0.1 – La concezione e la prassi dell’imperialismo in Lenin e Schumpeter. Confronto critico.

Avvocato

Laureato in Giurisprudenza e Storia, alterna l’attività di avvocato a quella di studioso di Storia europea, con particolare riferimento alle vicende del pensiero politico.
Ha al suo attivo pubblicazioni storico-giuridiche e di studi sul federalismo (“Le origini del federalismo: il Covenant”, in Il Federalista – The Federalist, Milano 1996) e sulle connessioni tra puritanesimo e costituzionalismo nord-americano (“Il sacro contratto. Studio sulle origini del federalismo nordamericano”, in “Studi di Storia del diritto", Giuffré, Milano 1999). Nel 2015 ha pubblicato il saggio “Sovranità. Teologia e sacro alle origini di una categoria politica” per le Edizioni Saecula. Un altro saggio sul monachesimo altomedievale è in corso di stampa presso il medesimo editore.

La concezione e la prassi dell’imperialismo in Lenin e Schumpeter. Confronto critico

1. Premessa

Questo breve scritto si divide in due parti. Nella prima si delinea per sommi capi – ma senza trascurare l’essenziale – il contenuto di due magistrali opere sul fenomeno dell’”imperialismo” scritte da due dei massimi pensatori politici ed economici del XX secolo, Vladimir Il’ič Lenin (1870-1924) e Joseph Alois Schumpeter (1883-1950). Si prenderanno in esame non l’intero e complesso sistema concettuale dei due Autori ma soltanto, di Lenin, le idee, le teorie e le interpretazioni espresse nello scritto L’imperialismo fase suprema del capitalismo, e, di Schumpeter, la densissima analisi (sociologica solo in senso lato) esposta nella sua Sociologia degli imperialismi.

L’esposizione il più possibile oggettiva e neutra, ma ragionata, del pensiero così come è dei due Autori sull’imperialismo nelle pagine che seguono non assolve soltanto a una finalità meramente informativa e descrittiva ma prepara e introduce, anche, alla seconda parte di questo lavoro, dove si proporrà una comparazione critica del pensiero di Lenin e Schumpeter sull’imperialismo e si evidenzieranno, secondo una angolazione inevitabilmente soggettiva e parziale ma pur sempre critica, quelli che a noi sono parsi i punti di maggiore dissenso o, all’opposto, di maggiore convergenza delle due teorie ed anche, infine, i punti di intrinseca forza o debolezza di queste e la loro perdurante attualità o – all’opposto – anacronismo alla luce degli sviluppi storici successivi agli anni in cui le due opere videro la luce.

2.1. Lenin, il capitalismo e l’imperialismo

Quando Lenin, nella primavera del 1916, si dedica alla stesura del suo breve e polemico scritto che intitola L’imperialismo fase suprema del capitalismo, la Grande Guerra sta dilaniando le nazioni europee già da due anni. Lo scatenamento di un conflitto bellico senza precedenti quanto a dimensioni, stragi e coinvolgimento di Stati e popoli costituisce un avvenimento epocale che agli occhi di Lenin deve potersi spiegare alla luce della dottrina rivoluzionaria marxista e quindi deve potersi ricondurre nella sua essenza, quale fenomeno storico mondiale, alle categorie economiche del modo di produzione dominante, ossia capitalistico, poiché tutto il resto non è che sovrastruttura e mistificazione.

Il fenomeno storico mondiale oggetto di studio viene da lui denominato imperialismo[1] il quale, particolare stadio della naturale evoluzione capitalistica, «è la vigilia della rivoluzione sociale del proletariato»[2].

Scopo del breve saggio di Lenin è quello di chiarire cosa sia, nella sua fondamentale sostanza economica, l’imperialismo e di dimostrarne la sua stretta connessione con il capitalismo attraverso una sintetica analisi comparativa condotta prevalentemente su dati economico-statistici e alla stregua di una loro interpretazione[3].

Già nel primo capitolo dell’opera Lenin entra in media re della critica trattazione del problema. Il suo approccio è storico, e, nello specifico, di storia economica del capitalismo europeo ed extraeuropeo del sessantennio precedente il 1916.

La tesi di fondo, corroborata da tabelle, statistiche e dati tratti da studi di economisti “borghesi” è semplice: il capitalismo del primo Ottocento, il capitalismo del libero-scambismo, della concorrenza, della libera intrapresa economica nel settore soprattutto industriale, in una parola il capitalismo della Scuola di Manchester, è finito. Non esiste più, soffocato dalla sua stessa logica e dinamica interna.

Se agli inizi del XIX secolo e fino alla metà circa dell’Ottocento è corretto parlare di un capitalismo industriale e produttivo di libertà economiche e concorrenziali, di ampia diffusione di industrie e iniziative, insomma di libertà imprenditoriale, spietata e cruda quanto si vuole nella competizione e nello sfruttamento, ma pur sempre di libertà basantesi sul pluralismo delle economie e dei soggetti protagonisti del progresso economico-industriale, diventa invece scorretto e non aderente alla realtà dei fatti proiettare questo capitalismo anche nel XIX secolo inoltrato, e ancor più insostenibile e mistificante considerarlo in atto agli inizi del XX secolo.

Cosa è dunque accaduto nell’ultimo sessantennio? E’accaduto che a un certo punto alcune imprese industriali, le più importanti, hanno capito che una continua guerra economica e di concorrenza con imprese di pari dimensioni poteva rivelarsi alla lunga nociva. Molto meglio, all’opposto, cercare intese col “nemico” mediante accordi di tipo oligopolistico. Questo processo non è stato ai suoi inizi cosciente e deliberato: esso ha infatti in principio comportato la naturale (“naturale” secondo la dinamica del capitalismo concorrenziale) espulsione dal mercato delle imprese meno efficienti e, in una economia sempre più globale e di scale, delle imprese di più ridotte dimensioni e di più modesto capitale.

Le imprese più piccole sono state quindi progressivamente espulse dal mercato libero-concorrenziale o fagocitate da quelle più grandi e meglio attrezzate e la conseguenza è stata una gigantesca concentrazione della produzione industriale in pochi grandi soggetti economici. A loro volta i soggetti protagonisti attivi di questo processo di accentramento della produzione hanno cominciato ad accordarsi tra di loro e a costituire monopoli, cartelli, consorzi e trust. Vittima illustre di questa concentrazione oligopolistica (in costante tensione verso il monopolio tout court) è stata proprio la libera concorrenza, il motore primo del capitalismo industriale e liberale ottocentesco. Ma questa fatale alterazione del gioco della libera concorrenza, scrive Lenin, non è una devianza anomala dal capitalismo bensì il suo logico e successivo stadio di sviluppo: «il sorgere dei monopoli, per effetto del processo di concentrazione, è in linea generale legge universale e fondamentale dell’odierno stadio di sviluppo del capitalismo»[4].

Questo passaggio dalla libertà concorrenziale al monopolismo dei cartelli e dei Kombinat può ricostruirsi dettagliatamente: dopo l’apogeo della libera concorrenza (1860-1870) subentrano reiterate crisi di sovrapproduzione e una delle conseguenze di tali crisi è il formarsi ancora embrionale dei primi cartelli; tra la fine del XIX e i primissimi anni del XX secolo la formazione di sempre nuovi e sempre più giganteschi cartelli diventa inarrestabile e, previo snaturamento del vecchio capitalismo, conduce appunto a una nuova fase del capitalismo medesimo[5].

A sostegno delle proprie tesi Lenin porta esempi concreti tratti dalla viva realtà economica europea e statunitense, e per esempio cita il caso emblematico dell’oligopolio dell’industria chimica tedesca, o il trust dell’acciaio negli Stati Uniti (la U.S. Steel Corporation) ed esempi similari. Tutto, in questa fase di sviluppo capitalistico dell’industria e della produzione, spinge affinché la libera concorrenza si tramuti in monopolio[6].

La trasformazione del capitalismo in monopolio non attiene però unicamente al mero dato quantitativo della entità della concentrazione della produzione ma investe la stessa qualità interna del capitalismo. Infatti è oggi venuta meno, secondo Lenin, la peculiarità del capitalismo industriale, ossia del capitalismo i cui protagonisti si rinvenivano nei coraggiosi capitani di industria dediti alla continua sperimentazione di nuove tecniche produttive e alla immissione sul mercato di prodotti e merci. Questo capitalismo industriale nella sua autonomia non esiste più giacché un nuovo soggetto economico si è aggiunto ai soggetti tradizionali sino ad occupare una posizione di autentico dominio: il capitale finanziario.

Le banche nell’ultimo sessantennio ante 1916 hanno cessato di adempiere in modo esclusivo al loro tradizionale compito di intermediarie nei pagamenti e di centri di deposito di denaro. Il processo di concentrazione e “cartellizzazione” monopolistico ha infatti investito in pieno anche gli istituti di credito con la conseguenza (già vista per le imprese industriali) di espulsione progressiva dal mercato delle banche più deboli e inefficienti e della sopravvivenza di poche gigantesche banche.

Queste banche concentrano oggi nelle proprie mani la quasi totalità del capitale liquido (emblematico è il caso della berlinese Deutsche Bank, il cui “Gruppo” si è ramificato dappertutto e controlla più o meno direttamente quasi un centinaio di altre banche, in Germania e all’estero; ma esempi simili possono farsi anche per ognuna delle altre grandi potenze capitalistiche dell’epoca). Gli industriali capitalisti, che aprono conti di deposito presso le banche e alle stesse chiedono all’occorrenza ma sempre più frequentemente prestiti in capitale liquido cedono poco per volta agli istituti di credito la propria autonomia e libertà assoggettandosi a continui controlli di ordine finanziario e vedendosi costretti ad aprire alle alte sfere bancarie i centri del proprio potere industriale mediante la forzosa cooptazione di banchieri – o comunque di uomini di fiducia delle banche – nei consigli di amministrazione delle imprese[7]. Il controllo dei flussi di credito assicura alle banche una posizione di dominio nei confronti dei vecchi capitalisti industriali al punto che la grande industria passa di proprietà dagli imprenditori alle stesse banche. Questo passaggio di proprietà avviene essenzialmente, nelle economie a capitalismo avanzato, per il tramite dell’acquisto di pacchetti azionari e altresì per l’”infiltrazione” ai vertici direttivi dell’industria dei direttori e degli alti dirigenti di banca. Chiamate a dirigere la grande industria, le banche ne determinano i destini. Questa è la situazione agli inizi del XX secolo, quando il dominio del capitale bancario-finanziario si è ormai sostituito al dominio del capitale industriale degli “anni ruggenti” del capitalismo[8].

La grande concentrazione dei mezzi di produzione si affianca alla grande concentrazione di capitale liquido e chi ne trae il massimo beneficio e profitto è una oligarchia finanziaria che controlla a un tempo industria e credito. É vero, dice Lenin, teoricamente negli Stati a capitalismo più avanzato una certa frazione di azioni appartiene a innumerevoli piccoli azionisti (borghesi, artigiani, piccola nobiltà, strati elevati della classe operaia), ma questa massa d’urto, in taluni casi anche maggioritaria, alla prova dei fatti non conta nulla perché disorganizzata, dispersa, incapace di una incisiva azione comune e all’oscuro delle grandi manovre finanziarie. Un pugno di grandi azionisti, uomini dell’alta finanza («pescecani», li definisce Lenin) dirige e manipola tutto[9].

Questo sistema di concentrazione bancario-finanziaria non si arresta ai confini degli Stati nazionali ma va dove ha la possibilità di trarre profitto: Lenin si sofferma soprattutto sull’esempio russo, dove il capitale bancario “nazionale” risulta in realtà direttamente o indirettamente controllato per il 55% da banche francesi, per il 35% da banche tedesche e per il 10% da banche britanniche[10].

E’ inevitabile che questa plutocrazia finanziaria, disponendo di gigantesche quantità di liquidi, allunghi i propri tentacoli su ogni ambito della vita produttiva, sociale e politica senza alcun riguardo per i confini statali e nazionali sicché risulta esatto parlare, a tali livelli, di grande capitale finanziario internazionale.

Un passaggio concettuale importante, che Lenin sottolinea adeguatamente, è la differenza tra il vecchio capitalista industriale che rastrella capitale liquido da investire nella produzione e il nuovo tipo sociologico dell’alto finanziere oligarchico, il rentier, che è avulso dalla produzione e vive di rendita sul capitale liquido. In questa dissociazione tra capitale liquido e suo utilizzo nel processo produttivo sta uno dei più importanti passaggi teorici nella concezione leninista dell’imperialismo: esso introduce ad una fase ulteriore – suprema o ultima[11] – del capitalismo perché segna l’egemonia del capitale puramente finanziario su tutte le rimanenti forme, industriali e produttive, del capitale. Ciò comporta «una posizione predominante del rentier e dell’oligarchia finanziaria, e la selezione di pochi Stati finanziariamente più “forti” degli altri»[12]. Nel 1910 nei quattro Stati finanziari più forti – Gran Bretagna, Stati Uniti, Francia e Reich tedesco – si concentra l’80% del capitale finanziario internazionale.

Una simile concentrazione di capitali liquidi segna forti margini di eccedenza ma le oligarchie finanziarie inglesi, statunitensi, francesi e tedesche non hanno alcun interesse ad utilizzarle nei propri rispettivi Stati per alleviare le condizioni di vita delle masse operaie (incremento dei salari, miglioramento della previdenza sociale etc); molto più conveniente risulta invece l’esportazione di questa eccedenza di capitali all’estero, in Stati più arretrati e bisognosi di tutto: ma è chiaro, a questo punto, che le oligarchie finanziarie degli Stati finanziariamente più forti potranno dirigere come a loro stessi più sarà di convenienza il progresso economico degli Stati poveri. Insomma, l’esportazione delle eccedenze di capitale finanziario accresce ben oltre i confini degli Stati di appartenenza il potere e l’influenza delle oligarchie finanziarie e riduce gli altri Stati a un ruolo di subalternità e, nei casi più estremi, al rango di colonie della madrepatria[13].

Il vero terreno di confronto e di scontro tra i grandi cartelli monopolistici della finanza alla incessante ricerca di nuovi profitti è il globo intero: a livello mondiale i contrapposti cartelli si contendono e si spartiscono le risorse di materie prime nonché i mercati più ambiti[14], e in questa guerra economica coinvolgono direttamente gli Stati, sulle istituzioni e le centrali dirigenti dei quali d’altronde hanno efficacemente esteso i  tentacoli sino a ridurli giocattoli – o meglio armi – nelle proprie mani, innestando una corsa imperialistica degli Stati nazionali (e, quale sovrastruttura, un rilancio delle ideologie nazionalistiche). Non è un caso d’altronde che il passaggio dal capitalismo industriale libero-concorrenziale al monopolismo imperialistico abbia coinciso con la fortissima spinta alla colonizzazione di ogni angolo del globo registratasi proprio negli anni 1860-1914: le politiche estere delle cancellerie dei principali Stati europei vengono concepite e attuate innanzitutto in funzione degli interessi concreti della oligarchia finanziaria monopolistica; il resto è mera sovrastruttura ideologica o semplice propaganda[15].

Il capitalismo finanziario e monopolistico che ha spazzato via la libera concorrenza ed è giunto al vertice del potere economico e politico, che controlla gli Stati e ne decide i destini in vista della spartizione del mondo, che assoggetta i quattro quinti dell’umanità a un pugno di Stati “usurai”, può ben definirsi ad ogni effetto “imperialismo”.

La parabola è così compiuta: dal libero-scambismo delle intraprese industriali di inizio Ottocento si è giunti alle concentrazioni monopolistiche della produzione; le banche, assunte dimensioni colossali, hanno acquisito il controllo delle industrie sino a fondere il grande capitale finanziario con quello industriale (dove il secondo è assoggettato al primo); le eccedenze di capitale finanziario sono state esportate negli Stati meno sviluppati; ciò ha comportato l’assoggettamento di tali Stati; grandi cartelli monopolistici di dimensioni transnazionali si spartiscono il mondo; anzi, di più, i grandi cartelli controllano la politica estera degli “Stati usurai” e la indirizzano all’accaparramento delle materie prime e dei mercati secondo una logica conflittuale che presto potrà degenerare in una conflagrazione mondiale; e questa puntualmente (1914) si verifica.

Lenin, da acuto dottrinario geloso della propria superiorità concettuale, non può non polemizzare con quei teorici che, all’interno del marxismo, proponevano letture e interpretazioni dell’imperialismo diverse dalla sua e in particolare il suo bersaglio preferito è il “rinnegato” Kautsky. Costui, agli occhi di Lenin, si macchia di un duplice crimine intellettuale: Kautsky ritiene cioè che l’imperialismo non sia affatto una evoluzione deterministicamente obbligata del capitalismo bensì solo una variante opzionale dello stesso; inoltre l’imperialismo non costituisce  affatto la “fase suprema” dell’imperialismo e non conduce inevitabilmente alla conflagrazione mondiale; anzi, potrebbe anche accadere che a un certo punto la logica degli imperialismi contrapposti possa venire sostituita da «[…]una politica nuova ultra-imperialista che al posto della lotta tra i capitali finanziari nazionali mettesse lo sfruttamento generale del mondo per mezzo di un capitale finanziario internazionale unificato»[16].

Entrambe le opinioni di Kautsky sono per Lenin fondamentalmente errate in quanto Kautsky ignora deliberatamente i fatti, ma i fatti, come dicono gli Inglesi, «sono ostinati»: essi raccontano una storia diversa dalle teorie dell’ “ultra-imperialismo”, una storia documentata e inoppugnabile di soffocamento della libera concorrenza ad opera di un monopolio che da quella stessa libera concorrenza, ovunque essa si manifestò e dominò, nacque,  si affermò e senza la quale non sarebbe neppure concepibile. E sono altresì i fatti a dimostrare gli irriducibili antagonismi dei vari imperialismi (ignorati invece dal Kautsky). Le varie alleanze o leghe tra gli Stati imperialisti (come la Triplice Intesa o la Triplice Alleanza, o come la stessa ambigua Società delle Nazioni, per tacere di più limitate “intese cordiali”) non sono altro che contingenze, semplici istantanee dei rapporti di forza tra gli Stati e destinate a scomparire con il cangiamento di questi rapporti di forza. Le “alleanze” tra Potenze imperialiste «non sono altro che un “momento di respiro” tra una guerra e l’altra. […] Le alleanze di pace preparano le guerre e a loro volta nascono da queste»[17].

L’imperialismo, ossia il capitalismo nella sua estrema fase monopolistica, conduce inevitabilmente alla guerra e alla sopraffazione per la spartizione del mondo ma ciononostante agli occhi del teorico e marxista Lenin esso assolve ad un compito dialetticamente necessario e, nello svolgimento della storia verso il socialismo, si presenta quale passaggio obbligato. L’imperialismo porterà all’autodistruzione violenta degli “Stati usurai” controllati dalle oligarchie finanziarie ma anche alla morte di queste ultime per consumazione interna. Il monopolio infatti, tolta di mezzo la libera concorrenza, si è privato di un potente stimolo alla dinamicità ed anzi è entrato (o entrerà a breve) in una fase di stasi e, per usare le stesse parole di Lenin, di «putrefazione»[18]. Un pugno di Stati sfruttatori e usurai vive di rendita sullo sfruttamento imperialistico degli Stati più poveri, esattamente come le strette oligarchie dei rentier nelle società capitalistiche vivono di rendita sullo sfruttamento dei connazionali (e non solo)[19]. Questo imperialismo monopolistico, questa fase ultima del capitalismo, vive nella senescenza putrescente e, nonostante favorisca l’opportunismo e l’imborghesimento della fascia alta della classe operaia[20], è «fatalmente» destinato a morire perchè segna un passaggio, una transizione verso qualcosa di nuovo che nasce dialetticamente da esso ma ne è qualitativamente diverso: il socialismo.

2.2. Schumpeter, l’imperialismo «privo di oggetto», la storia e il capitalismo.

L’austriaco Joseph A. Schumpeter (1883-1950) scrisse il breve saggio sulla Sociologia degli imperialismi tra il 1918 e il 1919 e l’opera venne pubblicata in quello stesso 1919[21].

In poco più di un centinaio di fitte e dense pagine l’Autore si propone di analizzare il fenomeno dell’imperialismo da una pluralità di angolazioni, con particolare attenzione alla storia giacché egli dà ampio spazio e risalto alla dimensione soprattutto di svolgimento storico dei vari imperialismi succedutisi dalla più remota antichità sino agli anni a lui contemporanei. Ma sarebbe errato ridurre la analisi schumpeteriana al solo, per quanto suggestivo, disegno storico poiché nella storia Schumpeter vede all’opera un imperialismo che è fenomeno per certi versi precedente alla storia stessa (almeno nella misura in cui il momento genetico dello stesso è ricondotto agli abissi dell’animo umano), e, per altri, rende efficacemente le strette connessioni tra l’imperialismo e le dinamiche economiche.

Ma procediamo con ordine.

Anzitutto, Schumpeter sgombra il campo da possibili equivoci chiarendo subito che non ogni guerra, non ogni espansionismo, non ogni ambizione e prassi di dominio siano riconducibili all’imperialismo. Esistono invero tante tipologie di guerre quante ne sono le cause, e così potremo avere la guerra condotta, ad esempio, per motivazioni di supremazia commerciale o a scopo di accaparramento di risorse o materie prime, o per l’affermazione di una data ideologia che dirige la politica dello Stato belligerante. Guerre siffatte hanno sempre una motivazione razionale, perseguono un obiettivo ben definito, concreto e contingente e di cui i governanti dello Stato belligerante, se assennati, avranno preventivamente valutato i pro e i contra, i costi e i benefici nonché i reali rapporti di forza. Guerre o aggressioni per scopi razionali (politici, economici, geografici etc) sono comuni tanto ai complessi Stati dell’età contemporanea quanto ai gruppi umani più semplici e primitivi quali le tribù nomadi di cacciatori[22]; ma quel che accomuna la politica aggressiva delle Cancellerie e dei cacciatori primitivi è il perseguimento, con le armi e la violenza, di un obiettivo razionale, comprensibile e concreto. Certamente non sfugge a Schumpeter come nell’epoca contemporanea, caratterizzata da una più affinata (e delicata) sensibilità delle opinioni pubbliche e, dirimpetto, da una particolarmente sottile ipocrisia delle Cancellerie, queste ultime raramente rendano manifeste, perché poco rispettabili secondo il metro del moralismo diffuso, le vere ragioni (per lo più esigenze di supremazia commerciale o economica in senso largo) scatenanti le guerre di aggressione[23] e tendano invece a nascondersi dietro motivazioni eticamente più accettabili, anche se illusorie e false. Ma il punto non sta qui, giacché sia le vere ragioni scatenanti che quelle di vetrina sono entrambe classificabili quali cause razionali, più o meno concrete, ma sempre finalizzate a un obiettivo ulteriore rispetto alla guerra, sempre vissuta e presentata quale male necessario, quale sacrificio in vista di un bene futuro. Tutto questo, dice Schumpeter, non è imperialismo.

Quando, allora, si può davvero dire che una guerra di aggressione è imperialistica? Cosa è, in definitiva, l’imperialismo?

Schumpeter offre una definizione tanto concisa quanto efficace: «Definiamo l’imperialismo come la disposizione priva di oggetto, da parte di uno Stato, all’espansione violenta e intollerante dei propri confini»[24]. L’imperialismo, cioè, quale istinto guerrafondaio, quale ricerca della guerra in sé, espansionismo fine a se stesso e non strumento per il conseguimento di qualcos’altro, ideologia di potenza indirizzata all’espansionismo senza limiti e senza motivi fondanti, a parte la dinamica stessa dell’espansione violenta. E quindi, come dice Schumpeter, «priva di oggetto», ossia non sorretta da causa alcuna e senza scopo razionale, concreto, contingente.

Se è questa la cesura logica davvero essenziale tra guerre razionali e guerre imperialistiche, e quindi tra ciò che è e ciò che non è imperialismo, occorre ora brevemente analizzare come, storicamente, questo imperialismo si è svolto. Ma prima di accingersi a questa improba fatica (che lo conduce, come tosto vedremo, a condensare genialmente in un’ottantina di pagine la storia mondiale dagli Assiri al 1918) Schumpeter cerca di capire come sia possibile che in una moderna, grande e potente Nazione quale è la Gran Bretagna, i cui possedimenti coloniali si disseminano sui cinque continenti, l’imperialismo (nella accezione di cui sopra) sia sempre rimasto un semplice slogan e non abbia mai raggiunto la forza e la dignità di un fattore politico reale[25].

La Gran Bretagna sullo scorcio del XX secolo domina gli oceani, controlla una quota ragguardevole delle risorse energetiche e di materie prime a livello mondiale, la finanza internazionale che regge i destini del mondo è in buona parte concentrata a Londra, eppure questo Stato, sostiene Schumpeter, non ha mai perseguito una politica di tipo imperialistico. La posizione dominante che essa occupa nello scacchiere mondiale è stata raggiunta quasi con riluttanza, più per reazioni o prevenzioni difensive che in base a un predeterminato piano strategico, perché la politica estera britannica non ha mai deviato dal perseguimento di scopi puramente razionali, concreti e contingenti. Mai, nel corso della sua storia moderna, i Britannici hanno attuato o concepito guerre di conquista fini a se stesse, mai hanno perseguito un espansionismo incontrollato e senza limiti. É vero, una certa idea di imperialistica grandezza, di superiorità nazionale e persino razziale sugli altri popoli che legittimerebbe l’immenso dominio coloniale attraversa tutta la politica britannica del XIX secolo, come Schumpeter evidenzia molto bene soprattutto con riferimento al nuovo partito tory del Disraeli e del Chamberlain, ma questa idea (o più propriamente slogan) è stata agitata ad arte dai politici britannici solo in determinate circostanze e con il semplice e contingente fine di assicurarsi vantaggi di politica interna. Al dunque nessun politico britannico, e nessuno dei due partiti tory o whig è mai andato oltre un semplice e opportunistico appello alle «oscure forze del subcosciente», al nazionalismo «che si trae dietro la passione della lotta, la sete di odio, un egoismo sfrenato»[26], perché la Gran Bretagna non ha mai combattuto guerre che non fossero men che razionali e strumentali a qualche altro valore o vantaggio. Il richiamo ad atavici istinti di lotta e a ideologie di potenza illimitata potrà aver di volta in volta entusiasmato la gioventù più patriottica o nazionalistica educata al culto della primazia britannica, ma mai nessun inglese – e men che meno la classe dirigente inglese – sarebbe stato disponibile ad accollarsi i costi, i sacrifici e i tributi di sangue per condurre guerre «prive di oggetto», guerre di pura conquista e senza tornaconti.

È un fatto che il caratteristico pragmatismo britannico ha condannato all’insuccesso i pochi politici britannici che avrebbero forse perseguito una vera politica imperialistica e di potenza[27], e questo perché «mai gli elettori inglesi avrebbero dato la loro sanzione ad una politica imperialistica, mai avrebbero accettato sacrifici per condurla a termine. Per essi l’imperialismo aveva il solo valore di un arabesco politico, divertente a condizione che non lo si prendesse sul serio»[28].

Se la Gran Bretagna, la prima potenza del globo, è riuscita a costruirsi un impero mondiale senza mai seguire una politica imperialistica la ragione va cercata nella sua storia che le assicurò un posto, e un destino, del tutto peculiari nel concerto delle nazioni europee.

In Inghilterra, dice Schumpeter, la grande aristocrazia feudale, naturaliter guerriera qui come nel resto d’Europa, uscì sconfitta dai grandi rivolgimenti politici, sociali e culturali del XVI e XVII secolo; e anche la Corona dovette cedere buona parte del proprio potere sì da non poter reggere il confronto, quanto ad assolutismo e pienezza di poteri, con le coeve monarchie spagnola e francese. La politica estera, come quella interna, si costituzionalizzò assai per tempo, si ebbe il coinvolgimento nella elaborazione e direzione delle linee di espansionismo, di forze sociali più ampie, si formò una consapevole opinione pubblica di cui i detentori del potere dovettero tener conto. E, culmine di questa peculiarità tutta britannica, gli stessi detentori del potere, ancorché inizialmente espressione di un unico blocco sociale, si diversificarono in gruppi e interessi contrapposti, cosicché il tendenziale bellicismo politico-economico di matrice whig trovò sempre un contrappeso nel quietistico pacifismo agricolo e conservatore dei grandi proprietari terrieri di matrice tory[29].

Non esisteva all’interno del ceto dirigente britannico alcuna componente sociale portatrice di idee e di visioni imperialistiche pure e di espansionismo militare illimitato (o quantomeno, seppure esistette, non influì sulla condotta della politica estera), e non si disponeva inoltre di alcuna macchina da guerra stabile, permanente e sempre pronta all’uso[30].

La Gran Bretagna resta però una particolarità e un unicum, per quanto ragguardevole. La storia mondiale presenta esempi altrettanto ragguardevoli e decisamente più numerosi che offrono a Schumpeter l’occasione di studiare la “sua” concezione di imperialismo in atto. Si tratta di imperi mondiali, formatisi in ogni epoca storica a seguito di un fondamentale impulso alla conquista e alla sopraffazione.

Schumpeter studia ora l’imperialismo in atto in alcune vicende del remoto passato e con taglio storico ne tratteggia i contorni essenziali.

L’imperialismo non è connaturato ad ogni popolo; in alcuni esso è soltanto, per così dire, acquisito a seguito di eventi specifici. Si prenda l’esempio dell’antico Egitto prima della invasione ad opera degli Hyskos. Gli Egizi si dedicavano pacificamente alla coltivazione dei campi, soggiacevano al dominio piuttosto blando di un Faraone e a un controllo invece molto più oppressivo e penetrante di una aristocrazia sicuramente sfruttatrice ma non militarista. Il potere del Faraone trovava limiti proprio nel contropotere di questa aristocrazia “feudale”. Per secoli interi gli Egizi vissero in queste condizioni politiche e non si arrischiarono a guerre di conquista nei confronti dei popoli vicini, probabilmente perché non avrebbero potuto conseguire nessun obiettivo razionale o concreto. Al contrario, furono essi stessi fatti oggetto di una aggressione da parte dei bellicosi Hyskos. La dominazione straniera durò per un secolo e mezzo, ma proprio durante questi centocinquant’anni qualcosa di profondo mutò nella classe dirigente egizia. Si organizzò una guerra di liberazione guidata dal Faraone e da una aristocrazia compatta e ligia ai voleri del legittimo sovrano. L’aristocrazia medesima, da terriera e feudale, si trasformò in una aristocrazia eminentemente guerriera, dedita alla permanente occupazione delle armi, e si circondò di armigeri che nella vita null’altro sapevano fare se non guerreggiare. Si creò cioè quella che Schumpeter chiama a più riprese una perfetta “macchina da guerra” che condusse vittoriosamente a termine la guerra di liberazione. Scacciati gli Hyskos dal suolo patrio però, questa macchina da guerra – efficiente, oliata, collaudata – non potette più essere fermata: il Faraone, con la sua aristocrazia guerriera, non depose le armi ma anzi intensificò le guerre contro popoli vicini, che a questo punto divennero guerre di pura conquista, non sorrette da motivazioni razionali (come invece lo era stata quella contro gli Hyskos). Un istinto irrefrenabile di dominio imperialistico e di sopraffazione, che manca nell’Egitto dei secoli più risalenti, giuda ora con ferrea determinazione la politica estera dei Faraoni, sino alla rovina finale dell’antichissimo impero.

Qui, sottolinea Schumpeter, è possibile cogliere una costante dell’imperialismo: un corpo sociale a vocazione guerriera, una macchina da guerra, hanno bisogno di legittimarsi periodicamente con nuove avventure belliche, con nuovi espansionismi militari[31].

Persiani e Assiri offrono un altro esempio di imperialismo. Questi popoli sono guerrieri sin dai primordi; le dure condizioni di vita dell’altipiano iranico hanno abituato e anzi costretto questi popoli a praticare la guerra e la violenza per la loro stessa sopravvivenza. Quando, in epoche successive, mutarono sede continuarono però a comportarsi come popoli dediti alla guerra di conquista fine a se stessa perché, dice Schumpeter, costituiva ormai loro preciso abito mentale combattere, uccidere, rapinare. Secoli e secoli di vita ferina non si cancellano: le strutture sociali, le mentalità collettive, l’assetto di potere, una atavica sete di dominio, tutto in questi popoli conduce alla guerra, e si tratta dell’imperialismo di tutto un popolo, non limitato alle sole classi dirigenti.

Sussiste una differenza di non poco conto tra l’imperialismo persiano e quello assirio: per i Persiani le guerre devono assicurare il dominio e i popoli sottomessi, a patto che versino un tributo e soggiacciano ai dettati del Gran Re, sono per il resto liberi. L’imperialismo assirio presente invece un volto più crudo, sanguinario e ferino: quelle condotte dai re assiri sono vere e proprie guerre di sterminio e il popolo sconfitto non ha possibilità di sopravvivenza; le civiltà nemiche vengono inesorabilmente abbattute, le città rase al suolo, le popolazioni deportate o sterminate, quali prede di caccia. «Il dio Assur», ci ha lasciato inciso un re assirio, «mi ha ordinato di coprire di rovine i Paesi nemici. Li ho sottomessi, ne ho inseguito i guerrieri come belve feroci […]ho dato alle fiamme le loro città, le ho devastate, ne ho fatto ruderi e macerie». Il dio Assur è un fattore di potenziamento dell’imperialismo, ma sarebbe un errore individuare nella cupa religione nazionale assiria la causa ultima delle spietate guerre di conquista. Schumpeter, derogando all’unilateralità della sua tesi sull’imperialismo «privo di oggetto»,  ammette la coesistenza di molteplici cause e spiegazioni (i decreti divini, gli interessi mercantili, l’avidità di bottino) ma quella a suo parere più profonda e più vera è d’ordine antropologico con forti influssi di determinismo ambientalistico: l’elemento istintivo, il primitivismo sanguinario ereditato da secoli e secoli di vita ferina in un ambiente geografico ostile[32].

Anche gli Arabi, nei secc. VII-IX, conobbero un espansionismo militaristico e imperialistico senza precedenti e ufficialmente le guerre di conquista furono guerre sante (la djihad) condotte nel nome del maomettismo. E tuttavia anche nel caso degli Arabi Schumpeter non crede che le guerre imperialistiche siano spiegabili compiutamente entro un orizzonte puramente religioso. Gli Arabi da secoli vivevano quale popolo nomade e cavaliere, abituato alla guerra di rapina e alle dure necessità della vita in ambiente ostile, e dunque già di per sé propenso alla guerra e alla violenza. L’appello di Maometto cadde su un suolo fertile[33], fu forse l’elemento scatenante ma esso segue e non precede la disposizione imperialistica. L’imperialismo arabo nacque dalle necessità di vita del passato, divenute impulso per inveterata abitudine di vita e potenziate dal fattore religioso[34].

Nel prosieguo del suo lungo excursus storico Schumpeter tocca altri popoli e altre epoche che non è qui possibile, data la natura di questo breve scritto, approfondire[35]. Preme però evidenziare almeno un ultimo aspetto di un certo interesse prima di passare all’argomento successivo. Esistono popoli imperialistici e guerrieri (come i Persiani e gli Assiri) e Stati con classi dirigenti imperialistiche ma popolo pacifico o indifferente (per esempio l’antico Egitto). Ma non tutti i popoli guerrieri sono necessariamente e sempre inclini all’espansionismo imperialistico. Per esempio i Franchi, popolo combattivo e guerriero quant’altri mai, difesero sempre gelosamente le proprie libertà e i propri interessi quotidiani da spinte espansionistiche provenienti dall’alto e solo a tratti si rivelarono strumento docile di conquista nelle mani dei loro re. La causa di questa apparente anomalia va ricercata nel fatto che i Franchi, dove si insediavano, coltivavano la terra e vivevano del lavoro proprio cosicché una importante aliquota di questo popolo in origine guerriero fu distolto da occupazioni diverse dalle guerre di conquista. Questa circostanza viene oggettivata da Schumpeter a livello di legge generale: perché in un popolo, anche guerriero, «si rivelino tendenze imperialistiche di carattere non superficiale e transitorio non bisogna vivere del proprio lavoro od esserne assorbiti, altrimenti tutti gli istinti di conquista si assopiscono nella routine economica»[36].

Il successivo punto analizzato da Schumpeter in un autonomo capitolo del saggio attiene all’imperialismo nella moderna monarchia assoluta, sostanzialmente identificata con lo Stato assoluto di Luigi XIV, la Francia del Grand Siècle.

In Francia il re emerge dai lunghi secoli del medioevo quale primus inter pares in posizione via via sempre più dominate, sino a concentrare nelle proprie mani l’essenza del potere politico, a condizionare e controllare pesantemente la Chiesa cattolica  e a edificare con l’ausilio di solerti funzionari uno Stato e soprattutto un esercito a propria immagine e somiglianza. Il lungo processo di accentramento del potere monarchico è avvenuto a spese dell’aristocrazia feudale le cui periodiche “fronde” non hanno impedito alla Francia del XVII secolo di subire il dominio del Re Sole e tuttavia, dice Schumpeter, vi è un tratto che accomuna il monarca agli aristocratici, ed è la comune antica matrice militare di entrambi. Il re si sentiva innanzitutto il comandante supremo dell’esercito e il campione del bellicismo e amava circondarsi di fidati uomini d’arme. Ma anche l’aristocrazia feudale (dalla quale in definitiva lo stesso re proveniva) portava impressa nel proprio stampo una generale attitudine militare e guerresca alla vita. Nelle proprie terre i nobili simboleggiavano pur sempre l’antico dominio militare dei Franchi.

La politica estera imperialistica, appannaggio di un re ansioso di grandi gesta militari, presupponeva entro i confini dello Stato una aristocrazia domata o almeno ammansita. Essa venne dunque progressivamente attratta entro la cerchia della corte, trascurò i propri possedimenti terrieri sino a scadere ad un scintillante servilismo presso la corte regia[37]. Ma questa nobiltà di cortigiani vantava pur sempre un passato marziale e il re, per conservarsela servile, dovette affidarle prebende, incarichi e uffici ma, soprattutto, dovette permetterle di sfogare in guerre esterne i propri istinti guerrieri. E su questo ultimo punto, d’altronde, lo stesso monarca non differiva sostanzialmente dai suoi nobili cortigiani.

Le guerre di conquista intraprese dal Re Sole non trovano delle adeguate contropartite. Certamente, la Francia di Luigi XIV mise a soqquadro l’Europa anche per obiettivi di espansione economica e mercantile, ma ogni puntuale confronto tra costi e benefici segna sempre gravi passivi per ognuna delle guerre intraprese e non è un caso che il Colbert abbia sempre osteggiato l’avventurismo del re. C’è dell’altro, nota Schumpeter, alla base di questa aggressiva politica estera: «L’amore della guerra e la politica bellicista dello Stato trovano la loro spiegazione non nei vantaggi immediati […] ma nelle necessità della struttura sociale e nelle disposizioni trasmesse di padre in figlio della classe dominante»[38].

La classe nobiliare francese – diretta discendente, o almeno così si reputava, dei guerrieri Franchi – e il re, il capo supremo di questo ceto guerriero, trovavano naturale l’abitudine alla lotta, l’impegno assiduo in gigantesche imprese di guerra, anche eventualmente in assenza di concreti e razionali interessi da promuovere. A ciò va aggiunta la presenza di una macchina bellica perfettamente funzionante, il vanto di possedere il migliore e più forte esercito d’Europa, arma poderosa nelle mani di un monarca bellicista. I due fattori, combinati insieme ed eventualmente accompagnati da fattori più limitati e contingenti (quale ad esempio la concorrenza con l’Inghilterra nella espansione coloniale) spiegano l’essenza dell’imperialismo di Luigi XIV[39].

Al termine di questo quadro storico Schumpeter ritiene di poter trarre delle conclusioni, e cioè che nelle umane vicende la maggior parte delle guerre «sono state scatenate e sostenute senza ragion sufficiente», «senza interessi ragionati e razionalmente comprensibili»[40]. Il motore scatenante dell’imperialismo, come può evincersi da ciò che precede, va ricercato negli istinti ferini dell’animo umano senza però alcuna concessione all’irrazionalismo o alla dimensione oscura, misteriosa ed enigmatica degli abissi psicologici dell’uomo perché Schumpeter “razionalizza” questi istinti e li riconduce, in definitiva, a «necessità vitali di situazioni che hanno plasmato popoli e classi costringendoli, se non volevano estinguersi, a diventare bellicosi»[41].

Se Schumpeter scrive, al principio del XX secolo, che l’imperialismo è ancora all’opera e anzi pulsa di energica vitalità, ciò dipende essenzialmente da sopravvivenze delle epoche passate che continuano a determinare la politica degli Stati europei. Sotto questo aspetto l’imperialismo «è una forma di atavismo»[42]. Questa ultima definizione merita un approfondimento, perché qui risiede, a nostro avviso, il cuore della teoria dell’imperialismo elaborata da Schumpeter nei suoi tratti più strettamente congiunti all’epoca storico-economica del capitalismo.

L’imperialismo dell’epoca di Luigi XIV continua a vivere anche nel XIX e XX secolo, ma qualcosa di radicalmente nuovo è nel frattempo accaduto e non tarderà a plasmare compiutamente popoli e culture e a relegare, nonostante tutto, l’atavico imperialismo in un passato morto per sempre. Questo qualcosa è la rivoluzione industriale e il conseguente capitalismo libero-concorrenziale.

Il capitalismo, sostiene Schumpeter, poggia su basi sostanzialmente razionali, persegue sempre, per definizione, obiettivi precisi e contingenti e muove da cause ragionevoli e logicamente verificabili. E il capitalismo non ama la guerra per se stessa, considerandola sommamente nociva. Il capitalismo non coincide con l’imperialismo, anzi ne costituisce la negazione.

Tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo Schumpeter crede di poter cogliere nello sviluppo – non solo economico – del capitalismo delle tendenze di fondo che condurranno al superamento definitivo dell’imperialismo.

Più in dettaglio, il capitalismo ha creato dei nuovi soggetti sociologici, tra i quali l’archetipo è l’imprenditore industriale in regime di libera concorrenza: egli, l’espressione forse più pura del modo di produzione capitalistico, può sopravvivere nei confronti dell’agguerrita concorrenza  solo se adegua la sua condotta a scelte economiche razionali, prudenti, ponderate, e lucidamente conformi a un preliminare esame di costi e benefici. Questo abito mentale, razionale, individualistico e democratico[43] permea di sé la nuova società capitalistica industriale, diventa il nuovo pensiero comune, il nuovo conformismo culturale ed emargina, perché a sé irriducibile, ogni componente di istintiva violenza o di atavico desiderio di dominio imperialistico.

Nelle odierne società capitalistiche si manifestano varie tendenze razionalistiche, individualistiche e democratiche, indubbiamente incompatibili con l’imperialismo, e Schumpeter ne individua alcune: a) una ostilità di principio alla guerra, all’espansionismo e agli eserciti di mestiere; il negoziato tra Stati è sempre preferibile, in quanto più razionale e meno costoso, alle soluzioni violente e alle guerre; b) segno importante di un orientamento culturale profondamente mutato rispetto alle epoche passate è la generalizzata affermazione di forti partiti pacifisti nell’ambito delle democrazie capitalistiche; c) una moderna classe operaia industriale, anti-imperialista e pacifista, è in grado di esercitare un peso concreto e notevole nello scenario politico delle singole nazioni[44].

Se tutto questo è vero, resta da spiegare perché le guerre imperialistiche continuino con rinnovata energia e violenza a dilaniare Stati, popoli e nazioni a più di un secolo dalla rivoluzione industriale.

Un inizio di risposta è già deducibile da quello che Schumpeter ha scritto nelle precedenti pagine, e cioè il peso del passato, l’atavismo di strutture sociali e di mentalità “guerriere”, eredità diretta delle defunte monarchie assolute o di epoche ancor più remote, continua a esercitare peso e influenza nella gestione della res publica, nella guida della politica estera e nella plasmazione delle culture e mentalità correnti. Il nazionalismo, fenomeno ideologico schiettamente moderno, ha radici antichissime se non addirittura primitive. Lo Stato, nei suoi ceti dirigenti, è ancora espressione per una aliquota importante di aristocrazie marziali e belliciste. Certamente in un mondo profondamente diverso quale è quello capitalistico moderno, nessuno Stato, nessuna ideologia nazionalistica per quanto estremista potrà più invocare la guerra per la guerra, la brama di dominio fine a se stessa, la smania di superiorità, ma dovrà necessariamente ricercare pretesti, ammantare di nobiltà di idee e di princìpi le proprie guerre, insomma venire in parte a patti con la modernità, con il razionalismo, il democraticismo e l’individualismo capitalistici, ossia con una consapevole opinione pubblica. E già questo costituisce un importante segno dei tempi e dà a Schumpeter quasi la garanzia che queste sopravvivenze guerrafondaie e imperialistiche del passato verranno col tempo spazzate vie dall’evolversi verso assetti più maturi, razionali e compiuti di capitalismo.

Ma c’era una obiezione a cui Schumpeter sentiva di dover rispondere: dal capitalismo libero-concorrenziale si era sviluppato all’ombra del protezionismo degli Stati un capitalismo monopolistico basato sulla produzione per l’esportazione (Exportmonopolismus), un capitalismo dei trust e dei cartelli che aveva assunto dimensioni colossali e che evolveva verso forme di dominio sempre più complete e concentrate, influenzando e anzi a volte direttamente controllando la politica stessa degli Stati. Questo Exportmonopolismus con la sua aggressiva politica di esportazione e protetto dai dazi fissati dallo Stato poteva sfociare in spinte incontrollate alla espansione e sopraffazione di Stati vicini[45]; era cioè una forma nuova dell’imperialismo, l’imperialismo capitalistico.

Schumpeter non nega che i cartelli, i trust, le grandi concentrazioni capitalistico-finanziarie che prosperano in regime protezionistico possano condizionare gli Stati ed evolvere verso forme di imperialismo. Nega però, e recisamente (in evidente polemica con talune tesi marxiste e in particolare con Lenin) che l’Exportmonopolismus sia una conseguenza naturale e automatica del capitalismo. Su questo punto è chiarissimo: «É fondamentalmente errato definire l’imperialismo come una fase necessaria del capitalismo, o parlare di sviluppo del capitalismo in imperialismo»[46]. L’Exportmonopolismus come si è detto prospera sotto l’ombrello dei dazi e del protezionismo, e proprio qui sta il punto: il sistema dei dazi, le politiche protezionistiche non sono un portato naturale e inevitabile del capitalismo, anzi ne costituiscono un freno e addirittura – se ci si riferisca alla libera concorrenza e al liberoscambismo – la più completa negazione. Il protezionismo è un corpo estraneo al capitalismo, una sopravvivenza di scelte politiche del passato e i cui effetti o conseguenze indubbiamente possono condurre all’imperialismo e al nazionalismo nel momento in cui separano un popolo dall’altro e impediscono la libera circolazione di merci, persone e idee.

É vero, i dazi nell’Europa moderna vennero introdotti dai sovrani per proteggere i mercanti, ma non fu questo il vero motivo: alle monarchie assolute interessava disporre di validi oggetti di tassazione quali potevano risultare i mercanti; per tale motivo si decise di “proteggerli” dalla concorrenza estera, all’epoca inoltre ancora rudimentale. L’avvento della rivoluzione industriale e del capitalismo libero-concorrenziale spazzarono via in buona misura (certamente con differenze importanti da Stato a Stato) i dazi e condussero a uno straordinario progresso dell’economia e della produzione, ma le mentalità e abitudini del passato non si cancellano d’un tratto cosicché una parte della borghesia commerciale, che aveva beneficiato della protezione doganale e, all’ombra dei dazi, si era abituata a ragionare in termini nazionali, patriottici e di fedeltà allo Stato monarchico, non depose questa mentalità e guardò con diffidenza alle nuove idee e con tenacia lavorò contro il capitalismo[47], mentre gli interessi economici precostituiti, estranei alla risultante della libera concorrenza, continuarono artificialmente a vivere ancorati allo Stato e sotto la sua protezione. Il monopolio e i cartelli sono la variante storica contemporanea di questi interessi economici precapitalistici e i dazi, lungi dal costituire una conseguenza naturale del capitalismo, si rivelano invece essere la conseguenza di una chiara scelta politica dettata da motivazioni e visioni del mondo precapitalistiche, ossia forme di atavismo o arcaismo economico. La logica interna del capitalismo non consentirebbe alla politica dei dazi e allo stesso Exportmonopolismus alcuna sopravvivenza[48], e se è potuto accadere che l’Exportmonopolismus si sia sviluppato (o sia degenerato) in imperialismo, ciò è accaduto non per un automatismo interno al capitalismo ma solo perché questo ha incontrato altre forme di atavismo già predisposte all’espansionismo privo di oggetto.

Sono dunque numerose le sopravvivenze del passato, e tra queste non si annoverano soltanto le monarchie o le aristocrazie feudali ma anche, nelle sue abitudini di pensiero e di azione, l’Exportmonopolismus[49], e ognuna di queste sopravvivenze, nella sua ostilità allo spirito del moderno capitalismo che evolve verso il pacifismo, favorisce e persegue politiche di imperialismo ancora in pieno XX secolo. Il nazionalismo piccolo borghese, antesignano del fascismo europeo e che si presentava all’epoca della stesura del saggio quale ultimo virgulto di questa progenie plurimillenaria, fa lapidariamente scrivere a Schumpeter a conclusione della sua riflessione: «A noi premeva solo ribadire, sulla scorta di un esempio illuminante, l’antica verità che i morti non cessano di dominare i vivi»[50].

3. Confronto critico tra le concezioni dell’imperialismo in Lenin e Schumpeter

Una comparazione del pensiero dei due Autori sulle concezioni dell’imperialismo espresse nelle opere esaminate deve a nostro avviso necessariamente, e preliminarmente, muovere dalle cause o dai moventi che spinsero prima Lenin e poi Schumpeter ad occuparsi del complesso problema. E già qui salta subito all’occhio una prima fondamentale differenza: il Lenin del 1916 è un esiliato politico con alle spalle varie condanne emesse contro di lui dai tribunali russi e attivamente ricercato dalla Ochrana (la polizia segreta zarista); tutta la sua vita coincide con la lotta per la rivoluzione socialista della quale lui si propone non solo quale teorico ma anche, insieme con gli altri esiliati (russi e no), quale attivo dirigente e capace organizzatore di azione politica. Le sue riflessioni teoriche muovono da studi economici e presuppongono una perfetta padronanza del pensiero economico di Karl Marx, ma non sono mai pura speculazione e pura dottrina giacché la preoccupazione principale di Lenin lo conduce alla preparazione dell’azione rivoluzionaria. Ogni sua opera precedente gli scritti d’occasione del 1917 verte su tematiche precise, concrete e attuali e serve a chiarire il pensiero che guiderà le linee di azione della imminente rivoluzione socialista. Lo scritto sull’imperialismo (1916) non fa eccezione. Esso può leggersi quale “ultimo avviso” e ultima riflessione prima che la rivoluzione proletaria internazionale abbia il suo inevitabile inizio. In tutta l’opera, con questo insistere sulla fase ultima e suprema del capitalismo, si avverte tra i dettagli delle riflessioni teoriche e delle interpretazioni della recente storia economica il compiacimento per la scientificamente inevitabile (ed anzi auspicabile) fine ingloriosa di una civiltà e di un sistema economico putrescenti e l’imminenza dell’avvento di una nuova forma del vivere sociale ed economico.

Opposto è invece il caso di Schumpeter, uomo di studio, prestigioso professore universitario dal curriculum scientifico eccezionale, alieno da diretti coinvolgimenti politici. L’analisi di Schumpeter non deve scontare l’adesione “esistenziale” a una dottrina e a una ideologia rivoluzionarie e può, così, mantenersi più libera dai condizionamenti e contingenze di azione politica. Con una precisazione: Schumpeter non è naturalmente avulso dalla realtà, anche politica, del suo tempo e della sua patria (l’Austria-Ungheria); anzi, secondo alcuni interpreti la sua riflessione sulle inerzie storiche dell’imperialismo atavico e dei “fossili sociali” che ne condizionano l’attuazione non può comprendersi se non con riferimento proprio alla realtà austriaca durante la Prima Guerra Mondiale. Schumpeter cioè avrebbe elaborato la sua teoria sull’imperialismo «privo di oggetto» e sulle classi sociali “guerriere” che anacronisticamente portano avanti politiche belliciste solo dopo aver amaramente constatato il totale fallimento della aristocrazia austriaca d’origine feudale – la naturale classe dirigente dell’Impero absburgico – nel tentativo di salvare l’Austria-Ungheria dai disastri della Grande Guerra[51]. La disgregazione dell’Austria-Ungheria e la constatazione del fallimento delle “naturali” classi dirigenti spinge Schumpeter, tra il 1918 e il 1919, a riflettere più a fondo sulle reali connessioni tra questi “residui sociologici” e l’imperialismo.

Fatte queste premesse possiamo ora tentare di delineare alcuni punti di divergenza tra le teorie dei due Autori.

Una prima e basilare divergenza è in re ipsa se solo si pongono a mente le differenti definizioni dell’imperialismo proposte dai due Autori[52].

Per Lenin non si dà imperialismo senza capitalismo monopolistico[53] e inoltre l’imperialismo non è una casualità o una opzione storica ma un passaggio politico ed economico obbligato e necessario. Il determinismo economico marxista – che postula il “naturale” passaggio dai modi di produzione più arcaici a quelli capitalistici per sfociare infine, per complesso processo dialettico, nella società senza classi del socialismo realizzato si fa sentire qui con tutto il suo peso. Lenin anzi aggiorna alle mutate realtà dei suoi tempi questo determinismo sviluppando e completando il pensiero di Marx sui nuovi assetti capitalistici che il Tedesco aveva potuto descrivere e spiegare solo sommariamente.

Il pensiero di Schumpeter ci sembra invece meno netto e molto più problematico. Egli non pare in nessun punto del suo saggio considerare l’imperialismo una inevitabile necessità storica ma si sforza di ricondurre le cause genetiche del fenomeno a delle contingenze storiche che avrebbero anche potuto non verificarsi (e che nel futuro potrebbero non più manifestarsi). Innanzitutto per Schumpeter l’imperialismo – così come lui lo definisce – non è privilegio dell’ultimo scorcio del XIX e degli inizi del XX secolo ma attraversa – flagellandolo – il plurimillenario corso della storia mondiale. Questo imperialismo, seppure fenomeno antichissimo e storicamente presente alle più disparate latitudini, non è inevitabile. Ricordiamo l’esempio dell’Egitto prima e durante la dominazione straniera degli Hyskos: un popolo pacifico dedito all’agricoltura; oppure il popolo franco, imperialista “riluttante”; o, infine, la differenza tra popoli naturaliter guerrieri (come per esempio gi Arabi galvanizzati dalla dijhad) e popoli miti e aperti a messaggi “pacifisti” (come per esempio la Galilea ai tempi della predicazione dei Vangeli); ma anche presso un popolo guerriero, dove l’imperialismo è “popolare” (come per esempio gli Assiri e i Persiani) la ragione di una tale predisposizione alla guerra fine a se stessa è da Schumpeter spiegata ricorrendo al fattore del determinismo geografico (se un popolo vive in ambienti geografici sommamente ostili, considererà la violenza – necessaria per sopravvivere – una dimensione naturale dell’essere e porterà seco questo abito mentale anche quando le originarie condizioni dell’ambiente geografico saranno mutate).

A prescindere dalla opinabilità (e dai limiti) di talune di queste interpretazioni[54], è possibile cogliere una maggiore ampiezza di respiro e larghezza di visioni nella teoria di Schumpeter il quale vede nell’imperialismo un elemento storicamente (ma non teoreticamente, perché evitabile e in ogni caso sempre legato a particolari contingenze) strutturale e connaturato alle vicende dei gruppi umani organizzati.

Schumpeter, proprio in virtù di questa sua apertura di prospettive, giunge alle soglie di una interpretazione antropologica e metastorica dell’imperialismo ma si ferma appena in tempo, non si arrischia oltre sull’orlo del precipizio della oscurità abissale ed enigmatica dell’animo umano. Si è già più sopra fatto un cenno a questo particolare aspetto del pensiero dell’economista austriaco. Ci riferiamo a quel passo del saggio in cui Schumpeter coinvolge nella sua riflessione sulla genesi dell’imperialismo «le inclinazioni arazionali e irrazionali, puramente istintive, alla guerra e alla conquista»[55] ma rifugge da un rinvio definitivo a questi elementi primordiali ed anzi ritiene che tali inclinazioni, unitamente a qualunque altra tendenza imperialistica, siano in ultima analisi razionalmente comprensibili e deducibili dai rapporti di produzione storicamente dati[56].

Insomma Schumpeter, esattamente come Lenin (seppure con una prospettiva decisamente più larga) resta saldamente ancorato a una interpretazione economistico-materialista.

Ma entro questa comune visione economistico-materialista le differenze tra i due Autori risaltano soprattutto quando si tratta di analizzare le connessioni tra capitalismo e imperialismo. Se entrambi concordano nell’individuare nel capitalismo monopolistico dei dazi e dei cartelli (o nell’Exportmonopolismus, come lo chiama Schumpeter) un fattore obiettivamente foriero di imperialismo (ed anzi per Lenin coincidente tout court con l’imperialismo), il contrasto di teorie si fa insanabile quando Schumpeter dissente con decisione riguardo la riconducibilità “meccanica” del monopolio alla legge naturale del capitalismo.

Il capitalismo monopolistico, che per Lenin è il figlio legittimo del capitalismo libero-concorrenziale, per Schumpeter costituisce invece una devianza dalla “retta via” della libera concorrenza ed anzi non si pone in alcun rapporto di parentela col capitalismo. Sono le ataviche (e anacronistiche) sopravvivenze del passato pre-industriale (le aristocrazie “guerriere”, lo spirito piccolo-borghese e “patriottardo” cresciuto all’ombra dei dazi voluti e imposti dai sovrani delle monarchie assolute, le politiche protezionistiche che oggi – inizi del XX secolo – separano e scavano un solco tra i popoli e agevolano l’emergere di sentimenti nazionalisti) a fomentare le politiche imperialiste degli Stati, e non il capitalismo in quanto tale.

Insomma, l’imperialismo, che per Lenin è il futuro immediato e inevitabile, doloroso ma necessario perché preparatorio del socialismo, per Schumpeter è invece un relitto del passato che si fa fatica a neutralizzare ed eliminare del tutto[57].

I contrasti di vedute tra i due Autori riguardano anche – e non potrebbe essere altrimenti, date le premesse -, le previsioni sugli anni a venire. Questi inizialmente sembrarono dare ragione, almeno in parte, a Lenin: la conflagrazione mondiale in corso, la rivoluzione bolscevica in Russia, l’imminenza (nel 1919-1920) della rivoluzione proletaria là dove tutti la attendevano, cioè nella Germania capitalista, la precarietà delle Intese tra gli Stati capitalisti, tutto faceva presagire che il capitalismo monopolistico si stesse strozzando con le proprie mani e che il socialismo fosse alle porte. Ma la rivoluzione proletaria non varcò i confini della Russia e il grande capitale finanziario, lungi dall’autoannientarsi, produsse il fascismo (secondo le note tesi dell’Internazionale comunista del 1928)[58] e subito dopo condusse al secondo conflitto mondiale; però anche questo nuovo conflitto non segnò la fine dell’imperialismo e la rivoluzione socialista continuò a farsi attendere (si assistette, è vero, all’incremento di potenza e al dilatamento delle sfere di influenza dell’Unione Sovietica, ma questo fu un fenomeno totalmente altro rispetto alla rivoluzione). Il settantennio successivo al 1945 ha smentito le previsioni di Lenin anche sul terreno più propriamente economico giacché se è vero che i cartelli, i monopoli e i trust esistono anche oggi quale componente importante dell’economia mondiale, non si può dire che essi ne costituiscano l’unica espressione. La libera concorrenza, i piccoli e medi produttori di merci e servizi, nonostante tutto, hanno continuato a vivere e si sono anzi rafforzati a partire dagli anni Ottanta e sino alla grande crisi del 2007-2008 dalla quale oggi stiamo forse e faticosamente uscendo. Il neoliberismo dell’età della globalizzazione costituisce semmai, per riprendere l’espressione impiegata dallo stesso Lenin nel titolo originario dell’opuscolo, una nuova, ultima nel senso di “più recente” (novejsij etap) fase del capitalismo, che rende obsoleta e superata la fase “suprema” del capitalismo monopolistico. La rende superata soprattutto su un punto fondamentale: il capitalismo monopolistico del 1916 non si sostituiva alle sovranità nazionali e macronazionali ma le utilizzava contro le altre sovranità nazionali  per ampliare i propri mercati o per accaparrarsi le materie prime. Il capitalismo globalizzato odierno trova invece nelle residue sovranità nazionali e macronazionali degli ostacoli, dei fattori di disturbo, dei fastidiosi limiti e intralci alla illimitata, mondiale, esplicazione del mercato.

Al più, gli Stati nazionali di oggi – ridimensionati e addomesticati dal mercato mondiale e dai centri transnazionali del potere finanziario e speculativo – possono collaborare con i nuovi padroni del mondo per la polizia interna e il disciplinamento sociale e per l’imposizione di nuove politiche di welfare livellate verso il basso. Solo sotto questo rispetto l’anticapitalismo del testo leninista conserva ancora qualcosa della sua originaria forza attrattiva, che è morale e nient’affatto scientifica.

Vide forse con maggiore chiaroveggenza Schumpeter quando espresse il convincimento che il capitalismo (razionalista, illuminista, individualista e democratico) avrebbe alla lunga estirpato le ataviche tendenze all’imperialismo[59] (anche il marxista “rinnegato” Kautsky, come supra si è visto, intuì in singolare e involontaria simbiosi con Schumpeter, che un ultra-imperialismo avrebbe potuto favorire il pacifismo internazionale entro gli schemi del capitalismo, e per queste sue idee egli si attirò gli strali di Lenin).

Oggi però, a distanza di un secolo, sappiamo che l’economista austriaco ha gravemente sottovalutato le ataviche e antropologiche tendenze all’imperialismo. Cedette egli forse al fascino illuminista dell’ottimismo e del progresso inevitabile e lineare ? Fu forse accecato dal mito smithiano del mercato universale e spontaneamente regolatore di tutte le dissonanze e patologie? Eppure quando, nel 1919, pubblicò le sue riflessioni sull’imperialismo, Schumpeter viveva immerso in un clima culturale e intellettuale segnato da un forte pessimismo, acuìto dall’immane tragedia collettiva che si era appena portata via con sé, insieme con i milioni di caduti su tutti i fronti e con gli imperialismi più arcaici e militarizzati dell’Europa, anche un raro esempio di coesistenza non fallimentare di popoli e culture nel quadro dell’Impero mitteleuropeo degli Absburgo.

I decenni successivi al 1919 (e al 1945) smentiscono in massima parte gli assunti schumpeteriani di un capitalismo pacifico e neutralizzatore delle guerre imperialistiche, perché l’uomo del XX secolo (e dei primi tre lustri del XXI) ha dovuto constatare suo malgrado che quelle ataviche tendenze all’imperialismo persistono in tutta la loro vitalità, seppure meglio camuffate. E, a nostro modesto avviso, persisteranno sempre perché proprie dell’animo umano per via di quelle «inclinazioni irrazionali, puramente istintive», naturali, che Schumpeter intuì ma non volle esaminare né approfondire, forse per non addentrarsi in ambiti nei quali la sua concezione economicistica e materialista della storia avrebbe potuto dire ben poco.

L’economia di mercato e il capitalismo si sono rivelati sistemi di produzione e scambio di beni e servizi di elevatissima efficienza, ma non hanno affatto comportato il superamento dell’imperialismo, ossia delle guerre «prive di oggetto», proprio perché si sono entrambi rivelati incapaci di realizzare l’impossibile: cioè trasformare l’animo umano. Il capitalismo, accanto a grandi diseguaglianze, ha indubbiamente prodotto gran copia di ricchezze e circolazione frenetica di persone, idee, merci e capitali. Ha anche tentato di plasmare (pur senza coerenti elaborazioni ideologiche) una nuova mentalità, una nuova antropologia, un nuovo idealtypus umano: un uomo intrinsecamente pacifico, assorbito dalla oikonomia e intento alla produzione e ai commerci. Ma un uomo siffatto lo incontriamo solo sull’isola di Utopia[60].

Guerre fini a se stesse continuano ad essere scatenate in ogni parte del globo[61]. Il loro spazio di manovra si è forse ridotto rispetto alla tormentata storia ante 1945 grazie a quelle “intese contingenti” tra Stati favorite dallo “spirito” del libero commercio e della libera concorrenza nonché da una razionalità condivisa,  e che hanno consentito (quantomeno all’Occidente) di vivere gli ultimi decenni in una cornice di pace, per quanto precaria. Ma non per questo noi oggi possiamo guardare al mercato mondiale come a una secolarizzata valle dell’Eden priva di guerre imperialistiche. Il realismo classico e cristiano applicato alle relazioni internazionali, il realismo strutturalista che dà spazio nella determinazione delle politiche statali ai meccanismi ìnsiti in un dato sistema di relazioni politiche internazionali (o interstatuali) tra entità aggregate[62], e infine il realismo giuridico di Carl Schmitt[63] rivelano all’osservatore dell’oggi, molto più dei sociologismi di Lenin e di Schumpeter, la loro attualità e validità nella critica fenomenologica e teorica dell’imperialismo contemporaneo. Forse paiono meno pervasi di charme, di fiducia e di ottimistica sfida ai tanti mali che affliggono il secolo, e quindi non suscitano entusiasmi e anzi talvolta acquistano coloriture di grigio cinismo e conservatorismo. E tuttavia proprio qui sta il merito del realismo: una sobrietà prosaica e pessimistica nella concezione antropologica, tale da distruggere le illusioni di progresso e da focalizzarsi, ad ogni tornante della storia, sull’uomo quale esso è, con la sua miseria e ferinità e irrazionalità. Da qui il fondamentale convincimento che l’imperialismo, inteso quale guerra «priva di oggetto», è ineliminabile dalla storia e si ripresenterà ancora nel nostro futuro, data la sostanziale immodificabilità della natura umana. Nessun sistema religioso, politico, ideologico e da ultimo economico è riuscito a modificare la natura umana e a debellare le guerre prive di oggetto. Neppure il cristianesimo, che anzi ha elevato a dogma la naturale malvagità e nequizia degli esseri umani, redimibile solo per grazia (cioè per un intervento esterno, straordinario, metastorico e metarazionale).

In una concezione realistica degli imperialismi, non si possono che apprezzare (e auspicarne un recupero, come già propose Schmitt) i princìpi essenziali di diritto internazionale del Vattel: la guerra – anche la guerra irrazionale, cioè (secondo la proposta di Schumpeter) la guerra imperialistica  – è accettata come inevitabile e inestirpabile[64]. Nelle selvagge praterie delle relazioni internazionali còmpito degli uomini e dei governanti di buona volontà e solida saggezza non è già l’inseguimento di chimere e utopie, spesso anticamera di tragedie quanto mai vere e crude, quali la leninista società senza classi e senza proprietà o la schumpeteriana società del pacifico mercato mondiale, ma una faticosa, empirica e pragmatica regolamentazione e limitazione dei confronti politici armati, siano questi razionali o, all’opposto, «privi di oggetto».

Note:

[1] «Nell’opuscolo si è dimostrato che la guerra del 1914 fu imperialista (cioè di usurpazione, di rapina, di brigantaggio) da ambo le parti,  che si trattò di una guerra per la spartizione […] delle “sfere di influenza” del capitale finanziario». Si segue l’edizione italiana di Vladimir Ilic Lenin, L’imperialismo fase suprema del capitalismo, Milano 2002. La citazione è alle pp.27-28 di tale edizione.

[2] Lenin, op. cit., p. 32.

[3] In realtà Lenin è consapevole che il  complesso fenomeno dell’imperialismo presenta aspetti importanti (e che meriterebbero trattazione) che vanno oltre la sua natura strettamente economica ma nella prefazione dichiara di volersi limitare allo studio delle sole caratteristiche economiche dell’imperialismo; cfr. Lenin, op. cit., p. 33.

[4] Lenin, op. cit., p. 39.

[5] Lenin, op. cit., p. 41: «I cartelli si mettono d’accordo sulle condizioni di vendita, i termini di pagamento, ecc. Si spartiscono i mercati. Stabiliscono la quantità delle merci da produrre. Fissano i prezzi. Ripartiscono i profitti tra le singole imprese etc.»

[6] Lenin, op. cit., p. 43.

[7] Scrive Lenin con la lucidità e concisione che gli è propria: «La banca, tenendo il conto corrente di parecchi capitalisti compie apparentemente una funzione puramente tecnica[…]. Ma non appena quest’operazione ha assunto dimensioni gigantesche, ne risulta che un pugno di monopolizzatori si assoggettano le operazioni industriali e commerciali dell’intera società capitalista […] [essi] conseguono la possibilità innanzitutto di essere esattamente informati sull’andamento egli affari dei singoli capitalisti, quindi di controllarli […] e infine di deciderne completamente la sorte»; cfr. Lenin, op. cit., p. 53.

[8] Lenin, op. cit., p. 63.

[9] Lenin, op. cit., p. 67: «Il “sistema della partecipazione” non soltanto serve ad accrescere enormemente la potenza dei monopolisti bensì permette anche di manipolare ogni sorta di loschi e luridi affari e di frodare il pubblico».

[10] Lenin, op. cit., p. 70.

[11] Il titolo originario dell’opuscolo (edito da Parus nell’aprile 1917) suona: Imperializm, kak novejsij etap Kapitalizma (traducibile in Imperialismo, fase ultima [più recente] del capitalismo). Le edizioni successive, che videro la luce dopo l’Ottobre, recano invece il diverso titolo Imperializm, kak vyssaja stadija Kapitalizma (Imperialismo, fase suprema del capitalismo). La differenza non è di poco conto, se si considera che la “fase ultima/più recente” privilegia la scansione cronologica e fa presupporre, secondo logica, la  possibilità di nuove, ulteriori fasi – come tra l’altro la storia del capitalismo del XX secolo ha ampiamente dimostrato, mentre la “fase suprema” privilegia la intensità del fenomeno capitalistico e lascia dedurre che a una intensità suprema (cioè non ulteriormente espandibile o intensificabile) debba seguire o una implosione oppure una trasformazione in un sistema qualitativamente diverso ma che hegelianamente reca in sé l’apporto del sistema precedente dalle cui ceneri ha tratto la propria origine. Il secondo – e definitivo – titolo rispecchia meglio i contenuti dell’opuscolo e la concezione leninista tanto del capitalismo quanto dell’imperialismo. Ciò rende ancor più singolare, per la sua incoerenza, la scelta del primo titolo operata per l’edizione dell’aprile 1917. Forse Lenin volle prendere accorgimenti nei confronti della censura zarista (come lui stesso avverte nella prefazione datata «Pietrogrado, 26 aprile 1917») e non ebbe il tempo, caduto il regime zarista, di rimaneggiare il testo e di togliere le involuzioni, perifrasi e metafore che si erano rese necessarie nel corso della stesura del libro (1916) per prevenire la censura. Resta però il fatto che il titolo (che non è il testo) ha immediata evidenza ed efficacia, soprattutto in un opuscolo politico pensato per l’azione immediata e la propaganda, e la sua modifica sarebbe stata agevole e rapidissima: in fondo, si trattava soltanto di sostituire vyssaja stadija a novejsij etap.

[12] Lenin, op. cit., p. 76.

[13] Il capitale finanziario francese presta capitali liquidi alla Russia applicando tassi di interesse usurai, tant’è che quello francese può definirsi un “imperialismo da usurai” laddove a quello britannico, che si insedia direttamente in loco, meglio si addice l’etichetta di “imperialismo coloniale”; cfr. Lenin, op. cit., p. 81.

[14] Lenin, op. cit., p. 92.

[15] Lenin, op. cit., p. 103.

[16] Kautsky, citato in Lenin, op. cit. p. 137.

[17] Lenin, op. cit., p. 139.

[18] Lenin, op. cit., pp. 119-128.

[19] E infatti, proprio a sottolineare il parallelismo, Lenin parla di “Stato rentier”; cfr. Lenin, op. cit., p. 144.

[20] Cfr. Lenin, op. cit., pp. 124-127, dove descrive efficacemente, soprattutto con riferimento al caso inglese,  l’opera di corruzione della classe operaia attuata dall’imperialismo.

[21] Joseph A. Schumpeter, Zur Soziologie der Imperialismen, in Archiv fuer Sozialwissenschaft und Sozialpolitik, vol. XLIV, 1919, pp. 1-29 e 275-310. Ci siamo avvalsi della edizione italiana a cura di L. Villari, Sociologia dell’imperialismo, Bari 1972, pp. 1-107.  Esiste anche una edizione italiana più recente, a cura di A. Zanini e  col titolo Sociologia degli imperialismi e teoria delle classi sociali, Verona 2009.

[22] Schumpeter (op. cit., pp. 3-4) porta l’esempio da un lato del Piemonte del 1848 e 1859, che scatenò una guerra di aggressione per il perseguimento del concreto e razionale fine del consolidamento della sua posizione nel sistema degli Stati italiano, e dall’altro di tribù che guerreggiano tra di loro per assicurarsi una riserva di caccia.

[23] Per esempio, la guerra di aggressione ingaggiata nel 1898 dagli USA di Theodor Roosevelt contro Cuba (ultima colonia spagnola) per assicurarsi il controllo monopolistico sulla produzione di zucchero nell’intera regione ma spacciata dai circoli intellettuali dell’epoca quale necessaria azione di forza per l’abbattimento dell’ultimo regime feudale della vecchia Europa presente nel continente americano.

[24] Schumpeter, op. cit., p. 6

[25] All’imperialismo britannico del XIX sec. è dedicato tutto il II capitolo dell’opera, L’imperialismo come slogan, in Schumpeter, op. cit., pp. 9-26

[26] Schumpeter, op. cit., p. 13

[27] Come fu il caso del tory Chamberlain; cfr. Schumpeter, op. cit., p. 16

[28] Schumpeter, op. cit., p. 15.

[29] Schumpeter, op. cit., p. 19: «I partiti si alternavano al potere. L’uno dichiarava guerra e la conduceva vittoriosamente a termine; l’altro, avendolo rovesciato, si affrettava a concludere una pace che sacrificava una parte delle conquiste ottenute […] L’uno fantasticava di gloria nazionale, l’altro gliene rinfacciava il costo».

[30] Schumpeter, op. cit., p. 20, sottolinea anzi l’istintiva diffidenza dei britannici nei confronti di eserciti stanziali e permanenti e ne rinviene la genesi nelle particolarità storiche dell’Isola.

[31] Schumpeter, op. cit., p. 29: «Creata dalla guerra ai cui bisogni serviva, la macchina creò le guerre di cui non poteva fare a meno».

[32] Schumpeter, op. cit., pp. 33-37.

[33] Schumpeter, op. cit., p. 43: «Cosa sarebbe accaduto se la djihad fosse stata predicata ai pescatori tutt’altro che bellicosi della Galilea?[…] E’ osar troppo credere che essi non avrebbero risposto, non avrebbero potuto rispondere all’appello e, se avessero cercato di farlo, un impietoso insuccesso e la rovina della comunità ne sarebbero stati la conseguenza?». Schumpeter sottolinea più avanti come il cristianesimo, a differenza dell’islamismo, sia incompatibile con l’imperialismo giacché la volontà di conquista della religione cristiana ha di mira le coscienze, e anche quando, durante il medioevo cristiano, qualche intrapresa imperialistica venne pur attuata, questa rimase una mera contingenza e non assurse mai a fine in sé.

[34] Schumpeter, op. cit., p. 41.

[35] Vengono delineati l’imperialismo presso i Germani, e in particolare i Franchi d’epoca merovingia e d’epoca carolingia, presso gli imperatori del Sacro Romano Impero Germanico, presso Alessandro Magno (ma il suo non fu «né imperialismo di uno Stato né imperialismo di un popolo ma una specie di imperialismo individuale», op. cit., p. 53) e infine a Roma nell’età repubblicana.

[36] Schumpeter, op. cit., p. 49.

[37] Scrive acutamente Schumpeter (op. cit., p. 61): «[Questa aristocrazia] aveva bisogno di un centro sfarzoso e brillante, appunto la corte – altrimenti, rischiava di trasformarsi in parlamento».

[38] Schumpeter, op. cit., p. 62.

[39] Schumpeter, op. cit., p. 62-64. Più avanti l’Autore non trascura di menzionare anche Federico II di Prussia e Caterina II di Russia.

[40] Schumpeter, op. cit., p. 69.

[41] Schumpeter, op. cit., p. 69.

[42] Schumpeter, op. cit., p. 70.

[43] “Democratico” nel senso che l’assetto economico libero-concorrenziale postula un cangiamento continuo, l’immissione costante nei circuiti economici di nuove energie e la negazione radicale del «quadro di posizioni di forza consacrate dal tempo»; cfr. Schumpeter, op. cit., p. 74.

[44] A questi fatti ne va aggiunto un ulteriore,  cioè la politica estera pragmatica, razionale, tendenzialmente pacifista degli USA, ossia di uno Stato capitalista “puro”, privo di condizionamenti sociali e strutturali precapitalistici nei quali invece si dibatte penosamente la vecchia Europa; cfr. Schumpeter, op. cit., pp. 76-79.

[45] Schumpeter, op. cit., pp. 90-91: «Basta che l’industria dello Stato conquistatore superi quella dello Stato vinto in forza di capitale, organizzazione, capacità, consapevolezza del proprio valore, perché si possa trattare il paese sottomesso se non al modo di una colonia vera e propria, certo in modo analogo […] Più importante ancora è il fatto che il conquistatore può trattare il vinto con tutta l’autorità del vincitore: dispone di mezzi sconfinati per derubarlo delle sue risorse in materie prime, etc. e metterle al servizio dei suoi cartelli – confisca, statizzazione, vendita forzosa».

[46] Schumpeter, op. cit. p. 97.

[47] Schumpeter, op. cit., pp. 99-101: «Le abitudini nel modo di sentire e agire mostrano una tenace resistenza storica. Perciò lo spirito della gilda, della corporazione e del monopolio visse in un primo tempo anche là dove il capitalismo aveva avuto partita vinta».

[48] Schumpeter, op. cit., p. 104.

[49] L’Exportmonopolismus affonda le radici «nella politica dell’assolutismo monarchico e nelle abitudini di azione pratica di un ambiente per sua natura precapitalistico»; cfr. Schumpeter, op. cit. p. 105.

[50] Schumpeter, op. cit. p. 107. Ma le conclusione cui perviene l’Autore non sono così pessimiste come a prima vista potrebbe apparire giacché Schumpeter non esita a sottolineare che questi retaggi storici (implicitamente negativi perché forieri di imperialismo) sono destinati a tramontare perché il clima moderno (capitalistico, razionalistico, individualistico, democratico, pacifista) «non può in definitiva non distruggerli»; cfr. Schumpeter, op. cit., p. 106.

[51] Cfr. Brunello Vigezzi, Schumpeter e la fine del mito degli imperi  in Foraboschi, Pizzetti  (a cura di), La successione degli imperi e delle egemonie nelle relazioni internazionali, Milano 2003, pp. 144-145, dove sottolinea la fiducia riposta da Schumpeter nella monarchia e nella storica aristocrazia terriera, le forze della tradizione che (nel 1916) ancora «possono reagire alla disgregazione [dello Stato] che si profila».

[52] Lenin: l’imperialismo è la fase monopolistica del capitalismo nonché la vigilia della rivoluzione proletaria; Schumpeter: l’imperialismo è una disposizione priva di oggetto di uno Stato all’espansione illimitata dei confini; l’imperialismo è una forma di atavismo.

[53] In realtà Lenin, op. cit., pp. 100-101 dà atto che l’ “imperialismo” può esistere anche prima del capitalismo (per es. in Roma antica), ma in questo caso esso costituisce un fenomeno qualitativamente diverso dall’odierno imperialismo perchè poggiante su basi economico-sociali (p. es. la schiavitù) che nulla hanno a che fare con il dominio delle leghe monopolistiche dei grandi imprenditori (che invece caratterizzerebbe peculiarmente  il “modernissimo capitalismo”) e quindi obbedisce a leggi differenti. A nostro avviso qui sta un limite teorico del pensiero di Lenin giacché egli in realtà non spiega nulla, ossia non spiega perché, pur in presenza di basi economico-sociali così profondamente differenti, si sia giunto, anche in epoche precapitalistiche (e soprattutto pre-monopolistiche), al dominio e alla spartizione del mondo ad opera di uno Stato (Roma repubblicana) retto da un pugno di patres conscripti grandi proprietari terrieri.

[54] Per esempio, proprio il riferimento al determinismo geografico-ambientale che spiegherebbe il primitivo imperialismo di Persiani, Assiri e Arabi si presta a facile critica, anche alla luce della scienza della geografia umana che proprio intorno al 1910 col Vidal de Lablache, e già da almeno quarant’anni, aveva confutato e superato il determinismo ambientalistico dei fondatori della disciplina (Carl Ritter, Friedrich Raetzel etc.); cfr. Paolo Dagradi, Introduzione alla geografia umana, Bologna 1995, pp. 12-14. Può forse leggersi in questo cenno schumpeteriano al determinismo ambientalistico una molto indiretta influenza del Montesquieu ?

[55] Schumpeter, op. cit., p. 69.

[56] Schumpeter, op. cit., p. 6, dove l’Autore, pur  considerando fondamentalmente validi i principi della concezione economistica della storia, precisa che le tendenze e le mentalità proprie dei rapporti di produzione di una data epoca possono sopravvivere a lungo anche dopo la scomparsa di quei  rapporti di produzione.

[57] E uno di questi ostacoli sta proprio nel fatto che secoli di dominio dello Stato autocratico-assolutistico hanno plasmato in senso oggettivamente anticapitalistico la psiche del borghese, cioè della classe media. Cfr. Schumpeter, op. cit., p. 103.

[58] Un passaggio delle tesi del 1928 della Terza Internazionale: «Il fascismo, consolidatosi al potere, si dimostra sempre più come dittatura terroristica del grande capitale», citato in Renzo De Felice, Le interpretazioni del fascismo, Roma-Bari 1995, p. 67.

[59] Si tenga a mente il caso britannico: un grande Stato a capitalismo avanzato che per tutto il XIX secolo (e oltre) si è sottratto alla guerra imperialista “priva di oggetto”, sicuramente in virtù della sua storia ma anche, e non in piccola misura, grazie proprio allo spirito, al mind razionale, utilitaristico e latu sensu pacifista del capitalismo libero-concorrenziale che ne ha plasmato le strutture sociali e le abitudini di vita. Cfr. Schumpeter, op. cit., pp. 9-26 (è appena il caso di notare che soprattutto nel cap. II dell’opera – L’imperialismo come slogan –  l’obiettività dello Schumpeter studioso è parzialmente intaccata da una evidente predilezione pro Britannia  dello Schumpeter anglofilo. Sulla predilezione di Schumpeter per l’Inghilterra un cenno in Vigezzi, op. cit., p. 137).

[60] Senza considerare inoltre che la dinamica medesima del commercio e della libera concorrenza presuppone un uomo antropologicamente non solo razionale e calcolatore ma anche aggressivo e sopraffattore.

[61] Fra i tanti esempi che si potrebbero citare, pensiamo al conflitto scatenato nel 1980 dall’Iraq di Saddam Hussein contro l’Iran, e trascinatosi sino al 1988. Nessuna causa politica, ideologica, economica o religiosa – se non, appunto, la smania egemonica –  è in grado di spiegare quella guerra che ha causato circa un milione di vittime. Resterebbe però da chiarire sino a che punto in quelle regioni martoriate un capitalismo à la Schumpeter si sia mai affermato.

[62] Il realismo strutturalista, come è noto, individua le cause delle condotte imperialistiche degli aggregati politici (in primis degli Stati) nella dinamica interna – intrinseca, appunto – del funzionamento di un dato sistema di relazioni internazionali. Per un interessante esempio di applicazione del modello strutturalista alla prima guerra punica e alla guerra macedonica del 200 a. C., cfr il recente e originale saggio di S. F. Drokalos, Imperialismo romano: scelta di élite o di popolo? Espansione romana e teoria delle relazioni internazionali, Zermeghedo (VI) 2015.

[63] Scriveva bene nel 2009 Danilo Zolo nella recensione alla Sociologia degli imperialismi di Schumpeter (in www.juragentium.org/books/it./schumpet.htm): «Il realismo politico schmittiano ha travolto l’ottimismo capitalistico schumpeteriano»

[64] È noto che secondo Emmerich de Vattel (1714-1767), autore del celebre Les droit des gens, ou principes de la loi naturelle  (1758), si ricorre alla guerra come a uno strumento tecnico di risoluzione di controversie solo quando tutti gli altri strumenti tecnici pacifici e incruenti si siano rivelati anodini. La guerra – ineliminabile secondo Vattel, intellettuale illuminista ma anche sobrio realista – aiuta ad appianare le divergenze e a chiarire i rapporti di forza purché però essa resti rigorosamente limitata, convenzionale e disciplinata. La saggezza del secolo diciottesimo aveva compreso che lo sviluppo tecnologico delle armi da fuoco doveva ricevere un disciplinamento giuridico a livello interstatuale, onde evitare che le guerre assumessero dilatazioni distruttive e incontrollate. Nessuna utopia pacifista, dunque, ma piena accettazione della naturalità della guerra, ineliminabile ma disciplinabile. Non è un caso che anche uno dei massimi esponenti del realismo politico italiano del XX secolo, Guglielmo Ferrero, abbia esplicitamente elogiato e cercato di riattualizzare il Vattel in polemica con le ideologie contemporanee e le loro guerre totalitarie. Cfr. G. Ferrero,  La fin des aventures. Guerre et paix, Paris 1931

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