0.5 – Donne e libertà di circolazione nell’impero commerciale inglese

Ph.D Università di Messina

Valeria La Motta (Palermo, 1984) ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia e Comparazione delle Istituzioni Politiche e Giuridiche europee presso l'Università degli Studi di Messina con una tesi dal titolo "L'Inquisizione in Sicilia durante il regno di Ferdinando d'Aragona (1468-1516). Le sue pubblicazioni hanno per oggetto il tribunale dell'Inquisizione spagnola e le modalità attraverso cui la Monarchia Cattolica mantiene il potere nei suoi domini. Attualmente sta studiando i graffiti, i disegni e le iscrizioni delle carceri inquisitoriali di Palermo.

Donne e libertà di circolazione nell’impero commerciale inglese

Recensione a: Linda Colley, L’Odissea di Elizabeth Marsh. Sogni e avventure di una viaggiatrice instancabile, Einaudi, Torino 2010, pp. 344.

Ricostruire la biografia di un personaggio storico non è facile, soprattutto quando si tratta di una donna vissuta nel XVIII secolo che non vanta titoli nobiliari. Ma Linda Colley, l’importante storica inglese nota per Captives: Britain, Empire and the World 1600–1850, ha ricucito i pezzi dell’avvincente storia di Elizabeth Marsh, un’instancabile viaggiatrice di inizio Settecento che, per tutta una serie di ragioni politiche, economiche e familiari, trascorre la sua vita oltrepassando i limiti geografici, storici e culturali che la sua condizione di donna le impone. Le capacità narrative di Colley fanno di questo libro non tanto l’eccellente prodotto di un’appassionante e difficile ricerca storica, quanto un vero e proprio romanzo di avventura, uno di quelli che si leggono tutto d’un fiato.
Elizabeth Marsh non è ricca né nobile, è una donna comune, ha un padre e uno zio che la proteggono da lontano, ha un marito di nome James Crisp con il quale condivide la maggior parte delle avventure e disavventure della sua vita (ma non tutte), ha dei figli, ha tanta intraprendenza e soprattutto, tanto coraggio. Dalla Giamaica all’Inghilterra, dall’Inghilterra alla Spagna, dalla Spagna al Marocco, e così via fino all’America e al subcontinente indiano, Elizabeth corre per il mondo così come corre la storia politica ed economica europea che vede proprio nel Settecento un secolo di grande accelerazione. La Guerra dei Sette anni, la Guerra da corsa nel Mediterraneo, la tratta degli schiavi nell’Atlantico, la crescita della Compagnia delle Indie orientali, l’indipendenza delle tredici colonie americane e la rivoluzione francese costituiscono gli eventi sullo sfondo della vita della protagonista e dei suoi familiari. Una vita che segue le traiettorie commerciali della Royal Navy, la flotta mercantile britannica. La famiglia Marsh, infatti, fa fortuna e si consolida in relazione alla potenza navale inglese: Milbourne Marsh, padre di Elizabeth, fa carriera grazie alle sue competenze tecniche navali, mentre lo zio, George Marsh, diventa funzionario amministrativo grazie alla sua esperienza in materia di procedure burocratiche. I componenti della famiglia Marsh si dislocano in vari porti e diverse città fino a costituire una solida rete di contatti e di appoggi. Portsmouth, Livorno, Barcellona, Marrakech, Calcutta, Dacca, Minorca, Isle of Man costituiscono solo alcuni degli scenari, magistralmente ricostruiti dall’autrice, in cui si svolge la saga della famiglia Marsh.
Ed è per questo che Elisabeth impara fin da piccola a muoversi con libertà nell’ambito delle reti commerciali inglesi, diventando così un’esperta e intraprendente viaggiatrice. Attenzione però, Elizabeth Marsh non è poi così instancabile, spesso la troviamo abbattuta, scoraggiata o anche semplicemente stanca. I suoi viaggi non sono sempre il frutto di decisioni volontarie e spesso mettono a dura prova la sua resistenza fisica e mentale. Inoltre, le situazioni in cui si trova o le condizioni che la spingono a partire sono spesso molto pericolose, per una donna soprattutto. Per fortuna, Elisabeth ha tanto coraggio. È il coraggio che la aiuta nei momenti di prostrazione fisica e morale. Come quando, catturata dai corsari, si trova nel deserto marocchino, o al cospetto di Sidi Mohammed, il potente (e affascinante?) pascià che vuole renderla sua schiava. È il coraggio che la sostiene quando il marito la lascia all’improvviso sola, senza soldi e con i figli. È il coraggio che la spinge a non curarsi della rigida etichetta inglese e intraprendere un viaggio (forse una fuga d’amore?) per il sub continente indiano in compagnia di un giovane ufficiale inglese. E ancora, è il coraggio che le permette di sottoporre stoicamente una terribile operazione chirurgica, necessaria per la cura di uno dei mali che ancora oggi segnano profondamente la vita delle donne: il cancro al seno. E dunque, più che una viaggiatrice instancabile, forse, Elizabeth Marsh è una viaggiatrice coraggiosa.
La figura del marito, James Crisp, presente in tutto libro, rimane sempre sullo sfondo. Eppure, lui si che è davvero instancabile: un instancabile collezionista di fallimenti economici che incarna però lo spirito più audace e spregiudicato della modernità. James Crisp è un capitalista ante litteram, un imprenditore imprudente che mal sopporta i limiti e le regole imposti dai governi e dai loro accordi internazionali. Si muove come se il mondo fosse senza frontiere doganali, un mondo di libera circolazione di beni e persone: assume irlandesi quando gli inglesi non li considerano britannici, tratta direttamente con gli indiani scavalcando la Compagnia delle Indie, si butta a occhi chiusi dove fiuta il denaro, senza rispettare gerarchie, relazioni politico-finanziarie, razze o religioni. Inoltre, manda il figlio ancora piccolo in Persia in vista di un nuovo e inedito legame commerciale con questo ricco impero. Un mercante, del resto, non fa discriminazioni, non gli importa né la religione, né il colore della pelle, né la provenienza geografica dell’individuo con cui deve trattare, ma solo il profitto. In quest’ottica, gli imperi e le nazioni costituiscono degli ostacoli perché fissano norme, leggi, limitazioni e regolamenti, requisiti di appartenenza, obblighi e tasse, e soprattutto fissano limiti geografici. James Crisp e Elisabeth invece, i confini e i limiti geografici li superano sempre. Le loro storie testimoniano la presenza di un mondo in movimento che oltrepassa continuamente le regole imposte dalle nazioni e le categorie costruite dalla società: mercanti, corsari, marinai, soldati, rinnegati, schiavi e tutti coloro che in un modo o nell’altro hanno a che fare con il mare.
Il mare, infatti, rappresenta l’apertura, la fluidità, lo scambio, il commercio. In altre parole: il movimento. Il concetto di impero, al contrario, rimanda all’idea di confine, di limite, di appartenenza, di chiusura, in altre parole: la staticità. Impero e mare sembrano dunque le parole chiave del lavoro di Linda Colley, come risulta dal titolo originale del libro The Ordeal of Elizabeth Marsh: How a Remarkable Woman Crossed Seas and Empires to Become Part of World History. La vita di Elizabeth Marsh riassume ed esprime bene questa tensione fra “mare” e “impero”, mobilità e stabilità, desiderio di libertà e necessità di un’appartenenza. L’Inghilterra, la potenza navale per eccellenza proprio sul mare stabilisce i suoi confini. Dei confini mobili che si espandono e si restringono a seconda delle maree. Le maree, come metafora delle condizioni politiche ed economiche di un mondo in cambiamento, stravolgono e cambiano la vita delle singole persone e così la storia globale incide sulle vite individuali, come quella di Elizabeth Marsh che attraversa così tanti mari e così tanti imperi da diventare rappresentativa di un periodo storico, e in particolare, dell’Inghilterra del Settecento.

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