0.3 – Gramsci e lo sport. Libertà e democrazia tra foot-ball e scopone

Matteo Anastasi (1989) è dottorando di ricerca in Scienze dell’Economia Civile presso la Libera Università Maria Santissima Assunta (LUMSA) di Roma con un progetto su “Fascismo, sport e identità nazionale. Gli stadi di calcio come veicolo di propaganda e strumento di consenso popolare”. È cultore della materia in Storia Contemporanea presso l’Università Europea di Roma. I suoi interessi di ricerca sono relativi alla storia contemporanea e alla storia delle relazioni internazionali, con particolare riferimento alla storia della politica estera italiana e alla storia dello sport. È socio della SISSCO (Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea), del CESH (European Committee for Sports History) e della SISS (Società Italiana di Storia dello Sport). Fra le sue recenti pubblicazioni: Salvatore Contarini e la politica estera italiana (1891-1926), Roma, Aracne, 2017.
 

Gramsci e lo sport. Libertà e democrazia tra foot-ball e scopone

Antonio Gramsci è stato un intellettuale a tutto tondo. Nella sua vita di pensatore trovano spazio anche incisive riflessioni sullo sport, contrariamente a quanto sostenuto da una certa storiografia, soprattutto anglosassone, secondo cui l’interesse gramsciano per lo sport sarebbe stato «close to nill»[1]. Le attività sportive catturano l’attenzione di Gramsci poiché manifestazioni umane in grado di coinvolgere un grande pubblico. Un seguito di appassionati in Italia numericamente importante già all’alba del ‘900 e che, nel periodo fra le due guerre, si sarebbe concentrato soprattutto sul calcio, eletto dal regime di Mussolini a sport nazionale[2]. Fascismo che, pur non “inventando” lo sport, avrebbe saputo farne veicolo di propaganda e di costruzione identitaria[3], facendo leva sulle grandi passioni ed emozioni che esso è in grado di suscitare.

Questi aspetti risultano ben chiari a Gramsci ancor prima dell’avvento del fascismo. E un’analisi sullo sport si rende necessaria nell’ambito del più ampio ragionamento in cui il filosofo sardo si produce in merito ai vari aspetti in grado di forgiare la mentalità di un popolo e di una nazione. Come ha messo in luce Sergio Giuntini, «anche lo sport, autentico fenomeno di massa, andava […] studiato come una parte del peculiare processo di riforma morale intellettuale necessario alla rinascita italiana»[4]. Il tutto sempre tenendo a mente l’idea gramsciana di riforma. Non nel senso di «riformismo», nella categoria propria del movimento operaio, ma di «Riforma», nei termini di quella luterana protestante del ‘500, in grado di apportare conseguenze profonde su quello che Gramsci definisce «spirito pubblico»[5], ossia il modo di sentire e di pensare delle grandi masse.

Questa sistematizzazione è ben presente nell’articolo sportivo più celebre collezionato da Gramsci: Il football e lo scopone, apparso il 16 agosto del 1918 su «L’Avanti» di Torino e in seguito ripubblicato in Sotto la mole (1916-1920), dato alle stampe da Einaudi nel 1960 con l’obiettivo di raccogliere i lavori gramsciani del periodo piemontese. Nel testo le riflessioni sui concetti di libertà e di democrazia sono molteplici e si mescolano, più o meno celatamente, al confronto-scontro tra due passioni degli italiani, il gioco del calcio (più osservato che praticato) e quello delle carte:

Gli italiani amano poco lo sport: gli italiani allo sport preferiscono lo scopone. All’aria aperta preferiscono la clausura in una bettola caffè, al movimento la quiete intorno a un tavolo. Osservate una partita di foot-ball. Essa è un modello della società individualistica; le personalità vi si distinguono gerarchicamente, ma la distinzione avviene non per carriera, ma per capacità specifica; c’è il movimento, la gara, la lotta, ma essi sono regolati da una legge non scritta che si chiama lealtà, e viene continuamente ricordata dalla presenza dell’arbitro. Paesaggio aperto, circolazione libera dell’aria, polmoni sani, muscoli forti, sempre tesi all’azione. Una partita allo scopone. Clausura, fumo, luce artificiale. Urla, pugni sul tavolo e spesso sulla faccia dell’avversario o del complice. Lavorio perverso del cervello (!) Diplomazia segreta. Carte segnate. Strategia delle gambe e della punta dei piedi. Una legge? Dov’è la legge che bisogna rispettare? Essa varia da luogo a luogo, ha diverse tradizioni, è occasione continua di contestazioni e di litigi. La partita a scopone ha spesso avuto come conclusione un cadavere e quache cranio ammaccato. Non si è mai letto che in tal modo si sia mai conclusa una partita di foot-ball. Anche in queste attività marginali degli uomini si riflette la struttura economico-politica degli stati. Lo sport è attività diffusa nelle società nelle quali l’individualismo economico del regime capitalistico ha trasformato il costume, ha suscitato accanto alla libertà spirituale, la tolleranza dell’opposizione. Lo scopone è la forma di sport delle società arretrate economicamente, politicamente e spritualmente, dove la forma di convivenza civile è caratterizzata dal confidente di polizia, dal questurino in borghese, dalla lettera anonima, dal culto dell’incompetenza, dal carrierismo (con relativi favori e grazie al deputato!). Lo sport suscita anche in politica il concetto di gioco leale. Lo scopone produce i signori che fanno mettere alla porta dal principale l’operaio che nella libera discussione ha osato contraddire il loro pensiero[6].

Gramsci, nel lasciare intendere dal principio la sua avversità allo scopone e la sua apertura verso il calcio, svela la democraticità di quest’ultimo, nel quale l’affermazione avviene «non per carriera» ma «per capacità specifica». Il foot-ball è emblema di democrazia poiché si svolge in un «paesaggio aperto», dunque limpidamente sotto gli occhi del pubblico, contrariamente allo scopone, praticato nella «clausura» dei caffè. La democraticità del pallone è inoltre garantita dalla presenza di una legge di cui si fa garante l’arbitro; arbitro e leggi non pervenute nello scopone. Più in generale lo sport, pur frutto della “nemica” società individualistica e capitalistica, suscita la «libertà spirituale» e «la tollerenza dell’opposizione», caratteristiche imprescindibili di una sana democrazia. L’elogio dello sport si fa definitivo quando esso viene individuato come veicolo di lealtà «anche in politica», al contrario dello scopone che si fa negatore della libertà come «i signori che fanno mettere alla porta dal principale l’operaio che nella libera discussione ha osato contraddire il loro pensiero».

È evidente che quest’affresco sulla società italiana attraverso il confronto tra il calcio e lo scopone non ci restituisce un Gramsci sorprendentemente favorevole al sistema borghese, di cui il foot-ball si fa nel suo articolo testimone. Piuttosto costituisce, mediante la contrapposizione tra il moderno e dinamico pallone e il trivio scopone, uno strumento attraverso cui confermare la dialettica marxista struttura-sovrastruttura ma in un settore, quello della pratica sportiva, assai originale, vicino al costume quotidiano del popolo e, pertanto, più intuitivo e persuasivo. Altresì lampante è l’incarnazione, nel calcio, di un modello liberale e democratico di matrice anglosassone – società britannica non a caso patria del foot-ball – che positivamente si distingue dalla “società dello scopone”, fatta di brogli e corruzione, in cui si scorge il richiamo all’Italia giolittiana.

Le riflessioni sportive di Gramsci non si limitano al testo del 1918. Sono altri due i lavori da prendere in considerazione, entrambi collocati temporalmente in un momento storico, quello del Ventennio fascista, in cui la società, e anche lo sport nel suo specifico, hanno conosciuto profondi mutamenti. Così come la vita personale di Gramsci, costretto al confino nell’isola di Ustica, da dove, sul finire del 1926, scrive alla cognata Tatiana Schucht, rassicurandola che, «eccetto pochissime ore di tetraggine una sera che hanno tolto la luce dalle nostre celle, sono sempre stato allegrissimo», specificando di aver «letto sempre, o quasi, riviste illustrate e giornali sportivi». Pochi giorni più tardi, sempre in una corrispondenza epistolare con la donna, ricordando la detenzione romana, lamenta il mancato recapito di «qualcosa da leggere, neanche La Gazzetta dello Sport, perchè non ancora prenotata»[7]. L’attenzione di Gramsci per la stampa sportiva costituisce testimonianza del valore che lo sport va assumendo per la società di massa e, in particolare, per la società che il regime intende forgiare.

Il nuovo passaggio sportivo di Gramsci giunge nel 1932 ed è contenuto in «Miscellanea e note sul Risorgimento italiano», riflessione presente nei Quaderni dal carcere. In questa circostanza sferra un deciso attacco ai partiti politici italiani (il suo obiettivo è soprattutto il Partito socialista), rei di aver favorito un «apoliticismo […] delle masse popolari, cioè delle classi subalterne». Questo “apoliticismo” popolare, antidemocratico e nemico della libertà, è il frutto del «pressapoco della fisionomia dei partiti tradizionali, il pressapoco dei programmi e delle ideologie». Una simile aridità consente il tenace radicamento della faziosità municipalistica, ossia di «campanilismi e altre tendenze che di solito sono catalogate come manifestazioni di un così detto spirito rissoso e fazioso». Un tale «primitivismo è stato superato dai progressi della civiltà» ma «ciò è avvenuto per il diffondersi di una certa vita politica di partito che allargava gli interessi intellettuali e morali del popolo». Venuto meno questo circolo virtuoso, «i campanilismi sono rinati, per esempio attraverso lo sport e le gare sportive, in forme spesso selvagge e sanguinose. Accanto al “tipo” sportivo c’è il “tipo” campanilistico “sportivo”»[8].

L’opinione di Gramsci, quindici anni dopo l’articolo su «L’Avanti», ha conosciuto dunque una evoluzione e punta ora il dito sulle degenerazioni della passione tifosa, emerse chiaramente con l’avvento del fascismo e con la conseguente statalizzazione dello sport, avvicendando l’impegno politico e sindacale. Il “malessere sportivo” gramsciano – parte di un più ampio disappunto verso la società di regime che pagherà con la reclusione – non è isolato e trova sponda in molti intellettuali coevi e di estrazione dissimile a quella del pensatore di Ales. Il riferimento è, in particolare, a Benedetto Croce, in quegli stessi anni pronto a definire lo sport, nella sua Storia d’Europa nel secolo decimonono (1932), un vero e proprio «traviamento dello spirito»[9].

Le considerazioni sul tifo sportivo trovano seguito, alcuni anni più tardi, nell’analisi sui «Problemi della cultura nazionale» (1934-1935), anch’essa raccolta nei Quaderni dal carcere:

Il tifo sportivo […] è vecchio almeno come la religione, ed è poliedrico, non unilaterale: ha anche un aspetto positivo, cioè il desiderio di educarsi conoscendo un modo di vita che si ritiene superiore al proprio, il desiderio di innalzare la propria personalità proponendosi modelli ideali, il desiderio di conoscere più mondo e più uomini di quanto sia possibile in certe condizioni di vita, lo snobismo ecc. ecc.[10]

Queste considerazioni vanno lette alla luce dell’idea di folklore che, secondo Gramsci, «è sempre stato legato alla cultura della classe dominante, e, a suo modo, ne ha tratto dei motivi che sono andati a inserirsi in combinazione con le precedenti tradizioni». In definitiva ritenendo il folklore «niente di più contraddittorio e frammentario»[11]. L’accostamento del tifo alla religione è significativo. La passione sportiva, così come il culto del soprannaturale, sono da ascrivere a una visione del mondo popolare, priva della capacità di razionalizzazione filosofica, strumento di lettura della realtà proprio della sola classe dirigente. Risultato di tale dinamica è una disorganicità delle classi subalterne cui deve porre rimedio il marxismo mediante la “filosofia della prassi”. Ad ogni modo, la parabola sportiva gramsciana si conclude conferendo allo sport un’importante dignità, quale potenziale strumento di libertà in grado di stimolare il «desiderio di educarsi conoscendo un modo di vita che si ritiene superiore al proprio» e, soprattutto, di suscitare «il desiderio di innalzare la propria personalità proponendosi modelli ideali».

Tirando le somme, la riflessione gramsciana sullo sport evidenzia dunque la necessità di un processo culturale ben ancorato sulle relazioni sociali reali e sulla continua messa in discussione dei canoni e delle idee dominanti. Soltanto in questa maniera lo sport può terminare di costituire mero e primitivo folkore – quindi consenso e adesione passivi – elevandosi a veicolo di formazione, di conoscenza e di confronto, dunque di libertà e di democrazia.

Note:

[1] Allen Guttmann, Games and Empires. Modern Sports and Cultural Imperialism, Columbia University Press, New York 1994, p. 6. Questa visione è stata aggiornata in studi più recenti. Ad esempio in quello di David Rowe, che, ampliando l’orizzonte di Guttmann, definisce l’attenzione di Gramsci per lo sport «apparently close to nill». David Rowe, Antonio Gramsci. Sport, Hegemony and National-Popular, in Richard Giulianotti (a cura di), Sport and Modern Social Theorists, Palgrave Macmillan, Londra 2004, pp. 97-110.

[2] Cfr. Simon Martin, Football and Fascism. The National Game under Mussolini, Berg, Oxford 2004.

[3] Sulla politica sportiva del fascismo, cfr. Felice Fabrizio, Sport e fascismo. La politica sportiva del regime (1924-1936), Guaraldi, Firenze-Rimini 1976; Maria Canella, Sergio Giuntini (a cura di), Sport e fascismo, FrancoAngeli, Milano 2009; Enrico Landoni, Gli atleti del duce. La politica sportiva del fascismo, Mimesis, Milano-Udine 2016.

[4] Sergio Giuntini, Calcio e letteratura in Italia (1892-2015), Biblion, Milano 2017, p. 42.

[5] Antonio Gramsci, Quaderni dal carcere 1. Quaderni di traduzioni (1929-1932), a cura di Giuseppe Cospito e Gianni Francioni, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 2007, pp. 745-748.

[6] Antonio Gramsci, Sotto la mole (1916-1920), Einaudi, Torino 1960, pp. 433-434. Un’interessante analisi del pensiero sportivo gramsciano a partire dal testo in esame, è quella di Guido Liguori, Una palla di cartapesta, in «Lancillotto e Nausica», XIV, 2-3, 1997, pp. 40-47.

[7] La corrispondenza è citata in Sergio Giuntini, cit., p. 53.

[8] Antonio Gramsci, I quaderni. Passato e presente, Editori Riuniti, Roma 1996, p. 14.

[9] Benedetto Croce, Storia d’Europa nel secolo decimonono, Laterza 1972, p. 298.Come ha evidenziato Stefano Pivato, in un celebre saggio che ha risvegliato l’attenzione dell’accademia italiana sulla storia dello sport, il pensiero degli intellettuali antifascisti di quegli anni ha avuto un’eco decisiva per l’”accantonamento” dello sport da parte della storiografia italiana: «È certo che se si pone mente all’influenza del pensiero crociano sulla storiografia italiana dell’ultimo cinquantennio non si può non ritenere che quel giudizio abbia contribuito a relegare lo sport nell’ambito degli epifenomeni, della sub-cultura o comunque fra quelle manifestazioni non aventi quarti di nobiltà sufficienti per assurgere a dignità storiografica». Stefano Pivato, Le pigrizie dello storico. Lo sport tra ideologia, storia e rimozioni, in «Italia Contemporanea», 174, 1989, p. 22.

[10] Antonio Gramsci, Marxismo e letteratura, Editori Riuniti, Roma 1975, p. 147

[11] Id., Letteratura e vita nazionale, Einaudi, Torino 1964, p. 220.

Bibliografia:

  • Canella M., Giunti S. (a cura di), Sport e fascismo, FrancoAngeli, Milano 2009.
  • Croce B., Storia d’Europa nel secolo decimonono, Laterza 1972.
  • Fabrizio F., Sport e fascismo. La politica sportiva del regime (1924-1936), Guaraldi, Firenze-Rimini 1976.
  • Giulianotti R. (a cura di), Sport and Modern Social Theorists, Palgrave Macmillan, Londra 2004.
  • Giuntini S., Calcio e letteratura in Italia (1892-2015), Biblion, Milano 2017.
  • Gramsci A., I quaderni. Passato e presente, Editori Riuniti, Roma 1996.
  • Id., Letteratura e vita nazionale, Einaudi, Torino 1964.
  • Id., Marxismo e letteratura, Editori Riuniti, Roma 1975.
  • Id., Quaderni dal carcere 1. Quaderni di traduzioni (1929-1932), a cura di Giuseppe Cospito e Gianni Francioni, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 2007.
  • , Sotto la mole (1916-1920), Einaudi, Torino 1960.
  • Guttmann A., Games and Empires. Modern Sports and Cultural Imperialism, Columbia University Press, New York 1994.
  • Landoni E., Gli atleti del duce. La politica sportiva del fascismo, Mimesis, Milano-Udine 2016.
  • Liguori G., Una palla di cartapesta, in «Lancillotto e Nausica», XIV, 2-3, 1997.
  • Pivato S., Le pigrizie dello storico. Lo sport tra ideologia, storia e rimozioni, in «Italia Contemporanea», 174, 1989.

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