0.9 – Psicologia delle folle

Autrice

Ilaria Bifarini è laureata in Economia della Pubblica Amministrazione e Istituzioni Internazionali alla Bocconi di Milano, ha conseguito un master in studi diplomatici alla SIOI di Roma e l’abilitazione alla professione di commercialista e revisore dei conti. Appassionata di politica economica, collabora con vari blog e testate giornalistiche, tra cui Scenari Economici. Il suo primo libro è Neoliberismo e manipolazione di massa. Storia di una bocconiana redenta.

PSICOLOGIA DELLE FOLLE

(Capitolo estratto dal volume Neoliberismo e manipolazione di massa. Storia di una bocconiana redenta, Independently published, 2017)

1. Il secolo che segna l’ascesa delle masse e l’opera di Le Bon

Sul finire del XIX secolo la rivoluzione industriale e il progresso tecnologico- scientifico che accomunano i principali Paesi d’Europa portano con sé un risultato inevitabile: l’irreversibile modificarsi dello scenario economico e sociale dell’Occidente. E’ in tale contesto storico, immediatamente successivo alla seconda rivoluzione industriale, che le folle irrompono tumultuosamente sulla scena mondiale, per diventarne protagoniste.

Le città vedono venir meno l’equilibrio che le aveva caratterizzate nei secoli passati, tramutandosi in strutture urbane congestionate, ove si mescolano ferrovie, fabbriche, officine e case popolari, dando origine a periferie le cui condizioni disagiate abbrutiscono le nuove masse umane che le abitano, influenzandone negativamente l’esistenza materiale e la coscienza morale.

Questi mutamenti provocano, in un arco temporale che attraversa il secolo diciannovesimo e si proietta sui primi anni del ventesimo, l’avvento della società di massa, che cambierà radicalmente il costume, la cultura, l’organizzazione politica, i rapporti individuali, collettivi e internazionali.

Le teorie marxiste originano come risposta al prorompente sviluppo industriale europeo nell’ultimo ventennio dell’Ottocento e al processo di proletarizzazione di una classe operaia costretta a subire le condizioni alienanti dell’industrializzazione.

Negli anni di fine secolo si registra in tutta Europa il sorgere e il consolidarsi di organizzazioni autonome della classe operaia sul piano sindacale e politico; le lotte operaie e la diffusione del socialismo trovano il loro momento di massima espressione.

La messa in discussione dell’assolutezza del sistema di credenze religiose, politiche e sociali consolidate rende il tema delle folle sempre più rilevante.

Si assiste al passaggio dalla dialettica politica tradizionale, basata sulla rivalità e la volontà di predominio dei singoli Stati, a una nuova e inedita, in cui la voce della folla si fa sentire, le classi popolari per la prima volta hanno la possibilità di entrare a far parte della classe politica e dirigenziale. Si presagiscono tutti quegli elementi che annunciano l’avvento di una nuova era. L’era delle folle appunto.

L’antropologo francese Gustav Le Bon muove le mosse da questo stravolgimento sociale per elaborare la sua opera principe, pubblicata nel 1895: “Psicologia delle folle”. Non un’opera qualunque, ma uno dei venti libri più influenti al mondo (classifica del quotidiano Le Monde) studiato anche da personaggi come Hitler, Franklin Delano Roosevelt, Lenin, e amato da Mussolini che lo rilesse più volte. Vale la pena soffermarci su quella che è universalmente riconosciuta come l’analisi più esauriente e autorevole dei comportamenti delle masse e sullo studio dei meccanismi psicologici che le rendono prevedibili e, quindi, manipolabili.

2. Caratteristiche delle folle

Le civiltà così come conosciute sono nate grazie ad un piccolo gruppo di intellettuali aristocratici, mai dalla massa. La massa ha solo potere distruttivo.(…) In conseguenza di questa pura forza distruttiva, il potere delle masse è tale a quello dei microbi che dissolvono i corpi malati o privi di vita. Quando la struttura di una civiltà è compromessa, è sempre la massa che la porta alla caduta”. (G. Le Bon)

L’irrompere della folla sulla scena sociale crea panico tra la classe elitaria, quella dei politici e degli intellettuali. Agli occhi di Le Bon le rivendicazioni del popolo appaiono sconvolgenti e rappresentano una minaccia per il funzionamento della società, perché capaci di “ricondurla a quel comunismo primitivo che fu lo stato normale di tutti gli aggregati prima dell’aurora della civiltà”.[1] L’antropologo definisce la folla come un’orda primordiale incline all’azione piuttosto che al ragionamento, che si batte per rivendicazioni che ai suoi stessi occhi appaiono pretenziose e assurde: la limitazione delle ore di lavoro, l’espropriazione delle miniere e dei terreni, l’equa ripartizione dei prodotti e, più in generale, l’eliminazione dei privilegi di classe.

L’élite è terrorizzata dalla messa in discussione della superiorità del proprio status, vissuto non solo come legittimo, ma antropologicamente determinato, e teme che la civiltà occidentale, da sempre guidata da un’indiscussa minoranza aristocratica, viri verso uno stato di caos e anarchia.

Il concetto di civiltà e di folla sono considerati non solo inconciliabili ma ossimorici: mentre la realizzazione della prima contempla una disciplina, un elevato livello culturale e il rispetto delle regole, la massa è capace solo di distruggere e generare caos, come “microbi che aiutano la dissoluzione dei corpi o dei cadaveri”. Quando l’edificio della civiltà è infestato di vermi, le folle compiono la distruzione”.

Per ritardare la catastrofe, lungi dal poter concepire una possibilità di emancipazione per tale “massa insulsa d’individui”, l’unico strumento a disposizione da parte delle élite – investite naturalmente di tale ruolo – è la psicologia, ossia la conoscenza dei caratteri distintivi che può rendere prevedibili, e quindi scongiurabili, determinati comportamenti.

Lo psicologo francese mette a disposizione delle classi dominanti una prodigiosa arma di contenimento delle masse, la psicologia sociale, che aprirà la strada a studi di settore e a sviluppi applicativi inediti, come l’ingegneria del consenso e la manipolazione delle masse.

Il lettore moderno che si imbatta per la prima volta nelle pagine di “Psicologia delle folle” rimarrà sconcertato dalla sfrontatezza e dal brutale disprezzo di Le Bon per le rivendicazioni popolari.

Il ruolo delle credenze in “Psicologia delle folle”

La civiltà si fonda, secondo Le Bon, su poche e grandi credenze permanenti, che si perpetuano nei secoli, come lo sono state le idee cristiane prima, quelle del principio della nazionalità e delle idee democratiche e sociali poi. La loro formazione e la loro comparsa costituiscono le fondamenta di un’epoca storica e per rovesciarle sono necessarie violente rivoluzioni, che hanno luogo solo quando una credenza generale è stata scardinata e svuotata completamente del proprio potere. Solo in quel momento si formerà una nuova credenza generale, che andrà a riempire il vuoto lasciato dalla precedente nella folla, incapace di farne a meno.

Per la folla è vitale, infatti, avere delle credenze nelle quali riconoscere i propri principi, capaci di ispirare fede e creare il senso del dovere, così necessari all’indole umana. Grazie al culto di Roma l’Impero prosperò a lungo e raggiunse la massima espansione; come molti storici riconoscono, fu l’affievolirsi di questo culto a condannare l’Impero alla decadenza e alla fine.

Il processo di attecchimento e di consolidamento di una nuova credenza è lungo e tortuoso, ma una volta che essa prende piede si radica nell’anima delle folle e ne ispira tutta la civiltà, dalle arti alle istituzioni. Il nuovo dogma, a prescindere dalla sua veridicità e fondatezza filosofica, sarà capace di orientare unanimemente sia lo stolto sia l’uomo d’intelletto e il suo dominio sulle anime sarà totale. Neanche lo spirito più indipendente oserà sottrarsi al giogo della rete di tradizioni, opinioni e costumi che da esso traggono vita. E’ proprio in virtù di tale ruolo di collante e propulsore che il popolo difende le credenze con grande veemenza e intolleranza.

Secondo il sociologo transalpino, persino un tiranno può essere abbattuto da una cospirazione, ma non una credenza radicata; essa rappresenta la vera tirannia, quella che si esercita sulle anime e che non può essere estirpata.

Dietro l’ingannevole apparenza del cambiamento e della diversità di opinioni si nasconde la stessa credenza generale, gli stessi valori assoluti che orientano anche le istituzioni politiche e i partiti dai nomi più discordanti: monarchici, socialisti, radicali, in realtà dipendono dallo stesso ideale legato alla “struttura della razza”.

Le Bon identifica la credenza generale con lo spirito della razza, il suo sentimento, la sua anima, che non ammette mutamenti se non minimi ed effimeri, destinati a una vita breve.

La psicologia per contenere la folla

Nel XIX secolo l’affievolirsi delle credenze generali lascia un varco nel quale le folle riescono a insidiarsi, trovando per contro un sempre minore contrappeso.

La diffusione della stampa ha dato voce alle opinioni più diverse, sicché la suggestione che ognuna suscita viene subito sminuita da quella originata con la stessa persuasione dal pensiero opposto. Ne deriva un indebolimento dei governi di indirizzare l’opinione pubblica, così come accade ai giornali e agli scrittori. Ogni opinione viene svuotata del suo prestigio e poche idee continuano ad appassionare gli uomini, sempre più inclini all’indifferenza per tutto ciò che non riguarda gli interessi più immediati.

Tuttavia Le Bon è consapevole della grande potenza delle folle e avvisa che se una sola idea dovesse acquistare abbastanza popolarità da imporsi, essa si vestirebbe di un potere tirannico capace di travolgere tutto, dissolvendo sotto il suo impeto ogni traccia di civiltà e di libera espressione. Per ritardare questa terribile catastrofe è possibile solo far leva sulla mobilità delle convinzioni e sull’indifferenza crescente della gente per tutte le credenze generali.

Lungi dal poter concepire una possibilità di emancipazione per questa “massa insulsa d’individui”, l’unico strumento a disposizione da parte delle élite – investite naturalmente e indiscutibilmente di tale ruolo- è la psicologia, ossia la conoscenza di quei caratteri distintivi che può rendere prevedibili e quindi scongiurabili determinati comportamenti. Una tale capacità di analisi è innata nei cosiddetti padroni del mondo, quei fondatori di religioni o d’imperi, quei grandi uomini di Stato, ma in generale di ogni individuo che sia a capo di una collettività umana. Napoleone, ad esempio, era noto per essere un perfetto conoscitore delle masse francesi, ma ignorava quelle di razze differenti. E, per molti storici, fu questo il motivo della sua disfatta.

Dunque Le Bon, per la prima volta, dichiara come la conoscenza della mente umana sia lo strumento sovrano per esercitare il comando sulla collettività: è giunta l’ora che gli psicologi professionisti mettano a disposizione il loro sapere per interpretare e controllare i meccanismi psicologici delle folle.

 Le caratteristiche distintive della folla

Dal solo fatto di essere parte di una folla, un uomo discende da generazioni su una scala di civiltà. Individualmente, potrebbe essere un uomo civilizzato; nella folla diviene “barbaro” in preda all’istinto. Possiede la spontaneità, la violenza, la ferocità, e l’entusiasmo e l’eroismo dei primitivi, tendente ad assomigliare dalla facilità con cui si lascia impressionare dalle parole e dalle immagini — che sarebbe del tutto priva di azione se messa in atto da ogni singolo individuo isolato — indotta a commettere atti contrari ai suoi interessi più ovvi e alle migliori abitudini. Un individuo nella folla è un granello di sabbia fra altri granelli di sabbia, mossi dalla volontà del vento”. (G. Le Bon)

Le Bon chiarisce che il termine folla non sta a indicare una qualsiasi riunione di individui ma, da un punto di vista psicologico, rappresenta un agglomerato di uomini che detiene caratteri nuovi, molto diversi da quelli degli individui singoli di cui è composto. Il soggetto perde la sua peculiarità caratteriale e diviene come un essere nuovo, con un’anima diversa, collettiva. Si viene quindi a creare la “folla organizzata” o “folla psicologica”, che presenta caratteristiche ben precise e risponde alla legge dell’unità mentale delle folle.

Lungi dal semplificare, Le Bon specifica che la folla può essere inquadrata in diverse categorie e la sua anima presenta delle differenze non solo riguardo alla razza e alla composizione ma anche sulla base della natura e del grado di stimoli cui risponde la sua costituzione. A contraddistinguere la folla psicologica è l’anima comune: a prescindere dalle caratteristiche degli individui che la compongono, essi pensano e agiscono in maniera completamente diversa da come lo farebbero singolarmente.

Le Bon mostra di conoscere l’inconscio umano, ossia “quel substrato che racchiude gli innumerevoli residui atavici che costituiscono l’anima della razza”. Sarebbe questo, per l’antropologo francese, ad accomunare tutti gli uomini nella vasta sfera dei sentimenti, sebbene essi differiscano per cultura, educazione ed ereditarietà, che rappresentano invece gli elementi coscienti.

I singoli individui hanno una natura comune, che si estrinseca nell’ampia gamma dei sentimenti. Queste generiche qualità, che afferiscono all’inconscio e rendono simili gli uomini, nella folla vengono messe in comune; al contrario, le peculiarità dell’individuo, ossia le sue caratteristiche intellettuali e le sue attitudini alla civilizzazione, vengono meno. “L’eterogeneo si dissolve nell’omogeneo decretando il dominio delle qualità inconsce”.

Rispondendo a tale dinamica ogni individuo, anche il più colto, all’interno del gruppo reagisce per istinto. Il singolo in massa acquista, per il solo fatto del numero, un sentimento di potenza invincibile e cede a istinti che, se fosse rimasto solo, avrebbe necessariamente tenuto a freno: essendo la folla anonima, scompare anche il senso di responsabilità.

Secondo Le Bon in una folla predomina la mediocrità[2], non l’intelletto. Infatti, afferma, “nelle folle, l’imbecille, l’ignorante e l’invidioso sono liberati dal sentimento della loro nullità e impotenza, che è sostituita dalla nozione di una forza brutale, passeggera, ma immensa […]. Per il solo fatto di far parte di una folla, l’uomo discende di parecchi gradi la scala della civiltà. Isolato, sarebbe forse un individuo colto, nella folla è un istintivo, per conseguenza un barbaro”.

L’assenza dell’aspetto cosciente priva le folle di capacità critica, spingendole ad accettare giudizi imposti e mai contestati. All’interno di un folto gruppo di persone, se un soggetto colto o diligente può maturare nel suo conscio un atteggiamento critico nei confronti dell’evento cui sta assistendo, baderà bene a tenerselo per sé e a reprimerlo, poiché la maggioranza dei presenti non si muove controcorrente come suggerirebbe la logica individuale.

La massa viene completamente governata dall’inconscio, che inibisce i meccanismi di controllo e di conseguenza lascia affiorare i comportamenti umani più primitivi.

 Contagio e suggestione

Attraverso il meccanismo del contagio mentale, gli individui tendono a uniformarsi. All’interno delle folle le idee e i sentimenti hanno un forte potere contagioso, che permette alle opinioni di penetrare e radicarsi.

Il meccanismo del contagio non è altro che l’effetto della suggestionabilità, che avviene quando è evocata un’immagine che pervade ognuno dei presenti e lo convince ad agire di conseguenza. Le Bon lo descrive paragonandolo alla situazione dell’ipnotizzato, in cui vi è un annullamento della personalità cosciente e un predominio dell’inconscio.

La suggestionabilità, infatti, era utilizzata nella psicoterapia dell’epoca come metodo curativo per abbassare il livello di controllo della coscienza e lasciare emergere gli aspetti primitivi legati all’inconscio. Analogamente, all’interno delle folle essa fa saltare i freni inibitori del singolo che viene così dominato dagli istinti: sopraffatta dall’inconscio, l’anima della massa si trasforma nell’anima primitiva.

L’esempio più appropriato è la sensazione del panico: se in un luogo affollato delle persone fuggono e urlano, d’istinto le altre agiscono di conseguenza; senza accertarsi di cosa stia succedendo corrono impaurite nella direzione della massa.

Questo comportamento, spiega l’antropologo francese, non differisce molto da quello di un gregge di pecore: quando il gregge viene attaccato da un lupo, il panico contagia la parte opposta del gregge e tutte le pecore scappano, pur non sapendo cosa stia avvenendo. Essendo l’uomo un essere che ha sempre vissuto in gruppo, la spiegazione è che si tratti di un retaggio della nostra evoluzione.

Come vedremo, alcuni famigerati ammiratori di Le Bon sapranno sfruttare la conoscenza di questo meccanismo innato nell’uomo per imporre il loro dominio sui popoli…

Comode bugie, non scomode verità

“Le folle non hanno mai avuto sete di verità. Dinanzi alle evidenze che a loro dispiacciono, si voltano da un’altra parte, preferendo deificare l’errore, se questo le seduce. Chi sa illuderle, può facilmente diventare loro padrone, chi tenta di disilluderle è sempre loro vittima”. (G. Le Bon)

Nei suoi studi Le Bon mostra come l’approccio della folla sia radicale riguardo alle credenze: essa accetta oppure respinge in blocco le opinioni o le idee che le vengono proposte, considerandole verità assolute oppure errori imperdonabili.

Per esercitare un’azione di suggestione immediata nei confronti di una folla occorre far leva prioritariamente sulle parole e sulle immagini. Il potere di una parola non dipende tanto dal suo significato quanto dall’immagine che essa evoca e, nota il nostro autore, sono proprio i termini dal contenuto più ambiguo quelli che hanno maggiore presa sulla massa. La loro forza dipende anche molto dal modo in cui vengono pronunciati, dal tono della voce e dall’atteggiamento del predicatore.

La massa, infatti, predilige l’istintività all’educazione e alla timidezza: quindi chi mira a porsi al suo comando deve presentarsi con un linguaggio adeguato alla recettività del destinatario.[3] Un leader deve dunque attenersi ad alcuni fondamentali principi comunicativi: la semplicità del lessico e della sintassi, poiché “la folla si presenta per istinto, restia al ragionamento, rifiutando l’esercizio attivo del pensiero”. L’affermazione adatta a far penetrare un’idea “deve essere laconica, concisa, categorica, pregnante di significato, sprovvista di prove e di dimostrazioni, tanto maggiore è la sua autorevolezza”; la sua ripetizione consentirà di raggiungere le zone più profonde dell’inconscio e “la renderà un dogma, una verità inviolabile”.

Questi principi sono ben noti nel campo commerciale e pubblicitario dei giorni nostri, che si avvale di parole semplici, evocative di immagini e ripetute tanto quanto serve perché si inneschi il meccanismo della suggestione e del comportamento imitativo, che nella fattispecie si esplica nel consumo.

La folla è un gregge che non potrebbe fare a meno di un padrone

“Ho letto tutta l’opera di Le Bon e non so quante volte abbia riletto la sua Psicologia delle folle. È un’opera capitale alla quale spesso ritorno”. (Benito Mussolini, 1926)

Come avviene in tutti i gruppi di animali, così, secondo Le Bon, gli uomini che si trovano riuniti si mettono istintivamente sotto l’autorità di un capo, cioè di una guida. “La volontà personale si annulla”, le persone tendono a ricercare naturalmente l’autorità di un leader, di un trascinatore.

Qualunque sia la sfera sociale di appartenenza, ogni uomo, che non scelga la solitudine e l’isolamento, si ritrova a desiderare la presenza di un capo. Nella folla il bisogno di essere comandati, rifuggendo così lo stato angosciante della libertà, è qualcosa d’istintivo, che attiene alla sfera dell’inconscio, dell’anima della razza.

“La folla è un gregge che non potrebbe fare a meno di un padrone”. L’individuo che si erge naturalmente a capo è di solito un uomo pragmatico, d’azione. I trascinatori di uomini sono spesso bravi retori, in grado di stuzzicare gli istinti più bassi della folla, facendo nascere in essa la più grande delle forze della natura, la fede. Che sia religiosa, politica o sociale, la fede è in grado di trascinare e accomunare gli individui di tutte le classi sociali e di porre il capo al di sopra di essi.

Per far sì che le folle interiorizzino nuove idee e credenze, i condottieri hanno essenzialmente tre strumenti a disposizione: l’affermazione, la ripetizione e il contagio. Senza giri di parole e svincolata dal ragionamento, l’affermazione deve essere semplice e diretta, dal carattere proclamatorio. Perché sia efficace, occorre che sia ripetuta continuamente, di modo da essere acquisita come verità dimostrata. A questo punto sarà il contagio a completare il processo di diffusione e attecchimento che darà all’idea iniziale il valore di un dogma intoccabile. Una credenza generale appunto.

Al pari delle bestie, osserva Le Bon, l’uomo è incline all’imitazione che, allo stesso modo della servitù, lo protegge dall’errore e dall’angoscia di scegliere tra l’adozione di disparate idee e modelli. E’ perciò difficile che il trascinatore sia un intellettuale o un individuo dalle qualità assai superiori alla media, in quanto il meccanismo dell’imitazione, per cui il capo diviene un modello esemplare, deve essere facilmente attuabile. E’ sempre il contagio, di cui l’imitazione è espressione, ad agire da propulsore d’idee e credenze, lasciando uno spazio marginale alla ragione.

Le Bon evidenzia, tra l’altro, che le popolazioni latine sono maggiormente inclini alla ricerca di un’autorità superiore rispetto alle popolazioni anglosassoni.

Gli studi e le teorie del sociologo francese trovano proseliti tra i principali dittatori del Novecento, che ne traggano preziosi insegnamenti sulla capacità di controllare e manipolare le masse. Lenin, Stalin e Hitler studieranno meticolosamente l’opera di Le Bon e l’uso di determinate tecniche di persuasione delle folle sarà ispirato chiaramente alle sue teorie. Mussolini, in particolare, è un fervido ammiratore di “Psicologia delle folle”, che leggerà più volte.

3. Critica di Freud a Le Bon

 “Anche la sociologia, che tratta del comportamento umano nella società, non può essere altro che psicologia applicata.” (S.Freud)

Contemporaneo di Le Bon, il padre emerito della psicoanalisi, Sigmund Freud, muove una critica sagace all’opera dell’antropologo francese, pur senza, a nostro parere, sminuirne le principali intuizioni.

Secondo Freud la contrapposizione tra la psicologia individuale e quella delle masse è priva di significato: la psicologia delle folle, infatti, è sempre anche e imprescindibilmente individuale.

Solo di rado l’individuo riesce a conseguire il soddisfacimento dei propri moti pulsionali a prescindere dalle relazioni con gli altri individui: nella vita psichica del singolo l’altro manifesta la propria presenza, sia come modello che come oggetto. Secondo il padre della psicoanalisi ogni essere umano è influenzato dalla nascita dalle relazioni familiari di cui è parte. Le caratteristiche che Le Bon considera indotte dal fattore numerico che costituisce la massa in realtà sarebbero preesistenti e generate in ambiti più ristretti, come ad esempio il nucleo familiare.

Per Freud la sociologia non è altro che psicologia applicata e scarta perciò l’ipotesi che per spiegare i comportamenti dei gruppi collettivi si debba formulare una nuova entità psichica. Le manifestazioni sociali vanno indagate secondo la stessa metodologia della psicologia individuale, in quanto non esistono pulsioni gregarie indipendenti da quelle del singolo.

Non vengono quindi a crearsi caratteristiche originali, ma si dà semplicemente libero sfogo all’inconscio, “in cui è contenuto a mo’ di predisposizione tutto il male della psiche umana”.[4]

Come per Le Bon così per Freud all’interno di una folla, e per influsso di questa, il singolo subisce una modificazione profonda della propria attività psichica: l’affettività viene esaltata, mentre la capacità intellettuale si riduce ed entrambi i processi tendono ad omologarlo agli altri individui della massa. E’ un risultato, questo, che può essere conseguito unicamente mediante l’annullamento delle inibizioni pulsionali peculiari di ogni individuo e la rinuncia agli specifici modi di esprimersi delle sue inclinazioni.

Mentre però secondo Le Bon il singolo all’interno della massa sopprime le sue caratteristiche specifiche, per cui “l’eterogeneo sprofonda nell’omogeneo”, per Freud semplicemente si sbarazza delle rimozioni dei propri moti pulsionali inconsci.

Cambia l’eziologia del processo psichico dunque ma, aggiungiamo noi, non l’effetto comportamentale.

La critica mossa alla folla leboniana è rivolta poi alle caratteristiche di contagio e di suggestionabilità, che vengono poste sullo stesse piano, senza specificare che il primo non sarebbe altro che una forma in cui si manifesta la suggestionabilità.

E’ invece nell’affermazione della concordanza della massa con la vita psichica dei primitivi e dei bambini che lo psicoanalista approva la teoria dello psicologo francese: la massa, dominata dall’inconscio, è impulsiva, mutevole e irritabile. Qui si concentrerebbe l’originalità e la veridicità della teoria di Le Bon; per il resto delle sue tesi, tra cui quelle, pure riconosciute rilevanti, dell’inibizione collettiva della capacità intellettuale e dell’aumento dell’affettività, la paternità secondo Freud deve essere attribuita a Sighele.[5]

Note:

[1] G. Le Bon, Psicologia delle Folle, 1895. Da questo testo sono tratte le successive citazioni relative alla teoria leboniana.

[2] Vedremo più avanti come il sistema neoliberista incentivi lo sviluppo della mediocrità.

[3] Il richiamo al linguaggio utilizzato da Matteo Renzi durante il suo mandato è un esempio palese di come la conoscenza della psicologia delle folle sia alla base di ogni leadership politica.

[4] S. Freud, Psicologia delle masse e analisi dell’Io,1921.

[5] Sighele Scipio (1868 -1913), sociologo italiano. Seguace dell’indirizzo di C. Lombroso, scrisse di psicologia collettiva e criminale.

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