0.4 – Dal metodo storico al metodo liberale: nel laboratorio di Renzo De Felice

Professore di Storia delle Dottrine Politiche

Danilo Breschi si è laureato in Storia del pensiero politico moderno e contemporaneo presso la Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” dell’Università degli Studi di Firenze. Ha conseguito il dottorato di ricerca in “Teoria e storia della modernizzazione e del cambiamento sociale in età contemporanea” presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Siena. E' attualmente professore associato di Storia delle Dottrine Politiche presso la Facoltà di Scienze Politiche della UNINT. Gestisce la rubrica “Riflessioni” per la rivista “Il Pensiero Storico”.

Dal metodo storico al metodo liberale: nel laboratorio di Renzo De Felice

L’incomprensione del presente cresce fatalmente
dall’ignoranza del passato.

Marc Bloch

L’intellettuale impegnato

La scelta di raccogliere l’intera produzione pubblicistica di Renzo De Felice ha meriti che vanno oltre il dovere scientifico di rendere nuovamente fruibili agli addetti ai lavori importanti tasselli del processo di formazione di uno dei maggiori storici dell’Italia del secondo Novecento[1]. Senz’altro lo studioso di storiografia avrà modo di scoprire il laboratorio della ricerca defeliciana, ché di questo si tratta. Già la pubblicazione dei due tomi del primo volume, contenenti gli articoli delle “origini”, dal 1960 al 1977, offre molti spunti di riflessione anche al lettore colto, appassionato della storia della cultura e della politica dell’Italia del dopo “miracolo economico”. Un ventennio, quello coperto dagli articoli in questione, che ha coinciso con l’epoca della definitiva “grande trasformazione” della società italiana, divenuta infine industriale, di massa ma anche individualistica e consumistica.

Da notare come il termine cronologico ad quem di questa prima parte degli scritti giornalistici defeliciani, ossia il 1977, corrisponda all’uscita della versione accresciuta di The Silent Revolution di Ronald Inglehart, prima tappa di una lunga e penetrante analisi, tanto politico-sociologica quanto filosofico-religiosa, delle trasformazioni culturali – in senso antropologico, anzitutto – prodotte dall’avanzare dell’industrializzazione e della tecnologizzazione all’interno delle società occidentali[2]. “Post-materialismo” è il nome dato al complesso di nuovi valori emergenti nella generazione di donne e uomini che si affacciava alla maggiore età fra anni Sessanta e Settanta. Sottotraccia, tra le pieghe, e talora in superficie, degli articoli di De Felice si percepisce che anche in Italia stavano prendendo forma analoghi mutamenti.

Questa segnalazione, apparentemente digressiva rispetto al cuore delle tematiche trattate nei due tomi qui esaminati, ha lo scopo di illuminare la qualità del De Felice giornalista e “opinionista” conteso da quotidiani e settimanali per averne interviste e dichiarazioni sul fatto, culturale e/o politico, del momento. Scopriamo insomma che dietro, o meglio, dentro lo studioso scrupoloso, il fenomenologo, quasi entomologo, del fascismo, se pensiamo alla mole e all’acribia della “monumentale”[3] biografia su Mussolini, alberga un intellettuale politicamente assai sensibile e dal forte impegno civile. Con i tratti caratteriali suoi propri, facilmente intuibili dal tono tanto della scrittura giornalistica quanto dei commenti e delle dichiarazioni rilasciate nelle numerose interviste qui riprodotte, si staglia la figura di un autentico liberale, allo stesso tempo moderato (alieno da estremismi) e combattivo.

Credo si attagli molto bene al De Felice “reale” il rapido ma profondo ritratto che ne faceva nel 1976 Gianluigi Degli Esposti. Prima di porgli alcune domande sul tasso di conformismo della cultura italiana, così lo introduceva ai lettori del quotidiano “La Nazione”: «un intellettuale dedito alla ricerca storica, di formazione liberale, di scuola crociana, da Chabod a Cantimori (e poco importa, sotto questo profilo, che Cantimori avesse aderito al Partito comunista); un uomo che rifugge dall’ideologia prefigurata, che vive e respira le testimonianze dei documenti, rivitalizzandole alla luce di illuminanti e concrete ipotesi di lavoro; e che, semmai – come gli faccio notare, lui consenziente – ha superato il crocianesimo nell’affidamento ad una empiricità della ricerca che lo avvicina alla grande tradizione anglosassone»[4].

«Che vive e respira le testimonianze dei documenti»: abbiamo voluto evidenziare in corsivo questo passaggio perché mi pare capace di saldare le due immagini della vita e dell’opera di De Felice. Quella più nota dello studioso di stampo quasi “positivista”, per l’attenzione estrema al dato fornito da fonti primarie combinato alla capacità di leggere tra le righe quanto di plausibilmente “oggettivo” fosse depositato in testimonianze “di parte”, e quella meno nota dell’uomo di cultura appassionato non solo del proprio mestiere di storico (che lo diverte, come dichiarava ad Antonio Altomonte in una intervista del 22 aprile 1977 per “Il Giornale”) ma del ruolo che le idee possono ed effettivamente esercitano nelle vicende politiche e sociali del proprio tempo.

Grazie alla lettura di questi scritti dal 1960 al 1977 si comprende che a farne un intellettuale impegnato a difesa di una tradizione liberale, adeguatamente aggiornata, è stata proprio la professione accademica. Il mestiere di storico, così come da lui professato e concretamente praticato, lo ha senz’altro aiutato nel passaggio da una giovanile militanza comunista ad una matura (ma si tratta di posizione già raggiunta non ancora quarantenne) professione di fede liberale. Non influirono solo i pur importanti eventi storici dell’“indimenticabile 1956”[5]. Eloquente quanto affermava nella già ricordata intervista di Altomonte, del febbraio 1977, a proposito della ricerca storiografica: «Penso che sia un fascino che si avverte dinnanzi a qualsiasi individuo o epoca se li si affronta in modo serio, senza preconcetti. Perché in questo caso la storia si conferma per quello che veramente è o dovrebbe essere: il tentativo di fare luce su certi periodi e sui loro processi interni per saperne di più sul passato ma anche per capire meglio il presente. Qui, anzi, si manifesta uno degli aspetti più significativi della ricerca storica, in quanto essa abitua a non farsi prendere dalle prime impressioni, a convincersi che non esiste»[6].

Ecco racchiusa in poche frasi l’intera lezione di metodo che De Felice ha lasciato in eredità alle generazioni successive di storici e studiosi di scienze politiche e sociali. C’è una evidente eco popperiana nel metodo storico maturato da De Felice, e questi primi due tomi ci confermano che si trattò di un’acquisizione precoce, da parte di uno studioso poco più che trentenne. Non nel senso che vi siano elementi certi che facciano pensare ad una lettura diretta del filosofo viennese, ma quel che per Karl Popper fu l’epistemologia per Renzo De Felice fu la storiografia. Fu l’insegnamento di un metodo che non poteva che condurre dritto al liberalismo. Lo storico reatino si familiarizzò così con una teoria politica che, per definizione, si accompagna ad un abito etico, ad una predisposizione psicologica e a un esercizio votati al confronto, al pluralismo dei valori e delle idee, sovente in conflitto. Una teoria che coltiva il dubbio sistematico, nella convinzione della fallibilità della conoscenza umana, ancorata però alla fede nella libertà e nel primato dell’individuo e della sua autonomia in quanto ente razionale, che procede per congetture e confutazioni approssimandosi a piccole porzioni di verità. La vita come una ricerca che, per definizione, non ha, non può avere fine, per parafrasare il titolo dell’autobiografia intellettuale di Popper[7].

Di questa ricerca infinita, necessaria quanto gratificante, le interviste e gli articoli raccolti nei primi due tomi contengono molti esempi, testimoniando la vastità di interessi di De Felice, onnivoro di classici come di novità editoriali, che spaziano su un’ampia gamma di temi e periodi storici che, concentrandosi sul Novecento, non disdegnano incursioni nell’Ottocento. Tutto però ruota attorno ai due grandi ambiti di studio del De Felice storiografo ormai scientificamente maturo, pur ancora anagraficamente abbastanza giovane (gli ultimi articoli qui raccolti sono della fine del 1977, quando l’autore non ha nemmeno quarantanove anni, essendo nato l’8 aprile del 1929): l’ebraismo e la storia degli ebrei, da un lato, il fascismo, dall’altro.

Sull’antisemitismo persistente e il neofascismo

All’esordio giornalistico, o quasi, un trentunenne De Felice già denunciava una storiografia italiana «che sul tema fascismo è ancora balbettante e ancorata a formulette e giudizi spesso solo politici e moralistici»[8]. Quel che cercava, mentre stava terminando la sua Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo (Einaudi, 1961), era il passaggio «ad una valutazione oggettiva, non fascista né antifascista, del fascismo», nel momento stesso in cui non esitava a dichiarare che «il fascismo, oggi, è inaccettabile non solo in sede morale e religiosa ma anche in sede culturale»[9]. Siamo di fronte ad un antifascista che non amò mai definirsi tale ad ogni occasione propizia. Probabilmente ciò dipese da una naturale inclinazione all’anticonformismo. Di lì a pochi anni, invece, l’antifascismo militante sarebbe divenuto parola d’ordine della cultura ufficiale e quasi monopolio delle sinistre egemonizzate da un Pci, nei cui confronti De Felice nutrì forti sospetti reputandolo, almeno fino al 1977, un partito ambiguo e contraddittorio rispetto ai valori e alle procedure della democrazia liberale. Lo storico reatino fu un antifascista la cui genuina passione storica lo pose nelle condizioni di studiare il nemico sine ira et studio. Ma non per questo dismise mai i panni del censore nei confronti di ogni possibile risorgere, di ogni minimo rigurgito di quello che, assieme alla soppressione delle libertà civili e politiche, restava il più «ignobile veleno» rimesso in circolo nell’Europa e nel mondo dal nazismo: l’antisemitismo, «una realtà che è stata e che potrebbe ritornare, una realtà che ha i suoi ignobili sacerdoti e contro la quale tutto il mondo deve essere messo in guardia»[10].

De Felice riteneva che l’Italia non fosse mai stata una società dove il sentimento antisemita si era fatto pregiudizio popolare radicato e praticato in massa sotto forme violente. Restava però il fatto che il tardo fascismo aveva consentito al nazismo e quindi ad un violento razzismo di entrare nella politica italiana, attizzando e propagando le pur piccole scintille antisemite presenti nella cultura italiana, nazionaliste o cattoliche che fossero. Su queste ultime, avallate da certe ambiguità dello stesso Vaticano nei suoi più alti gradi gerarchici, lo storico reatino non avrebbe mancato negli anni di mostrare ombre e reticenze. Lo ribadiva ancora nel 1976, in un’intervista a cura di Stefano Folli per “La Voce Repubblicana”, in occasione della pubblicazione di nuovi documenti della Santa Sede (avvenuta l’anno prima), in cui trovava conferma la storica ostilità vaticana nei confronti del progetto di costituire in Palestina una sede nazionale ebraica[11].

Nel corso di quasi vent’anni, dal 1960 al 1977, De Felice si mostrò sempre molto vigile nei confronti del rischio di un nuovo diffondersi dell’antisemitismo ed è su questo punto, più che su ogni altro aspetto, che criticò severamente, talora aspramente, il neofascismo, tanto del Msi quanto dei gruppi e gruppuscoli che gravitavano, anche in polemica o concorrenza, attorno ad esso. Non risparmiò nemmeno gli ambienti del tradizionalismo cattolico, consapevole che nella genesi dell’antisemitismo non certo secondario fu l’antigiudaismo cristiano. Nel novembre del 1961 sulle colonne della rivista «Il Nuovo Osservatore», fondata nel 1958 da Giulio Pastore, primo segretario generale della Cisl, De Felice così si esprimeva: «che tra i neo-fascisti vi siano ancora dei fanatici razzisti e antisemiti non è un mistero per nessuno»[12]. Ma non si limitava a ciò, tanto da chiedersi: «Ufficialmente il Msi respinge l’antisemitismo e, più in genere, il razzismo. […] Si può dare credito a queste affermazioni?». La risposta era perentoria: «A nostro avviso, no», aggiungendo che «a sostegno di questa nostra affermazione va innanzi tutto sottolineato che il Msi e i suoi giornali fiancheggiatori non condannano la politica razziale condotta dal fascismo dal 1938 al 25 luglio 1943 e, ancora, dal fascismo repubblicano al Nord durante la cosiddetta Repubblica Sociale»[13]. E fioccavano nomi di autori e testate le cui «mostruose affermazioni […] trasudano una malcelata avversione verso di essi [ebrei, ndr.] e un ostinato permanere di pregiudizi antisemiti tipici del fascismo e, ancora più indietro, del nazionalismo»[14].

Sin dai primissimi anni Sessanta De Felice coglieva pertanto nel razzismo e nell’antisemitismo il «nocciolo» dell’ideologia del neofascismo e del neonazismo, tra loro più vicini di quanto fossero state negli anni Trenta le versioni originali e primigenie dei due movimenti-regime. Sul punto in questione lo storico degli ebrei italiani e del fascismo si mostrò intransigente, e assunse toni che raramente avrebbe avuto in futuro su altri temi, pur spinosi e scottanti: «il voler far passare questi gruppi per “sconsiderati” ed “innocui” ci sembra tanto enorme da autorizzarci a pensare che anche i neofascisti “moderati” del Msi non abbiano ancora ripudiato nel loro intimo il razzismo e che la loro difesa delle leggi razziali fasciste trovi in realtà la sua origine in ben altro che in una “valutazione storica”, che già di per se stessa è tanto falsa quanto mostruosa, ma che, vista alla luce di questi altri elementi, assume addirittura il valore di un impegno per il futuro»[15].

Raffinate e, ahimè, attuali le considerazioni svolte in più occasioni, fra anni Sessanta e Settanta, sull’antisionismo, cavallo di Troia di quella «mala pianta» e «immonda piaga» che è l’antisemitismo vero e proprio, per di più coadiuvato da quell’«antisemitismo elementare, di costume diremmo», infarcito di «ignoranza» della materia, che è storica e religiosa[16]. Nel novembre del 1972, in una lunga e approfondita intervista rilasciata al settimanale “Panorama”, De Felice metteva in guardia sul fatto che «l’antisemitismo dei fascisti può diventare un vero, grosso pericolo soltanto se riesce a camuffare la sua matrice e a darsi un nuovo volto e una “rispettabilità” ideologica, cioè se ricorre alla maschera dell’antisionismo»[17]. Fenomeno, quest’ultimo, che finiva (e finisce ancor oggi) per accomunare le ali estreme, con la solo differenza che l’antisionismo della sinistra non è razziale, dunque non è irrazionale, ma «muove da motivazioni ideologiche», (pseudo)razionali, secondo cui, allora come oggi, «Israele rappresenta la testa di ponte dell’imperialismo nel Medio Oriente. È il simbolo stesso del capitalismo più aggressivo»[18]. L’antico pregiudizio antisemita fondato sullo stereotipo dell’ebreo mercante avido e infingardo, senza patria e traditore per natura, ha così ritrovato, negli anni Settanta come in questo terzo millennio, nuova linfa nell’anticapitalismo, un tempo marxista e adesso no-globalista e alter-mondialista.

Quel che Inglehart, a partire dagli anni Settanta, avrebbe denominato “post-materialismo”, in Italia potremmo forse dire che assunse alcuni aspetti politicamente peculiari, e infine negativi. Anzitutto, apparve evidente una «tendenza qualunquistica», secondo cui alcune distinzioni tipiche della seconda guerra mondiale andarono progressivamente scolorando, fino a scadere nell’indistinto, con la conseguenza, per fare un esempio, di «mettere sullo stesso piano i crimini dei nazi-fascisti e i crimini dei nemici dei nazi-fascisti, addebitandoli (e quindi, in ultima analisi, giustificandoli o almeno comprendendoli) alla “logica” della guerra»[19]. In secondo luogo, si mostrò assai diffusa una certa leggerezza, frutto di scarsa conoscenza e rassegnazione al pressapochismo, nel trattare questioni che avrebbero invece richiesto serietà di studio, severità e misura nel giudizio. Si registrava così in quegli anni un certo cinismo nei giovani militanti o simpatizzanti degli ambienti neofascisti, animati anche da un «razzismo cerebrale e crudele»[20], mentre nella gioventù di sinistra, da quella comunista al variegato fronte dell’extra-parlamentarismo, prevalevano una presunzione intellettualistica e una intolleranza nei confronti del diverso, che, pur partendo da presupposti differenti, approdava infine ad analoghi esiti discriminatori.

Sul Sessantotto e dintorni

«La crisi morale è il vero detonatore delle crisi sociali»[21]. In questi termini Domenico Sassoli, in un’intervista per “Il Popolo”, organo politico della Dc, riassumeva il pensiero di De Felice sulla genesi del fascismo, come del nazismo e dei diversi populismi manifestatisi nel Novecento, dentro e fuori l’Europa. Un comune denominatore era facilmente rilevabile. Si trattava sempre di fenomeni storici favoriti, nel loro sorgere, dalla condizione traumatica a cui ogni società finisce per essere sottoposta dall’avvio del processo di modernizzazione, che comporta immancabilmente il traumatico passaggio da assetti politici e valoriali di tipo tradizionale «ad una condizione di atomizzazione di massa»[22]. Una risposta che, secondo lo storico reatino, era finalizzata a «ritrovare una identità ed una religiosità perdute»[23], a causa dell’accelerazione improvvisa del processo di secolarizzazione. E qui si vede chiaramente la lezione appresa dalla lettura assidua dei lavori di Augusto Del Noce e di George L. Mosse.

Nel 1971 Pier Francesco Listri, per conto del quotidiano “La Nazione”, stava intervistando numerosi studiosi sul perdurare del fenomeno della contestazione studentesca e sulla crisi degli atenei italiani. Al giornalista toscano De Felice era «parso quello più sinceramente allarmato per le condizioni odierne e prossime della nostra università»[24]. Dopo il Sessantotto, lo storico reatino vedeva quanto tra le giovani generazioni di studenti e aspiranti studiosi si diffondesse «un qualunquismo radicale di sinistra» che li rendeva «incapaci di sintesi, sorretti da un marxismo ridotto a “slogan”, ossessionati dall’unico interesse verso la lotta di classe»[25].

Già nel 1969 De Felice, prendendo spunto dall’osservatorio a suo modo privilegiato dell’università italiana (professore ordinario di storia contemporanea a Salerno dal 1968 al 1971, sarebbe poi passato alla Sapienza di Roma), non esitava a rispondere al suo intervistatore nei seguenti termini: «A me sembra che la cultura dei giovani contestatori – tranne casi molto particolari e che non fanno testo – manchi assolutamente non solo di novità, ma anche di uniformità. Manca di uniformità nel senso che si rifanno con estrema facilità a interpretazioni, a posizioni e ad autori diversissimi e anche in contrasto fra di loro»[26]. Quel che balzava subito agli occhi era la confusione, l’«assoluta mancanza di rielaborazione», e una posizione ferma alla pura e semplice negazione, ad un nichilismo riassumibile nella formula «respingiamo tutto, condanniamo tutto, distruggiamo tutto»[27]. Un fenomeno che si sarebbe ripresentato, aggravato, in occasione delle lotte del cosiddetto Movimento del ’77 in cui raggiunsero il proprio culmine i gruppi extraparlamentari dell’“Autonomia Operaia”, sia in termini di numero di militanti che di consenso sociale.

Sul fenomeno dell’antagonismo politico giovanile De Felice svolse un’attenta e originale analisi sulle colonne del “Giornale” montanelliano, a cui collaborò sin dalla sua nascita (il primo numero uscì il 25 giugno 1974, mentre il primo articolo defeliciano è datato 30 giugno 1974). A suo avviso c’era di che allarmarsi per la «situazione socio-psicologica nella quale la nostra contestazione giovanile di qualche anno fa si è andata sempre più radicalizzando e autonomizzando dalla sinistra storica, sino a porsi in aperto antagonismo con essa»[28]. I riferimenti generici all’anarchismo o ai tupamaros, come allo squadrismo fascista, erano del tutto inutili, «culturalmente nulla»[29], se non per quel culto dell’azione, quel ricorso alla violenza e quella negazione dell’assetto liberal-democratico che però si presentavano quali elementi condivisi da mille altri movimenti sovversivi del presente e del passato. Più proficuo, ai fini di una comprensione effettiva e di soluzioni efficaci, sarebbe stato istituire un parallelo con alcuni atteggiamenti ideologici della sinistra nazista (poi confluita in parte nelle S.A. di Ernst Röhm). In particolare, utili risultavano alcune tesi esposte già nel 1938 da Herman Rauschning nel suo libro La rivoluzione del nichilismo[30]. Tratti in comune fra sinistra nazista e contestatori del 1977 erano «il rifiuto di una qualsiasi élite, tradizionale o nuova […], se mai, rappresentata dalla massa stessa, dal movimento», e dunque la ricerca di «una democrazia plebiscitaria di massa di stampo populista», e poi «l’ostilità verso la cultura, la tradizione educativa (tanto “borghese” quanto “comunista”)», «il più sfrenato irrazionalismo, in virtù del quale l’unico fatto reale, l’unico valore è il movimento stesso, il voler divenire potere, distruggendo tutto il resto e livellando tutto al nulla» e, infine, «la mancanza, nonostante tutte le affermazioni in contrario, di ogni retroterra di classe»[31].

Alla compresenza di questi tratti tanto psicologici quanto ideologici, i soli che potevano giustificare un parallelismo con la sinistra nazista, si aggiungeva nell’Italia del 1977 un contesto socio-economico contraddistinto dalla «crescente disgregazione delle classi (e, quindi, dello spirito e dell’unità di classe)», «l’aumento dei settori (borghesi e proletari) non produttivi», nonché «la crescente disoccupazione, con la conseguenza, anche qui di fatto, di una contrapposizione tra occupati e disoccupati»[32]. Nei seguenti termini De Felice concludeva la propria analisi delle violenti proteste del Settantasette: «in questa situazione il richiamo al nazismo di sinistra può avere un suo senso: non quello, troppo facile e scopertamente falso e, soprattutto inutile, di appioppare al movimento oggi in atto un’etichetta odiosa, ma quello di mettere in guardia sugli esiti che in determinate situazioni di crisi certi fenomeni possono avere se, appunto, non vengono affrontati con l’indispensabile fermezza e consapevolezza del pericolo che rappresentano»[33]. Abbiamo voluto riportare ampi stralci dei giudizi defeliciani per mostrarne l’acutezza e testimoniare l’elevato livello di dimestichezza che lo storico reatino aveva acquisito negli anni con la terminologia e l’uso delle categorie politologiche e sociologiche.

Sul totalitarismo

In tal senso risultano molto interessanti le pagine di articoli e interviste dedicate al dibattito sul totalitarismo. Un articolo pubblicato l’8 febbraio 1976, sempre sul “Giornale”, rivela quanto da tempo De Felice fosse ammiratore, nonché attento lettore, della filosofa Hannah Arendt. Nel commemorarne la scomparsa, egli lamentava come «notissima all’estero – anche al di fuori degli ambienti degli specialisti –, da noi la Arendt è sostanzialmente poco conosciuta»[34]. Valutando Le origini del totalitarismo la maggiore opera arendtiana, De Felice riteneva che proprio a causa delle tesi contenute in questo importante studio, egli fosse stata «volutamente ignorata o liquidata con poche drastiche battute dalla cultura marxista e, sulla sua scia, da tutti coloro che – secondo un inveterato costume italiano – vogliono evitare i temi troppo spinosi e impopolari»[35]. L’ostracismo fino ad allora praticato nei confronti della Arendt derivava dal fatto di porre sullo stesso piano il nazismo e lo stalinismo, e ciò veniva giudicato dalla storiografia marxista, o comunque simpatizzante con la sinistra comunista, un’operazione ideologica di stampo americano, espressione del clima instaurato dalla Guerra Fredda e dal maccartismo, in esplicita funzione antisovietica.

De Felice precisava di non essere affatto «un patito della teoria del totalitarismo», e si diceva semmai convinto che «essa debba essere profondamente rivista e corretta sulla base di quanto scritto, per fare un solo nome, da G.L. Mosse»[36]. Rimandava così allo studio che lo storico tedesco aveva dedicato alla Nazionalizzazione delle masse[37], la cui traduzione italiana proprio De Felice aveva di recente favorito presso l’editore il Mulino di Bologna, arricchendola con una sua preziosa introduzione. Eppure egli riconosceva l’utilità euristica della teoria del totalitarismo, tra il filosofico e il politologico, e registrava, proprio al momento della scomparsa della Arendt, i primi segnali di un “disgelo” nei confronti di una delle tematiche a lei più care. Citava così la traduzione italiana di un importante saggio di Leonard Shapiro, un paio di saggi di Domenico Fisichella, preparatori del volume Analisi del totalitarismo[38], l’anticipazione ampliata della voce “Totalitarismo” che Mario Stoppino aveva curato per il Dizionario di politica (uscito per i tipi della Utet nel 1976), importante volume coordinato da Norberto Bobbio e Nicola Matteucci (e di cui redattore fu un giovane Gianfranco Pasquino, che poi sarebbe divenuto co-curatore nelle successive edizioni). De Felice condivideva il giudizio di Stoppino, secondo cui non si potevano sovrapporre con disinvoltura fascismo e comunismo, che restavano due fenomeni chiaramente e decisamente contrapposti, anche se, aggiungeva, «è innegabile che le più caratteristiche forme di potere del nazismo e dello stalinismo sono state analoghe» e, nel sostenerlo, egli si rifaceva ancora una volta alle più recenti e accreditate acquisizioni della scienza politica angloamericana[39].

Sempre intorno al tema del totalitarismo, sia pur preso, per così dire, alla larga, De Felice rilasciava un’intervista a Francesco Perfetti, pubblicata il 7 dicembre 1977 su “Il Settimanale”. Per la prima volta, troviamo un passaggio in cui l’equilibrio e la lucidità di analisi mostrate costantemente dallo storico reatino paiono vacillare. Si tratta del giudizio sul “compromesso storico”, valutato alla stregua di una «operazione totalitaria», dal momento che la sua effettiva e piena realizzazione «vorrebbe dire la eliminazione di ogni forma di opposizione»[40]. Di più: «La crisi del 1922 ha comportato un esito autoritario, quella odierna può comportare un esito totalitario», tanto che «l’esito di questa crisi, se a tale esito si giungerà, sarà più drammatico di quanto non accadde mezzo secolo fa»[41]. Le valutazioni espresse e i toni usati appaiono forse eccessivamente allarmati, anche se hanno il pregio di offrire allo storico di oggi indicazioni significative sullo stato d’animo di ampia parte dell’opinione pubblica “moderata” nella seconda metà degli anni Settanta, in un’Italia in piena deriva terroristica e segnata da una avanzata elettorale del Pci che all’epoca appariva ai più come inarrestabile.

Nonostante simili toni, De Felice non perse mai fino in fondo l’autoconsapevolezza, dote fondamentale per uno studioso. Era infatti conscio che, a fondamento del suo discorso, si agitava «un profondo pessimismo», «uno scetticismo» alimentato dalla «convinzione di base che nella situazione italiana di oggi non si veda, né sui tempi brevi, né sui tempi medi, una via d’uscita»[42]. Schiacciato forse troppo sul presente, la confessione defeliciana esprime, oltre a indubbia onestà intellettuale, quanto la contemporaneità agli eventi che si intendono descrivere e valutare non faciliti una comprensione piena, anche se rivela il peso della dimensione emotiva nel determinare certe scelte, così come nel favorire certi fenomeni storici. E, infine, ci ricorda come il senno di poi rischi spesso di attenuare, mitigare se non abbondantemente fuorviare, le tensioni, le paure e le speranze di un’epoca. Di anestetizzarle, in qualche misura. Forse il giudizio dei posteri acquista in misura ed equilibrio quanto perde in capacità di restituirci l’effettiva portata emotiva ed esistenziale dell’evento passato.

Detto ciò, un ulteriore paragrafo meriterebbero le pagine dedicate al tema dell’“egemonia” culturale di un Pci che, a metà anni Settanta, stava riproponendo l’opera di Antonio Gramsci sotto nuove e diverse vesti. L’obiettivo, tutto politico-parlamentare, consisteva nel tentare un’impossibile convivenza fra inserimento nel sistema liberaldemocratico e persistenza, almeno a livello di esercizio retorico e di proposta elettorale, dell’alternativa comunista. De Felice coglieva nel segno chiedendosi come mai «i comunisti si sono tanto impressionati per gli avvenimenti cileni e hanno ispirato a questi – alla preoccupazione di evitarne la ripetizione in Italia – tutta la loro strategia di questi ultimi anni»[43]. A suo avviso, tenuto conto che la situazione italiana si presentava alquanto diversa da quella cilena, i dirigenti del Pci avrebbero dovuto prendere atto di quanto «l’egemonia comunista [fosse] più apparente che reale» e, soprattutto, fondata «più sui no che sui sì»[44]. Un’egemonia negativa, pertanto, come i quindici anni successivi avrebbero poi effettivamente dimostrato.

Da queste pagine come da quelle sul totalitarismo emerge con assoluta evidenza lo spessore dello studioso di storia, la perspicacia dell’analista politico, l’ampiezza dei riferimenti culturali, sempre aggiornati, assolutamente internazionali, ben amalgamati con un’impostazione di fondo che affondava le proprie radici nella migliore tradizione dello storicismo crociano e dei suoi eredi, da Federico Chabod a Rosario Romeo. Non erano affatto disdegnati altri filoni della cultura filosofica italiana, come quella cattolica, nelle personalità “irregolari” di un Sergio Cotta e di un Augusto Del Noce.

Si conferma pertanto contribuito storiografico quanto mai utile la pubblicazione dell’intera produzione giornalistica defeliciana, che è stata inaugurata dai primi due tomi qui recensiti, a cui hanno fatto seguito gli scritti degli anni 1978-1984[45]. Ne esce evidenziata la figura di uno dei migliori storici italiani del Novecento, il quale seppe farsi intellettuale culturalmente e civilmente impegnato nel nome del liberalismo. Un’anomalia nel panorama politico-culturale nazionale, in cui prevalsero, come egli stesso denunciava nel 1971, «conformismo editoriale, conformismo della stampa, e anche di molti intellettuali»[46]. Ne risulta, infine, che gli studi e le ricerche di Renzo De Felice sono andate ben oltre quel «modesto contributo di chiarificazione culturale e di indiretta indicazione ideologico-politica» che nel 1976 egli riconosceva di aver raggiunto nel proprio «specifico campo professionale»[47].

Note:

[1] R. De Felice, Scritti giornalistici, vol. I (Dagli Ebrei a Mussolini), tomo I (1960-1974), tomo II (1974-1977), Luni Editrice, Milano 2016.

[2] Cfr. R. Inglehart, La rivoluzione silenziosa, a cura di M. Rodriguez, con una nota metodologica di R. Mannheimer, Rizzoli, Milano 1983; Id., La società postmoderna. Mutamento, valori e ideologie in 43 paesi, presentazione di M. Ferrari Occhionero, Editori Riuniti, Roma 1998 (ed. or. 1997).

[3] L’opera “monumentale” per antonomasia. Il termine ricorre sin dal 1965, in tutti gli intervistatori dell’allora giovane storico, cioè subito dopo l’uscita del primo volume di quella che sarebbe stata una trentennale ricerca interrotta solo da una morte prematura. Ma nel 1976 sarà definita anche «sistematica, torrenziale, puntigliosa e rigorosissima biografia». Cfr. ivi, t. II, p. 114.

[4] Ibidem. I corsivi sono nostri.

[5] Cfr. V. Meliadò, Il fallimento dei “101”. Il Pci, l’Ungheria e gli intellettuali, pref. di R. Foa, Liberal Edizioni, Roma 2006.

[6] Ivi, p. 184.

[7] Cfr. K.R. Popper, La ricerca non ha fine. Autobiografia intellettuale, nuova edizione italiana curata da Dario Antiseri, Armando Editore, Roma 1997. Il titolo originale dell’opera è Unended Quest (1976).

[8] Fascismo, in «Il Nuovo Osservatore», 16 novembre 1960, in R. De Felice, Scritti giornalistici, cit., t. I, p. 8.

[9] Ivi, pp. 5 e 9.

[10] Il processo Eichmann, ivi, t. I, pp. 11-12.

[11] Perché il Vaticano era ostile a uno Stato ebraico in Palestina, ivi, t. II, pp. 101-104.

[12] Antisemitismo italiano d’oggi, ivi, t. I, p. 17.

[13] Ivi, p. 19.

[14] Ivi, p. 21.

[15] Ivi, pp. 24-25 (corsivo nel testo).

[16] Ivi, pp. 33-34.

[17] Razzista a chi?, ivi, t. I, p. 217.

[18] Ivi, p. 218.

[19] Antisemitismo italiano II, ivi, t. I, p. 27. Corsivo nel testo.

[20] De Felice: il colore nazista del neofascismo di oggi, intervista di D. Sassoli, ivi, t. II, p. 84.

[21] Ivi, p. 82.

[22] Ivi, p. 81.

[23] Ivi, p. 82.

[24] La storia nel corridoio, ivi, t. I, p. 182.

[25] Ivi, p. 184.

[26] Rischiamo di diventare una colonia culturale, ivi, t. I, p. 143.

[27] Ivi, pp. 143-144.

[28] I nuovi “figli del caos”, in “Il Giornale”, 13 aprile 1977, ivi, t. II, p. 180.

[29] Ivi, p. 178.

[30] Trad. it. Mondadori, Milano 1947

[31] Ivi, pp. 179-180. Corsivi nel testo.

[32] Ivi, pp. 180-181.

[33] Ivi, p. 182.

[34] Ostracismo per la Arendt, ivi, t. II, p. 105.

[35] Ibidem.

[36] Ibidem.

[37] G.L. Mosse, La nazionalizzazione delle masse. Simbolismo politico e movimenti di massa in Germania dalle guerre napoleoniche al Terzo Reich, il Mulino, Bologna 1975.

[38] D’Anna, Firenze 1976.

[39] Ostracismo per la Arendt, cit., p. 108.

[40] Intervista sul totalitarismo, ivi, p. 209.

[41] Ivi, p. 211. Corsivi nel testo.

[42] Ivi, p. 212.

[43] Le incognite dell’egemonia negativa. Intervista con Renzo De Felice su “Gramsci e il PCI, oggi”, a cura di Domenico Sassoli, in “Il Popolo”, 8 febbraio 1977, ivi, p. 155

[44] Ibidem.

[45] Cfr. R. De Felice, Scritti giornalistici, vol. II (I nemici dello Stato di diritto), tomo I (1978-1983) e tomo II (1984-1988), Luni Editrice, Milano 2017.

[46] Cfr. I padroni di turno, in “Libera iniziativa”, ottobre 1971, ora in R. De Felice, op. cit., t. I, p. 187.

[47] Condivido la politica liberale, in “La Tribuna”, 20 giugno 1976, t. II, p. 131. Si tratta della lettera con cui De Felice declinava, ringraziando sentitamente e manifestando ampia condivisione di presupposti e obiettivi ideali e politici, l’offerta di candidatura in un collegio senatoriale di Roma nella lista del Partito liberale italiano per le elezioni politiche del 20-21 giugno 1976.

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