0.6 – Metodo Montessori e Futurismo

Redattore editoriale

Nato nel 1991, Vincenzo Pernice è un giovane professionista dell'editoria. Nel 2012 ha conseguito con lode la laurea in Lettere moderne presso l'Università degli Studi di Napoli "Federico II", con una tesi in storia della critica letteraria su Northrop Frye. Due anni dopo, presso l'Università degli Studi di Milano, ha ottenuto con lode la laurea magistrale in Cultura e storia del sistema editoriale, discutendo una tesi sul romanzo parlamentare.
Nel 2016 ha conseguito presso il Dipartimento di Scienze della formazione e psicologia dell'Università degli Studi di Firenze un perfezionamento post laurea dedicato ai linguaggi narrativi per infanzia e adolescenza.

Metodo Montessori e Futurismo
Maria Montessori intellettuale moderno

Il metodo della pedagogia scientifica applicato all’educazione infantile nelle Case dei bambini di Maria Montessori è unanimemente considerato, con la sua carica dirompente, un’opera in grado di influenzare il corso della pedagogia a venire in tutto il mondo. Nonostante alcuni richiami illustri, il testo edito nel 1909 da Lapi (Città di Castello) stupisce ancora oggi per una freschezza di idee assolutamente controcorrente per l’epoca in cui furono scritte, tali non solo da  apportare segni indelebili all’educazione, ma addirittura da lasciare influenza tangibile sulla cultura e più in generale sulla società odierna. Tuttavia se è vero che nessun uomo può prescindere dal proprio tempo, vale forse la pena indugiare nel clima intellettuale di quegli anni per contestualizzare lo straordinario lavoro della pedagogista e magari individuarne dei corrispettivi che, pur operando in campi diversi, si adoperarono parimenti per un rinnovamento della civiltà agli albori del XX secolo: perché non si dimentichi che oggetto del Metodo è pur sempre il bambino in quanto «infanzia dell’umanità», auspicabilmente in grado di  «custodire il fuoco spirituale degli uomini e […] salvare la loro vera natura [nei] deprimenti gioghi della società».[1]

Proprio perché non tutte le coincidenze sono frutto del caso, nel 1909 esce un altro testo italiano a dir poco rivoluzionario, ovvero il Manifesto del Futurismo di Filippo Tommaso Marinetti, pubblicato quasi in contemporanea su diversi quotidiani nazionali e, più notoriamente, su «Le Figaro» di Parigi. Il manifesto e il Metodo della Montessori, formalmente così diversi, vivono di un destino comune: quello di essere opere ‘vive’, superando i confini imposti dalla carta per invadere l’esistenza dei loro contemporanei.

Nel caso del Metodo è semplice capire il perché. Si tratta, in fondo, di una sorta di manuale ad uso e consumo di addetti ai lavori, un libro il cui senso va ricercato più nell’applicazione dei suoi precetti, anziché nella semplice lettura. Sicché non stupisce che l’opera sia stata continuamente rivista dall’autrice nel corso degli anni, quasi fosse diventata un taccuino da incrementare e correggere in base alle conquiste della perdurante sperimentazione a contatto coi bambini. Montessori possedeva infatti «L’attitudine ed il gusto per la sperimentazione, una sperimentazione fatta nell’ambiente educativo e scolastico, ma guidata, nello stesso tempo, da piena consapevolezza scientifica e didattica».[2]

Ma anche per il Manifesto di Marinetti può dirsi lo stesso. L’avanguardia italiana, prendendo slancio da un iniziale scritto di giornale, si accrescerà, nel corso di trentacinque anni, di centinaia (o migliaia?) di contributi pronti ad arricchirla di idee in continua evoluzione, finanche in contraddizione reciproca. Lungi dall’essere una mera invenzione letteraria, il futurismo si fa vita e, in quanto tale, subisce mutamenti e inversioni di rotta sulla base dei tentativi più o meno riusciti dei suoi adepti, in particolare del suo creatore.

È in tal senso che Metodo e Manifesto si rivelano entrambi opere ‘vive’, in cui il pensiero e soprattutto la concezione profondamente originale soverchiano di gran lunga il mero dato testuale. Attraverso semplici caratteri tipografici, Montessori e Marinetti stanno in realtà comunicando due concezioni di vita assolutamente inedite rispetto al panorama italiano (e non solo) a loro contemporaneo.

Dunque, per tornare alla primissima osservazione, un lavoro di contestualizzazione del metodo Montessori che tenga conto dei coevi fenomeni culturali non strettamente legati al dibattito educativo potrebbe ulteriormente illuminarne la carica propulsiva, specialmente per approfondirne gli auspici di rinnovamento di una società improvvisamente ritrovatasi in un mondo nuovo, eppure ancora priva degli strumenti adeguati per comprenderlo appieno. E allora quale miglior termine di paragone dell’avanguardia futurista? Non a caso Montessori è da tempo considerata «una studiosa di spiccata modernità che sfida il tempo, presenta continue convergenze con ricerche e proposte culturali nuove, e si apre al futuro».[3]

Chiarendo fin da subito di non voler assolutamente etichettare Montessori una futurista e i futuristi dei montessoriani, si cercherà semmai nelle pagine seguenti di indagare diversi tratti comuni del futurismo e del montessorismo, nella convinzione che si possa ravvisare in questi due fenomeni così diversi per ambito e presupposti un analogo intento di distaccarsi dalle ideologie culturali allora egemoni per proporre dei paradigmi interpretativi della realtà sociale consapevolmente nuovi e diversi. Ne risulteranno, si spera, degli spunti utili a chiunque voglia ampliare il campo degli studi sulla nostra pedagogista e magari assumersi l’oneroso compito di approfondire la storia della cultura e del pensiero italiani nei primi decenni del secolo scorso.

Una personalità geniale

Qualche parola andrà preventivamente spesa sulla personalità di Maria Montessori, anche in relazione al quasi coetaneo Marinetti, «in quanto tutti gli interpreti, quelli più aperti ad una valutazione positiva come coloro che non hanno nascosto riserve o dissensi, concordano, implicitamente o esplicitamente, su un fatto: che questa donna, conosciuta vivente, nella stagione della sua incessante e multiforme operosità, non poteva non dare una netta ed inequivocabile impressione di personalità geniale».[4]

Anzitutto un’osservazione semplice ma significativa: così come il futurismo in sostanza non sarebbe mai esistito senza Marinetti, Montessori fu talmente abile da concepire e quindi attribuire il proprio nome ad un metodo educativo. Non è scontato per degli uomini di cultura riuscire ad imporsi in tal modo, soprattutto per l’epoca, quando l’immagine dell’intellettuale solitario ed emarginato (specie se donna) rappresentava molto più di uno stereotipo. Ma Montessori,  proprio come i contemporanei futuristi, non si accontentò di cullare nel privato le proprie intuizioni e decise, per nostra fortuna, non soltanto di renderle pubbliche, ma persino di generare tutto il rumore possibile per farle circolare.

Si tratta di un atteggiamento estremamente moderno per i primi del Novecento, di un precoce e fortunato incontro tra creazione intellettuale e nascenti metodi di comunicazione di massa. Già da queste rapide osservazioni si comprende che Montessori, alla pari di Marinetti, fu assolutamente in sintonia, se non in anticipo, col suo tempo. Mentre la vita e la personalità del padre del futurismo risultano ampiamente indagate da questo punto di vista,[5] lo stesso non può dirsi della pedagogista, di cui forniamo dunque qualche dato biografico per suffragare le osservazioni già avanzate e fornire un contesto adeguato alle analisi che seguiranno.

Maria Montessori[6] nacque nel 1870 a Chiaravalle, in provincia di Ancona. Giunta alla luce dopo il 1861, non poté appartenere alla stagione delle appassionate lotte per l’Unità e delle seguenti disillusioni. Per lei, come per Marinetti, l’Italia era un dato di fatto, e questo fornì forse alla sua generazione la possibilità di vederne pregi e difetti in maniera decisamente più chiara rispetto ai predecessori.

Maria trascorse l’infanzia a Firenze e poi a Roma, guarda caso due capitali del Regno, tra le più grandi e trafficate città d’Italia, piene di una cultura che i centri provinciali dell’epoca non avrebbero neanche potuto concepire. Fu sicuramente una ragazza passionale e anticonvenzionale, al punto che diverse fonti la indicano come prima donna laureata in medicina in Italia (1896). Prima di sviluppare il suo metodo, dedicò lavoro e studi principalmente alla psichiatria e ai bambini ortofrenici.

Negli anni dell’università si legò al collega Giuseppe Montesano, del quale rimase incinta senza sposarsi. Per evitare scandali, entrambi decisero di tenere segreta la relazione e il suo frutto: il figlio Mario nacque nel 1898 e fu affidato a un’altra famiglia, a lungo ignaro delle proprie origini, pur vivendo a contatto con la madre biologica, che avrebbe riconosciuto per tale solo più tardi e della quale sarebbe poi divenuto il principale collaboratore.

Gli anni a cavallo tra un secolo e l’altro furono particolarmente frenetici per Maria: innumerevoli i congressi, le associazioni, le conferenze a cui prese parte o organizzò in prima persona intorno ai temi dell’educazione specifica per bambini affetti da deficienza mentale e dell’emancipazione femminile. In seguito alla rottura con Montesano, Montessori approfondì l’antropologia e la filosofia nietzschiana.

Il 1906 è una data importante, quella dell’apertura a Roma della prima Casa dei bambini, un asilo per i figli degli operai. Si tratta della prima esperienza educativa per Maria, la quale inizia a dedicarsi all’elaborazione di una teoria pedagogica valida anche per fanciulli sani. Negli anni seguenti, contemporanei o immediatamente successivi alla pubblicazione del Metodo, le idee montessoriane iniziano a diffondersi tra critiche e alcuni entusiastici appoggi. Vengono fondate altre Case dei bambini in diverse città d’Italia e il metodo Montessori (come fu noto fin da subito) viene utilizzato anche in qualche scuola elementare. Il sistema verrà esteso dalla stessa fondatrice, a livello teorico e pratico, non soltanto agli istituti scolastici di ogni grado, ma persino all’università e all’educazione religiosa. Nonostante le vicende personali, la pedagogista rimase infatti sempre cattolica.

I primi successi internazionali fiorirono soprattutto negli Stati Uniti, dove le teorie montessoriane furono accolte con grande interesse e dove la stessa Montessori visse durante la Grande guerra, impegnata a diffondere il metodo. Non mancano lezioni e pubblicazioni anche nel resto del mondo. «Non è possibile trattenere un moto d’ammirazione per questa donna la quale, sprovveduta di vera preparazione politica, storica e filosofica, scarsamente dotata per le lingue, riuscì a captare, per mezzo di un misterioso senso che da pochi è posseduto, i fermenti ed i dinamismi di quel periodo».[7] Paradossalmente, il successo italiano fu piuttosto limitato, almeno fino agli anni Venti, quando col decisivo appoggio del regime fascista e dello stesso Mussolini «Un vasto impegno fu allora messo in campo: pubblicazione di libri, apertura di nuove scuole, fabbricazione del ‘materiale montessoriano’ a esse destinato, organizzazione di corsi per educatori. Il sostegno fascista fu, in questo senso, importante e significativo».[8]

Le cose cambiarono a metà del decennio successivo. Le aspirazioni universalistiche e pacifistiche di Montessori, del resto, mal si accordavano con l’ideologia vigente e la stessa personalità della pedagogista fu oggetto di malcontenti. Il risultato fu la chiusura delle scuole montessoriane e il trasferimento di Maria e del figlio in Spagna. Il metodo delle sorelle Agazzi sostituì in Italia quello Montessori, sancendo di fatto la vittoria della pedagogia dell’ordine su quella della libertà.

Maria non smise di viaggiare e di cambiare residenza: dopo la Spagna, fu in Inghilterra, Olanda, India. «Doveva avere una fibra eccezionale questa donna la quale, a settant’anni d’età […] si diede ad organizzare corsi e a dare un notevole impulso all’educazione infantile (e non solo a questa) nelle vaste contrade dell’India e dell’isola di Ceylon, attendendo, nello stesso tempo, alla preparazione o stesura di scritti».[9] Tornò in patria soltanto nel dopoguerra, per riorganizzare il montessorismo, ma volle comunque mantenere la sua dimora principale ad Amsterdam. Non smise mai di approfondire le proprie ricerche e, soprattutto, di predicare la pace, al punto da essere candidata a un Nobel per tale motivo. Morì nel 1952, all’apice della notorietà. Nel 1990 l’Italia le ha dedicato la celeberrima banconota da mille lire.

Messa da parte la breve parentesi biografica, a qualcuno potrebbe sembrare ancora azzardato accostare montessorismo e futurismo, almeno quanto acqua santa e diavolo. Il primo evoca pace, bambini, affetto, la nostalgica mille lire (gli studiosi dell’immaginario collettivo converranno su quanto certi simboli influenzino la percezione di fenomeni culturali), l’altro è istintivamente associato alla guerra, al fascismo, al rumore, col risultato di una caratterizzazione che a lungo gli ha garantito una damnatio memoriae ancora persistente presso alcuni orientamenti critici. Eppure, già da un semplice raffronto tra la vita di Montessori e quella di Marinetti, emergono dei nuclei comuni che difficilmente si possono negare. Possibile mai che due personalità con numerosi punti di contatto abbiano potuto dar vita a pensieri al contrario così diversi? Prima di addentrarci nella teoria vera e propria, cerchiamo appunto di rimarcare diversi aspetti caratterizzanti dei due fondatori, dai quali potremo poi muovere per l’analisi delle rispettive teorie.

Anzitutto, parimenti al fondatore del futurismo, Montessori visse una vita ricca di stimoli culturali, frutto in particolar modo di continui spostamenti. Contestualizzata all’inizio del secolo scorso, tale propensione al viaggio e al trasferimento non è affatto tipica degli intellettuali italiani. Maria non solo conobbe bene la propria patria, ma familiarizzò ampiamente con paesi stranieri e, cosa ancor più importante, si garantì un’esperienza della società a 360 gradi: la pedagogista ebbe infatti a che fare con bambini ortofrenici e classi operaie, così come lo spericolato Marinetti assaggiò le condizioni di disagio del carcere e della guerra, ma al tempo stesso entrambi non poterono sicuramente sfuggire ad ambienti alto-borghesi o aristocratici.

Le particolari vicende personali di Montessori ben si associano anche alla convivenza more uxorio dei genitori dell’anticlericale Marinetti, il quale, d’altro canto, pure convisse a lungo con la compagna Benedetta prima di convolare a delle nozze solo e soltanto civili. Emerge così in entrambi una visione decisamente evoluta dell’istituto familiare, a prescindere dai diversi orientamenti religiosi.

Non sempre viene ricordato, ma anche la pedagogista fu nota per i suoi modi appariscenti. Se Marinetti fu soprattutto personaggio oltre che poeta e nessuna storia della letteratura manca di sottolinearlo, persino della Montessori ci restano delle testimonianze di un atteggiamento ‘teatrale’ sul palco durante i convegni.[10] E non poteva essere altrimenti, dato che anch’ella fu un’abilissima venditrice. Così come Marinetti rese il futurismo un affare pubblico, sviluppando idee allora inconcepibili per delle discipline ritenute sacre e preziose come l’arte e la letteratura, neanche Montessori scherzava: corsi, pubblicazioni, lezioni, dibattiti attestano una vita costantemente al centro dell’attenzione. Certo, si può obiettare che un intellettuale che si batta per degli ideali giustamente debba impegnarsi a promuoverli. Ma quanti uomini pieni di ideali sono morti portandoseli nella tomba? La verità è che le idee non solo basta concepirle, bisogna soprattutto trasmetterle e non tutti ne sono all’altezza. Maria invece sì, era anzi bravissima in questo.

Un’ulteriore dimostrazione sta nell’organizzazione che seppe dare alle propria creatura. Difficile, solo per fare un esempio, elencare tutti gli enti a ella associati, in Italia o all’estero: Opera nazionale Montessori, Comitato pro Montessori, Società napoletana degli amici del metodo… ciascuno magari con annesse pubblicazioni. Una strategia decisamente simile a quella adoperata da Marinetti, il quale dotò il futurismo di case editrici e pubblicazioni periodiche, adibì le proprie abitazioni a basi operative con tanto di personale di segreteria ed indirizzo pubblico per ricevere la corrispondenza.

C’è anche, per tale motivo, chi ha attaccato la pedagogista come povera di sostanza. Mentre le provocazioni e le tecniche pubblicitarie futuriste suscitarono sarcasmo nei contemporanei e le parole in libertà avrebbero addirittura generato «inconsistenza semantica»,[11] pure alcuni nemici della Montessori non hanno mancato di sottolineare l’eccessivo peso del suo «apostolato» e della sua eloquenza:

La salda affermazione del metodo Montessori può essere attribuita ai meriti propagandistici che accompagnarono la sua affermazione teorica, come è stato affermato dai critici dell’ideologia montessoriana. Esiste indubbiamente un apporto dovuto all’eloquenza della fondatrice, spiegata nei suoi numerosi libri nei quali, a fianco delle formulazioni teorico-pratiche, affiora costantemente uno spirito di apostolato di non indifferente peso.[12]

Apostolato che, se contribuisce ad acuire presso i posteri l’impressione di grandezza scaturita dal personaggio, non è stato per niente accolto con unanime consenso dai contemporanei, con molti dei quali la pedagogista intratteneva rapporti di reciproca diffidenza o antipatia:

Sul piano dei rapporti umani […] non riescono simpatici molti suoi atteggiamenti un po’ ‘reclamistici’, quella sua aria di scopritrice di nuovi veri, il tono scientifico-misticheggiante di taluni suoi scritti, la nebulosità di certe affermazioni, il disprezzo – spesso più apparente che reale – nei confronti delle altre correnti pedagogiche.[13]

Da non sottovalutare sono poi certe abilità diplomatiche. L’iniziale consenso fascista al metodo Montessori sarebbe stato impossibile senza delle adeguate trattative da parte dell’interessata, che ebbe «contatto diretto»[14] col Duce. Certo, le cose cambiarono, ma Maria dimostrò sagacia anche al mutare del vento: piuttosto che rimanere osteggiata in patria, preferì emigrare all’estero, dove il metodo riscuoteva ampi successi. Fu un’ottima tattica. E Marinetti non uscì invece sconfitto dal fascismo? Forse sì, ma sarebbe potuta andare peggio. Seppure il futurismo non riuscì ad imporsi come arte di Stato perché lontano dall’estetica di regime, fu tuttavia in grado di sopravvivere e di esprimersi grazie ai compromessi (e a qualche umiliazione) che il fondatore fu disposto ad accettare. Dunque montessorismo e futurismo ancora vivi durante il fascismo: neanche questo è scontato per dei fenomeni culturali non propriamente allineati.

Certamente Maria e Filippo differirono sotto altri aspetti, in primis per le diverse opinioni intorno alla Chiesa e alla guerra. Segnaliamo, ad ogni modo, come difficilmente si trovino degli studi che manchino di rilevare l’influenza che Nietzsche ebbe su tutti e due, ma sarebbe un discorso difficile da approfondire in questa sede. Piuttosto, evidenziamo in breve un’ultima affinità e allo stesso tempo sfatiamo un mito a proposito della questione femminile. Perché se è vero che sull’attivismo montessoriano non si hanno dubbi, il famoso «disprezzo della donna» marinettiano va ormai ribaltato sia alla luce di diversi testi teorici e letterari, sia grazie all’apporto di accreditate indagini sul pensiero e sulle biografie dei futuristi, che ci hanno restituito l’immagine di un’avanguardia impegnata persino nei diritti politici delle donne.[15] A dimostrazione di come la necessità di tale cambiamento fosse ormai nell’aria e condivisa da diverse correnti filosofiche e culturali, non soltanto un ‘vezzo’ di poche donne direttamente esposte.

Dunque da un semplice raffronto con un coetaneo ribelle, emerge il ritratto di una Montessori ancor più geniale e disinvolta di quanto si tenda a ricordare. Viaggiatrice, manager, oratrice, promotrice, diplomatica, progressista. L’Italia del dopoguerra ne avrebbe conosciuti tanti (troppi?) di intellettuali così, ma nel 1909 erano ancora merce rara, decisamente progrediti rispetto ai silenziosi colleghi così disperatamente devoti a una ristretta cerchia di intenditori. Sul culto della modernità Marinetti ha costruito un’intera carriera ed è giusto che ognuno lo ricordi, mentre non sempre di Montessori viene messa in luce tale istanza rivoluzionaria. Infatti,

Maria Montessori critica la società del suo tempo sostenendo che «le condizioni in cui viviamo sono ancora servili» e che chi viene troppo servito «è leso nella sua indipendenza» e «la sua mente si atrofizza». Questo è un ragionamento che viene applicato non solo ai bambini ma anche alle donne, le quali «quando sono troppo mantenute e servite sono diminuite nella loro umanità».[16]

Memori di tali parole, ci addentriamo adesso nell’analisi di alcune pagine montessoriane e di diversi testi teorici futuristi, con l’intento di annodare i fili di comuni idee moderniste che, confrontandosi soprattutto sui temi dell’educazione e della cultura, ci raccontano in realtà i nascenti bisogni di una società ormai percepita come mutata rispetto al secolo precedente.

Una nuova educazione per una nuova società

Con l’intento di riassumere in breve l’essenza del montessorismo, citiamo uno dei passi più significativi del Metodo:

Se vogliamo paragonare il bambino a un orologio o a un meccanismo complesso qualsiasi, possiamo dire che l’antico metodo può paragonarsi all’atto [di premere] con l’unghia i dentelli delle ruote ferme per farle girare, e il giro corrisponde a puntino alla forza motrice applicata dall’unghia (la cultura, che resta limitata all’opera del maestro sul fanciullo); il nuovo metodo è invece simile alla carica, che pone in movimento spontaneo tutto il meccanismo – movimento che è in rapporto diretto con la macchina e non con l’opera di chi ha imposto la carica. […] Il movimento, ossia l’attività psichica spontanea, parte nel nostro caso dall’educazione dei sensi, ed è mantenuta dall’intelligenza osservatrice. […] Il nostro scopo educativo della prima infanzia deve essere quello di aiutare lo sviluppo spontaneo della personalità psico-fisica, non di dare una cultura.[17]

Siamo sicuri che Marinetti avrebbe ampiamente apprezzato le similitudini meccanicistiche, ma, lo si è detto, non intendiamo fare della Montessori una futurista. Piuttosto evidenziamo del passo appena citato l’accenno che viene fatto a «l’antico metodo», nient’affatto insolito nelle pagine della pedagogista, la quale non perde occasione per rimarcare la distanza che la separa dal tipo di educazione positivistica, fondata notoriamente sulla disciplina e sul nozionismo. È questo uno dei tratti più evidenti dell’apostolato montessoriano, talmente sentito da insinuarsi persino nelle opere teoriche. In effetti, la comparazione è uno degli accorgimenti tipici della prosa della pedagogista, scandita dal ritornello di un prima/dopo in cui è l’ultimo che ovviamente prevale per qualità, si tratti di principi educativi, di atteggiamento dell’educatrice o persino dell’ambiente. Montessori costruisce il proprio discorso anche per contrasti con idee sentite ormai vecchie e una minima familiarità coi manifesti futuristi non può smentire tale comune pratica discorsiva.

La proposta del Metodo sta dunque nella «carica» che l’educatrice deve saper dare al bambino. A proposito di Montessori, infatti, si è giustamente parlato di un passaggio dall’eteroeducazione all’autoeducazione, ossia da un’educazione imposta dall’esterno con metodi coercitivi (presi di mira soprattutto premi e castighi) a una metodologia fondata invece sulla fiducia nella crescita del fanciullo in una relativa autonomia. Di pari passo, se l’educatrice positivista era decisamente attiva, dispensando sapere dall’alto del proprio ruolo, l’educatrice montessoriana viene al contrario qualificata come passiva, un angelo custode prettamente osservatore del naturale sviluppo in libertà dei bambini. Ne segue un netto ridimensionamento del compito dell’insegnante, insieme ad un’innegabile svalutazione del ruolo svolto dall’erudizione nello sviluppo del fanciullo:

Se Newton fosse stato un maestro di bambini, egli avrebbe guidato semplicemente lo sguardo del fanciullo ad ammirare gli astri in una notte stellata; ma un erudito avrebbe forse creduto necessario preparar prima il bambino a intendere il calcolo sublime, che è la chiave dell’astronomia. Galileo Galilei osserva l’oscillazione di una lampada sospesa in alto, e scopre le leggi del pendolo. Nella vita intellettuale la semplicità e la spogliazione di ogni preconcetto conducono a scoprire le cose nuove, [così] come nella vita morale l’umiltà e la povertà materiale guidano alle alte conquiste spirituali.[18]

Difficile non pensare alle tirate marinettiane contro i pesanti professori tedescofili. Anche perché è chiaro che qui come altrove Montessori scavalca la teoria pedagogica per lanciare opinioni sulla società del tempo, in cui la parola cultura equivaleva sostanzialmente a carta e memoria. Con l’arrivo del Novecento non si ha invece timore di denunciare tale formazione libresca come fragile, preferendone invece un equivalente pragmatico, che non solo riesca a catturare l’attenzione dei bambini, ma soprattutto permetta di penetrare nell’essenza delle cose, piuttosto che di circoscriverle attraverso mere descrizioni. Si tratta di una riflessione tuttora attuale, se si pensa alle personali esperienze di studio e ai continui sforzi compiuti negli ultimi anni per svecchiare i metodi di insegnamento, e che trova appoggio anche nel contemporaneo programma di «distruzione delle biblioteche» propugnato dal futurismo, una provocazione che sottende un’analoga riflessione sulla necessità di apportare cambiamenti al modo di pensare la cultura.

L’invito di Marinetti a sbarazzarsi dei fondi documentali non è infatti da prendere alla lettera (parliamo di un intellettuale, non dimentichiamolo), rappresenta anzitutto un richiamo a porre l’attenzione sull’avvenire piuttosto che sull’avvenuto, ma è anche un modo per intavolare un discorso sul mutamento della percezione di cos’è cultura. Non è il passato il problema (Marinetti fu estimatore di Dante e traduttore di Tacito), quanto la sua smodata ammirazione. L’assalto, più che alle biblioteche e ai musei, andrebbe quindi indirizzato ai pedanti, agli eruditi, rei di coltivare nient’altro che definizioni, atrofizzando così le menti che tendono a un pensiero pragmatico e non schematico. Dunque non distruzione della cultura, semmai di un certo tipo di cultura, come del resto chiarisce il Manifesto del partito futurista italiano nel punto dedicato all’educazione.[19]

Anche per Marinetti il nemico è il positivismo, che in Italia trovò soprattutto nella filologia la sua principale incarnazione. Di conseguenza, etichettata come inattuale una certa e specifica cultura, dovrà mutare anche la trasmissione del sapere. Se i futuristi non elaborarono una teoria dell’educazione, è pur vero che più volte intervennero sull’argomento attraverso testi di vario genere. Infatti, oltre al succitato manifesto politico, si può dire che fin dall’inizio Marinetti si ponesse il problema dei più giovani, da avvicinare in ogni modo alle idee dell’avanguardia. Già nel 1909 dichiarava: «Vogliamo che i nostri figliuoli, seguano allegramente il loro capriccio, avversino brutalmente i vecchi e sbeffeggino tutto ciò che è consacrato dal tempo!»,[20] a dimostrazione di come il futurismo non fosse un affare per soli adulti. Allora in che modo formare i bambini e i ragazzi?

Senza pretendere di ricavare dalle seguenti osservazioni una teoria pedagogica, leggiamo alcuni estratti dal manifesto di Palazzeschi Il controdolore, nel tentativo di scoprire che tipo di insegnamento e soprattutto di insegnanti immaginassero i futuristi:

Bisogna educare al riso i nostri figli, al riso più smodato, più insolente, al coraggio di ridere rumorosamente non appena ne sentano la necessità […] Gli forniremo giocattoli educativi, fantocci gobbi, ciechi, cancrenosi, sciancati, etici, sifilitici, che meccanicamente piangano, gridino, si lamentino, vengano assaliti da epilessia, peste, colera, emorragie, emorroidi, scoli, follia, svengano, rantolino, muoiano. Poi la loro maestra sarà idropica, ammalata di elefantiasi, oppure secca secca, lunga, con collo di giraffa. Le due saranno alternate ad insaputa della scolaresca, messe vicino, fatte piangere, fatte tirarsi i capelli, i pizzicotti, dire ahi! ohi! in tutti i toni possibili e immaginabili, nelle maniere più desolanti.[…] A seconda delle loro più o meno intense qualità naturali saranno questi insegnanti retribuiti.[21]

Abbiamo citato un testo la cui componente provocatoria è più che evidente, tuttavia sarebbe riduttivo esaurirne il significato in uno scandalo fine a sé. L’educazione al riso cui si fa riferimento altro non è che capacità di sovversione, di autonomia di pensiero che la scuola dovrebbe coltivare anziché soffocare. Dalle irrealizzabili assurdità di Palazzeschi, infatti, pur emerge una indiretta condanna delle istituzioni educative dell’epoca e dei relativi metodi di insegnamento: in tale ottica, i «falsi funerali» cui si fa successivo riferimento nel manifesto si potrebbero anche interpretare come una auspicata soppressione dei sistemi positivistici. Leggere metaforicamente le provocazioni futuriste significa vedere nelle colorite descrizioni de Il controdolore la speranza dell’avvento di una scuola in cui siano gli alunni protagonisti, col conseguente ridimensionamento del ruolo dell’insegnante, non più dispensatore di sapere, ma ‘oggetto’ in balia dei bambini, mai confinati a forza nei banchi, anzi padroni del proprio percorso formativo, che può svolgersi nell’autonomia e nel diletto. Se non è questa autoeducazione!

Nel brano di Palazzeschi si fa poi brevemente riferimento a degli ipotetici «giocattoli educativi» che forse avranno servito da spunto a Balla e Depero nella stesura del manifesto Ricostruzione futurista dell’universo, in cui è presente un paragrafo dedicato appunto a Il giocattolo futurista:

Nei giochi e nei giocattoli, come in tutte le manifestazioni passatiste, non c’è che grottesca imitazione, timidezza, (trenini, carrozzini, pupazzi immobili, caricature cretine d’oggetti domestici), antiginnastici o monotoni, solamente atti a istupidire e ad avvilire il bambino.

Per mezzo di complessi plastici noi costruiremo dei giocattoli che abitueranno il bambino:

1) a ridere apertissimamente (per effetto di trucchi esageratamente buffi);

2) all’elasticità massima (senza ricorrere a lanci di proiettili, frustate, punture improvvise, ecc.);

3) allo slancio immaginativo (mediante giocattoli fantastici da vedere con lenti; cassettine da aprirsi di notte, da cui scoppieranno meraviglie pirotecniche; congegni in trasformazione ecc.)

4) a tendere infinitamente e ad agilizzare la sensibilità (nel dominio sconfinato dei rumori, odori, colori, più intensi, più acuti, più eccitanti).

5) al coraggio fisico, alla lotta e alla GUERRA (mediante giocattoli enormi che agiranno all’aperto, pericolosi, aggressivi).

Il giocattolo futurista sarà utilissimo anche all’adulto, poiché lo manterrà giovane, agile, festante, disinvolto, pronto a tutto, instancabile, istintivo e intuitivo.[22]

Come per Il controdolore, anche qui siamo di fronte a provocazione e soprattutto a immaginazione irrealizzabile, ma allo stesso modo non sarebbe corretto ignorare le istanze propositive della formulazione di Balla e Depero. Che i giocattoli di un secolo fa fossero puramente imitativi non è difficile da immaginare: a maggior ragione l’intuizione che se ne potessero inventare degli altri che puntassero allo sviluppo delle capacità del bambino, piuttosto che al mero svago ricreativo, è un qualcosa che dovrebbe far riflettere sul valore pedagogico della proposta, specie se si ricorda che in quegli stessi anni Montessori non nascondeva un certo scetticismo nei confronti del balocco, colpevole di innescare sterili fantasticherie nel bambino,[23] per contrapporgli invece quel famoso materiale didattico che sarebbe poi divenuto uno dei punti fondamentali della sua strategia educativa. Vediamone appunto una breve descrizione:

Il materiale sensoriale è costituito da un sistema di oggetti, che sono raggruppati secondo una determinata qualità fisica dei corpi – come colore, forma, dimensione, suono, stato di ruvidezza, peso, temperatura, ecc. […] Ogni gruppo di oggetti-materiale dei suoni, materiale dei colori, ecc., presenta una graduazione, ha dunque agli estremi il ‘massimo’ e il ‘minimo’ della serie […] Il contrasto essendo rilevante rende evidenti le differenze e il bambino anche prima di esercitarsi è capace di interessarsene.[24]

Così, per strade diverse, futurismo e montessorismo riconoscono entrambi la necessità di realizzare oggetti per bambini che vadano oltre la semplice materialità, fungendo da catalizzatori per lo sviluppo sensoriale e psichico. Se il giocattolo futurista sarebbe servito ad «agilizzare la sensibilità», qualcosa di molto simile scaturisce dall’utilizzo del materiale montessoriano. Osteggiato da numerosi oppositori della pedagogista, in quanto ritenuto limitante rispetto al fine ultimo di ‘liberare’ il fanciullo, questo in realtà si rivela la miglior palestra per rendere veramente autonomi i bambini, fornendo loro la capacità di cogliere sfumature del reale difficilmente spiegabili tramite una cattedratica lezione a voce:

Con l’uso del materiale, il bambino riesce a compiere atti complessi con precisione, dato che gli esercizi sensoriali l’hanno abituato a scomporre, ad analizzare ogni azione in atti semplici, a rendere ogni sua azione ordinata ed armoniosa […] Incastri piani, spolette colorate, campane, cubi, stoffe più o meno lisce portano lentamente il bambino ad un grado di preparazione sensoriale dal quale, poco oltre i quattro anni, può affrontare scrittura, lettura e numerazione.[25]

Dopo aver accuratamente tranquillizzato i lettori sul fatto che il materiale in uso alle Case dei bambini è frutto di una selezione «basata su accurati esperimenti psicologici del materiale usato da Itard e Séguin […] e di una serie di materiali da me designati nel primo periodo del mio lavoro sperimentale», in modo che «colore, dimensioni, forma, insomma tutte le loro qualità furono sperimentalmente stabilite»,[26] la pedagogista torna all’attacco della «maestra comune» e svaluta ogni eventuale critica al fatto che i bambini possano fermarsi alla banale materialità degli oggetti, senza riuscire a sviluppare competenze cognitive:

Una […] preoccupazione della maestra comune è quella di dover dilatare le conoscenze del bambino con continue applicazioni all’ambiente o con le ‘generalizzazioni’. Il ‘fargli veder tutto’, il ‘riflettere su tutto’, è un ansioso lavoro e, purtroppo, è uno spegnitoio delle energie infantili, un crudele strappo di tutte le cose che formerebbero in lui ‘un interesse’. […] Non si preoccupi dunque la nostra maestra delle ‘applicazioni’ per il timore che il fanciullo, come tanti vogliono insinuare, si arresti miseramente al materiale […] Perché, se il fanciullino esercitandosi con il materiale sensoriale ha ‘accresciuto’ la sua capacità di distinguere tra loro le cose e ha aperto le vie dell’anima ad una sempre crescente attività di lavoro, egli è certo diventato un osservatore più perfetto e intelligente di prima.[27]

La riflessione comune di Montessori e futuristi intorno all’utilità degli oggetti ai fini dello sviluppo sensoriale non deve affatto stupire, se si pensa alla costante sensistica presente in entrambi in egual misura. Dalla lettura delle pagine montessoriane emerge infatti una precisa volontà di lasciare il bambino libero di esplorare il mondo soprattutto dal punto di vista fisico. Aiutato dai suddetti materiali, che lo renderanno in grado di analizzare le differenti qualità di qualunque cosa possa trovarsi sottocchio, l’allievo delle Case dei bambini cresce in un ambiente curato negli interni e al tempo stesso a contatto con la natura, della quale potrà percepire colori, odori, sensazioni tattili. Il fanciullo educato secondo il metodo diverrà così un adulto la cui attenzione saprà concentrarsi tanto sul mondo fisico quanto su quello spirituale, che per Montessori procedono di fatto su strade che convergono:

Anche l’educazione estetica e [quella] morale sono collegate strettamente a quella sensoriale. Moltiplicando le sensazioni e sviluppando la capacità di apprezzare le minime quantità differenziali tra gli stimoli, si affina la sensibilità e si moltiplicano i godimenti.[28]

Negli stessi anni l’attenzione di Marinetti verso la realtà sensibile andava esprimendosi tramite una celebre «ossessione lirica della materia» realizzata rendendo in letteratura  «la sensibilità e gli istinti dei metalli, delle pietre, del legno ecc.».[29] Ma la riflessione del poeta scavalca la produzione letteraria per arrivare a concepire addirittura il tattilismo, il cui scopo sono «le armonie tattili, semplicemente, e collaborare indirettamente a perfezionare le comunicazioni spirituali fra gli esseri umani, attraverso l’epidermide».[30] C’è molto di erotico in questo disegno, ma ciò che qui interessa sottolineare è che Marinetti prevedesse una vera e propria educazione tattile funzionale al perfezionamento dei sensi. Tale educazione sarebbe stata perseguibile attraverso apposite «tavole tattili»:

Queste tavole tattili hanno delle disposizioni di valori tattili che permettono alle mani di vagare su di esse seguendo tracce colorate e realizzando così uno svolgersi di sensazioni suggestive, il cui ritmo a volta a volta languido, cadenzato o tumultuoso, è regolato da indicazioni precise.[31]

E probabilmente in queste tavole potrebbe ravvisarsi qualcosa di ancor più simile al materiale montessoriano rispetto ai giocattoli ipotizzati da Balla e Depero, ma non siamo alla ricerca di sovrapposizioni vere e proprie. Quel che conta è che intellettuali così diversi dessero egual peso al mondo sensibile, al punto da ritenere necessaria agli uomini una apposita educazione sensoriale per goderlo appieno. Ciò è ancor più sorprendente se si pensa che le idee di Marinetti e Montessori prendevano sviluppo in un’Italia in piena riscoperta dell’idealismo, così restio a concedere adeguato spazio all’esperienza fisica:

La lezione che l’idealismo aveva affermato insostituibile, viene estromessa dalla Montessori per la quale la scuola è fatta soprattutto dall’attività e dal lavoro degli scolari […] L’idealismo contrappone lo spirito al senso, ai bisogni, alle passioni e agli impulsi […] Al contrario, la Montessori identifica la vita spirituale del bambino nella sua vita biologica e psicologica, apre al bambino la via dell’iniziativa e ne cura l’educazione dei sensi.[32]

Laddove la critica ha ampiamente indagato l’idolatria futurista della macchina, feticcio e oggetto ‘vivo’, in grado di interagire coi suoi interlocutori umani, è poi altamente significativo ricordare in questa sede un passo del Metodo dedicato alla «voce delle cose», da cui si evince chiaramente come, materiale educativo a parte, per la pedagogista i bambini (e di conseguenza l’intero genere umano) siano naturalmente predisposti al fascinoso richiamo esercitato dagli oggetti. Si tratta di un fenomeno nient’affatto pericoloso, che anzi risulta particolarmente utile all’educatrice, fungendo da integrazione al proprio ruolo:

La maestra sorveglia, è vero, ma sono le cose di vario genere che ‘chiamano’ i bambini di varie età. Veramente la lucentezza, i colori e la bellezza delle cose gaie ed adornate sono altrettante ‘voci’ che richiamano l’attenzione del bambino e lo stimolano ad agire. Quegli oggetti hanno un’eloquenza che nessuna maestra potrebbe mai raggiungere: «prendimi» dicono, «conservami intatto», «mettimi nel mio posto». E l’azione compiuta in accordo con l’invito delle cose dà al bambino quella gaia soddisfazione e quel risveglio di energia che lo predispongono ai lavori più difficili dello sviluppo intellettuale.[33]

La suddetta attenzione alla realtà circostante sfocia sia nel montessorismo sia nel futurismo in una conseguente riflessione sugli ambienti e sull’opportunità di modificarli in base alle necessità di chi li abita. Quando Sant’Elia dichiara che «L’architettura come arte delle forme degli edifici secondo criteri prestabiliti è finita» intende che non è più l’uomo a dover adeguarsi agli spazi, semmai il contrario: «Per architettura si deve intendere lo sforzo di armonizzare con libertà e con grande audacia, l’ambiente con l’uomo, cioè rendere il mondo delle cose una proiezione diretta del mondo dello spirito».[34] Un nobile e audace progetto che avrebbe dovuto trovar sfogo in costruzioni di fatto irrealizzate e irrealizzabili, come buona parte delle intuizioni futuriste. Ma ci rimangono ancora una volta la forza delle idee e la loro comunanza con un certo sentire del tempo, in opposizione ai retaggi del secolo precedente. Anche in Montessori troviamo infatti riflessioni sugli spazi, che come per l’architetto futurista devono essere anzitutto funzionali:

Maria Montessori ebbe il merito di intuire che l’ambiente e lo stesso sistema di vita degli adulti […] erano inadatti ad un armonioso sviluppo psichico del fanciullo, il quale non poteva rendersi indipendente perché sostituito in ogni azione dai genitori e dagli insegnanti […] La casa dei bambini, con l’arredamento piccolo, allegro e funzionale, è un invito continuo all’azione, all’esercizio di ‘vita pratica’, nei quali predomina la sintesi e la globalità.[35]

Questo accenno all’azione ci permette di introdurre un ulteriore argomento di confronto tra i due fenomeni culturali in oggetto. Nel montessorismo la vita pratica va intesa sia nell’insieme di attività atte a mantenere l’ambiente interno pulito e ordinato, sia nel senso di veri e propri esercizi fisici, ai quali era data larga importanza. Questo perché per la pedagogista la ginnastica «rende» il bambino «a poco a poco padrone di tutti i suoi movimenti»:[36] da qui la necessità di un’educazione fisica fin dalla prima infanzia, il cui scopo non è da intendere come semplice esercizio salutare, semmai quale ulteriore pratica atta a sviluppare determinate facoltà. Tra gli esercizi fisici previsti da Montessori, uno dei più celebri rimane sicuramente quello del filo, che «consiste nel camminare seguendo una linea a forma di ellisse verniciata sul pavimento:»

 il piede deve dapprima poggiare sulla linea, poi deve toccare con la punta il tallone dell’altro piede; quando i bambini compiono con disinvoltura questo esercizio, dovranno affrontare altre difficoltà che renderanno più controllati i loro movimenti, non soltanto delle gambe, ma delle braccia.[37]

L’importanza dell’educazione fisica era già stata precedentemente sottolineata da Marinetti nel Manifesto del partito futurista italiano, ma in altri luoghi il poeta lancia addirittura l’idea di un vero e proprio programma scolastico incentrato sul pericolo. Anche qui, come nel metodo Montessori, l’esercizio non è fine a sé, bensì atto allo sviluppo di qualità psichiche:

Che ne dite, per esempio, di quel progetto futurista che consiste nell’introdurre in tutte le scuole un corso regolare di rischi e di pericoli fisici? I ragazzi sarebbero sottoposti, indipendentemente dalla loro volontà, alla necessità di affrontare continuamente una serie di pericoli sempre imprevisti come: l’incendio, l’annegamento, il crollo d’un soffitto o altri simili disastri… Ora, il coraggio è precisamente la materia prima perché, secondo la grande speranza futurista, tutte le autorità, tutti i diritti e tutti i poteri siano brutalmente strappati ai morti e ai moribondi e dati ai giovani fra i venti e i quarant’anni.[38]

Ovviamente, emerge in questo caso una delle differenze fondamentali tra l’ideologia futurista e quella montessoriana. Laddove nelle Case dei bambini lo sviluppo mentale attraverso la ginnastica avrebbe cresciuto degli uomini sì liberi e indipendenti ma pacifici, l’ipotetico programma scolastico di Marinetti rimane ancorato alla necessità di moltiplicare gli esseri bellicosi. Ciononostante, è innegabile che si possa ravvisare da entrambe le parti un’idea di esercizio fisico come necessario completamento alla formazione mentale, al di là di generici e pretenziosi rimandi ad una ginnastica nobilitante o in chiave ascetica. Fintanto che Marinetti e Montessori intendono dar vita a un’umanità rinnovata, intuiscono in egual misura la necessità di prepararla all’esistenza in ogni sua sfumatura, sia interiore sia esteriore.

L’impegno di una pedagogista

Sono trascorsi più di sessantacinque anni dalla scomparsa di Maria Montessori e la sua fama non accenna ad arrestarsi. Tutt’altro: se fino a qualche tempo fa risultava quasi un luogo comune sottolineare i successi del Metodo più all’estero che in Italia, negli ultimi anni si è invece assistito ad un crescente interesse in patria per le teorie e la personalità della pedagogista, sfociato in corsi di formazione specialistica appositamente istituiti, nel crescente numero di edizioni tascabili dedicate al grande pubblico di parte dei suoi scritti e persino nella produzione di una serie televisiva dal taglio biografico romanzato. Tutto ciò, unitamente al gran numero e alla qualità di studi critici sull’argomento, ha certamente consolidato non solo la validità delle stesse teorie montessoriane, ma ha ampiamente spianato la strada per l’ingresso della pedagogista nel pantheon della grande storia della cultura italiana, al punto da essere già considerata, per dirne soltanto una, «precursore del design».[39]

Le pagine precedenti, unitamente all’apporto di studi biografici, ci restituiscono l’immagine di una Maria Montessori ‘impegnata’, nel senso più intellettualistico del termine. Non a caso è stato notato che «La verità che Maria Montessori scopre o crede di scoprire non è presentata, semplicemente, sotto forma di teoria, ma piuttosto come ‘kerygma’, come predicazione, come annuncio di un messaggio sublime, che possiede un’intrinseca validità o veridicità».[40] Il messaggio della pedagogista non si esaurisce dunque nell’educazione dei bambini con cui ebbe contatto diretto o con l’elaborazione di teorie, ma trascende tempo e spazio per consegnarci la speranza dell’avvento di una società rinnovata nella sua componente umana.

Montessori non era un caso isolato e speranze analoghe, se non simili, erano certamente condivise da altri intellettuali del  tempo. Il raffronto con le teorie e le pratiche futuriste, più che un inverosimile tentativo di apparentare mondi totalmente diversi, si spera abbia fornito prove a sufficienza di come un raffronto del lavoro della pedagogista con coevi fenomeni culturali sia assolutamente salutare e forse addirittura necessario nell’atto di espandere il campo degli studi montessoriani. Approfondito e applicato a fondo il metodo, una strada interessante per le analisi a venire potrebbe essere il dialogo con l’arte e la letteratura, la filosofia e la storia delle idee. Si porteranno a casa risultati interessanti, tali da aggiungere ulteriori tasselli al puzzle della personalità di una donna davvero eccezionale, il cui statuto di intellettuale modernamente inteso non può assolutamente essere messo in discussione, semmai trovare vie sempre più stimolanti e accreditate per imporsi all’attenzione di studiosi e pubblici di ambiti disparati.

Bibliografia essenziale

Note:

[1]      M. Montessori, Educare alla libertà, Mondadori, Milano 2008, pp. 154-156.

[2]      A. Leonarduzzi, Maria Montessori. Il pensiero e l’opera, Paideia, Brescia 1968, p. 13.

[3]      G. Cives, Maria Montessori pedagogista complessa, ETS, Pisa 2001, p. 11.

[4]      A. Leonarduzzi, Maria Montessori. Il pensiero e l’opera, p. 9.

[5]      G.B. Guerri, Filippo Tommaso Marinetti. Invenzioni, avventure e passioni di un rivoluzionario, Mondadori, Milano  2009.

[6]      Maria Montessori e la liberazione del fanciullo, a cura di E. Faber, Cremonese, Roma 1974;
C. Lamparelli, Nota biografica, in M. Montessori, Educare alla libertà, pp. 10-14;
F. De Giorgi, Montessori, Maria, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 76, Treccani, Roma 2012, http://www.treccani.it/enciclopedia/maria-montessori_(Dizionario-Biografico)/.

[7]      A. Leonarduzzi, Maria Montessori. Il pensiero e l’opera, p. 27.

[8]      F. De Giorgi, Montessori, Maria

[9]      A. Leonarduzzi, Maria Montessori. Il pensiero e l’opera, p. 36.

[10]    Maria Montessori e la liberazione del fanciullo, p. 87.

[11]    V. Coletti, Storia dell’italiano letterario, Einaudi, Torino 2000, p. 413.

[12]    Maria Montessori e la liberazione del fanciullo, p. 88.

[13]    A. Leonarduzzi, Maria Montessori. Il pensiero e l’opera, p. 38.

[14]    F. De Giorgi, Montessori, Maria

[15]    G.B. Guerri, Filippo Tommaso Marinetti, p. 88.

[16]    C. Lamparelli, Introduzione, in M. Montessori, Educare alla libertà, p. 6.

[17]    M. Montessori, Educare alla libertà, pp. 133-134.

[18]    Ivi, p. 144.

[19]    F.T. Marinetti, Manifesto del partito futurista italiano, in Id., Teoria e invenzione futurista, a cura di L. De Maria, Mondadori, Milano 2010, p. 153.

[20]    F.T. Marinetti, Uccidiamo il Chiaro di Luna!, in Id., Teoria e invenzione futurista, p. 15.

[21]    A. Palazzeschi, Il controdolore, in Filippo Tommaso Marinetti e il futurismo, a cura di L. De Maria, Mondadori, Milano 2000, pp. 132-134.

[22]    G. Balla, F. Depero, Ricostruzione futurista dell’universo, in Filippo Tommaso Marinetti e il futurismo, pp. 174-175.

[23]    A. Leonarduzzi, Maria Montessori. Il pensiero e l’opera, pp. 155-156.

[24]    M. Montessori, Educare alla libertà, p. 104.

[25]    Maria Montessori e la liberazione del fanciullo, p. 65.

[26]    M. Montessori, Educare alla libertà, p. 92.

[27]    Ivi, pp. 137-138.

[28]    Ivi, p. 133.

[29]    F.T. Marinetti, Manifesto tecnico della letteratura futurista, in Id., Teoria e invenzione futurista, p. 50.

[30]    F.T. Marinetti, Il Tattilismo, in Id., Teoria e invenzione futurista, p. 166.

[31]    Ivi, p. 163.

[32]    Maria Montessori e la liberazione del fanciullo, p. 99.

[33]    M. Montessori, Educare alla libertà, p. 55.

[34]    A. Sant’Elia, L’architettura futurista, in Filippo Tommaso Marinetti e il futurismo, p. 152.

[35]    Maria Montessori e la liberazione del fanciullo, p. 54.

[36]    M. Montessori, La scoperta del bambino, Milano, Garzanti, 1950, p. 100.

[37]    Maria Montessori e la liberazione del fanciullo, p. 66.

[38]    F.T. Marinetti, Contro i professori, in Id., Teoria e invenzione futurista, p. 309.

[39]    R. Amato, Maria Montessori precursore del design. La modernità del materiale didattico, in «Repubblica.it», 25 ottobre 2007, http://www.repubblica.it/2007/10/sezioni/scuola_e_universita/servizi/montessori-design1/montessori-design1/montessori-design1.html.

[40]    A. Leonarduzzi, Maria Montessori. Il pensiero e l’opera, p. 18.

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