0.4 – L’Estraniazione nell’Ontologia dell’essere sociale

Philosophical Doctor (Ph. D.)

Antonino Infranca è nato a Trapani (Italia) nel 1957, si è laureato in Filosofia presso l’università di Palermo (1980), si è specializzato in Filosofia presso l’università di Pavia (1985), ha conseguito il Philosophical Doctor (Ph. D.) presso l’Accademia Ungherese delle Scienze (1989). Nel 1989 ha ricevuto la Medaglia Lukács per la Ricerca Filosofica. È autore di Giovanni Gentile e la cultura siciliana (Roma, 1990), di Tecnecrate. Dialogo (in italiano Roma, 1998; in portoghese San Paolo, 2003; in spagnolo Buenos Aires, 2004), El Otro Occidente. Siete ensayos sobre la realidad de la Filosofía de la Liberación (in spagnolo Buenos Aires, 2000; in francese Parigi, 2004; in italiano Roma, 2010), Trabajo, Individuo, Historía. El concepto de trabajo en Lukács (Buenos Aires, 20052; Caracas, 20063; in portoghese, San Paolo, 2011) e I filosofi e le donne (in spagnolo Buenos Aires, 2006; in italiano Roma, 2010). Ha curato l’edizione in spagnolo di diversi libri di Lukács.

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L’”Estraniazione” è il quarto e ultimo capitolo della seconda parte dell’Ontologia dell’essere sociale di György Lukács. I primi tre capitoli erano rispettivamente dedicati al “Lavoro”, alla “Riproduzione” e all’”Ideologia”. Naturalmente non è casuale che l’estraniazione sia l’ultimo capitolo, in quanto contiene in sé i primi tre momenti costitutivi dell’essere sociale. Per il posto che occupa nell’opera, l’estraniazione appare il momento conclusivo della lunga riflessione lukacsiana sulla struttura costitutiva dell’essere sociale e, infatti, in questo capitolo confluiscono tutti i temi trattati prima e si intravedono anche sviluppi successivi di quell’Etica che Lukács non ebbe più il tempo di scrivere, prima di morire, e che lasciò sotto forma di abbozzo[1].

L’estraniazione è un fenomeno dello sviluppo dell’essere sociale nella società umana in genere, indipendentemente dalle epoche storiche, anche se ciascuna epoca ha la sua forma di estraniazione, che è tanto complessa quanto sono complessi i rapporti sociali e umani all’interno di ciascuna società. È stato Marx uno dei più profondi analisti del fenomeno dell’estraniazione, che «ogni estraniazione è un fenomeno che ha fondamenti socio-economici e, senza un netto cambiamento della struttura economica, nessuna azione individuale è in grado di mutare nulla d’essenziale in tali fondamenti»[2]. L’estraniazione è, quindi, un fenomeno che nasce nello sviluppo sociale ed economico della società civile mediante il quale gli uomini sono privati o del risultato della loro produzione (oggettivazione) o dei processi di produzione (alienazione del e nel lavoro). L’estraniazione è anche una forma di esclusione, che l’essere sociale subisce, dal controllo della riproduzione sociale e individuale del proprio essere. Il lavoro è il momento in cui l’uomo oggettivizza, rende oggettivo il proprio momento ideale, l’idea di un oggetto che ha posto prima nella sua mente come scopo da realizzare, e poi, tramite un’indagine sui mezzi naturali che potessero permettere la realizzazione di quell’idea, l’ha fatto diventare cosa. Lukács chiama in tedesco Obiektvierung questo processo di oggettivizzazione del momento ideale[3]. All’interno dei rapporti di produzione capitalistici, però, la forza lavoro è venduta come una qualsiasi merce. La forza lavoro, o per dirla in più precisi termini marxiani la capacità di lavoro (Arbeitsvermögen) non è separabile dal corpo del lavoratore; così chi acquista la forza lavoro, il capitalista, finisce per controllare l’intero corpo del lavoratore in periodi determinati (tempo di lavoro) e anche la gestualità di questo corpo, come se il corpo del lavoratore fosse un elemento alieno al lavoratore. Lukács chiama in tedesco Entaüsserung questo processo di alienazione del lavoratore da se stesso, mentre chiama Entfremdung l’estraniazione. Nel sistema capitalistico più evoluto si controllano anche i bisogni corporei e spirituali del lavoratore, in modo da controllare anche le cause che spingono il lavoratore a vendere la propria forza-lavoro in cambio di un salario, che gli permette di soddisfare quei bisogni. Operando su quei bisogni si finisce per controllare la personalità del lavoratore.

Lukács non entra in analisi filologiche dei termini che usa, ma è opportuno verificare alcune interessanti genealogie filologiche di alienazione ed estraniazione. Fin dall’antico sanscrito l’alienazione è un termine con un significato negativo, infatti “alienazione” è vĭrăktĭ che significa “indifferenza per gli oggetti materiali”, “insoddisfazione” ed è una conseguenza dell’alienazione proprio l’indifferenza del lavoratore verso il proprio corpo, che è la materia del suo essere, e la generica insoddisfazione verso il proprio stile di vita, che è la spiritualità del suo essere. Marx commenterà questo indifferenza e insoddisfazione, osservando che «l’uomo (l’operaio) si sente libero soltanto nelle sue funzioni animali, come il mangiare, il bere, il procreare, e tutt’al più ancora l’abitare una casa e il vestirsi; e invece si sente nulla più che una bestia nelle sue funzioni umane. Ciò che è animale diventa umano, e ciò che è umano diventa animale. Certamente mangiare, bere e procreare sono anche funzioni schiettamente umane. Ma in quell’astrazione, che le separa dalla restante cerchia dell’attività umana e le fa diventare scopi ultimi ed unici, sono funzioni animali»[4]. Questo è il senso dell’estraniazione per Marx, il ridurre l’uomo ad animale; dirà Lukács il riportare la genericità-per-sé a genericità-in-sé, cioè l’impedire o il far retrocedere lo sviluppo del genere umano già nel singolo essere umano.

Il termine tedesco Entäusserung (alienazione) è formato da äusser che significa “altro” e dal suffisso ung che indica sempre un’azione, ma è preceduta dal prefisso Ent che indica una negazione, un decadimento. Il tedesco aüsser traduce il termine greco ἄλλος e il termine latino alienus da cui viene “alienazione”. Entfremdung invece si forma da fremd “estraneo” e l’uso del prefisso Ent indica il senso di negazione o di modificazione negativa o decadimento dell’azione di estraniazione. C’è, quindi, una differenza rispetto all’altro, che può essere intesa come mancanza di uno stato iniziale autentico. Interessante è anche osservare che altro termine in sanscrito per “alienazione” è vĭdăkşŭşkărăņăņ  che significa anche “essere ostile”, ma si tratta di una parola composta da vĭdăkşŭş che significa “cieco” o “senza occhi”, mentre kărăņă significa “causa di essere”, come a dire che l’alienazione è “causa della perdita della vista”. Altri termini sanscriti sono ancora più illuminanti: vikrtĭ significa “cambiamento”, “sostituzione”, “modificazione”, “malattia” ed è indubbio che l’alienazione è una forma di modificazione malata dell’essere umana, tanto che possiamo affermare che dal punto di vista psicologico l’alienazione è una forma di malattia mentale, alla pari della depressione. Ancora “modificazione” o “indisposizione” o ”deformità”, ma anche “ribellione” sono indicate dal termine vikriya. La “mancanza” o “assenza” in sanscrito è vĭraha, che significa anche “separazione”. Agostino d’Ippona ha posto nella “mancanza” di perfezione l’elemento di differenza ontologica insuperabile tra uomo e dio, perché l’uomo essendo fatto di carne, di materia, è lontano dalla perfezione di dio. C’è per Agostino, quindi, un modo d’essere perfetto, non materiale, dal quale la creatura decade, perché si separa dalla perfezione di Dio e cade nel mondo materiale. Quel modo d’essere sarà riappropriato dopo la morte, quando ci sarà liberati dal corpo materiale. Si tratta di un modo di progettare l’emancipazione dell’estraniazione, ma in una dimensione non più mondana, quindi politicamente ed economicamente accettabile per il sistema allora dominante. Quindi l’estraniazione nasce dal lavoro e Lukács ha voluto proprio separare i momenti costitutivi dell’oggettivazione e dell’alienazione. Marx non operò una radicale separazione, ma solo una variazione linguistica, sopra riportata, perché era naturale per lui che l’oggetto era altro dall’idea originaria. Hegel, invece, usando il termine Entäusserung volle indicare che l’idea nell’oggettivazione si allontanava dalla sua originaria purezza per entrare nel mondo materiale. Lukács ha mantenuto questa separazione concettuale, riprendendo l’oggettivazione hegeliana[5], ma aggiungendovi un importante momento sociale: «Ogni atto di questo tipo [oggettivazione] è però contemporaneamente un atto di alienazione del soggetto umano. Marx ha descritto con precisione questa duplicità di lati del lavoro, e ciò conforta la legittimità della nostra operazione di fissare anche sul piano terminologico l’esistenza di questi due lati negli atti pur unitari»[6]. Quindi Lukács pur utilizzando due diversi concetti non dimentica l’unitarietà del processo e non considera l’alienazione in termini positivi, ma entrambi cioè alienazione e estraniazione sono due fenomeni negativi.

Quando si parla di alienazione o estraniazione nell’Ontologia è opportuno il confronto con quanto lo stesso Lukács scrisse nella precedente e famosissima opera, Storia e coscienza di classe. La concezione lukacsiana dell’estraniazione appare una continuazione di quanto enunciò quaranta anni prima nell’altra opera: «Se prendiamo in considerazione non esclusivamente i singoli atti lavorativi, ma anche la divisione sociale del lavoro che ne scaturisce, appare chiaro che in questa dobbiamo vedere un importante momento della sua genesi»[7] [della personalità]. La divisione sociale del lavoro può influire sullo sviluppo della personalità umana e proprio la divisione sociale del lavoro era al centro delle riflessioni di Storia e coscienza di classe. Ogni momento dell’estraniazione deve quindi riguardare anche la divisione sociale del lavoro, così come l’alienazione insita nel processo lavorativo. Ma la divisione sociale del lavoro può mettere l’essere sociale di fronte a una contraddizione tra lo sviluppo della capacità umane e quelle della personalità. Naturalmente l’analisi dell’estraniazione nell’Ontologia riguarda il complesso dell’essere sociale e non soltanto il momento originario nell’atto lavorativo dentro la fabbrica. L’analisi della parcellizzazione del lavoro, della divisione sociale del lavoro, sono implicite nella riflessione ontologica dell’estraniazione, senza di esse Lukács non avrebbe potuto affrontare la questione dell’estraniazione. Mi limito a fare presenti alcuni punti di consonanza tra le due opere a proposito dell’analisi della burocrazia[8].

In un passo del capitolo sull’estraniazione troviamo una sintesi tra alcuni concetti tipici di Storia e coscienza di classe e anche dell’altro capolavoro di Lukács, l’Estetica: «Quel che stavolta per noi è l’aspetto più importante di questo tipo di concezioni è il distacco reificante dall’uomo intero, com’egli è dal punto di vista fisico e sociale, da parte della coscienza che s’innalza oltre la particolarità»[9]. La reificazione, di cui ha ampiamente parlato in Storia e coscienza di classe, è una forma di estraniazione che rompe l’armonia dell’uomo intero, che è uno degli obiettivi dell’emancipazione umana che Lukács ha indicato nell’Estetica. Nell’Ontologia Lukács non ritorna sull’uomo intero, perché ne ha indicato ampiamente la struttura e la funzione di obiettivo da raggiungere nell’emancipazione e nella liberazione dell’uomo. Invece ritorna il tema della reificazione, uno dei più caratteristici di Storia e coscienza di classe. Nell’”Estraniazione” dell’Ontologia è ancora valida la definizione che aveva dato nel 1923: «Una relazione tra persone riceve il carattere della cosalità e quindi un’”oggettualità speciale” che occulta nella sua legalità autonoma, rigorosa, apparentemente conclusa e razionale, ogni traccia della propria essenza fondamentale: il rapporto tra uomini»[10]. Nell’Ontologia, però, la reificazione può assumere caratteri più complessi, ad esempio l’essere-per-noi degli oggetti, il loro venir-usati o il loro valore d’uso, è inteso come venire-consumati che è un altro aspetto del loro valore d’uso. Il valore d’uso ha la funzione di guida nel processo di oggettivazione per il soggetto che lavora e anche di elemento di rapporto con il consumatore, ma questo elemento di rapporto, all’interno dei rapporti sociali estranianti, dove il consumo soverchia la produzione, diventa un elemento reificante. L’uomo intero si trova in rapporto con un altro uomo intero per mezzo di un essere-per-noi, il valore d’uso oggettivato, che fa diventare cosa il loro rapporto. Ciò che diventa dominante non è più l’uso, ma il valore, o meglio detto il prezzo, della cosa che mette in relazione il produttore con il consumatore.

In Storia e coscienza di classe dove Lukács analizzava più profondamente il processo produttivo, il carattere reificante della merce -entità ove si cela, a sua volta, il valore- era visto estendersi agli esseri umani che lavoravano e che erano costretti a vendere la propria forza-lavoro come fosse una merce, quindi la reificazione si infiltrava all’interno dello stesso essere sociale. Ma questa trasformazione della reificazione in auto-reificazione non può mancare neanche nell’Ontologia[11]. Infatti se il consumo di una merce conduce in fondo un soddisfacimento di un bisogno naturale, allora la merce è lo strumento per l’arretramento della barriera naturale nel momento in cui si soddisfa questo bisogno naturale. L’indipendenza degli oggetti della natura rispetto al soggetto sarà riflessa nella coscienza dell’essere umano, e da questa indipendenza ne dipenderà anche l’indipendenza degli oggetti sociali, le merci, che soddisfano i suoi bisogni naturali. L’uomo intero riterrà, a questo punto, “innocente” anche la reificazione che la merce, all’interno della società capitalistica, porta sempre insita in sé. La reificazione estraniante è entrata nella struttura d’essere del soggetto che vive nella società capitalistica. Naturalmente la reificazione, così come l’estraniazione, ha forme diverse in dipendenza delle forme economiche della società civile e ogni forma di reificazione è sostituita da una forma più sviluppata e avanzata di reificazione.

Il contrasto tra estraniazione ed emancipazione da essa è dialettico: «ogni passo verso 1’affrancamento è per l’uomo un passo che lo conduce oltre la propria particolarità, fisiologico-sociale immediatamente data, mentre tutte le spinte socio-umane soggettive e oggettive che lo inchiodano a questa sono al medesimo tempo forze che lo consegnano all’estraniazione»[12]. L’uscita dalla reificazione estraniante non è più rintracciabile nelle semplici azioni degli uomini all’interno della società capitalistica, si richiede una presa di coscienza e un atto di volontà emancipatrice e liberatrice, siamo nel campo dell’Etica e della Politica, stiamo vedendo delineare delle tendenze fondamentali di una autenticamente società socialista. Un punto indispensabile dell’emancipazione è ovviamente la presa di coscienza. Nell’Ontologia Lukács indica il punto di connessione tra estraniazione e reificazione proprio nella coscienza: «Una tale base è, come sempre, la vita quotidiana dell’epoca della manipolazione. Qui vengono in discorso esclusivamente quei suoi momenti che contribuiscono a introdurre nell’uomo la reificazione della coscienza e, mediata da essa, 1’estraniazione»[13]. È noto che in Storia e coscienza di classe, la coscienza di classe era intesa come un mezzo per il superamento della reificazione e dell’estraniazione, adesso nell’Ontologia la coscienza è il momento iniziale dell’emancipazione dalla reificazione e dall’estraniazione, ma rimane sempre la stessa struttura logica dell’opera del 1923.

Sia in Storia e coscienza di classe sia nell’Ontologia è chiaro che Lukács consideri l’alienazione un fenomeno connesso all’attività produttiva e, quindi, lavorativa, mentre «si può formulare così: lo sviluppo delle forze produttive è necessariamente anche sviluppo delle capacità umane, ma –e qui emerge plasticamente il problema dell’estraniazione- lo sviluppo delle capacità umane non produce obbligatoriamente quello della personalità umana. Al contrario: proprio potenziando singole capacità può sfigurare, svilire, ecc. la personalità umana»[14]. L’estraniazione ha come condizione indispensabile per il suo manifestarsi il mancato controllo da parte degli uomini dei processi della riproduzione sociale. A causa di questo mancato controllo lo sviluppo socio-economico si ritorce sulla personalità dell’essere sociale. Questa ritorsione avviene per mezzo di reificazione auto-estranianti, come ad esempio nel campo religioso, la separazione tra anima e corpo e la considerazione del corpo come prigione dell’anima[15]. Da qui una catena di reificazione sempre più estranianti, che rendono sempre più efficace il controllo della religione sulla personalità dell’essere sociale. Questa catena di reificazioni può abbandonare il campo della religione e passare ad altre forme di ideologizzazione, come la scienza, pur mantenendo sempre la sua capacità di apparire all’essere sociale come modi d’essere.

Lukács parla di personalità, ma in realtà si riferisce alla soggettività, quindi alla sostanza umana, perché soggetto e sostanza provengono rispettivamente da due termini che sono sinonimi tra di loro: soggetto da sub jectum, che significa “gettato sotto”, e sostanza da sub stantia, che significa “ciò che sta sotto”, indicando in forme diverse ma sinonimiche “ciò che è a fondamento”. Nella storia della filosofia il soggetto assunse particolare importanza per Descartes, mentre la sostanza per Spinoza era la dimensione fondamentale della realtà mondana. Lukács indica questo soggetto con il termine personalità (Personlichkeit), che viene dal latino che significa “maschera”. Però con questo termine Personlichkeit entriamo in un ambito etico ed infatti sono numerosi nel capitolo sull’Estraniazione i richiami alla futura Etica, che Lukács non poté scrivere a causa della morte. Il soggetto è il portatore di un comportamento conveniente alla propria personalità, che è ciò che lui riesce a comprendere e concepire di se stesso. La personalità dipende dalle scelte e dalle azioni, dettate o dalla genericità, che è una appartenenza al genere (Gattungsmässigkeit, termine che Lukács riprende da Marx) o dalla particolarità, che sarebbe la singolarità dell’essere sociale. La genericità rivela la nostra sostanza umana e razionale, mentre la particolarità è la sfera della nostra singola soggettività. Naturalmente la nostra genericità-in-sé tende a passare a una genericità-per-sé che è il momento della soggettività più matura e cosciente, quella che opera in circostanze spesso indipendenti dalla volontà del singolo, ma che è anche il momento costitutivo dell’individuo (In-dividuum, cioè “indiviso”), cioè l’unità indivisa e indivisibile del sociale e del particolare, dell’universale e del singolare.

«Ogni estraniazione, pur nascendo su questa base, è tuttavia anzitutto un fenomeno ideologico, i cui effetti stringono da tanti lati e così saldamente ogni individuo investito da esso, che il superamento soggettivo può aver luogo in pratica solo come atto dell’individuo stesso»[16]. L’ideologia è una delle forme di maggior straniamento, o deviazione, da un corretto sviluppo della genericità-in-sé a genericità-per-sé. E Lukács vede nella religione la forma di ideologia più estraniante ed efficace, perché la religione è il modello teorico di tutte le forme di estraniazione ideologica, a partire dall’annullamento dell’individuo di fronte alla divinità, dalla quale riceve valori morali ed etici. È necessario emanciparsi da questa dipendenza per ritornare ad essere un soggetto e una sostanza della propria vita e dei propri valori. Per Lukács l’interpretazione di Marx alla critica di Feuerbach alla religione è la base teorica della critica a ogni forma di estraniazione: «La tesi feuerbachiana secondo cui non è la religione che fa l’uomo, ma è l‘uomo che fa la religione, viene integrata da Marx estendendo l’estraniazione religiosa e il suo disvelamento teorico al complesso generale dei problemi politico-sociali della storia dell’umanità»[17]. Questa affermazione ci permette di comprendere il motivo per cui l’estraniazione religiosa assume tanta centralità nell’analisi dell’estraniazione nell’Ontologia.

L’estraniazione religiosa o ideologica è una estraniazione concreta[18], perché sono sempre estraniazioni vissute dall’essere sociale, esperienze dirette del soggetto e, seppure abbiano un carattere teorico o spirituale, sono esperienze concrete dell’essere umano, perché sono passate nella vita quotidiana. Non a caso la religione cristiana ha sempre posto il controllo della sessualità o del corpo al centro della sua etica, così come hanno fatto anche l’islamismo e l’ebraismo. E il corpo è la cosa più concreta che l’uomo possa riuscire a percepire o concepire. Il controllo del corpo apre alla religione il controllo della vita quotidiana e del lavoro. Una concezione economica del cristianesimo è facilmente rilevabile nei suoi precetti e nei suoi dogmi. La crisi religiosa dell’epoca contemporanea ha aperto la strada a nuove forme di estraniazione religiosa, che spesso mantengono una struttura religiosa, seppure mascherata. Questo è il caso del neopositivismo logico, che per Lukács è una delle forme più raffinate di manipolazione della verità, perché sostituisce alla realtà concreta, la simbolizzazione di essa. Ogni scienza ha bisogni di simboli per operare, però al fondo della sua azione c’è un ritorno alla realtà concreta e materiale, anche nel caso della matematica che usa i suoi simboli come descrittori della realtà, mentre nel neopositivismo il simbolo sostituisce la realtà. Con il neopositivismo logico la manipolazione della realtà è fine a se stessa e la realtà è trasformata in un universo simbolico, che è la verità della realtà. Per questo motivo Lukács considera il neopositivismo una forma di teologia moderna[19].

Il neopositivismo è anche una forma di apparente de-ideologizzazione: «Abbiamo richiamato più volte la parola d’ordine ideologica centrale del nostro tempo, la de-ideologizzazione. Essa è nata come generalizzazione sociale del neopositivismo: poiché, seguendo quest’ultimo la scientificità, la manipolazione scientifica dei fatti, ha cancellato dal dizionario delle persone colte ogni domanda concernente la realtà, perché non ovviamente neppure nella vita sociale, secondo tale dottrina, possono darsi conflitti reali che vengano combattuti in termini ideologici»[20]. Il neopositivismo copre con la scientificità la realtà concreta, costruisce il mondo –come afferma Carnap nella sua prima grande opera La costruzione logica del mondo– induce ad abbandonare le ideologie e fa della de-ideologizzazione una nuova e potente forma di ideologizzazione. La scientificità è scambiata con la comprensione concreta della realtà e la simbolizzazione chiude in se stessa la comprensione scientifica della realtà. Negli anni seguenti, al neopositivismo subentrerà il decostruzionismo postmoderno, la simbolizzazione lascerà il posto all’interpretazione che si sovrappone alla realtà con il fine non di svelarla, piuttosto di mascherarla. Si tratta sempre di forme di reificazione alle quali si sostituiranno altre più evolute forme di estraniazione: in questi ultimi mesi i filosofi europei riscoprono il realismo, che è una delle radici più feconde della filosofia occidentale, ci si può aspettare un ritorno di interesse verso Marx o Lukács, tipici pensatori realistici.

Per Lukács ovviamente il marxismo ha il primato nella lotta all’estraniazione per il suo metodo: «Il fondamento teorico per questa operazione non può che essere un vero ritorno al marxismo, ma tale che recuperi a nuova vita il dato inattaccabile del suo metodo, che sia in grado cioè di renderne di nuovo attuali le possibilità di conoscere con profondità e verità maggiori i processi sociali del passato e del presente»[21]. Un altro punto di continuità tra Storia e coscienza di classe e l’Ontologia. Il punto di maggiore novità del marxismo di Lukács nell’Ontologia sono quei continui riferimenti all’Etica, progettata e mai scritta, e quei riferimenti a momenti ideali ed etici, anche sentimentali, che svolgono una funzione di inizio o sostegno a un’azione emancipatrice: «Per gli affetti che muovono gli uomini nel loro bisogno religioso restano comunque il timore e la speranza circa i risultati di una singola azione oppure circa le loro catene, ossia la totalità della vita»[22]. Se la speranza e il timore sono sentimenti che sostengono il bisogno religioso, possiamo pensare, sulla scorta di Bloch, che almeno la speranza possa sostenere la lotta per un mondo migliore. E dalla speranza, o meglio dagli affetti, come insegna Spinoza, ricaviamo gli elementi fondamentali per una Etica. Naturalmente una concezione del genere incontra opposizioni fortissime dentro ciò che rimane del marxismo, che in ampi settori ha fatto del rifiuto dell’etica uno dei pilastri fondamentali del marxismo. Se si riflette, però, sulle motivazioni di questi marxisti, si nota un impressionante carattere di estraniazione e di reificazione del loro marxismo. Il pensare al Partito come soggetto attivo della lotta di liberazione, dimenticandosi che il marxismo si è dovuto in seguito liberare dal Partito, è un fenomeno palese di reificazione. Lo dimostra lo stesso Lukács che negli ultimi anni della sua vita, subito dopo aver terminato la stesura dell’Ontologia scrisse alcuni saggi di teoria politica, dove non dava alcun posto rilevante al Partito, anzi invitava i cittadini, gli esseri sociali, a sovvertire un ordine sociale dove il Partito fosse l’elemento dominante[23].

Altri aspetti della reificazione del marxismo post-Rivoluzione d’Ottobre è il settarismo o l’avanguardismo in cui godevano rinchiudersi i marxisti, affascinati dalla propria purezza ideologica, ma che in qualche caso finirono nel terrorismo, la negazione palese dell’etica e la migliore azione per stimolare e suscitare la repressione del sistema dominante. Una scelta etica non soltanto nega il terrorismo, ma anzi allarga a strati sempre più ampi di masse di uomini la possibile proposta di un’emancipazione dall’estraniazione e di una loro liberazione. Questo allargamento è l’obiettivo di Marx o di Gramsci, per non dire dello stesso Lukács, di autori autenticamente marxisti e rivoluzionari. Il settarismo o l’avanguardismo fa dell’isolamento –elemento tipico dell’estraniazione come si è visto sopra- il privilegio di una piccola élite, embrione di una futura casta dominante, come ha dimostrato l’esperienza dello stalinismo. Inoltre se l’avanguardismo e il settarismo ebbero una funzione positiva nella Rivoluzione d’Ottobre, non è detto lo debbano avere sempre; pensare in questi termini è un segno di schematismo mentale, di un appiattirsi sulla conoscenza empirica della storia. L’isolamento dalle masse è proprio uno dei punti più critici di Lukács nei confronti del regime kadarista ungherese ed è anche una delle caratteristiche dei partiti comunisti nei regimi del socialismo realizzato, cioè un’incapacità di uscire dall’estraniazione rispetto alle masse, in cui questi regimi finirono per chiudersi. L’uscita dallo stato di estraniazione non poteva che avvenire attraverso un sovvertimento delle strutture economiche esistenti. Questo è avvenuto nel novembre 1989, ma molto presto altre forme di estraniazione, quelle esistenti nell’Europa Occidentale, cioè l’estraniazione capitalistica, si è impadronita dell’Ungheria post-comunista e il suo triste destino di caduta senza protezione nel vuoto dell’estraniazione continua ancora oggi, quando i fantasmi del passato nazista sono tornati al potere politico del paese. Il regime neonazista ungherese di Orban non ha ancora trovato strutture economiche, ma non c’è dubbio che la sua permanenza al potere politico, in piena crisi economica mondiale, finirà per costruire delle strutture economiche a danno della gente che-vive-di-lavoro.

Naturalmente Lukács non indica tutti i mezzi con i quali si può raggiungere l’emancipazione e la liberazione dall’estraniazione, ricorda alcune linee fondamentali della tendenza emancipatrice: «Il singolo può elevarsi al di sopra della propria particolarità solo quando negli atti di cui si compone la sua vita, a prescindere dal grado della sua coscienza o dalla correttezza di questa, si coagula l’orientamento verso un apporto fra individuo e società che abbia in sé elementi e tendenze di quella genericità per-sé le cui possibilità, collegate, eppure ancora solo in astratto o magari per contraddizione, con la genericità in-sé di quel momento, nondimeno possano avere via libera su scala sociale soltanto mediante atti personali di questo tipo»[24]. L’emancipazione e la liberazione passano dalla lotta del singolo contro la propria estraniazione, ma deve trovare un seguito nell’azione collettiva di sovvertimento delle strutture economiche estranianti. L’azione del singolo deve diventare azione sociale, deve trovare un terreno comune nel quale radicare l’azione di sovvertimento, che restituisca senso, cioè direzione di sviluppo oltre che significato a parole che oggi ritornano di immediata e drammatica attualità come “dignità”, “vita degna”, “futuro”. Per il Lukács dell’Ontologia una speranza di liberazione dall’alienazione veniva dal movimento studentesco in alleanza con quello operaio negli anni Sessanta. Oggi viene dalla protesta degli indignados che ci sta mostrando proprio il passaggio dalla protesta particolare alla protesta sociale. La tendenza a ridiventare i protagonisti della propria vita quotidiana è forte, e forti sono i valori morali a cui si ispira questa lotta di emancipazione, c’è da evitare il ricadere nella trappola del terrorismo settario che farebbe molto comodo alle strategie repressive del potere. Ancora siamo nella fase dello stare nello spazio pubblico, ma quest’occupazione di spazio sta mostrando che i valori etici del movimento degli Indignados sono ispirati all’emancipazione dall’estraniazione e per questo trovano il consenso delle masse. Il consenso ottenuto è il motivo per cui sette, avanguardie e sistema dominante si trovano d’accordo nella repressione.

Nell’ambiente intellettuale ci si chiederà come fare a partecipare a questo movimento di indignazione emancipatrice. Manuel Castells non ha perso tempo e lo scorso anno, maggio 2011, è andato nella “Piazza Catalogna” di Barcellona a parlare ai giovani indignados, poi selvaggiamente repressi dalla brutale ed etnica polizia catalana[25]. Non credo che Castells conosca l’Ontologia di Lukács, eppure in quell’opera troviamo un invito che è del tutto in simbiosi con il gesto di Castells: «Ridare alle espressioni usate in maniera sbagliata il loro senso perduto, che è però l’unico autentico e reale, è anch’esso, perciò, un compito ideologico alla stessa stregua del cambiamento radicale delle parole d’ordine che guidano la prassi, solo che questo processo esige proprio nel campo ideologico una produttività intellettuale e una genuina recettività catartica, cioè produttrice di trasformazioni, assai più elevate rispetto a un normale cambiamento ideologico nel quadro di una società borghese»[26]. Il compito degli intellettuali e degli artisti[27] è ridare senso alle parole, produrre ideologicamente trasformazioni sulla base di quel senso ritrovato, elevare il senso di quelle parole a una dignità superiore a quella che finora hanno avuto. Lo spazio per questo ritrovamento di senso non è più lo scrittoio dell’intellettuale, ma è tornata ad essere la piazza dove è nata la democrazia e dove si spera in un futuro migliore.

Note:

[1] Cfr. G. Lukács, Versuche zu einer Ethik, a cura di Gy. Mezei, Budapest, Akadémiai Kiadó, 1994, pp. 245.

[2] G. Lukács, Ontologia dell’essere sociale, a cura di A. Scarponi, Roma, Editori Riuniti, 1981, vol. II, IV/1, p. 612.

[3] «Nell’atto reale i due momenti sono inseparabili: ogni movimento e ogni riflessione nel corso (o prima) del lavoro sono diretti in primo luogo a una oggettivazione, ossia a una trasformazione teleologicamente adeguata dell’oggetto del lavoro» (Idem, IV\I, p. 563).

[4] K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, prefazione e traduzione di Norberto Bobbio, Einaudi, Torino 1975, p. 75.

[5] «Mentre gli oggetti della natura come tali hanno un essere-in-sé e il loro divenire-per-noi deve essere acquisito dal soggetto umano per mezzo del lavoro conoscitivo -…- l’oggettivazione imprime in modo diretto e materiale l’essere-per-sé nell’esistenza materiale delle oggettivazioni» (G. Lukács, Ontologia, IV/1, p. 564).

[6] Ibidem.

[7] G. Lukács, Ontologia, IV/1, cit., p. 569.

[8] Cfr. Idem, IV/2, p. 760. Interessante in questa pagina è il parallelo che Lukács conduce tra la “dedizione” dei burocrati e quella dei giovani alla causa. Nel caso dei burocrati nel funzionamento del loro ufficio, nel caso dei giovani la loro militanza nei movimenti studenteschi o politici.

[9] Idem, IV/1, p. 580.

[10] G. Lukács, “La reificazione e la coscienza del proletariato” in G. L., Storia e coscienza di classe, tr. it. G. Piana, Milano, Sugarco, 1978, § 1, p. 108.

[11] Cfr. G. Lukács, Ontologia, IV/2, p. 647.

[12] Idem, IV/3, p. 774.

[13] Idem, IV/2, p. 702.

[14] Idem, IV/1, cit., p. 562.

[15] Cfr. Idem, IV/2, p. 657.

[16] G. Lukács, Ontologia, cit., IV/1, p. 612.

[17] Idem, IV/2, p. 621.

[18] «Nell’essere sociale vi sono soltanto estraniazioni concrete» (Idem, IV/1, p. 612-3).

[19] «È probabile che uno storico futuro attribuirà, per  esempio, a Carnap un significato teorico per l’ideologia religiosa di questa epoca simile a quello che ebbe, poniamo, Tommaso d’Aquino per l’alto medioevo. […] Per Teilhard de Chardin il neopositivismo significa libertà di proiettare nella natura qualsiasi arbitraria connessione fantastica che paia un appoggio alle sue intenzioni apologetiche, mantenendo per contro sul .piano verbale un modo d’espressione scientifico, anzi da scienza naturale, e perseguendo la parvenza di una scientificità esatta» (Idem, IV/2, p. 700).

[20] Idem, IV/2, p. 696. Sartre negli stessi anni parlava di de-politicizzazione, ma è lo stesso fenomeno: «C’è tutto questo , in Francia, una diminuzione dell’urgenza del bisogno, e si poteva pensare che essa avrebbe comportato una depoliticizzazione dei lavoratori»; e ancora; «Uno dei principali fattori di depoliticizzazione è il sentimento d’impotenza e di isolamento» (J.-P. Sartre, “L’alibi”, Le Nouvel Observateur, 19/11/1964; ora in J.-P. S., Situations VIII, Paris, Gallimard, 1972, pp. 140 e 141). Impotenza e isolamento che sono sintomi tipici dell’estraniazione e della depressione.

[21] Idem, IV/2, p. 705. Negli stessi anni Sartre riconosceva che «Marx […] ha spiegato come i teorici usciti dalla borghesia potevano divenire gli alleati della classe operaia, perché i loro problemi, in quanto uomini di cultura, saggi, membri delle professioni liberali, erano egualmente problemi di alienazione. Se era vero all’epoca di Marx, è ancora più vero oggi, quando gli studenti scoprono che sono trattati come oggetti durante i loro anni di studio per essere egualmente trattati come oggetti quando saranno divenuti dei quadri. Allora capiscono che gli hanno rubato il loro lavoro, come lo hanno rubato agli operai» (J.-P. Sartre, “L’idée neuve de mai 1968”, in J.-P. Sartre, cit., p. 202-3). Oggi ai giovani non rubano più neanche il lavoro, sono trattati come oggetti da spazzatura: né lavoro, né studio e, quindi, neanche futuro gli sono possibili.

[22] Idem,IV/2, p. 711.

[23] Mi riferisco alla Demokratisierung heute und morgen (tradotta in italiano con il titolo di L’uomo e la democrazia) oppure al magnifico Testamento politico.

[24] Idem, IV/2, p. 716.

[25] Dico “etnica” perché in Catalogna ogni protesta che non sia catalana non ha alcun valore.

[26] Idem, IV/3, p. 765.

[27] «L’opera d’arte invece, quando lo sia davvero, è permanentemente e immanentemente diretta contro 1’estraniazione» (Idem, IV/1, p. 595).

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