0.4 – Fascismo e bolscevismo. La Russia e Ugo Spirito in «Critica Fascista»

Ricercatore

Francesco Carlesi è dottorando in Studi politici presso la Sapienza – Università di Roma. Ha conseguito la laurea specialistica in Scienze politiche e relazioni internazionali e due master, in Europrogettazione e Geopolitica e sicurezza globale. Ha collaborato a diversi giornali online e scritto articoli per i periodici scientifici «Rivista della Cooperazione Giuridica Internazionale» e «Nuova Rivista Storica». Ha scritto i libri Rivoluzione sociale. “Critica Fascista” e il Corporativismo (1923–1943) (Milano 2015) e Craxi, l’ultimo statista italiano (Roma 2016) e ha collaborato ai volumi Corporativismo del Terzo Millennio, Neolingua e Rinascita di un Impero. La Russia di Vladimir Putin.

Fascismo e bolscevismo. La Russia e Ugo Spirito in «Critica Fascista»

 La crisi economica che attanaglia da tempo l’Occidente ha contribuito a far “riaccendere i riflettori” sulle esperienze storiche alternative al modello liberale, tra cui il corporativismo fascista. Primo esempio in questo senso è la recente formalizzazione di una rete internazionale di studiosi impegnati sui temi corporativi, che ha preso il nome di International Network of Analysis of Corporatism and the Organization of Interest: Past and Present (Netcorpoi). In Italia, ne fa parte Alessio Gagliardi, che da tempo si occupa della «terza via» italiana tra le due guerre, dando vita a lavori che stanno aprendo la strada nuove linee di ricerca[1]. In prospettiva storica, il corporativismo sembra emergere come teoria capace di mettere in luce, negli anni seguenti la crisi del ‘29 in particolare, le difficoltà del liberismo e della scuola classica, oltre che la necessità del ruolo dello Stato in economia, in un contesto nel quale intellettuali di tutto il mondo si ritrovarono impegnati a ripensare i presupposti scientifici che avevano dominato la scena fino ad allora. Già negli anni ’80 Massimo Finoia rintracciò, al netto delle enormi difficoltà nel rendere operativo l’edificio corporativo, interessanti linee comuni tra economisti italiani degli anni ’30 (come Guglielmo Masci e Celestino Arena) e John M. Keynes[2].

Fatta questa premessa, risulta quanto mai utile andare a ripercorrere due dibattiti che caratterizzarono una delle riviste più importanti del Ventennio: «Critica Fascista» di Bottai. In primis, ci riferiamo alla polemica su fascismo e comunismo, «Roma e Mosca», considerati da alcuni pensatori in camicia nera i simboli, meno antitetici di quanto potesse apparire, della rivolta contro l’individualismo, il liberismo e il dominio della finanza anglosassone. In secondo luogo, andremo a rileggere gli articoli riguardanti la «corporazione proprietaria» di Ugo Spirito, teoria che non mancò di scatenare accuse di “bolscevismo” verso il filosofo e accese polemiche, a testimonianza di un clima culturale non banale e delle aspirazioni genuinamente rivoluzionarie di molti protagonisti dell’epoca, nel quadro delle aspirazioni totalitarie fasciste.

Roma e Mosca o la vecchia Europa? 

Era l’aprile del 1930 quando Bruno Spampanato aprì sulle pagine «Critica Fascista» l’interessante e per certi versi inaspettato dibattito a proposito dei rapporti tra il comunismo russo e il fascismo, in particolare nel suo aspetto corporativo. Quest’autore descrisse il bolscevismo dell’Unione Sovietica addirittura come un «preludio al fascismo», in quanto l’educazione delle masse «alla partecipazione alla vita dello Stato» avrebbe ricordato la condotta fascista nello stesso ambito[3]. L’avvicinamento all’idea di Nazione e la contrapposizione alle «plutocrazie borghesi» erano per Spampanato altri segnali di un’antitesi destinata a scomparire nel tempo[4]. Per lui, il fascismo, «sistema più moderno di regime»[5], grazie all’idea corporativa che consentiva reale adesione ai bisogni popolari, avrebbe rappresentato il modello d’organizzazione  futura anche per la Russia:

La democrazia, alla quale il fascismo porta gli italiani, costituirà fatalmente lo schema di Regime per i popoli che vorranno ritrovare un nuovo Ordine. Stato produttore, senza classi: e diciamo pure che questo Stato è il più audace e il più sovversivo degli Stati, perché ha il coraggio di superare le classi, di moderare equamente l’attività dei singoli, di distruggere l’abulica ignoranza del governo verso l’attività dei governati, di assumersi il terribile e pesante privilegio di reggere e svolgere tutti i rapporti della socialità nelle sue norme. «Tutto nello Stato. Niente fuori dallo Stato. Niente contro lo Stato». […] penserà il tempo a sfrondare la nuova Russia di tutto l’apparato ideologico bolscevico: il sovietismo, allargando i suoi concetti, la sua capacità, e sue funzioni, porterà la Russia a una democrazia di sapore e di colore fascista. Già la porta. In questo il bolscevismo serve la civiltà [6].

Spampanato ribadirà con forza e frequenza queste sue posizioni, trovando sulla rivista ampio spazio[7]. Non a caso, nello stesso periodo, un’editoriale di commento ad un discorso di Mussolini, pur parlando di «antitesi», riconobbe la portata rivoluzionaria dell’esperienza russa:

Contro il fascismo è schierata la Vandea reazionaria di tutta Europa, che si sente battuta in breccia dall’implacabile procedere vittorioso di un regime saturo di giovinezza e di vita, maestro di energia, assertore di sincerità e forza. L’Italia  e la Russia sono i due soli (per quanto antitetici) principi di rinnovamento del mondo moderno. O con Mussolini o con Lenin: non c’è altro scampo per la decrepita società borghese che ci odia, ma deve ammirarci e soprattutto temerci [8].

L’idea di un «mondo al bivio fra due mondi o due sistemi che esprimono idee innovatrici» fu sottolineata anche da Luciano Ingianni[9], prima che la discussione entrasse nel vivo con un intervento di Sergio Panunzio. Nella visione del sindacalista l’ «antitesi Roma–Mosca», discutibile dal punto vista economico, era invece evidente soprattutto da quello spirituale[10]. Il sistema sovietico con il suo materialismo e la «superlativizzazione mostruosa e abnorme del sistema di fabbrica» avrebbe ridotto l’uomo a «puro animale da lavoro», cancellandone ogni specificità e tratto individuale[11]. A detta di Panunzio, contro la “degenerazione” marxista, «svolgimento processuale del capitalismo», si ergeva «l’economia del nostro secolo», quella corporativa, a cui avrebbe dovuto fatalmente tendere anche il comunismo russo[12]. La capacità dell’ordinamento italiano di preservare gli aspetti spirituali e individuali dei cittadini, nell’ambito del supremo interesse nazionale, era la caratteristica che ne avrebbe sancito il «primato etico»[13]. La discussione era ufficialmente aperta sulle pagine della rivista, che introdusse due successivi articoli sul tema dimostrando di apprezzare un dibattito che avrebbe «chiarito le idee» su una questione di non secondaria rilevanza. Il primo intervento portò la firma di Ingianni,  che contestò «il presupposto di un’antinomia fra le organizzazioni spirituali e quelle economico-sindacali dello Stato fascista», emerso dallo scritto di Panunzio[14]. Per Ingianni, «gli interessi organizzati nel Regime corporativo fascista acquistano […] un contenuto spirituale altissimo, di guisa che lo Stato fascista ha potuto essere definito – e con la massima autorità – Stato Corporativo, senza aver abdicato alla sua natura di Stato etico»[15]. L’autore contestava quindi a Panunzio di essersi soffermato unicamente sull’aspetto spirituale della questione, tralasciando i fattori economici. Inoltre, Ingianni non credeva che il comunismo si sarebbe in futuro avvicinato al «corporativismo», previsione della quale non intravedeva i presupposti: l’antitesi totale tra le due concezioni non avrebbe lasciato spazio a nessun tipo di avvicinamento[16].

Di ben altro tenore il pensiero di Riccardo Fiorini, secondo il quale i due sistemi economici «partiti da poli opposti», si sarebbero trovati in futuro «uniti»[17]. Per il giornalista le differenze erano ben poche non solo dal lato economico («specie dopo le attenuazioni portate da Stalin all’integralismo teorico»[18]), ma anche da quello spirituale, vista la continua tensione dello Stato sovietico verso «l’elevazione  ed intellettuale delle masse», seppur in un contesto ed una tradizione diversi da quelli italiani[19].

Amedeo Tosti non era affatto convinto di queste affinità, ed espresse i suoi convincimenti attraverso una comparazione tra il «diritto operaio» di marca comunista e quello «corporativo»[20]. Il primo, figlio del «tristo esperimento moscovita»[21], nella sua interpretazione, «può condurre solamente alla formazione di un mostruoso regime, minaccioso e bruto per le facoltà più delicate e squisite della vita»[22]. Questo perché

il diritto operaio che guarda soltanto all’individuo sociale, con i suoi bisogni materiali che son bisogni economici e considera l’economia come la realtà vera e il nerbo della storia, non può attuare altro regime che quello in cui, negata e soppressa ogni spiritualità, torna dall’antica epopea beota l’avvoltoio selvaggio a stringere fra gli artigli l’usignolo invan lamentoso. Al contrario, il diritto corporativo che vuole l’elevamento di tutti gli individui e di tutte le classi nell’ambito della Nazione e per la Nazione, induce negli uni e nelle altre uno spirito comune che consiste nella consapevolezza di un dovere collettivo, di una responsabililità solidale e cioè nell’obbligo di provvedere alla tutela e alla promozione di tutti gli interessi, morali ed economici, ed al miglioramento della produzione. E siccome ammette l’interdipendenza della morale e dell’economia, il corporativismo può non dare valore assoluto al benessere economico ed educare la coscienza degli individui e delle classi a raccogliere le proprie energie per rivolgerle tutte verso una meta di nobiltà e di grandezza spirituale [23].

Mario Rivoire tornò nel fulcro della polemica, descrivendo il «fascismo come uno sviluppo dell’idea di Nazione e il Comunismo come uno spirito dell’idea di classe», senza però che questo compromettesse «la possibilità di sintesi e di antitesi»[24]. Intenzione dell’autore era un esame il più possibile specifico della questione:

Crediamo di poter affermare che il contrasto tra Roma e Mosca, caratteristico di tutte e due e di loro due sole, è il contrasto tra la classe e la nazione. L’antitesi, trasportata in ogni particolare campo d’esame, non si altera, ma è anzi pienamente confermata. Se si riproduce tra Roma e Mosca l’antitesi che esiste in genere tra capitalismo e collettivismo, è propria di Roma e Mosca soltanto l’antitesi fra l’economia corporativa che pone la proprietà privata e le categorie in funzione della nazione, e l’economia sovietica che, negando la proprietà privata, la pone, al pari delle categorie, in funzione della classe. Ed ancora, se nell’antitesi fra Roma e Mosca si riflette quella tra spirito e materia bisogna, per chiarirne tutto il significato, considerare che nel concetto di nazione prevale il patrimonio spirituale collettivo e, nel concetto di classe, il comune nesso economico, inteso come determinismo materialistico. Fra lo Stato fascista e lo Stato bolscevico le «analogie intellettuali» non cancellano l’antitesi profonda [25].

Per quanto riguarda la possibilità di future sintesi tra le due rivoluzioni che avevano «più o meno voracemente mangiato l’89»[26], il problema per Rivoire sarebbe stato rinviato «ai nostri nipoti»[27], non essendo possibile al momento superare l’antagonismo. «La necessità reciproca del loro cozzo»[28] fu espressa anche da Alberto Luchini, che ricordava come sin dalla nascita le due esperienze si fossero collocate su sponde opposte, ed era molto critico con quella «letteratura fascista bolscevizzante» che manifestava apprezzamenti verso l’esperienza russa[29]. Tra questi, in prima fila c’era Spampanato, che rispose subito dopo rilanciando le sua linea d’estrema attenzione al comunismo sovietico[30]. Per lui, l’antitesi più netta era quella fra il «regime liberaldemocratico» della «decrepita Europa» e le due rivoluzioni antiborghesi ed anticapitaliste, decise ad imprimere «nuovo carattere alla civiltà del tempo»[31].

Di tutt’altro tono l’ultimo intervento di Ingianni, che sottolineò con decisione l’elemento corporativo per ribadire quella che per lui rimaneva una «nettissima antitesi»[32]:

L’ordinamento corporativo fascista prevede l’intervento sistematico dello stato nell’indirizzo generale  dell’attività produttiva e l’intervento eccezionale dello stato stesso nella gestione di un’azienda; quest’ultimo semprecché sia giustificato dall’interesse politico, tanto nel caso in cui questo sia diretto ed estrinseco, quanto nel caso in cui si manifesti indirettamente per l’intrinseca deficienza o insufficienza di iniziativa dell’impresa. Ciò risulta non solo dalla meditata lettura della Carta del Lavoro, ma anche dalla prassi corporativa, la quale conferma la normalità dell’intervento statale sull’indirizzo produttivo delle categorie e l’eccezionalità dell’intervento diretto nella gestione dell’azienda. L’esercizio in plenitudine della privata iniziativa, entro i limiti di indirizzo generale posti in funzione dell’interesse nazionale, rimane, pertanto, la regola e le deroghe che vi pone lo stato possono venire considerate come una specie di espropriazione, per ragioni di pubblico interesse, del diritto di iniziativa. In Russia, invece, avviene il contrario. La denegazione del diritto di iniziativa è norma generale. Le deroghe che hanno dato luogo alla figura del kulak sono di carattere contingente ed eccezionale. Sono, precisamente, in funzione del piano quinquennale, il quale piano quinquennale non rappresenta, come molti e lo stesso Panunzio dimostrano di credere, la sostanza dell’economia sovietica, ma solo un momento di essa, una tappa necessaria per il raggiungimento di altre finalità. Quando – adunque – a proposito dell’economia corporativa e dei limiti che essa comporta alla rivata iniziativa, si dice che tra Roma e Mosca non esiste antitesi apprezzabile, si mostra, a nostro giudizio, una scarsa comprensione di una realtà che dovrebbe essere evidente [33].

L’autore continuò richiamandosi all’analisi di Rivoire:

Notevole è l’analisi che dei rapporti fra Roma e Mosca ha fatto il Rivoire. Concordiamo con lui nel riconoscere che le divergenze economiche non sono sufficienti a dare il senso dell’antitesi fra Roma e Mosca. Ma consideriamo con riserva l’affermazione secondo cui il contrasto di Roma e Mosca sia dato dal contrasto fra la classe e la nazione. […] non crediamo che classe e nazione siano precisi termini di giustapposizione, termini, cioè, nel tempo stesso, corrispondenti ed opposti. Alla concezione classista va, a nostro avviso, più propriamente contrapposta quella corporativa [34].

Nessun «artificio dialettico» avrebbe quindi potuto per Ingianni attenuare la portata della «profondissima» antitesi tra i due sistemi.

In sostanza, la serie di botta e risposta testimonia in primo luogo quell’anti-liberismo da sempre più forte rispetto all’avversione al comunismo in molti ambienti culturali del Regime. Per diversi autori di «Critica Fascista», l’«antiborghese» esperienza bolscevica meritava non solo attenzione, ma suscitava addirittura convinzione di un futuro «incontro». Rimase prevalente comunque nella rivista l’idea di antitesi tra «Roma e Mosca», seppur in termini che raramente negavano il valore rivoluzionario della Russia sovietica[35]. Una linea che si ritroverà poi negli accesi dibattiti riguardanti il concetto di «piano» economico[36], fino ai «corporativisti impazienti» di Gentile, passando per l’«appello ai fratelli in camicia nera» datato 1936 e firmato da dirigenti comunisti italiani quale Togliatti[37].

La rivista ospitò le più diverse e originali posizioni al riguardo, ponendo quasi le premesse per un dibattito riguardo ad una tesi altrettanto dirompente, che sarà a sua volta accusata di filobolscevismo: la «corporazione proprietaria» di Ugo Spirito.

Le tesi di Spirito

Dal 3 all’8 maggio 1932 Ferrara ospitò il secondo Convegno di studi sindacali e corporativi, dando vita al «più vivace momento del dibattito che si stava svolgendo in Italia attorno ai temi del corporativismo e della realizzazione di una società di tipo corporativo», secondo la lettura di Perfetti[38]. La relazione che riscosse maggiori critiche e attenzioni fu sicuramente quella tenuta da Spirito. Il filosofo descrisse l’idea della «corporazione proprietaria e dei corporati azionisti della corporazione»: ogni azienda avrebbe dovuto fondersi con la corporazione, e al suo interno ciascun lavoratore avrebbe partecipato agli utili e al consiglio d’amministrazione, realizzando così concretamente l’unione tra «capitale e lavoro» e tra «Stato ed individuo». Questo progetto fu accusato di filobolscevismo dai fascisti intransigenti e dagli industriali, ma ricevette dure critiche anche dalla sponda opposta, visto che prevedeva la scomparsa del sindacato.

Nonostante una tesi così rivoluzionaria, alcuni rilevarono come nel Convegno la presenza di posizioni liberiste fosse stata predominante, in particolare l’economista Werner Sombart, che da tempo seguiva l’esperienza italiana[39]. «Critica Fascista» rispose:

Werner Sombart può avere anche ragione quando dice che i principi dell’economia liberale hanno ancora una notevole forza sulle teorie economiche corporative, ma ha torto quando da ciò trae malinconici auspici per l’avvenire scientifico del Corporativismo. Al contrario io dico che questo atteggiamento dimostra nei teorici del Corporativismo notevole senso di misura delle cose. Infatti chi vieta ai teorici di rovesciare tutti i principi, di fabbricare i pù arditi sistemi, come qualcuno del resto ha tentato di fare? Senonchè un procedimento simile allontanerebbe fatalmente dalla realtà, romperebbe quella necessaria relazione che dev’esservi fra la pratica e la teoria, fra i fatti e l’indagine scientifica. Fino ad oggi i fatti non segnano un distacco netto, un rovesciamento sostanziale, e questo perché il Fascismo non opera in conseguenza di preconcette teorie, ma avanza per gradi, sperimentalmente sul terreno pratico; e ricorre alla teoria soltanto per sistemare, coordinare e chiarire i rapporti già stabiliti nei fatti [40].

Era un segno di come la polemica tra «corporativisti» e «liberali» fosse ancora accesa, e tutt’altro che vinta da parte dei primi.

Sulla rivista il commento al Convegno fu affidato a Nello Quilici, che sottolineò le molte problematiche ancora aperte sul sistema corporativo:

Il Congresso di Ferrara ha dimostrato, nelle discussioni alle relazioni Jaager, Volpicelli, Pergolesi, Santi Romano, Zanobini, Chimenti, che non sono ben chiari i confini tra pubblicistici e privatistici del nuovo diritto corporativo; che deve essere ancora definita la potestà normativa del Consiglio Nazionale delle Corporazioni, contro la quale si è avventata anche di recente la Corte di Cassazione (per rimangiarsi probabilmente i suoi giudizi, come S.E. Longhi ha previsto); che resta da stabilire il contributo della legislazione sindacale (la questione tocca in particolare i contratti collettivi e la Magistratura del Lavoro) al sistema delle fonti normative; che perfino l’autonomia del processo del lavoro, individuale o collettivo, sia da determinare; che tutto il diritto corporativo, a partire dalla procedura sino alla norma giuridica, negli strumenti come nella forma, dall’a alla zeta, insomma, sia, se non da creare completamente, perlomeno da regolare, da fondere, da fissare in termini non controvertibili [41].

Quilici, secondo il quale il corporativismo era «la creazione più originale della civiltà contemporanea»[42], sottolineò come secondo lui sin dal dopoguerra il mondo fosse inevitabilmente avviato verso lo studio e l’adozione delle riforme sociali fasciste, le più efficaci, basate sull’«economia controllata» e l’«economia dei produttori»: «una economia dove non vi è posto per il capitale inerte, o ignaro, o refrattario al dovere sociale. Ovunque vivacchino elementi improduttivi, cadrà la scure fascista per tagliare implacabilmente, cioè per controllare, limitare, dirigere l’iniziativa»[43]. Parte importante dello scritto fu dedicata ad una decisa contestazione delle posizioni spiritiane: dopo aver sottolineato come «la simpatia non basta a legittimare l’assurdo»[44], Quilici entrò nel vivo della questione:

Ugo Spirito parte da una dimostrazione filosofica dell’identità fra individuo e Stato, che, in quanto filosofica, è eterna, di tutti i tempi e di tutti i luoghi; buona, per intenderci, tanto per l’antico stato greco (dove fu scoperta) quanto per la presente repubblica turca: può essere discusso, in sede filosofica, se veramente l’individuo riassume e attua in sé lo Stato e viceversa. Quel che non si vede è come la concezione di Spirito possa ritenersi – mentre è universale – particolare, anzi specifica del Fascismo. In secondo luogo Ugo Spirito con una disinvoltura veramente adorabile, accorgendosi che il Bolscevismo ha veramente identificato individuo e Stato e che alla identificazione vuole arrivare il Fascismo, tira a servirsi dell’esperienza bolscevica come una dimostrazione pratica della sua tesi e ad eguagliare Bolscevismo e Fascismo, senza accorgersi che non si può trasferire una concezione filosofica in n sistema puramente meccanico e materiale quale è il Bolscevismo, e che non bastano analogie formali, per stabilire che il Bolscevismo è sullo stesso piano del Fascismo, mentre son partiti da poli opposti e vogliono giungere alle opposte mete, con mezzi in contrasto non meno radicale [45].

Anche  Bottai aveva preso le distanze dalle posizioni spiritiane, seppur in maniera «assai cauta, cercando di assumere la veste del moderatore»[46]. Proprio questo atteggiamento era stato al centro di una critica da parte del «Secolo Fascista» dell’intransigente e reazionario Giuseppe Attilio Fanelli, che aveva accusato il Ministro delle Corporazioni di essersi schierato con Spirito[47]. «Critica Fascista» difese il direttore, riportando in un’editoriale le esatte parole in proposito di Bottai:

Io voglio, apertamente e lealmente, da uomo a uomo, disapprovare la relazione di Spirito. Non perché la ritenga, come dicono, pericolosa; ma perché la giudico sbagliata, scientificamente, nelle sue conclusioni, che non segnano un passo innanzi nel corporativismo, ma un passo fuori del corporativismo. Ora, camerati (mi dispiace di sollecitare la volontà oppositrice di alcuni; anzi, mi piace), questo Congresso non intende di evadere dall’ordinamento corporativo, con delle costruzioni arbitrarie, con delle ipotesi personali; ma vuole perfezionare il sistema, renderlo più organico, più vasto, più complesso, con metodo scientifico. […] Per giungere a un rapporto sistematico fra impresa, sindacato, corporazione e Stato, non è necessario sopprimere, come lo Spirito ha fatto, uno dei termini, il sindacato, che ha nel nostro sistema un valore niente affatto provvisorio, ma fondamentale e definitivo. Evidentemente, egli può avere e ha, poiché lo ha scritto, un’altra opinione. Ma questa opinione non è la nostra. C’è di più: non è l’opinione, che può trarsi dallo spirito della nostra legislazione; ne è fuori; è una opinione aberrante rispetto al senso proprio dell’ordinamento sindacale-corporativo [48].

Per la rivista erano frasi talmente chiare da considerare pretestuose le critiche provenienti da Fanelli. Il successivo editoriale della rivista trattò la «corporazione proprietaria», riprendendo nuovamente le parole del direttore, che

ha potuto dire che la tesi di Spirito a proposito di una «corporazione proprietaria» non è un passo avanti, ma un passo fuori dal corporativismo. Un passo fuori, in quanto la corporazione proprietaria non solo abolisce il principio della proprietà e distrugge l’iniziativa privata, ma disrugge anche la vita stessa delle categorie annegate nella liquida opacità di un organo indifferenziato e immobilmente definito, quale sarebbe una corporazione capace di gestione economica [49].

L’articolo proseguì nella contestazione:

Il Fascismo, soprattutto nel campo delle attuazioni corporative, ha cercato di adattare sempre le proprie soluzioni alle esigenze delle situazioni reali, e sarebbe assai strano che ad un tal metodo, dimostratosi eccellente, venisse meno proprio nel momento in cui tutte le armature dottrinali crollano, e i più compatti ragionamenti mostrano la corda sotto l’impalcatura sferza di una grande crisi. Tuttavia è chiaro, per chi sappia vedere senza preconcetti e senza rimpianti inutili, che noi tendiamo verso più complete soluzioni corporative, anzi possiamo dire verso una totale sistemazione della società su basi corporative. Se ai limiti di una tale attuazione noi potremo considerare l’iniziativa privata come un caposaldo, o se invece riducendosi rapidamente nel congegno produttivo dovremo sottoporla a più rigidi controlli, questo riguarda il futuro, e non vogliamo ipotecarlo nel senso dichiarato da Bottai, per essere liberi all’occasione di sistemarlo nel modo più conforme allo sviluppo dei fatti. Crediamo tuttavia che la proprietà privata e l’iniziativa privata rimarranno alla base della società economica, circoscritte entro quei confini che il prevalente interesse vorrà segnar loro. Ma non tanto ai confini bisogna guardare, quanto alla sostanza della vita economica, per scoprire una quantità di rapporti, di riferimenti, di concatenazioni che esistono fra le categorie produttrici e sui quali l’ordinamento produttivo influisce già in modo determinante. A questi, al quotidiano e graduale trasformarsi della realtà, bisogna tenersi se si vuole convincersi come l’ordinamento corporativo proceda sicuramente verso una strada rivoluzionaria. Le supposizioni teoriche, gli schemi ideologici, i paradigmi scientifici possono servire a schiarire le idee quando non le confondono, ma non servono nel caso nostro ad avanzare d’un passo su questo difficile e accidentato terreno. Tuttavia l’indagine e la discussione, noi le desideriamo e siamo lieti di parteciparvi quando non servano a sfogare rancori compressi o a giustificare idee preconcette. […] Facciamo il punto sulle discussioni di Ferrara. Vedremo che c’è nel Fascismo una precisa volontà rivoluzionaria rispetto all’ordine corporativo, ma che essa vuole procedere senza improvvisi sbalzi. Partendo da un tale riconoscimento, arriveremo dove non arriverebbero mai i sognanti alfieri di certe idee che sembrano audaci per quanto sono irreali [50].

A questo punto fu Spirito ad intervenire direttamente nella discussione. Il filosofo difese le idee che avevano suscitato scalpore al Convegno:

A Ferrara si è deciso contro di me l’iniziativa privata e la proprietà privata, e mi si è opposto con petulanza pari all’incomprensione il testo della Carta del Lavoro. La Carta del Lavoro, mi si è detto, pone a fondamento della vita economica l’iniziativa privata e afferma che «l’intervento dello Stato nella produzione economica ha luogo soltanto quando manchi o sia insufficiente la iniziativa privata o quando siano in gioco interessi politici dello Stato». Ebbene, se la Carta del Lavoro dicesse questo e soltanto questo, essa non sarebbe la Carta del corporativismo, ma della più ortodossa economia classica e liberale. Trovandomi a discutere con i membri della delegazione tedesca alla Conferenza per lo studio dei rapporti internazionali, tenutasi a Milano nel maggio scorso, sentii pormi appunto questa domanda: – ma che cosa mai dice di nuovo l’economia corporativa se riafferma puramente e semplicemente i due capisaldi dell’economia liberale, iniziativa privata e intervento statale solo per interessi politici superiori? La mia risposta fu che la Carta del Lavoro non dice questo e in questo senso, perché l’iniziativa privata ch’essa ammette è radicalmente diversa da quella del liberalismo: risposta ch’ebbe poi la sanzione della dichiarazione conclusiva De Stefani – Amoroso, in cui si parla di «trasformazione in senso corporativo del concetto di iniziativa privata. Il punto fondamentale della Carta del Lavoro è l’art. 7 dove si definisce appunto il compito dell’iniziativa privata. «Lo Stato corporativo», esso dice, «considera l’iniziativa privata nel campo della produzione come lo strumento più efficace e più utile  nell’interesse della Nazione. L’organizzazione privata della produzione essendo una funzione di interesse nazionale, l’organizzatore dell’impresa è responsabile dell’indirizzo della produzione di fronte allo Stato». Soltanto riflettendo adeguatamente su queste parole è possibile rendersi conto del significato della Rivoluzione fascista: il concetto di proprietà e di iniziativa del singolo in quanto singolo è definitivamente tramontato.  Che cosa significa l’iniziativa e la proprietà privata secondo il liberalismo e che cosa può significare secondo l’art.7? In tali termini deve porsi la questione per uscire una buona volta dall’equivoco, di cui approfittano gli irriducibili liberali del nostro corporativismo [51].

Contro la visione egoistica di marca liberale, era necessario per Spirito affermare l’idea di una proprietà ed iniziativa privata «strumento dell’interesse nazionale»: «questo, il nocciolo del corporativismo: la trasformazione in senso pubblicistico della proprietà e dell’iniziativa privata»[52]. Solo così nella visione dell’autore il fascismo avrebbe espresso la sua vera essenza, pena la sconfitta della sua carica rivoluzionaria, perché «mentre il Convegno si polarizza nella critica alle mie affermazioni, il vero anticorporativismo può esprimersi nel modo più categorico e raccogliere tanti consensi, rivendicando la concezione individualistica del diritto e affermando che il corporativismo è fallito e che occorre tornare indietro, verso le forme individualistiche»[53].

La seguente nota del direttore accolse le premesse di Spirito, rimanendo però fortemente critica sulle sue conclusioni dottrinarie:

Ugo Spirito ha perfettamente ragione quando, interpretando acutamente la Carta del Lavoro, afferma la funzione pubblicistica della proprietà e dell’iniziativa privata, ma continua secondo noi ad aver torto allorchè identifica lo strumento di una trasformazione degl’istituti giuridici esistenti con una ipotetica “corporazione proprietaria” qui non ricordata ma evidentemente presente. Qui è il nostro dissenso con Spirito, in quanto noi vediamo come giorno per giorno si vada praticamente realizzando una completa trasformazione della proprietà e dell’iniziativa privata sulla base dell’ordinamento corporativo quale esso è. Si ha insomma il passaggio dall’individuo allo Stato, ma attraverso le categorie, attraverso cioè il funzionamento organico di un complesso di interessi e di motivi differenziati, che prendono corpo e agiscono nei sindacati. Si potrà, anzi è necessario, arrivare a più radicali trasformazioni, ma servendosi appunto, noi pensiamo, dell’attuale ordine corporativo, almeno nei suoi elementi fondamentali e non rinnegandoli al punto di porre individuo e Stato come unici termini di risoluzione. Se non siamo d’accordo con Spirito non è quindi per la troppa audacia della sua tesi, ma per la scarsa coincidenza con lo sviluppo fino ad oggi seguito dall’esperienza corporativa. Tuttavia, è giusto, come afferma Ugo Spirito, che per tradurre in pratica i principi occorre ricercare e discutere, e che i punti di vista difformi possono comporsi in più alte e comprensive visioni. Questo non han capito i troppo facili critici di Spirito. Quando noi nel numero scorso abbiamo scritto che era necessario «fare il punto su Ferrara», abbiamo inteso riaffermare come la necessità di nuovi, più decisi atteggiamenti manifestatisi al Convegno ferrarese esprimesse un reale bisogno del momento, che tuttavia non aveva trovato adeguate precisazioni. E’ necessario procedere a queste, senza esitazioni e senza indugi [54].

Poco dopo Spirito ebbe occasione di intervenire nuovamente su «Critica Fascista», effettuando un paragone tra fordismo e corporativismo:

Questo ha cominciato a comprendere Ford che ha tentato la collaborazione, la parificazione dei termini; che ha voluto interessare l’operaio all’azienda, rendendolo parte sentimentalmente viva di essa; che ha voluto negare ogni distinzione sostanziale tra l’attività del capitalista, quella dell’imprenditore e quella del lavoratore. Questo ha capito in una concezione integrale della nazione economica, il corporativismo, che messi su di uno stesso piano datore di lavoro e lavoratore, vuole determinare i doveri e i diritti reciproci. Ma il fordismo è rimasto legato alla logica del capitalismo e non ha potuto sottrarsi alle sue feree necessità; il corporativismo, invece, nella sua origine ed essenza nazionale, ha avuto modo di superare la sfera dei particolari interessi di classe e, disimpegnandosi progressivamente dall’individualismo capitalistico, comincia a negarne le premesse e i procedimenti [55].

Poi il filosofo ribadì uno dei capisaldi della tesi della «corporazione proprietaria»: la cointeressenza obbligatoria degli operai agli utili dell’azienda, unico mezzo per il raggiungimento di un salario equo e sganciato dalla dinamica capitalista[56]. I suoi suggerimenti furono visti con favore da Roberto Michels:

non può sfuggire a nessuno che, nella stessa misura in cui il corporativismo, superando la sua fase prevalentemente giuridica e di formazione iniziale, sarà tratto ad affrontare in pieno, per il bene della nazione, la questione industriale, esso dovrà occuparsi sempre più, in una forma od in un’altra, del problema centrale che è pur sempre quello salariale e quello dei rapporti tra capitale e lavoro, per togliere di mezzo, nei limiti del possibile, quell’antinomia tra economia individuale ed economia collettiva, quella liberistica e quella neomercantilistica che lo Spirito ha giustamente indicata e logicamente impostata [57].

Un’ultima polemica coinvolse Spirito un anno dopo, a proposito della sua idea di «fine del sindacato». La posizione fu così argomentata sulle colonne del quindicinale:

Che il sindacalismo di Stato non sia il punto di arrivo bensì il punto di partenza del corporativismo è verità che comincia ormai a essere riconosciuta un po’ da tutti. L’imminente costituzione delle corporazioni di categoria è una riprova di tale verità e insieme il primo passo per il concreto superamento della forma sindacale. Coloro che hanno voluto in qualche modo esprimere le loro preoccupazioni per l’ulteriore cammino, hanno consigliato di non creare altri organismi, di non appesantire l’ordinamento sindacale in atto, e di contenere le corporazioni di categoria nei limiti più ristretti possibili. Se non che le preoccupazioni sono fuori posto: l’unitaria corporazione è più snella e agile del duplice sindacato e non è un terzo termine che si aggiunge ai primi due, ma un organismo più perfetto che si sostituisce agli altri. L’avvenire non può essere dubbio: la corporazione mangia i sindacati [58].

Il sindacato, seppur inquadrato nello Stato, era comunque un «residuo del socialismo», simbolo del «carattere egoistico della classe» estraneo a qualsiasi «fine superiore»[59]. Ad esso il fascismo avrebbe dovuto opporre «la realtà concreta, economicamente, politicamente e moralmente superiore, della corporazione, intesa come coincidenza di organismo produttore e organismo politico»[60]. La corporazione avrebbe così «sostituito» il sindacato, affinché datori di lavoro e lavoratori realizzassero al suo interno la «collaborazione», «fondamento del nuovo regime»[61], in vista della realizzazione di un «ordinamento corporativo integrale»[62].

I benefici sarebbero stati numerosi: risoluzione del problema dell’inquadramento delle «categorie, sempre più numerose, che vivono ai margini delle classi dei datori di lavoro e dei lavoratori»[63]; miglioramento della comprensione reciproca tra elementi del mondo del lavoro ed infine l’«unificazione economica delle classi senza gli sbalzi, le incomprensioni e le violenze propri dello sviluppo di due realtà che s’ignorano e che nell’estraneità reciproca accentuano le diversità e le ragioni di contrasto»[64].

Puntuale arrivò la replica del direttore, secondo il quale il sindacato rappresentava «la cellula indistruttibile della rivoluzione»[65]. La sua scomparsa non era minimamente contemplata:

Nei sindacati il nostro sistema riconosce non le ragioni della lotta, non le classi, dunque, nel loro aspetto negativo e patologico, ma le concrete funzioni produttive, da cui la collaborazione scaturisce come una forza operosa; riconosce, cioè, quelle funzioni, che il socialismo, prioprio il socialismo e non il corporativismo, tende, con la lotta delle classi e la vittoria d’una classe, a fare scomparire. Organizzare tali funzioni, disporle secondo le loro affinità sostanziali, disciplinarle per qualità e per specie, gerarchizzarle in un sistema agile e pronto a cogliere tutte le variazioni, le minime come le massime dell’apparato sociale economico, significa già ordinare corporativamente la società e l’economia. La corporazione, è vero, e non il sindacato, è il punto d’arrivo del sindacalismo fascista […]; ma per mantenersi sulle posizioni raggiunte, per non correre il rischio di retrocedere a ordinamenti superati, occorre che la corporazione possa trarre alimento dalle energie vitali di sindacati ben vivi e attivi [66].

Bottai, pur rimanendo fermo nella critica a Spirito, ospitò le sue tesi “scomode” senza tentare uno scontro frontale[67], conscio di come le idee del filosofo «per il loro carattere dirompente, per il consenso che ottenevano negli ambienti giovanili del fascismo, grazie alla carica utopica che racchiudevano, non andavano liquidate […]»[68],  ma altresì discusse per tentare nuovi passi avanti nella strada antiliberale e rivoluzionaria del fascismo. Secondo Lanaro, il direttore fu nella sostanza più radicale nelle sue proposte rispetto a Spirito «sia perché difende l’autonomia del sindacato, pacatamente nella forma, ma fermamente nella sostanza, sia perché ha una concezione dei compiti della “mano pubblica” che aggredisce l’equilibrio tradizionale molto meglio dei sofismi sulla “corporazione proprietaria”»[69]. Per lui non occorrevano “fughe in avanti” (o sarebbe meglio dire “fuori”) rispetto all’idea sociale fascista, ma maggiore convinzione nel sostegno agli organi ed ai “sentimenti” corporativi, impostazione che fu non a caso l’asse portante della rivista fino al crollo del Regime.

Note:

[1] A. GAGLIARDI, Il corporativismo fascista, Laterza, Roma 2010.

[2] M. FINOIA, Il pensiero economico italiano degli anni ’30, «Rassegna Economica», maggio-giugno 1983, pp. 565-          591.

 [3] B. SPAMPANATO, Equazioni rivoluzionarie: dal bolscevismo al fascismo, «Critica fascista», 15 aprile 1930, pp. 152–154.

 [4] Ibidem.

[5]  Ibidem.

[6]  Ibidem.

[7] B. SPAMPANATO, La crisi d’Europa,  «Critica fascista», 1 novembre 1931, pp. 405–407; ID., Dove arriva lo Stato, «Critica fascista», 1 gennaio 1932, pp. 16–19; ID, Ottobre, principio del secolo, «Critica fascista», 1 febbraio 1932, pp. 54–56;  ID, La rivoluzione del popolo, «Critica fascista», 15 ottobre 1932, pp. 403–404.

[8] CRITICA FASCISTA, Note al discorso di Palazzo Venezia, «Critica fascista», 1 novembre 1930, pp. 402-404.

[9] L. INGIANNI, Gli altri e noi, «Critica fascista», 15 novembre 1930, pp. 424 – 426. L’interesse verso la Russia, fu costante, vedi ad. es. l’intervento di analisi del «piano quinquennale» di Stalin: M. DA SILVA, Il piano quinquennale, 1 luglio 1931, pp. 252-253. Successivamente verranno effettuati due studi a proposito del codice penale e del sistema economico russo: T. NAPOLITANO, I delitti contro l’economia nell’U.R.S.S., «Critica fascista», 15 marzo 1932, pp. 113–115 e G. CALENDOLI, La “responsabilità” nell’economia russa, «Critica fascista», 1 maggio 1932, pp. 163–164.

[10]  S. PANUNZIO, La fine di un regno, «Critica fascista», 15 settembre 1931, pp. 342–344.

[11] Ibidem.

[12]  Ibidem.

[13]  Ibidem.

[14]  L. INGIANNI, La rivoluzione fascista, lo spirito e gli interessi, «Critica fascista», 15 ottobre 1931, pp. 381 – 383.

[15]  Ibidem.

[16]  Ibidem.

[17]  R. FIORINI, A proposito dell’antitesi Roma o Mosca, «Critica fascista», 15 ottobre 1931, pp. 383 – 385.

[18]  Ibidem.

[19]  Ibidem.

[20]  A. TOSTI, Diritto operaio e diritto corporativo, «Critica fascista», 15 ottobre 1931, pp. 385 – 386.

[21]  Ibidem.

[22]  Ibidem.

[23]  Ibidem.

[24]  M. RIVOIRE, Affinità ed antitesi fra Roma e Mosca, «Critica fascista», 1 novembre 1931, pp. 413 – 414.

[25]  Ibidem.

[26]  Ibidem.

[27]  Ibidem.

[28]  A. LUCHINI, Obiezioni al neo-moscovitsmo, «Critica fascista», 15 novembre 1931, pp. 432 – 434.

[29]  Ibidem.

[30]  B. SPAMPANATO, Roma e Mosca o la vecchia Europa?, «Critica fascista», 15 novembre 1931, pp. 434 – 436.

[31]  Ibidem.

[32]  L. INGIANNI, Nettissima antitesi, «Critica fascista», 1 dicembre 1931, pp. 455 – 457.

[33]  Ibidem.

[34]  Ibidem.

[35]  Quasi per contrastare la cosiddetta “moscofilia”, il PNF promosse una pubblicazione di spiccata impostazione antisovietica: P. SESSA, Fascismo e bolscevismo, Mondadori, Milano 1933.  Autori come Ettore Lo Gatto, Gaetano Ciocca e Gerhard Dobbert, studioso tedesco trasferitosi in Italia per il suo interesse verso il corporativismo, scrissero pagine mature e importanti per inquadrare le riforme sovietiche. Cfr. F. CARLESI,  Uno studio su corporativismo e New Deal, «Rivista della Cooperazione Giuridica Internazionale», n. 49, pp. 126-134. L’opera più curiosa è senz’altro quello di un giovane fascista: R. BERTONI, Il trionfo del fascismo in URSS, Signorelli, Roma 1934. Infine, si veda anche: P. BUCHIGNANI, Fascisti rossi. Da Salò al Pci, la storia sconosciuta di una migrazione politica, Mondadori, Milano 1998.

[36]  G. FERGOLA, Le politiche “di piano” negli anni Trenta, «Rivista di Studi Corporativi», luglio-ottobre 1986, pp. 323-333.

[37] Su questi temi cfr. P. BUCHIGNANI, La rivoluzione in camicia nera, Mondadori, Milano 2006.

[38] F. PERFETTI, Lo Stato Fascista. Le basi sindacali e corporative, Le Lettere, Firenze 2010, p. 209. Per una descrizione e una interpretazione del Convegno: Ivi, pp. 209–246; R. DE FELICE, Mussolini il duce. Gli anni del consenso 1929-1936, Einaudi, Torino 1974, pp. 10-17; G. SANTOMASSIMO, La Terza via fascista. Il mito del corporativismo,  Carocci, Roma 2006, pp. 141–180.

[39]  F. PERFETTI, Lo Stato Fascista cit., p.. 229.

[40]  IL DOGANIERE, Teorici al passo!, «Critica fascista», 15 maggio 1932, pp. 185.

[41]  N. QUILICI, Il convegno di Ferrara, «Critica fascista», 15 maggio 1932, pp.181–183.

[42]  Ibidem.

[43]  Ibidem.

[44]  Ibidem.

[45]  Ibidem.

[46]  F. PERFETTI, Lo Stato fascista cit., p. 221.

[47]  L’articolo di Fanelli e la seguente polemica sono stati riportati in: Ivi, p. 228.

[48]  CRITICA FASCISTA, La verità di un dissenso, «Critica fascista», 1 giugno 1932, pp. 201–202.

[49]  CRITICA FASCISTA, Il punto su Ferrara, «Critica fascista», 15 giugno 1932, pp. 221–223.

[50]  Ibidem.

[51]  U. SPIRITO, Dentro e fuori, «Critica fascista», 1 luglio 1932, pp. 242–243.

[52] Ibidem. Spirito ribadirà le sue concezioni a questo proposito in: ID., L’iniziativa individuale, «Critica fascista», 15 dicembre 1932, pp. 474 – 477.

[53]   Ibidem.

[54]  Ibidem.

[55]  U. SPIRITO, Il problema del salario nella trasformazione del capitalismo, «Critica fascista», 15 settembre 1932, pp. 365–367.

[56]  Ibidem.

[57]  R. MICHELS, Polemiche corporative, «Critica fascista», 15 ottobre 1932, pp. 394–396.

[58]  U. SPIRITO, Verso la fine del sindacalismo?, «Critica fascista», 15 ottobre 1933, pp. 383–386.

[59]  Ibidem.

[60]  Ibidem.

[61]  Ibidem.

[62]  Ibidem.

[63]  Ibidem.

[64]  Ibidem.

[65]  Ibidem.

[66]  Ibidem.

[67] D’altronde i rapporti fra i due furono improntanti al reciproco rispetto e confronto, anche durante il Convegno di Ferrara, come risulta dalla testimonianza dello stesso Spirito riportata in: G. B. GUERRI, Bottai. Un fascista critico, Feltrinelli, Milano 1976, p. 120.

[68]  F. MALGERI, Bottai e «Critica Fascista», Giuseppe Landi Editore, S. Giovanni Valdarno 1980, p. LXIV.

[69]  S. LANARO, Appunti sul fascismo di sinistra La dottrina corporativa di Ugo Spirito, in: A. AQUARONE, M. VERNASSA (a cura di), Il Regime fascista, il Mulino, Bologna 1974, p. 365.

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