la politica si paralizza e la società civile deperisce fino all’inciviltà.

Pertanto l’integrazione è risorsa per chi arriva, necessità per chi riceve. Da entrambe le parti occorre fare opera educativa. Altrimenti l’immigrato resta “estraneo”, di qui la xenofobia di chi non accoglie, di qui lo spirito di rivalsa e l’odio sociale di chi non vuole essere integrato ma solo «rinchiudersi in ghetti per ricostituire la piccola patria». Perché è questo cui mira la predicazione dell’islamismo radicale e jihadista; ed è quello che viene agevolato da politiche ispirate ad un multiculturalismo maldestramente maneggiato da politici, amministratori locali e apprendisti sociologi, ma che in sostanza è solo un “monoculturalismo plurale”, secondo la felice espressione formulata da Amartya Sen, Premio Nobel per l’Economia nel 1998, in un suo volume tradotto dieci anni fa in Italia[5].

Matteucci dice dunque qualcosa di più e di diverso rispetto alle classiche argomentazioni sul tema: non dipende solo da noi ospitanti il futuro di una società aperta pluri-etnica; dipende anche dalla buona volontà di chi è inizialmente ospitato. E da quanta acqua togliamo ai pescicani dell’odio etnico o religioso, come ad esempio imam estremisti e agenti del terrorismo jihadista. Il multiculturalismo che si presenta come elogio della comunità di comunità (al plurale) rischia di trasformare il mosaico inter-etnico in un puzzle dalle tessere così numerose da rendere impossibile ogni composizione. Senza un comune denominatore, senza valori ultimi condivisi (tendenzialmente) da tutti, non c’è una società, quell’unum figlio dell’incontro dei molti e diversi. “Ex pluribus unum” è la formula propria del federalismo americano, ma oggi per federazione si intende piuttosto una giustapposizione di elementi esistenziali e culturali eterogenei che non produce sintesi, perché questa è vista come violenza del più forte sul più debole, oppure perché questa presupporrebbe una capacità autocritica da parte della stessa cultura ospitante. Ma autocritica non significa affatto rinnegamento o misconoscimento di sentimenti di appartenenza comunque da difendere quale importante fonte di significato e di identità individuale e collettiva. Anche perché qui si tratta dell’appartenenza ad un insieme di storie, tradizioni, usi e costumi che possono ragionevolmente fregiarsi del titolo di “civiltà”.

E la soluzione è tutt’altro che facile, non sta dietro l’angolo, perché cristianesimo e islam sono, sì, religioni entrambe monoteiste, ma «troppi secoli di storia le separano». Non hanno percorso le stesse tappe di dubbi e ripensamenti, lo stesso travaglio come dottrina e come istituzioni. Giovanni Sartori ha fra l’altro osservato come l’immigrante di cultura teocratica ponga problemi ben diversi, solitamente più seri e più gravi, rispetto all’immigrante che accetta la separazione tra politica e religione[6]. C’è poi da comprendere potenzialità e limiti delle religioni, di qualsiasi religione, in termini di educazione al ragionamento e predisposizione a porsi in ascolto dell’altro e delle sue ragioni. Un’attitudine che un laico come Amartya Sen giudica scarsamente presente, se non completamente assente, nella religione quando intesa come fede non meditata. Sono più importanti le tradizioni culturali o la libertà culturale? Questo l’interrogativo che Sen si pone nel solco di un liberalismo imparentato con quello elaborato dallo stesso Matteucci.

“Nascere in un particolare background sociale non è di per sé un esercizio di libertà culturale […], non essendo frutto di una scelta”, osserva ancora Sen, “al contrario, sarebbe un esercizio di libertà la decisione di restare saldamente all’interno del sistema tradizionale, se la scelta venisse compiuta dopo aver preso in considerazione altre alternative”. In conclusione, il ragionamento di Sen è il seguente: “se si vuole il multiculturalismo in nome della libertà culturale risulta difficile pensare che la condizione irrinunciabile possa essere un sostegno inamovibile e incondizionato al rigido mantenimento della tradizione culturale ereditata”[7].

La coesistenza non è di per sé un fatto positivo: può significare semplice compresenza di elementi eterogenei, oppure contaminazione reciproca nel pieno rispetto di regole del gioco, che nel caso europeo e occidentale dovrebbe significare mantenimento delle istituzioni politiche e giuridiche proprie dello Stato sociale di diritto. Per inciso, non possiamo nasconderci che la qualifica di “sociale” è sempre più messa in discussione dalla reiterata immissione di cospicue quote di popolazione emigrante in Italia. Per mantenere un alto standard di welfare si potrebbe pensare necessario, ai fini di un aumento del numero di contribuenti, un rapido inserimento degli immigrati con il conseguente riconoscimento della piena cittadinanza civile e politica, ma una tale rapidità renderebbe quasi inevitabile il consolidamento di comunità chiuse definite sulla sola base dell’appartenenza etnica.

La ricerca di una “piccola patria” che ripristini, sia pure in forma surrogata, usi e costumi – se non luoghi – dei paesi di origine, da cui si è emigrati prevalentemente per necessità, genera quasi automaticamente quelle “società chiuse” che sono le etnie. Se non si opera dentro queste ultime prima che si solidifichino nelle periferie o in quartieri-ghetto delle nostre città, il rischio è la frantumazione del legame sociale e la nascita di molteplici enclaves nel tessuto urbano e provinciale. La cittadinanza che poi concederemo sarà a quel punto facilmente alterata dalla parentela, ossia da criteri di regolamentazione interna al gruppo ormai già consolidatisi ed essenzialmente antitetici al garantismo, cioè alla tutela dei diritti individuali.

Nelle parole del brano riprodotto nel box troviamo tutta la pacatezza, tutta la determinazione, tutto l’anticonformismo intellettuale mai disgiunto dalla lucidità dell’analisi di un “liberale scomodo”. Da rileggere per i tempi che verranno.

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«Quanta diversità può sopportare una società al suo interno? L’ideale è ex pluribus unum; ma cosa succede se quei “pluribus” diventano divaricanti? Aristotele, contro il monista Socrate (Platone), aveva chiaramente indicato la necessità un equilibrio fra unità e pluralità: «È chiaro che se una polis nel suo processo di unificazione diventa sempre più una, non sarà neppure e diventando sempre più una si ridurrà da polis a famiglia […]: chi fosse in grado di realizzare una tale unità non dovrebbe farlo, perché distruggerebbe la polis» (Politica, II 1261a, ma anche 1263b).

Il pluralismo implica sempre un tasso – più o meno alto – di conflittualità, non ha come fine la pace sociale, che solo un regime autoritario può garantire. Nel passato con la libertà religiosa e poi con la libertà politica – in Europa e in America – questo equilibrio è stato trovato, ma c’era – prima – la comune eredità cristiana e – dopo – la vittoria del liberalismo, che riteneva naturale l’esistenza di più partiti. La rivoluzione democratica porterà a compimento questa profonda trasformazione culturale, che ha inciso sulla mentalità collettiva. Ma nuovi problemi oggi si danno.

Si parla molto di società multi-culturali e di società multi-etniche, senza accorgersi che culture ed etnia sono cose diverse, o meglio, non coincidenti, e senza tenere presente il fatto che l’integralismo islamico rappresenta un grave fattore perturbante per un vero pluralismo. Le diverse nazioni culturalnazionali possono benissimo coesistere, anzi c’è un vero arricchimento per tutti quando la partita di dare e avere è aperta: pensiamo ad esempio alla musica nera e come essa sia diventata un patrimonio di tutti. Ma le etnie sono società chiuse, legate ai ricordi del proprio passato e con vincoli di sangue: è la parentela e non la cittadinanza a tenerle unite.

Con le immigrazioni in Europa o in America gli immigrati hanno unicamente la scelta fra l’integrazione nel paese ospite o rinchiudersi in ghetti per ricostituire la piccola patria. Il solo segnale dell’uscita dai ghetti etnici o religiosi può venire solo dalla sfera privata: il vero indicatore sono i matrimoni misti. È una sfida aperta, densa di rischi e di pericoli. Ma non si può dare per risolto il problema inneggiando – senza alcun realismo – alle società pluri-etniche o a un facile incontro fra la religione cristiana e quella islamica, solo perché sono religioni monoteiste. Troppi secoli di storia le separano.

Il solo pluralismo possibile è quello “ragionevole” di Rawls, perché, dove c’è frattura sui valori ultimi, appare soltanto una irrazionalità aggressiva. Il pluralismo può darsi solo all’interno di una cultura condivisa, che abbia alcuni valori comuni, soprattutto quello della tolleranza».

[brano tratto da: Nicola Matteucci, Lo Stato moderno. Lessico e percorsi, il Mulino, Bologna, 1997, pp. 344-345]

NOTE

1 Cfr. M. Teodori, Nicola Matteucci. Il liberale scomodo, Luiss University Press-Rai Eri, Roma, 2007.

[2] N. Matteucci, Lo Stato moderno. Lessico e percorsi, il Mulino, Bologna, 1997.

[3] Cfr. K. Lorenz, L’aggressività, intr. e postf. di G. Celli, tr. it. di E. Bolla, Il Saggiatore, Milano, 1994; Id., Gli otto peccati capitali della nostra civiltà, tr. it. di L. Biocca Marghieri e L. Fazio Lindner, Adelphi, Milano, 1991.

[4] Cfr. J. Rawls, Liberalismo politico, a c. di S. Veca, tr. it. di G. Rigamonti, Edizioni di Comunità, Milano, 1994.

[5] Cfr. A. Sen, Identità e violenza, tr. it. di F. Galimberti, Laterza, Roma-Bari, 2006.

[6] Cfr. G. Sartori, Pluralismo multiculturalismo e estranei. Saggio sulla società multietnica, Nuova edizione aggiornata, Milano, Rizzoli, 2002, p. 117 e sgg.

[7] A. Sen, op. cit., p. 160.

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