0.1 – La rappresentazione mitopoietica della Grande guerra nel Dizionario di politica (1940)

Professore di Storia moderna

Nato nel 1982, nel 2012 ha concluso il Dottorato di ricerca in Storia e letteratura dell’età moderna e contemporanea (XXIII ciclo) presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, discutendo una tesi dal titolo Il fascismo, i culti a-cattolici e le religioni dell’Oriente nelle riviste del regime (1922-1943). Dal 2008 al 2013 ha collaborato con varie cattedre dell’Università degli Studi eCampus. Dal 2013 insegna Storia moderna presso l’Università degli Studi eCampus.

La rappresentazione mitopoietica della Grande guerra nel Dizionario di politica (1940).
Primi elementi per una filosofia della storia del fascismo italiano

Allo studioso di storia contemporanea che desidera svolgere una disamina critica dell’ideologia fascista, essa appare difficilmente come un complesso monolitico e organico di concezioni e tendenze ideali[1]. All’analisi attenta, infatti, l’ideologia fascista si qualifica piuttosto come un insieme disarmonico di componenti nelle cui linee di sviluppo si può identificare in controluce un legame genetico con le vicende politiche, economiche e sociali che l’Italia stava attraversando nel periodo compreso tra le due guerre mondiali. L’ideologia fascista appare dunque come un prodotto del clima italiano del primo dopoguerra, nel quale le difficoltà della riconversione industriale, le tensioni causate dal reinserimento dei reduci nella società e la crescente, nonché irreversibile, politicizzazione delle masse avevano prodotto le condizioni per l’affermarsi in Italia del movimento dei Fasci italiani di combattimento[2].

Il movimento creato da Mussolini con l’adunata di Piazza San Sepolcro a Milano il 23 marzo 1919 si presentava come il punto emergente di tutte le tensioni ideali che si erano accumulate durante gli anni del conflitto mondiale e non faceva mistero della sua volontà di dare vita a un nuovo corso politico. Si trattava dunque di un fenomeno strettamente contingente – come rilevato anche da De Felice[3] – che tuttavia, per definire la propria fisionomia politica ed evitare il pericolo di inserirsi come un corpo estraneo nella vita del Paese, avvertì presto la necessità di procedere all’elaborazione di un patrimonio ideale ben definito, ovvero di un’ideologia che inglobasse, fondendole armonicamente, tutte le spinte ideali che si erano manifestate durante la Grande guerra e, ancora prima, nelle esperienze rappresentate dal nazionalismo e dall’interventismo.

La consapevolezza di tale esigenza, avvertibile fin dalle prime esternazioni teoriche fasciste, ridimensiona l’aspetto contingente del fenomeno fascista e trasmette invece l’impressione di una realtà all’interno della quale, seppur in modo indefinito, fin dalle origini era presente la volontà di stabilire una connessione con il flusso generale della storia nazionale. Tale compito, nell’economia di un fenomeno che aspirava da subito a farsi regime, avrebbe dovuto essere svolto dall’elaborazione ideologica. Il possesso di un’ideologia definita avrebbe infatti consentito al fascismo nascente di raggiungere due obiettivi: in primo luogo opporre una propria chiara visione della vita a quella manifestata dai fenomeni politici concorrenti, come il socialismo, in secondo luogo dimostrare la propria discendenza dalla storia d’Italia antecedente e quindi legittimare la propria aspirazione al governo del Paese non solo sulla base di giustificazioni di ordine funzionale, o dell’esercizio della forza, ma anche sulla scorta di un’effettiva connessione tra il fascismo e altri fenomeni ideali precedenti. L’ideologia fascista andava quindi definita ‘nel tempo’, ovvero modellandosi sulle spinte che si evidenziavano nella situazione italiana contingente, ma anche ‘in riferimento’ alla dimensione temporale, ovvero collocando il fascismo all’interno della storia d’Italia. Si trattava di indirizzi che richiedevano l’elaborazione di una specifica filosofia della storia, il cui studio può illuminare aspetti del fenomeno fascista che risultano ancora celati in un cono d’ombra.

Se, infatti, lo studio dell’ideologia fascista ha ormai focalizzato i suoi elementi fondamentali, alcuni dei suoi aspetti di ordine più ‘ideale’ – ovvero relativi alla presenza di uno specifico ‘pensiero fascista’ che, ricorrendo al suggestivo linguaggio dell’idealismo gentiliano, si «disvelava nel tempo» – rimangono ancora virtualmente inesplorati. È il caso, ad esempio, del modo in cui il fascismo italiano interpretava la storia della Nazione in cui si era sviluppato e la sua posizione all’interno di essa. Nello studio dell’ideologia fascista sussiste dunque l’opportunità, ma anche la necessità, di procedere a una ricostruzione complessiva della filosofia della storia del regime, che è solo stata adombrata in molte delle ricognizioni svolte sull’ideologia fascista e che potrebbe invece fornire nuove chiavi di lettura sul fenomeno del fascismo italiano.

La ricostruzione della filosofia della storia fascista presenta aspetti problematici che si pongono a più livelli. In primo luogo essa richiede una premessa concettuale che assume per certi aspetti i connotati di un ‘patto ermeneutico’, una prospettiva vincolata senza la quale non è possibile procedere all’esame della filosofia della storia fascista. Tale premessa risiede nella valutazione del fascismo italiano come un fenomeno senza dubbio contingente, ma nelle cui esternazioni concettuali è possibile rintracciare la volontà di superare i confini angusti della contingenza, ovvero una vocazione allo sviluppo di un pensiero politico nuovo e complessivo, propriamente totalitario nella sua capacità di considerare tutti gli aspetti dell’esperienza umana.

In secondo luogo è necessario riconoscere che la visione storica del fascismo – e quindi la filosofia della storia a essa sottesa – poggiava su di un meccanismo interpretativo di tipo prospettico nell’ambito del quale il fascismo si poneva come il ‘punto mediano’ di un ideale continuum e rivendicava la propria capacità tanto di interpretare il passato, quanto di forgiare il futuro. È dunque rilevabile nell’ideologia fascista una specifica modalità di leggere il passato e un altrettanto specifica modalità di preconizzare il futuro, tratti che possono senz’altro essere ricondotti a una peculiare filosofia della storia, che proprio nella loro sussistenza rivela la sua esistenza.

Da ultimo è necessario ammettere, nel contesto del ‘patto ermeneutico’ sopra accennato, che il fascismo abbia sviluppato la propria filosofia della storia in modo progressivo e simultaneamente allo svolgimento di un discorso politico spesso frammentato e confuso. Ne consegue che la sua filosofia della storia non può essere affrontata come se costituisse un aspetto compatto e organico dell’ideologia fascista, ma piuttosto deve essere ricostruita per frammenti e riconosciuta come un complesso ideale che risulta sotteso a molte altre componenti dell’ideologia fascista, informando di sé tutta l’azione del regime.

Considerato il carattere sfuggente della filosofia della storia fascista e la mancanza di precedenti ricognizioni sul tema è opportuno riconoscere che la sua disamina può solo essere tentata a partire dalla messa a fuoco dei suoi aspetti più salienti; è questa la ragione che induce a sottotitolare questo contributo Primi elementi per una filosofia della storia del fascismo italiano e ad assumere quale punto iniziale dell’indagine la rappresentazione mitopoietica della Grande guerra.

Un problema iniziale che si delinea nella ricostruzione della filosofia della storia fascista è infatti connesso alla difficoltà di identificare un punto d’accesso per avviarne la disamina e la Grande guerra, che il fascismo considerò sempre come l’avvenimento che aveva prodotto la rivoluzione spirituale di cui si riconosceva figlio, si evidenzia come un fenomeno chiave, data anche la sua persistenza nei vari passaggi della costruzione ideologica prima del fascismo come movimento e poi del fascismo come regime. Il fascismo, infatti, non rinunciò mai all’idea che il conflitto mondiale avesse rappresentato un’esperienza ‘politicamente trasformativa’; esso aveva rivelato al popolo italiano il suo reale peso politico e gli aveva dato la consapevolezza di poter e dover svolgere un ruolo di primo piano nella conduzione politica del Paese, superando gli elitari schemi politici del liberalismo, ormai frusti. Da una simile spinta ideale il fascismo aveva preso le mosse e conquistato lo Stato con la Marcia su Roma, portando così a pieno compimento la rivoluzione iniziata dal conflitto.

Un secondo problema è relativo alla difficoltà di individuare fonti idonee per analizzare la filosofia della storia del fascismo considerato il suo carattere sfuggente, la sua fisionomia frastagliata, la compresenza in essa di tendenze ideali autonome e spesso divergenti, nonché il suo percorso di elaborazione attraverso spazi di discussione che variavano dalle pubblicazioni a marcato carattere propagandistico alle grandi codificazioni ideologiche ufficiali quali l’«Enciclopedia italiana» e il «Dizionario di politica», edito dal Partito nazionale fascista nel 1940. Proprio l’«Enciclopedia» e il «Dizionario» possono essere adottati quali punti di osservazione privilegiati attraverso i quali ricostruire i lineamenti della filosofia della storia fascista: nel volume XIV dell’«Enciclopedia», edito nel 1932, venne infatti pubblicata la voce Fascismo[4], firmata dallo stesso Mussolini (con la consulenza filosofica di Giovanni Gentile) e dallo storico Gioacchino Volpe, mentre il «Dizionario» formalizzò definitivamente i concetti portanti dell’ideologia del regime[5]. Nonostante la loro organicità dottrinaria a tratti problematica, entrambe le pubblicazioni costituiscono fonti ideali per indagare il particolare rapporto del fascismo con il passato, il presente e il futuro. Il «Dizionario», in particolare, per via della sua tardiva pubblicazione, del suo lungo e travagliato periodo di gestazione e della sua impronta strettamente politica, appare come la sede in cui è possibile ritrovare la rappresentazione più sistematica della filosofia della storia fascista.

Muovendo dalle premesse che sono state esposte, la ricostruzione dei lineamenti della filosofia della storia fascista si connota come un obiettivo difficile che non può essere realizzato in un’unica fase, richiedendo piuttosto un’articolazione progressiva. È infatti opportuno prendere le mosse dall’identificazione di un tema storico chiave (il punto d’accesso a cui si è accennato) e proseguire poi con la messa a fuoco dei suoi legami con altri aspetti dell’ideologia fascista, terminando poi con l’identificazione di alcuni concetti fondanti della filosofia della storia fascista. Si può obiettare che tale filosofia della storia risulta apparire in fondo come un artefatto costruito dalla mente dello studioso di storia contemporanea, che crede di poter identificare, all’interno dell’ideologia fascista, i lineamenti di un pensiero sulla storia che in realtà non è mai esistito in modo proprio. Alla potenziale obiezione è sufficiente rispondere rilevando come il «Dizionario» del 1940 – come già detto, opera di impronta squisitamente politica – accogliesse diverse voci pertinenti al campo semantico della filosofia della storia. Voci quali Determinismo, Materialismo storico, Mito, Progresso e ovviamente Storia, per non dire della voce Spengler Oswald, rivelano infatti la volontà di trascendere l’oggettività della storia per suggerirne un’interpretazione in chiave politica che avrebbe potuto integrarla pienamente all’interno del patrimonio ideologico fascista.

Nella prospettiva di questo contributo si è scelto di concentrare l’attenzione su alcune voci del «Dizionario» che in modo diretto o tangenziale si riferiscono alla Grande guerra, considerata come l’evento-matrice che aveva generato le premesse per l’avvento del fascismo. All’interno del «Dizionario», con specifico riferimento al primo conflitto mondiale, si posso infatti identificare voci che risultano dotate di una valenza strettamente storiografica – ad esempio Altipiani (Azioni di guerra sugli), Arditismo, Carso, Grappa, Guerra mondiale, Interventismo, Irredentismo, Isonzo, Piave, Triplice Alleanza, Triplice Intesa, Versaglia (Trattato di), Villa Giusti (Armistizio di) e Vittorio Veneto – ma non è là che è possibile ritrovare i lineamenti fondamentali della filosofia della storia fascista, dal momento che esse si esauriscono in una presentazione ragionevolmente acritica dei fatti storici, per quanto caratterizzata dall’usuale magniloquenza del regime. Altre voci risultano assai più significative: Gerarchia, Guerra, Dopoguerra, Marcia su Roma, Rivoluzione fascista e soprattutto Fascismo, quest’ultima una riedizione dell’omonima voce enciclopedica del 1932, dal momento che evidenziano lo sforzo compiuto dal fascismo per illustrare la propria traiettoria storico-politica.

Se il percorso di riflessione proposto in questo contributo risulta articolarsi in due stadi – ovvero, come già detto, l’indagine sulla rappresentazione mitopoietica della Grande guerra e la ricostruzione dei lineamenti fondamentali della filosofia della storia fascista – è opportuno rilevare come il primo tema possa essere ulteriormente segmentato in tre diversi ambiti: in primo luogo una riflessione generale sulla guerra come fenomeno storico, politico e umano; in secondo luogo l’interpretazione della Grande guerra come evento dotato di un significato storico particolare e come presupposto del fascismo; da ultimo la riflessione sul dopoguerra e l’illustrazione delle dinamiche che hanno prodotto il fascismo.

La riflessione sul fenomeno storico, politico e umano rappresentato dalla guerra rivela delle forti implicazioni a livello di filosofia della storia dal momento che, analizzando trasversalmente alcune voci del «Dizionario» del 1940, si può cogliere in esse tanto la volontà di definire il ruolo nella storia del fenomeno rappresentato dalla guerra, quanto la volontà di esplicare una sua particolare interpretazione in chiave fascista. Nell’articolata voce Guerra, all’interno della sezione Aspetti storici ed etici, il giurista Antonino Pagliaro si rifaceva alle parole di Mussolini che, in un discorso sulla situazione internazionale tenuto alla Camera dei fasci e delle corporazioni nel 1934, aveva esposto alla Nazione il pericolo di una nuova conflagrazione bellica mondiale, risvegliando gli spiriti ingannati dai falsi miraggi di pacifismo che nel primo dopoguerra si erano irradiati da numerose correnti politiche e intellettuali in conseguenza dell’orrore generato dal conflitto mondiale. Nel definire il fenomeno guerra da una prospettiva teorica, Mussolini aveva creato un retroterra ermeneutico che confermava la proposta di lettura – in realtà già presente nello spazio semiotico fascista fin dal 1919 – secondo cui il fascismo poteva rivendicare una filiazione diretta dalla Grande guerra, che gli appariva come la più recente e magnifica manifestazione di una dinamica costante nella storia dell’uomo:

La storia ci dice che la guerra è il fenomeno che accompagna lo sviluppo dell’umanità. Forse è il destino tragico che pesa sull’uomo. La guerra sta all’uomo come la maternità alla donna. Proudhon diceva: la guerra è di origine divina. Eraclito, il malinconico d’Efeso, trova la guerra alle origini di tutte le cose […]. Io non credo alla pace perpetua, non solo, ma la ritengo deprimente e negatrice delle virtù fondamentali dell’uomo che solo nello sforzo cruento si rivelano alla piena luce del sole [6].

Definendo la guerra come un fenomeno connaturato all’esperienza umana e vitale, in quanto sempre produttore di un nuovo ordine, Mussolini si spingeva ben oltre la retorica e manifestava una concezione di filosofia della storia in cui il fascismo aveva il diritto di identificare nella Grande guerra il proprio mito fondativo, il proprio momento tragico nascente.

Sulla scia di Mussolini, ancora Pagliaro, nella sezione L’azione storica del fascismo della voce Fascismo presente del «Dizionario», identificava nella guerra mondiale non solo il precedente storico del fascismo, ma anche il presupposto essenziale della dottrina e dell’azione politica esplicate dal regime:

La guerra che mette i popoli di fronte alla suprema alternativa della vita e della morte costituisce la prova del fuoco della loro potenza spirituale e morale: essa è la grande discriminante nella formazione delle gerarchie fra le Nazioni. Dal punto di vista umano, essa ha grande valore formativo, in quanto induce l’individuo a obbedire come soldato alla legge della sua continuità e a vincere se stesso, i propri istinti, per divenire una forza, pura come una lama, al servizio della propria Nazione. Riconosciuto il valore ideale ed umano della guerra, il fascismo non la cerca, ma non la teme. Tutta l’azione storica del fascismo è imperniata su questa serenità virile di fronte al fatto guerra [7].

Emergeva, nelle parole di Pagliaro, il concetto di gerarchia che, elevato su di un piano universale, costituì uno dei lineamenti più significativi e originali della filosofia della storia fascista. Come per Mussolini, anche per Pagliaro la sussistenza del fenomeno guerra nella storia era ritenuto un dato incontrovertibile; esso rappresentava il motore dello sviluppo delle Nazioni e dell’umanità intera, che nel confronto sanguinoso tra le genti trovava un supremo momento formativo e l’occasione per verificare le proprie virtù, in primo luogo la volontà. Una simile concezione universale del fenomeno guerra era del resto espressa anche dallo stesso Mussolini nella sezione Dottrina politica e sociale della medesima voce:

Anzitutto il fascismo, per quanto riguarda, in generale, l’avvenire e lo sviluppo dell’umanità, e a parte ogni considerazione di politica attuale, non crede alla possibilità né all’utilità della pace perpetua. Respinge quindi il pacifismo che nasconde una rinuncia alla lotta e una viltà di fronte al sacrificio. Solo la guerra porta al massimo di tensione tutte le energie umane e imprime un sigillo di nobiltà ai popoli che hanno la virtù di affrontarla. Tutte le altre prove sono dei sostituti, che non pongono mai l’uomo di fronte a se stesso, nell’alternativa della vita e della morte [8].

La riflessione di Mussolini aveva accenti universalizzanti, e si potrebbe dire trascendenti, ma l’ovvio precedente storico a cui egli si richiamava era rappresentato dalla Grande guerra, che realmente appariva al fascismo come la prova definitiva dello sviluppo nazionale italiano. Il racconto della Grande guerra svolto dal regime si qualificava come improntato a una mitopoiesi che raggiungeva vette di lirismo nell’affermazione del significato storico del conflitto, nella sua definizione di avvenimento trasformativo e nella sua identificazione quale presupposto storico e morale del fascismo.

Nella narrazione fascista del conflitto mondiale particolarmente saliente risulta la già menzionata voce Rivoluzione fascista del «Dizionario», che aveva il duplice scopo di definire il fascismo come un fenomeno rivoluzionario e di ricollegarlo alla storia d’Italia precedente. L’autore della voce, il giurista e politologo Carlo Curcio, evidenziava il carattere ineluttabile del conflitto, una strategia che di per sé già si inscriveva all’interno di una precisa filosofia della storia nella quale le vicissitudini attraversate dalla Nazione dal Risorgimento al Novecento si collocavano in una perfetta continuità:

E venne il 1914. Allora il dramma che aveva covato sotto le ceneri e del quale s’erano intravisti soltanto pochi atteggiamenti, esplose. L’eredità del Risorgimento, che agli occhi dei più si credeva liquidata, si rivelò invece tutta spiegata come un complesso di conti da liquidare, poiché, anzi, s’erano venute ingrossando molte di quelle passività che il 1870 aveva lasciato e che le generazioni del primo periodo unitario avevano invano tentato di misconoscere o di scordare [9].

Il conflitto mondiale rappresentava una logica e morale prosecuzione della storia precedente e si connotava altresì come il completamento del processo di costruzione di una coscienza nazionale e di rivendicazione di un’autoctona grandezza iniziato con il Risorgimento. Il racconto mitopoietico della guerra svolto da Curcio comprendeva tutti i passaggi salienti del conflitto e manifestava una costante attenzione non soltanto per l’ambito politico-militare, quanto alla sfera spirituale ed emotiva, nel tentativo di fondare su solide basi un’interpretazione trasformativa della Grande guerra:

E infine la dichiarazione di guerra. Gran commozione, un’altra Italia pareva che fosse sorta ed era in realtà sorta. Il 5 giugno l’esercito passava l’Isonzo; e poi mesi di lotte durissime al fronte, ove un potente esercito s’opponeva all’eroismo italiano; e sempre più intensa azione di resistenza anche nel Paese, che la guerra aveva trasformato con la necessaria disciplina. […] E venne Caporetto, che se fu immediatamente causato da fattori strategici e militari non fu da meno preparato dalla propaganda sovversiva, che, per altro, tentò largamente di sfruttare quell’insuccesso, al fronte ed all’interno. Ma come sempre nelle grandi ore storiche d’Italia, la Nazione nel suo insieme migliore reagì. […] E la guerra parve finita […]. Ma molte cose la guerra aveva trasformato; nello spirito, negli ideali, nella struttura stessa del Paese [10].

Nel tentativo di istituire una connessione ideale forte tra la Grande guerra e il periodo a essa immediatamente successivo, all’interno della voce Dopoguerra, ancora Curcio svolgeva una riflessione sul significato storico del conflitto e coglieva l’occasione per riconfermare il principio secondo cui la guerra costituiva il motore della storia:

La vecchia civiltà aveva, forse, bisogna di una grande guerra per rinnovarsi; com’è spesso avvenuto nella storia umana, che ha visto succedersi epoche diverse, attraverso periodi di crisi e di disfacimento, i quali, per virtù degli uomini, hanno dato luogo a tempi luminosi ed a civiltà splendenti o, per debolezza degli uomini, hanno dato luogo a tempi di decadenza e di civiltà inferiori [11].

L’importanza storica, politica e morale della Grande guerra non discendeva tuttavia unicamente dal suo ricollegarsi al principio storico generale secondo cui le civiltà incontravano nelle guerre dei momenti imprescindibili di verifica, ma anche dal suo già ricordato valore di esperienza politicamente trasformativa. Da un lato il conflitto aveva infatti rivelato alle masse il loro peso politico, dall’altro lato aveva reso evidenti i limiti della democrazia rappresentativa di matrice liberale e aveva posto le premesse per il suo superamento da parte di nuove forme politiche più dirette e quindi più realmente democratiche. Nella lotta belluina che la guerra aveva richiesto le masse avevano per la prima volta ‘sentito’ lo Stato come una realtà viva della quale esse stesse erano parte, ma al contempo avevano percepito che la democrazia liberale era giunta al proprio tramonto; si profilava dunque all’orizzonte una nuova era non solo politica, ma anche psicologica e spirituale, della quale Curcio – nella voce Rivoluzione fascista – attribuiva a Mussolini soldato la preconizzazione: «Non c’era più posto per gli uomini ed i partiti di ieri. La guerra aveva cangiato interessi ed ideali. Le masse cercavano un punto di convergenza nel quale potessero riconoscersi. Ma dov’era quel punto?»[12].

Nella ricostruzione di Curcio, Mussolini, fin dai roventi scontri per la neutralità o l’intervento aveva presentito il cambiamento politico e spirituale che si andava delineando, non grazie al possesso di facoltà magiche o profetiche, ma grazie all’«acutissima osservazione della storia vivente, fatta con animo virile e con coscienza d’italiano nuovo»[13]. Mussolini sentiva che la storia italiana dal Risorgimento in poi, nonostante le esitazioni e le storture del liberalismo, additava una nuova Italia; questa, «già apparsa [nel suo pensiero] nel 1914 e nel 1915 più che come un sogno, come una esigenza storica che gli italiani dovevano realizzare; […] si rivelava a Mussolini certa, fatale nel novembre del 1918»[14]. Il futuro duce aveva compreso che la guerra, «ancorché vinta, stava per essere perduta; che la Nazione correva pericoli», ecco perché – in alcuni articoli del novembre 1918 – aveva fatto appello agli arditi, autentica nuova aristocrazia emersa dalla guerra, per creare una «Costituente dell’interventismo» che avrebbe dovuto produrre «l’antipartito dei realizzatori». Chiosava Curcio «qui c’è già tutto il fascismo, come programma e come tattica rivoluzionaria»[15].

Nella voce Aspetti storici ed etici della già menzionata voce Guerra del «Dizionario», Pagliaro proseguiva la riflessione sulla connotazione trasformativa del conflitto mondiale e del fenomeno guerra in genere riconnettendo al processo molare prodotto dalla fatica della battaglia e dal sangue versato nelle trincee il nuovo clima politico che si era instaurato in Italia nel primissimo dopoguerra, dimostrando così di leggere ancora una volta l’origine del fascismo nel quadro di una visione complessiva di filosofia della storia:

La guerra è precedente storico e al tempo stesso presupposto dottrinario del fascismo. La guerra mondiale che fu guerra totalitaria di popoli ha dato anche al più diseredato dei membri della società nazionale il senso della sua dignità nell’atto che l’ha armato soldato. Il fante delle trincee ha realizzato in sé l’ideale mazziniano dell’obbedienza alla suprema legge del dovere quando teso nell’ansia della vittoria ha soffocato la sorda voce dell’istinto che gli parlava nel petto; al tempo stesso ha sentito di servire se stesso, la sua affermazione individuale, poiché, nonostante la partecipazione in grandi masse alle azioni di guerra, ognuno ha in ogni momento la sensazione di un valore, come di un destino suo proprio. È appunto dalla guerra che le grandi masse hanno tratto, per dir così, la individuale coscienza del loro apporto alla vita della collettività e il desiderio di partecipare sempre più pienamente ad essa con una più intensa adesione alla vita dello Stato [16].

Nella sezione L’azione storica del fascismo della voce Fascismo, Pagliaro evidenziava come gli scontri sul Carso, sugli Altipiani, sul Piave e sul Grappa fossero avessero costituito un’«ottima scuola» e come gli italiani si fossero rivelati «buoni allievi», acquisendo una disciplina e un’unità d’intenti prima sconosciute, giungendo al punto di descrivere la débâcle di Caporetto come «una esperienza che ci voleva, come ci vuole per il buon lottatore la frustata delle spalle sul terreno»[17].

In realtà, all’interno della mitopoiesi fascista, la Grande guerra era interpretata come doppiamente rivoluzionaria per l’Italia perché da un lato «portò tutta la massa del popolo in contatto di una dura necessità storica e le diede il senso della sua compattezza»[18] e dall’altro lato, «nonostante la partecipazione di grandi masse alla lotta, dimostrò il valore dell’individuo, la funzione insostituibile dell’azione individuale, audace, eccezionale»[19]. Si affiancava così all’idea di una trasformazione antropologica degli italiani in quanto popolo l’idea dell’emersione di un principio ‘individuale’ che aveva natura intrinsecamente etica. La trasformazione indotta dalla guerra aveva dunque schiuso le porte alla rivoluzione fascista, segnata dall’avvento di una nuova consapevolezza del valore individuale del cittadino-milite:

L’uomo che usciva dalla guerra portava a casa nel meschino pacco vestiario un abito che ad indossarlo gli doveva dare un senso di fastidio e di amarezza. Durante quattro anni egli aveva indossato un’uniforme che, o frusta e impastata dal fango dei lunghi turni in trincea, o lustrata alla men peggio e attillata a fuori ordinanza in retrovia, gli si era comunque attaccata all’anima. Non c’è cosa che aderisca all’anima di un uomo per tutta la vita, quanto la divisa del soldato: chi l’ha portata in guerra, si agghindi quanto voglia di panni borghesi, rimane perennemente insaccato dentro di essa: ora cilicio, ora insegna di una nobiltà e di un orgoglio interno che ti fa riconoscere fra mille [20].

La trasformazione antropologica prodotta dal conflitto non si era realizzata tuttavia in modo istantaneo, ma aveva richiesto un’importante fase di gestazione che nella filosofia della storia fascista era indicata nel primo dopoguerra. All’interno del «Dizionario di politica», nella voce Dopoguerra, Curcio si occupava di fornire un’interpretazione storico-filosofica di quell’importante momento di transizione, rivendicandone il significato politico-morale ed evidenziando le specificità che lo distinguevano da altri fenomeni simili. A suo parere la storia, «essendo storia prevalentemente di guerre o comunque di conflitti umani»[21], presentava frequentemente il fenomeno del dopoguerra, fase nella quale prendevano forma nuovi assetti politici e spirituali che potevano dare luogo a nuovi corsi nella vita delle grandi civiltà. Il conflitto mondiale svoltosi tra il 1914 e il 1918 non sfuggiva a tale legge storica ineluttabile, qualificandosi come un’«immensa, dura e profonda conflagrazione di ideali, di interessi, di uomini»[22], e aveva aperto la strada a un dopoguerra in cui il mutamento politico, sociale e spirituale era avvenuto con «aspetti e significati imponenti e caratteristici»[23].

Uno dei fattori che maggiormente qualificavano il primo dopoguerra era riconosciuto da Curcio, nella voce Rivoluzione fascista presente nel «Dizionario», nelle molteplici interpretazioni del conflitto che si erano levate dalle varie forze politiche e sociali presenti nel Paese. Tra le tante, l’interpretazione pacifista aveva riscosso un notevole successo: «La guerra ben presto apparve a molti un errore, oltreché un orrore, non ancora del tutto scontato. Serpeggiò un po’ dovunque l’allucinante idea che di guerre non ve ne dovessero essere mai più»[24]. Si trattava della negazione di un principio storico fondamentale e ineluttabile – la persistenza della guerra come momento di verifica delle civiltà – che apriva la strada al diffondersi di una dannosa democrazia egualitaria e degli ideali wilsoniani. In un simile clima, il liberalismo declinante aveva ripreso vigore e insinuato nella società e nella politica italiane la convinzione che la Nazione avesse ottenuto dalla guerra guadagni territoriali sufficienti. Le potenze europee riunite a Versailles sfruttarono tale convincimento e da qui germogliò la Vittoria mutilata, altro concetto cardine della filosofia della storia fascista e idea-forza che i reduci avevano metabolizzato con sconvolgente rapidità.

Nell’interpretazione elaborata da Curcio e ufficializzata dal «Dizionario di politica», tuttavia, l’impatto trasformativo della Grande guerra era valutato come troppo profondo perché la malafede delle potenze europee potesse vincere il nuovo spirito italiano che si era formato nella lotta e infatti la parte migliore del popolo italiano, costituita dagli arditi e dai reduci, aveva percepito il pericolo derivante dall’estinguersi dello slancio e della disciplina caratteristici del tempo di guerra e aveva manifestato l’intenzione di portare a pieno compimento la nuova fase dell’evoluzione nazionale iniziata dal conflitto. Lo stesso Mussolini, del resto, aveva riconosciuto il dopoguerra come l’apertura di nuova era e fin dall’adunata di piazza San Sepolcro, prendendo coscienza dell’irreversibile crisi politica del liberalismo, aveva invocato la «successione del regime»: «Aperta la successione del regime [liberale] noi non dobbiamo essere degli imbelli. Dobbiamo correre; se il regime sarà superato saremo noi che dovremo occupare il suo posto. Il diritto di successione ci viene perché spingemmo il paese alla guerra e lo conducemmo alla vittoria»[25].

Eppure il dopoguerra, età di transizione, era stata anche stagione di acute sofferenze. La Nazione uscita dal conflitto, alle soglie di una nuova età di progresso civile e di grandezza, appariva infatti preda di una profonda crisi non solo politica, ma anche e soprattutto spirituale: il relativismo dilagava in ogni ambito della vita intellettuale, la religione era negata e ignorata, «la parola d’ordine pareva fosse questa: che v’importa del domani? L’orgia va consumata tutta quanta oggi! L’etica della disperazione non conosceva vie di mezzo: o l’avarizia o la dissipazione. Non si credeva a nulla», nelle suggestive parole di Curcio[26]. Le masse, «riconosciutesi durante la guerra», sperimentavano in modo problematico la ridefinizione radicale della propria condizione sociale e di fronte a quel processo i fenomeni politici tradizionali latitavano, incapaci di offrire un indirizzo e di rinnovarsi sulla spinta delle necessità storiche. Come narrato ancora da Curcio nella voce Dopoguerra, tuttavia, «forze politiche nuove sorgevano […] dovunque: forze che si richiamavano ad ideali di ordine e di disciplina all’interno; ad ideali di stabile riassetto all’esterno»[27] e tra di esse si stagliava il fascismo italiano,

un movimento nuovo, guidato da un Capo, che conosceva a fondo gl’italiani, che aveva fortemente vissuto la lotta politica e la guerra, e che aveva una visione limpida, profetica della realtà sociale, politica, economica: Mussolini. Il quale comprese subito esser la crisi del dopoguerra una crisi che corrodeva l’impalcatura stessa della civiltà del secolo precedente […]. Nel caos della lotta disperata, dal groviglio delle ideologie distruttive e imbelli, il fascismo sorgeva, all’inizio stesso del dopoguerra, come un movimento di ricostruzione nazionale (e non solo nazionale) degli istituti, degli ideali, dei valori sommi della vita, della società, dello Stato [28].

Ancora nel 1940, ovvero al momento della pubblicazione del «Dizionario di politica» da parte del Partito nazionale fascista, il dopoguerra non era ritenuto da Curcio un fenomeno «liquidato»: sotto l’azione del fascismo e di altri movimenti politici dai medesimi orientamenti si profilava infatti all’orizzonte una nuova epoca di trasformazione segnata da un nuovo conflitto europeo. Nonostante le gravi incognite che il futuro presentava, la rivoluzione spirituale iniziata dal fascismo italiano nel primo dopoguerra era quindi ancora in atto e anzi non aveva ancora dato i suoi frutti migliori. Passato, presente e futuro erano così racchiusi in un pensiero complessivo che, lungi dall’avere il carattere limitato di una narrazione della Grande guerra e delle sue conseguenze, assumeva i connotati di un’autentica filosofia della storia.

Se l’analisi della rappresentazione mitopoietica della Grande guerra costituisce un punto di accesso ideale da cui addentrarsi nella concezione fascista della storia, importanti concetti riconducibili al campo semantico della filosofia della storia possono essere individuati anche nello sforzo che l’ideologia fascista compiva per collocare il conflitto mondiale e lo stesso fascismo in un continuum, una prospettiva storico-politico-filosofia di più lungo periodo, che apriva la strada al tema del «precursorismo». Nel momento in cui – nella sezione L’azione storica del fascismo della voce Fascismo del «Dizionario» – Pagliaro evidenziava come risultasse facile «a chi ne abbia voglia, trovare per il fascismo, se non veri e propri precursori, elementi di precursorismo»[29], non si limitava a suggerire un inquadramento armonico del fascismo nella realtà storico-politica italiana, ma tracciava un importante coordinata di filosofia della storia che rivelava la volontà di interpretare le vicende storiche italiane in una sostanziale continuità non solo politica, ma anche e soprattutto spirituale. La medesima prospettiva era applicata da Curcio alla connessione tra Grande guerra e Risorgimento nella voce Rivoluzione fascista:

La rivoluzione senza dubbio innova, segna l’inizio di un tempo diverso, ma, come sempre è avvenuto, si riporta a taluni caratteri inalterabili della Nazione, che proprio per questa sua costante vitalità e perennità è davvero Nazione e grande Nazione. Così il Risorgimento è un tempo, un’età precisata nella storia d’Italia; ma le sue radici stanno assai più in là di alcune vicende che pareva dovessero delimitarlo ai primo del secolo scorso; e s’affondano nel Settecento; e forse anche più in là, quasi nelle prime enunciazioni stesse di Nazione, patria, Italia. E lo stesso può dirsi per gli altri periodi o tempi della storia italiana; la quale le rivoluzioni, pur essendo tali, e talvolta vigorose ed annunziatrici di vere civiltà nuove, non scolorano, non alterano nella sua unità, anzi questa unità accrescono e perfezionano [30].

Era quindi possibile tracciare un’ideale linea di connessione tra i fermenti del Risorgimento, l’interventismo che precedette l’ingresso italiano nel primo conflitto mondiale, la Grande guerra e alcuni dei più significativi avvenimenti del dopoguerra, come l’impresa dannunziana di Fiume, fino alla Marcia su Roma. Una simile proposta di lettura era suggerita ad esempio da Mario Martignetti proprio nella voce Marcia su Roma del «Dizionario»: «Il 28 ottobre 1922 […] rappresenta la soluzione della crisi politica italiana, che ripeteva le sue origini dalle stesse cause che già avevano fatto insorgere gli interventisti e guidato D’Annunzio a Fiume»[31]. Una continuità spirituale animava dunque la storia italiana dal Risorgimento alla presa di potere del fascismo; dal seno della Nazione era quindi scaturita a più riprese una ‘nuova italianità’ pronta a scelte politiche e morali impegnative per rendere più grandi i destini della patria e pronta, soprattutto, a effondere il proprio sangue nella prova della guerra per garantire all’Italia il proprio diritto all’esistenza nazionale e alla grandezza. Proprio il fenomeno guerra, come già detto, costituiva l’anello di connessione tra diversi fenomeni storico-politici, ecco perché – nella voce Rivoluzione fascista del «Dizionario» – Curcio ricordava le parole con cui Mussolini si era presentato al re Vittorio Emanuele III all’atto della Marcia su Roma: «Porto a vostra maestà […] l’Italia di Vittorio Veneto, riconsacrata dalla vittoria»[32] e chiosava «il fascismo era al Governo: soprattutto il fascismo prendeva le redini dello Stato, nel nome della vittoria e per i destini della patria»[33].

Il Risorgimento, la stagione dell’interventismo, l’aspra lotta della Grande guerra e l’impresa fiumana costituivano dunque, nella filosofia della storia fascista, i prodromi da cui si era sviluppata la nuova rivoluzione nazionale rappresentata dalla Marcia su Roma e per questo motivo l’era fascista si sviluppava in continuità con la storia italiana precedente, pur evidenziando comunque dei significativi frangenti di novità e quindi degli aspetti peculiari. Nella filosofia della storia fascista si può infatti cogliere una costante preoccupazione, ovvero la ricerca di un bilanciamento tra due concezioni di fatto inconciliabili – il fascismo come prodotto di un continuum oppure come rivoluzione e quindi come inevitabile strappo nei confronti della storia italiana precedente – nel tentativo di evitare un errore concettuale grave che avrebbe potuto vanificare tutto lo sforzo mitopoietico fascista. Ancora Curcio evidenziava questa peculiare dinamica, sempre nella voce Rivoluzione fascista del «Dizionario», nel momento in cui riportava la questione della posizione del fascismo nella storia d’Italia sul piano spirituale:

L’epoca fascista costituisce l’età recentissima della storia d’Italia. In quanto rivoluzione, s’oppone alle età precedenti, dalle quali è sepva della storia d’Italia, da questa stessa storia; come è delle varie epoche nelle quali s’è distinta la vita della Nazione italiana, caratterizzata, nonostante le diverse sue manifestazioni civili e politiche, da uno spirito saldamente unitario, ch’è lo spirito stesso che fa l’Italia Nazione nei secoli e nei millenni. Frattura, dunque, la rivoluzione fascista; ma frattura che, pur distaccando un periodo di storia da un altro precedente è piuttosto una ripresa; reazione a determinate forme di decadenzaarata da una frattura che segna di essa il sorgere; non si distacca, tuttavia, in una valutazione unitaria e complessi [34].

Le «forme di decadenza» a cui Curcio alludeva erano naturalmente costituite dalla democrazia rappresentativa di matrice liberale e dal socialismo: la persistenza dei loro errori rischiava di insterilire la vita spirituale della Nazione, che attendeva invece una rinascita nel segno di quella continuità che tutta la storia italiana dimostrava.

Dopo aver riflettuto sulle modalità con cui si dispiegò la rappresentazione mitopoietica della Grande guerra e sull’oscillazione, manifestata dal fascismo, tra la volontà di evidenziarsi come parte del continuum storico nazionale e la volontà di rivendicare il proprio carattere rivoluzionario è legittimo domandarsi se nella filosofia della storia fascista sia possibile individuare dei lineamenti chiari, ovvero dei concetti chiave ridondanti che il fascismo non solo impiegò nella lettura della storia d’Italia, ma anche nella definizione del suo specifico modo di operare nella realtà politica italiana. Al quesito può essere data una risposta sostanzialmente affermativa, anche se è sempre opportuno ricordare che la filosofia della storia fascista può essere ricostruita solo per frammenti e che di conseguenza i suoi lineamenti possono essere rintracciati con difficoltà persino nelle esternazioni dottrinali ufficiali del regime.

Ancora una volta, il «Dizionario di politica» si evidenzia come una fonte di primaria importanza dal momento che proprio nella voce Fascismo, e particolarmente della sezione Dottrina politica e sociale, veniva illustrato uno dei leitmotiv della filosofia della storia fascista, ovvero la decisa negazione della prospettiva con cui il liberalismo interpretava la storia e il ruolo dell’Italia in essa. Per quanto tale indirizzo si possa ricondurre alla più generale critica fascista del fenomeno liberale, esso risulta particolarmente saliente nell’ottica di questo contributo dal momento che rappresentò il retroterra per lo sviluppo della rappresentazione mitopoietica della Grande guerra e dunque costituì uno dei fondamenti sui quali si elevò l’intero edificio teorico della filosofia della storia fascista. Contestando senza appello l’interpretazione liberale della storia, Mussolini – come già detto autore di quella parte della voce Fascismo – affermava la necessità di interpretare la Grande guerra come il momento della crisi irreversibile del liberalismo e come l’evento dal quale la rivoluzione fascista aveva ottenuto il suo primitivo impeto:

Dal 1870 al 1915, corre il periodo nel quale gli stessi sacerdoti del nuovo credo [il liberalismo] accusano il crepuscolo della loro religione: battuta in breccia dal decadentismo nella letteratura, dall’attivismo nella pratica. Attivismo: cioè nazionalismo, futurismo, fascismo. Il secolo “liberale” dopo aver accumulato un’infinità di nodi gordiani, cerca di scioglierli con l’ecatombe della guerra mondiale. Mai nessuna religione impose così immane sacrificio. Gli dei del liberalismo avevano sete di sangue? […] Il liberalismo sta per chiudere le porte dei suoi templi deserti perché i popoli sentono che il suo agnosticismo nell’economia, il suo indifferentismo nella politica e nella morale condurrebbe, come ha condotto, a sicura rovina gli Stati [35].

Nel pensiero di Mussolini il fascismo seguiva un impulso vitale di rivoluzione, non un nostalgico impulso di reazione, di conseguenza non intendeva ripristinare la situazione politica antecedente al 1789, perché la sua negazione del liberalismo, della democrazia e del socialismo non era una manifestazione di gretto conservatorismo, tuttavia la Grande guerra aveva dimostrato l’impossibile ulteriore sussistenza di quei fenomeni. Il 1789 non si poteva negare – perché, nelle parole dello stesso Mussolini, «non si torna indietro» – tuttavia era possibile e necessario un suo superamento ideale e politico, che avrebbe aperto la strada alla comparsa di nuovi fenomeni, del resto «un partito che governa totalitariamente una Nazione, è un fatto nuovo nella storia. Non sono possibili riferimenti e confronti»[36].

Si delineava dunque una concezione di filosofia della storia fondata sull’idea di un superamento dell’età liberale, e quindi sul principio generale del progresso lineare, anche se tale visione strideva palesemente con il principio di una sostanziale unità della storia d’Italia. Da un lato, dunque, sussisteva nella filosofia della storia fascista il richiamo al principio del progresso, dall’altro lato si evidenziava tuttavia anche un secondo principio – definibile come ‘dell’eterno ritorno’ – che costituiva la base dell’interpretazione unitaria della storia italiana dispiegata dal fascismo. La contraddizione era risolta evidenziando come il movimento politico creato da Mussolini traesse «dalle macerie delle dottrine liberali, socialistiche, democratiche, […] quegli elementi che hanno ancora un valore di vita […], i fatti acquisiti della storia, respinge[ndo] tutto il resto»[37], con un ovvio riferimento alle dottrine politiche liberali.

In estrema sintesi, il fascismo non credeva nella possibilità che il XX secolo rimanesse il secolo del liberalismo, della democrazia e del socialismo e pronosticava una rivoluzione politico-spirituale di cui esso stesso rappresentava l’avanguardia. Come già detto, tuttavia, non interpretava tale rivoluzione come una frattura latrice di disordine, dal momento che «le dottrine politiche passano, i popoli restano»[38]. Era dunque nel concetto di popolo che il fascismo poneva il fondamento della continuità che riteneva sussistere nella storia italiana. Il popolo, infatti, appariva come il protagonista del nuovo corso storico aperto dalla Grande guerra, una stagione che schiudeva al fascismo straordinari orizzonti: «Non mai come in questo momento i popoli hanno avuto sete di autorità, di direttive, di ordine. Se ogni secolo ha una sua dottrina, da mille indizi appare che quella del secolo attuale è il fascismo»[39] il quale, del resto, appariva ormai come un fenomeno dotato di quell’universalità propria di tutte le concezioni politiche «che, realizzandosi, rappresentano un momento nella storia dello spirito umano»[40]. Tutta la vicenda fascista evidenziava dunque come il fascismo fosse «nel solco della storia», ovvero germinato dall’incontro di precise coordinate storiche, politiche e morali, ma anche destinato ad aprire una nuova era che proprio nella Grande guerra aveva avuto il suo insanguinato battesimo.

Tra i concetti chiave che si evidenziavano nel campo semantico della filosofia della storia fascista spiccava il principio di gerarchia, che appare al contempo sia un caposaldo del peculiare modo fascista di fare politica, sia come il punto di partenza da cui il regime intendeva sviluppare la sua proposta di lettura sul passato, il presente e il futuro. Tale principio era stato enunciato per la prima volta dallo stesso Mussolini nel primo numero della rivista ufficiale del fascismo, appunto «Gerarchia», nel cui Breve preludio, il 25 gennaio 1922, il futuro duce definiva la prospettiva di fondo con la quale il fascismo affrontava la realtà:

Chi dice gerarchia dice scale di valori umani; chi dice scale di valori umani, dice scale di responsabilità e di doveri; chi dice gerarchia dice disciplina. Ma soprattutto chi dice “gerarchia” prende di fatto una posizione di battaglia contro tutto ciò che tende, nello spirito o nella vita, ad abbassare o distruggere le necessarie gerarchie. Necessarie, abbiamo detto, non soltanto tradizionali [41].

Nelle parole di Mussolini si potevano cogliere le premesse che consentivano di evolvere il principio di gerarchia da fattore ideale e morale a categoria ermeneutica attraverso la quale leggere la storia; si coglieva quindi la presenza di una filosofia della storia in nuce, ancora acerba, ma già impegnata nella definizione del proprio strumentario teorico. Nel Breve preludio si percepiva inoltre un richiamo alla sfera storica che non si qualificava unicamente come un elemento funzionale allo svolgimento del ‘discorso politico’ fascista, ma che rappresentava piuttosto l’espressione della volontà di rivendicare per il fascismo una precisa posizione nella storia. Proseguiva infatti il Breve preludio:

La storia ci offre […] un panorama di gerarchie che nascono, vivono, si trasformano, declinano, muoiono. Si tratta dunque di conservare i valori delle gerarchie che non hanno esaurito il loro compito; si tratta di innestare nel tronco di talune gerarchie elementi nuovi di vita; si tratta di preparare l’avvento di nuove gerarchie. È in questo modo che si salda l’anello fra passato e avvenire [42].

Mussolini ricorreva alla metafora organicistica per fondare l’interpretazione del fascismo quale fenomeno rigeneratore del principio di gerarchia espresso da tutte le grandi civiltà della storia, ma anche quale avanguardia di una nuova civiltà destinata a durare nel tempo. Se, infatti, «la storia degli Stati, dal tramonto dell’Impero romano al crollo della dinastia Capetingia, al declinare malinconico della Repubblica veneta, è tutta un nascere, crescere, morire di gerarchie»[43], il fascismo credeva di poter rappresentare l’eccezione all’inflessibile legge storica del mutamento in quanto fenomeno ideale e spirituale, prima ancora che politico, e quindi destinato a compiere una rivoluzione antropologica di vasta portata.

Nella filosofia della storia fascista il principio di gerarchia non si qualificava come l’unico attraverso cui interpretare il passato, il presente e il futuro; a esso era infatti inestricabilmente connesso il principio dell’individualismo, che la Redazione del «Dizionario di politica» (formata da Curcio e Pagliaro) enunciava proprio all’interno della voce Gerarchia creando un collegamento concettuale forte fra i due principi, un collegamento nel quale il richiamo alla sfera storica era continuo:

Nuovo e più vasto valore ha assunto la nozione di gerarchia nella dottrina e nella prassi del fascismo. La concezione dell’uomo e della storia, che è alla base della dottrina del fascismo, riconosce nell’individuo la sorgente inesauribile dell’azione. La storia è di origine schiettamente individuale, poiché anche gli avvenimenti più grandiosi di essa si scompongono all’analisi in una serie di innumerevoli atti individuali; né potrebbe essere altrimenti, poiché, anche se, come oggi avviene, i fattori operanti della storia sono unità nazionali di più o meno grande vastità, esse pure non esistono se non negli individui che le compongono [44].

La storia, dominata dal principio di gerarchia, manifestava dunque per il fascismo una dinamica strettamente individuale che faceva risaltare, anche nei grandi corsi storici, l’azione dell’individuo politicamente consapevole o addirittura dell’individuo superiore, dell’uomo di genio. Tale costante riconfermava il principio di gerarchia e lo opponeva specularmente a quello di uguaglianza, che il fascismo disconosceva in quanto principio chiave della democrazia rappresentativa di matrice liberale:

La fede nell’azione individuale conduce alla gerarchia, come la concezione meccanica nello sviluppo storico conduce all’azione di massa e al principio ugualitario. La natura umana rifiuta di piegarsi a concezioni di uguaglianza che la violentano. La dinamica della storia si esprime soprattutto nel fatto che in alcuni uomini la potenza spirituale si afferma in maniera più vigorosa e in altri meno, in alcuni più forte è il sentimento morale che è impulso a manifestarsi in opera di potenza e di bene e in altri dominano interessi egoisti più o meno ristretti, in alcuni più vivo e potente è il richiamo dell’azione creatrice e in altri meno. Partecipi di una stessa storicità, gli individui di una Nazione vivono tale storicità più o meno intensamente, più intensamente coloro che per dote naturale e disciplina interna sono capaci di uscire dal limite angusto della propria vita particolare e rispondono con la propria opera a esigenze di più vasta affermazione umana, meno intensamente quelli che per insufficienza di doti spirituali o per inadeguata educazione tendono ad esaurirsi nell’ambito di un limitato orizzonte [45].

La storia rivelava un’inflessibile logica individuale nel momento in cui i suoi protagonisti erano i grandi individui e, in seconda battuta, le grandi Nazioni. Il principio dell’individualismo, infatti, non era interpretato dal fascismo unicamente nella sua scala d’applicazione minima, ovvero in relazione al singolo individuo, ma anche in riferimento all’azione della Nazione costituita in Stato.

Proprio nel delineare la fisionomia della Stato fascista, nella voce enciclopedica del 1932 Mussolini ricorreva a concetti che ben difficilmente si possono ricondurre all’esclusivo ambito della politica e che piuttosto devono essere riconosciuti come parte di una vera e propria filosofia della storia:

Lo Stato è garante della sicurezza interna ed esterna, ma è anche il custode e il trasmettitore dello spirito del popolo così come fu nei secoli elaborato nella lingua, nel costume, nella fede. Lo Stato non è soltanto presente, ma è anche passato e soprattutto futuro. È lo Stato che trascendendo il limite breve delle vite individuali rappresenta la coscienza immanente della Nazione. Le forme in cui gli Stati si esprimono mutano, ma la necessità rimane [46].

Al di là del mutare nel tempo delle istituzioni politiche si poteva dunque riscontrare, a parere di Mussolini, un carattere costante che distingueva la fisionomia dei singoli Stati e definiva la loro posizione nella storia. Per l’Italia tale carattere era «una volontà di potenza e d’imperio» che si era evidenziata fin dalla romanità e che si era riconfermata con la vittoria nella Grande guerra. Il conflitto, oltre ad aver completato il ciclo storico aperto dal Risorgimento, si qualificava dunque come il momento di sintesi delle tendenze ideali che avevano caratterizzato la storia italiana nei secoli e la vittoria in esso schiudeva per la Nazione una stagione in cui raggiungere più alte mete.

A causa della sua salienza nell’edificio teorico dell’ideologia fascista, la Grande guerra venne sottoposta a una narrazione mitopoietica nella quale gli eventi storici erano interpretati in una prospettiva ideale, spirituale e si potrebbe dire ‘cosmica’. D’altra parte ogni grande civiltà aveva avvertito l’esigenza di delineare i fondamenti della propria weltanschauung e li aveva sintetizzati nel mito; così il fascismo identificava nella Grande guerra un avvenimento straordinario dal quale sarebbe germogliata la sua civiltà gerarchica, individualista e caratterizzata dalla primazia dello Stato, l’orizzonte in cui le volontà individuali avrebbero dovuto convergere in un progetto di carattere veramente totalitario.

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-Vivarelli, R., Il fallimento del liberalismo. Studi sulle origini del fascismo, Il Mulino, Bologna 1981.

Note:

[1] Sull’ideologia fascista cfr., tra gli altri, A. J. Gregor, The Ideology of Fascism: The Rationale of Totalitarianism, Free Press, New York 1969; N. Bobbio, L’ideologia del fascismo, Quaderni della FIAP, Carrara 1975 (ora in Id., Dal fascismo alla democrazia. I regimi, le ideologie, le figure e le culture politiche, Baldini e Castoldi, Milano 1997); E. Gentile, Le origini dell’ideologia fascista (1918-1925), Laterza, Bari 1975; D. E. Ingersoll e R. K. Matthews, The Philosophic Root of Modern Ideology. Liberalism, Communism, Fascism, Prentice-Hall, Englewood Cliffs 1986; Z. Sternhell, M. Sznejder, M. Asheri Maia, The Birth of Fascist Ideology, Princeton University Press, Princeton 1989; G. M. Luebbert, Liberalism, Fascism or Social Democracy. Social Classes and the Political Origins of Regimes in Interwar Europe, Oxford University Press, New York 1991; W. Thompson, Ideologies in the Age of Extremes. Liberalism, Conservatism, Communism, Fascism (1914-1991), Pluto Press, New York 2011.

[2] Sulla formazione dell’ideologia fascista nel primo dopoguerra cfr., tra gli altri, N. Valeri, Da Giolitti a Mussolini. Momenti della crisi del liberalismo, Parenti, Firenze 1956; C. Seton-Watson, Italy from Liberalism to Fascism (1870-1925), Methuen-Barnes & Noble, London-New York 1967; M. Di Lalla, Storia del liberalismo italiano. Dal risorgimento al fascismo, Sansoni-ISML, Firenze-Bologna 1976; R. Vivarelli, Il fallimento del liberalismo. Studi sulle origini del fascismo, Il Mulino, Bologna 1981; D. E. Ingersoll e R. K. Matthews, op. cit.; Z. Sternhell, M. Sznejder, M. Asheri, op. cit.; G. M. Luebbert, op. cit.; A. Lyttelton (a cura di), Liberal and Fascist Italy (1900-1945), Oxford University Press, Oxford-New York 2002; G. Saluppo, Dal liberalismo costituzionale all’avvento del fascismo, Regia, Campobasso 2010; W. Thompson, op. cit.

[3] Cfr. R. De Felice, Intervista sul fascismo, a cura di M. A. Ledeen, Laterza, Roma-Bari 1975.

[4] Cfr. B. Mussolini, Fascismo, in «Enciclopedia italiana», XIV (1932), pp. 847-884.

[5] Sul «Dizionario di politica» cfr. C. Ghisalberti, Per una storia del Dizionario di politica (1940), in «Clio», 4 (1990), pp. 671-690; A. Pedio, La cultura del totalitarismo imperfetto. Il Dizionario di politica del Partito nazionale fascista (1940), Unicopli, Milano 2000; F. Gorla, Per un’evoluzione del concetto di fascismo come totalitarismo imperfetto. Il rapporto tra élite istituzionale e popolo nel Dizionario di politica (1940), in G. Ambrosino e L. De Nardi (a cura di), MaTriX. Proposte per un approccio interdisciplinare allo studio delle istituzioni, QuiEdit, Verona 2015.

[6] G. Bosco, A. Pagliaro, A. Valori, Guerra, in «Dizionario di politica», II (1940), p. 410.

[7] B. Mussolini, A. Pagliaro, Fascismo, in «Dizionario di politica», II (1940), p. 152.

[8] Ivi, p. 131.

[9] C. Curcio, Rivoluzione fascista, in «Dizionario di politica», IV (1940), p. 88.

[10] C. Curcio, op. cit., p. 89.

[11] Id., Dopoguerra, in «Dizionario di politica», I (1940), p. 821.

[12] C. Curcio, Rivoluzione fascista, cit., p. 89.

[13] Ivi, p. 90.

[14] Ibid.

[15] Ibid.

[16] A. Pagliaro, A. Valori, G. Bosco, op. cit., p. 410.

[17] B. Mussolini, A. Pagliaro, op. cit., p. 134.

[18] Ibid.

[19] B. Mussolini, A. Pagliaro, op. cit., p. 134.

[20] Ivi, pp. 134-135.

[21] C. Curcio, Dopoguerra, cit., p. 817.

[22] Ibid.

[23] C. Curcio, Dopoguerra, cit., p. 817.

[24] Id., Rivoluzione fascista, cit., p. 89.

[25] B. Mussolini, A. Pagliaro, op. cit., p. 131.

[26] C. Curcio, Dopoguerra, cit., p. 820.

[27] Ivi, p. 818.

[28] Ivi, pp. 819-820.

[29] B. Mussolini, A. Pagliaro, op. cit., p. 134.

[30] C. Curcio, Rivoluzione fascista, cit., p. 88.

[31] M. Martignetti, Marcia su Roma, in «Dizionario di politica», III (1940), p. 38.

[32] C. Curcio, Rivoluzione fascista, cit., p. 97.

[33] Ibid.

[34] C. Curcio, Rivoluzione fascista, cit., p. 88.

[35] B. Mussolini, A. Pagliaro, op. cit., p. 132.

[36] B. Mussolini, A. Pagliaro, op. cit., p. 132.

[37] Ibid.

[38] Ibid.

[39] B. Mussolini, A. Pagliaro, op. cit., p. 134.

[40] Ibid.

[41] Ivi, p. 137.

[42] B. Mussolini, A. Pagliaro, op. cit., p. 137.

[43] Redazione, Gerarchia, in «Dizionario di politica», II (1940), p. 252.

[44] Redazione, op. cit., p. 252.

[45] Ibid.

[46] B. Mussolini, A. Pagliaro, op. cit., p. 133.

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