0.6 – Etica Protestante ed Identificazione Nazionale negli odierni Stati Uniti d’America

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Dottore in Scienze Politiche

Gianluca Giansanti nasce l’11 febbraio 1993 a Roma. Ottenuta la maturità classica al liceo Marco Tullio Cicerone di Frascati sceglie di dedicarsi agli studi delle relazioni internazionali iscrivendosi alla facoltà di Scienze Politiche di Roma Tre dove, a luglio del 2016, ottiene la laurea triennale con una tesi riguardante le organizzazioni giovanili fasciste. Attualmente è collaboratore settimanale per il quotidiano l’Intellettuale Dissidente per il quale scrive articoli nella redazione di cultura e storia. Cultore delle dottrine politiche, della filosofia e della storia, medievale, moderna e contemporanea.

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  1. Da Lutero a Zwingli:

10 novembre 1483, Eisleben, Turingia: queste le coordinate spazio-temporali che incidono sul marmoreo volto della Storia la nascita del Riformatore per eccellenza, Martin Lutero. Non ci soffermiamo sulle umili origini o sulla vita di questo frate agostiniano bensì sull’importante edificio dottrinale da lui scaturito e sulla vivace e multiforme tradizione culturale delle più famose Università del Sacro Romano Impero, cardine necessario per una giusta ed attenta disamina del pensiero luterano.

A partire dalla seconda metà del 1200, ossia dall’incorporazione dell’aristotelismo a supporto della teologia cristiana operata da S. Tommaso d’Aquino, la scolastica fu il movimento culturale più diffuso nelle aule di tutte le Università europee[1]. Duecento anni dopo, una nuova corrente, interna alla scolastica aristotelica, andava affiancando la preesistente tradizione culturale detta «realismo». Tale affiancamento creò nel mondo accademico europeo svariate tensioni politico-religiose le quali richiesero vigorosi richiami ecclesiastici; il riferimento dovuto è alla personalità di Guglielmo d’Occam il quale iniziò a contestare il potere temporale della Chiesa e la relativa attuazione tirannica negando il valore autonomo al diritto canonico. La successiva tradizione culturale nominalista, smussò e moderò i principali punti d’attrito elaborati dall’Occam giungendo, soprattutto con Gabriel Biel, a conquistare accademicamente importanti posizioni. In particolare a quest’ultimo, e a una serie di concatenazioni politico-culturali, si deve l’apertura di alcune importanti Università tedesche alla via moderna di cui, anche teologicamente, Lutero sarebbe stato tributario. Con Biel andava diffondendosi sul piano dottrinale una tendenza semipelagiana la quale nel corso degli anni avrebbe spinto Martin Lutero ad una posizione in totale antinomia con la tradizione agostiniana[2].

Leone X, appena eletto pontefice (1513), aveva prolungato la predicazione dell’indulgenza giubiliare emanata da Giulio II sette anni prima nelle province di Magonza, Magdeburgo, Brandeburgo e Halberstadt e finalizzata alla «costruzione della basilica del principe degli apostoli» a Roma.  Dunque Leone X non si discostò assolutamente dai suoi predecessori andando ad usufruire di una pratica sovente utilizzata dalle cariche ecclesiastiche per correggere i conti delle proprie diocesi e racimolare denari.

Il casus belli si palesò nella predicazione del domenicano Johann Tetzel, il quale svolgendo il suo ufficio nella città di Jüteborg, poco distante da Wittenberg dove non era stata consentita l’esazione indulgenziale, pose Lutero di fronte al problema religioso e giuridico dei suoi fedeli che andavano fuori dei confini della Sassonia per acquistare l’assoluzione indulgenziale. La reazione di Lutero a questa sbrigativa prassi portò alla scintilla incendiaria della Riforma protestante[3] portandolo a scrivere una lunga lettera all’arcivescovo di Magonza invitandolo a sorvegliare e correggere la prassi del Tetzel:

«Le indulgenze non danno niente di buono alle anime per quanto riguarda la loro salvezza e santificazione, ma tolgono solo la pena esteriore […] mai il Cristo comandò di predicare le indulgenze, ma con grande insistenza comandò di predicare l’evangelo».

Nel post-scriptum di questa lettera Lutero faceva riferimento alle sue tesi allegate. Altrettanto fece con l’arcivescovo di Brandeburgo e col priore agostiniano di Erfurt. Le Tesi contenute in queste lettere erano dunque punti di discussione riservata ai vescovi e ai colleghi delle vicine Università, non v’era nulla di rivoluzionario[4]. Vi veniva nuovamente attaccata la prassi indulgenziale, tanto più che vi veniva contrapposta la carità sociale; l’autorità del papa non veniva oppugnata, ma solo considerata analoga a quella del vescovo o del sacerdote; veniva additata una responsabilità morale dei vescovi colpevoli di favorire e fomentare la diffusione delle pratiche indulgenziali.

La reazione di Leone X, come del resto quella dei seccati vescovi tedeschi contattati da Lutero, fu inizialmente fredda e disinteressata giacché le beghe sorte tra Lutero ed il Tetzel vennero frettolosamente catalogate come soliti attriti tra appartenenti ad ordini monastaci in conflitto tra loro (va ricordato che in quel particolare frangente l’ordine agostiniano, di cui Lutero faceva parte, e l’ordine domenicano rappresentato dal Tetzel erano in aperta e continua competizione), rimandando il tutto al Vicario dell’ordine agostiniano il quale richiamò all’ordine Lutero. Nessuno scontro iniziale, dunque, sulle 95 tesi. La sistematizzazione e l’approfondimento di tali posizioni però fece presto cambiare nelle alte gerarchie vaticane l’attenzione sulla figura del Lutero spingendo la Santa Sede ad autorizzare le prime formali indagini sulla figura del frate agostiniano e sulle sue idee. Il resto, ovviamente, è storia: all’emanazione della Bolla Exurge Domine, con cui Leone X imponeva a Lutero di ritrattare più della metà delle sue tesi, si passò al conflitto aperto tra quelle che oramai venivano considerate due fazioni rivali: Luterani e Cattolici. Tale conflitto vide un’iniziale battuta d’arresto solo con la Pace di Augusta del 1555 e con la seguente sistematizzazione del principio del cuius regio eius religio, dunque il riconoscimento del luteranesimo come fede riconosciuta nei confini del S.R.I, e poi nel lontano 1648 con le due paci di Westfalia le quali posero fine definitivamente ad un lungo secolo di lotte religiose con il riconoscimento della branca calvinista.

Le posizioni luterane, come visto, hanno un debito aperto con il contesto in cui furono ingenerate e sviluppate. L’impianto dottrinario del primo luteranesimo deve molto a correnti ad esso preesistenti che sedimentarono nel Primo Riformatore le idee sulle quali fonderà il nucleo centrale della riforma. Inevitabile citare due nomi importantissimi per il giovane Lutero, ossia: Jan Hus e Jhon Wycliff, fondatori dell’Hussitismo. L’impianto di tale corrente religiosa costituisce la nervatura principale del nascente luteranesimo:

  • La Chiesa viene percepita non come un’istituzione ma come esclusiva comunità di predestinati;
  • Negazione della transustanziazione, ovvero della trasformazione concreta delle specie eucaristiche del pane e del vino in presenza corporea del Cristo;
  • L’unica fonte di verità rivelata è la Bibbia, dunque l’autorità papale o quella del Concilio vengono a perdere ogni senso.

Oltre a queste prime rilevanti posizioni dottrinali venne introdotta anche la comunione sub utraque specie consistente nel concedere anche ai laici, dunque non solo a membri della Chiesa, l’uso del calice. Nonostante la condanna al Concilio di Costanza nel 1415 ed il successivo rogo di Hus l’Hussitismo non sparì mai definitivamente, tanto da far giungere nelle stesse mani di Lutero il testo cardine di tale corrente: il De Ecclesia. Dunque partendo dai capisaldi hussiti pocanzi citati e dalla speculazione delle posizioni paoline ed agostiniane, Lutero fece proprie le istanze di necessaria riforma dell’organizzazione ecclesiastica a lui contemporanea. Rinnovamento radicale della Chiesa, creazione di una società basata sui fondamenti della fratellanza e dell’egualitarismo vennero a fondersi inesorabilmente nei puri sentimenti völkisch del Deutschum germanico, abilmente incarnate e sfruttate dalla protesta luterana. Limate, soprattutto grazie all’opera di sistematizzazione dottrinale del Melantone, le sfumature anti-trinitariste e manicheiste del primo Lutero si giunse con le prime tre opere scritte dall’agostiniano (Alla nobiltà cristiana di Nazione tedesca; La cattività babilonese della Chiesa; e La libertà del Cristiano) alla sedimentazione completa dell’impianto teorico-dottrinale che definì una volta per tutte il luteranesimo:

  • Il genere umano non può redimersi da solo e non può esservi cooperazione tra gli uomini per la salvezza eterna, in quanto il genere umano è corrotto per natura e considerato come Vas Damnationis;
  • Giustificazione Ex sola fide, ovvero l’inutilità delle opere buone per liberarsi dal peccato;
  • Assenza di libero arbitrio;
  • Totale assenza di ogni autorità ecclesiastica o di gerarchie in seno alla Chiesa a cui si somma il “sacerdozio universale” d’ogni fedele;
  • Impossibilità d’una interpretazione autentica della Sacra Scrittura la quale lascia il posto ad un libero esame effettuato dal singolo fedele grazie anche alla traduzione in lingua volgare della Bibbia;
  • Riduzione dei Sacramenti al solo battesimo ed alla sola comunione consustanziale.

Ovviamente una volta entrato in aperto conflitto con l’autorità papale ed imperiale, le dottrine luterane trovarono utile cassa di risonanza nella predicazione dei suoi epigoni i quali contribuirono ingentemente alla diffusione del luteranesimo in gran parte dei domini asburgici di Carlo V.

Dalla secolarizzazione dell’Ordine teutonico effettuata grazie alla conversione del Gran Maestro dell’Ordine Alberto di Brandeburgo, alla Svezia ed alla Danimarca, ben presto furono molti i principi attirati dalle idee luterane. Giunte nell’area svizzera le istanze luterane trovarono campo fertile per una nuova e rinnovata spinta riformista incarnata dalla presenza di predicatori del calibro di Ecolampadio o Ulrico Zwingli; questi, soprattutto nella città di Basilea, erano da tempo entrati in aperto conflitto con le autorità ecclesiastiche per la loro vicinanza alle idee erasmiane ed un’aperta simpatia per la predicazione di Lutero. Ricoperta la carica di predicatore ufficiale del consiglio municipale di Basilea, Zwingli, spinse per una prima disputa con le autorità cattoliche del posto la quale portò lentamente ad un’aperta ed insanabile rottura tra le due posizioni. Nel volgere di poco tempo nella città vennero chiusi i conventi, abolita la messa di liturgia romana, soppresse le reliquie, i pellegrinaggi e le processioni. Nell’enclave svizzera Zwingli si discostò lentamente anche dalle iniziali posizioni luterane andando a definire una terza posizione dottrinaria contrapposta al cattolicesimo ed al luteranismo.

  1. Calvino, l’etica protestante e l’identità nazionale americana:

L’ultimo grande predicatore fu il rinomato Giovanni Calvino, il quale innestò la sua predicazione sempre in area svizzera prediligendo la città di Ginevra. Entrato in contatto con Guillame Farel, uno degli epigoni luterani, Calvino pubblicò nel 1537 la Confessione di Fede e gli “Articuli de regimine eccleasiae” con i quali riformava completamente la vita religiosa e sociale di Ginevra. Sinteticamente la base dottrinale calvinista poggiò sulla salda speculazione luterana facendo propri i capisaldi di tale teologia. Concezione antropologica pessimistica, salvezza ex sola fide, inutilità delle opere meritorie e del libero arbitrio, questi i punti in comune con Martin Lutero a cui però Calvino aggiunse una specificità innovativa che garantì alle sue posizioni grande successo e l’attenzione del Weber il quale nella sua disamina socio-politica univa in strettissima correlazione lo sviluppo del capitalismo all’espansione calvinista in Europa. Stando all’analisi weberiana la nascita del capitalismo è in strettissima correlazione con l’etica del lavoro calvinista ed è enucleata sinteticamente in cinque punti fondamentali:

  1. L’inconoscibilità dell’azione divina da parte dell’essere umano dato che l’uomo in quanto essere finito e fallace non può carpire il volere di un essere infinito ed infallibile come Dio.
  2. Predestinazione divina dell’uomo alla dannazione o alla beatitudine, da cui scaturisce la sostanziale inutilità delle buone azioni umane.
  3. Concezione del lavoro come strumento della creazione del Regno di Dio in terra.
  4. La creazione del mondo da parte di Dio solo per la sua gloria.
  5. La salvezza è concesso da Dio all’uomo come dono.

A valido riassunto della concezione dello “spirito del capitalismo” secondo Weber conviene citare sin da subito un passo contenuto all’interno della sua “Etica protestante”:

«Considera che il tempo è denaro; chi potrebbe guadagnare col suo lavoro dieci scellini al giorno e per mezza giornata va a spasso, o poltrisce nella sua stanza, anche se spende solo sei pence per i suoi piaceri, non deve contare solo questi; inoltre ha speso altri cinque scellini, o meglio li ha buttati via. Considera che il credito è denaro. Se qualcuno mi lascia il suo denaro esigibile, mi regala gli interessi o quanto ne posso fare per questo tempo. Ciò ammonta a una cifra considerevole, se un uomo ha molto e buon credito e ne fa buon uso. Considera che il denaro ha una natura feconda e fruttuosa. Il denaro può generare denaro, e i rampolli ne possono produrre ancora di più, e così via. Cinque scellini trafficati sono sei, nuovamente impiegati diventano sette scellini e tre pence e così via, fino alla somma di cento sterline. Quanto più denaro è presente, tanto più ne produce se impiegato, di modo che l’utile sale sempre di più. Chi uccide una scrofa, distrugge tutta la sua discendenza fino al millesimo membro. Chi sopprime una somma di cinque scellini, uccide (!) tutto quello che si sarebbe potuto produrre con essa: intere colonne di lire sterline. Considera che — secondo il proverbio — chi paga puntualmente è il padrone della borsa di tutti. Chi è noto perché paga puntualmente alla data promessa può sempre prendere in prestito tutto il denaro di cui i suoi amici non abbiano bisogno. Ciò è talvolta di grande utilità. Con la diligenza e la moderazione nulla aiuta un giovane a farsi strada nel mondo come la puntualità e la giustizia in tutti i suoi affari. E quindi non trattenere mai il denaro preso a prestito un’ora di più di quanto hai promesso, affinché il risentimento del tuo amico non ti chiuda per sempre la sua borsa. Un uomo deve tenere conto delle azioni più irrilevanti che pure influenzano il suo credito. Il colpo del tuo martello che il tuo creditore sente alle 5 del mattino o alle 8 di sera lo tranquillizza per sei mesi; ma se ti vede al bigliardo o sente la tua voce all’osteria, quando dovresti essere al lavoro, il mattino dopo ti fa ingiungere di pagare, ed esige il suo denaro prima che tu lo abbia a disposizione. Inoltre ciò mostra come tu ricordi i tuoi debiti, ti fa apparire come un uomo sia preciso sia onesto, il che aumenta il tuo credito. Guardati dal considerare tua proprietà tutto ciò che possiedi, e dal vivere conforme a tale errore. In questa illusione incorrono molte persone che godono di credito. Per prevenirla, tieni un conto esatto delle tue spese e delle tue entrate. Se fai lo sforzo di considerare, per una volta, i dettagli, ne deriva una conseguenza positiva: scopri quali spese straordinariamente piccole vengano a costituire grandi somme, e noterai che cosa si sarebbe potuto risparmiare e che cosa possa essere risparmiato in futuro […]. Per 6 sterline all’anno puoi avere l’uso di 100 sterline, premesso che tu sia un uomo di provata accortezza e onestà. Chi spende inutilmente un grosso al giorno, spende inutilmente circa 6 sterline all’anno, che è il prezzo dell’uso di 100 sterline. Chi perde ogni giorno una parte del suo tempo per il valore di un grosso (e possono essere solo due minuti), perde, un giorno dopo l’altro, il privilegio di usare ogni anno 100 sterline. Chi spreca tempo per il valore di 5 scellini, perde 5 scellini, e tanto varrebbe che gettasse 5 scellini nel mare. Chi perde 5 scellini, perde non solo tale somma, ma tutto ciò che avrebbe potuto guadagnare impiegandola nella sua attività, il che ammonta a una cifra veramente rilevante, se si tratta di un giovane che giunge a tarda età».[5]

Tale illuminante passo è tratto da uno scritto di Benjamin Franklin, poliedrico padre fondatore degli odierni Stati Uniti d’America; ciò solleva inevitabili e logici ragionamenti sull’influenza ed il rapporto tra componente religiosa, successo economico e identità nazionale negli Stati Uniti d’America. Come giustamente fatto notare da Samuel Huntington ogni paese possiede una propria e caratterizzante base culturale più o meno condivisa dalla maggior parte dei suoi abitanti. Ovviamente oltre a questa principale cultura nazionale coesistono affianco ad essa «varie culture subordinate che coinvolgono dei gruppi subnazionali, e talvolta transnazionali, definiti dalla religione, dalla razza, dall’etnia, dalla regione, dalla classe sociale o da altre categorie che conferirebbero loro un’appartenenza comune»[6]. È pacificamente riconosciuto da tutti che gli Stati Uniti abbiano potuto contare, in ogni momento della loro recente unità nazionale, su un non indifferente numero di sottoculture al proprio interno: tedeschi, francesi, messicani, italiani, tutti conviventi fianco a fianco sotto un’unica bandiera. Dall’apporto del Von Steuben, di Lafayette e delle truppe franco-tedesche nella guerra d’Indipendenza americana, agli operai italiani ed irlandesi nei primi anni Venti del XX secolo, moltissime sono state le culture “aliene” che sono andate ad innestarsi oltre oceano. Nonostante l’ingente afflusso migratorio che ha interessato fino ad oggi gli Stati Uniti d’America, questi hanno sempre avuto una cultura maggioritaria e quantitativamente superiore rispetto alle altre, quella anglo-protestante, in cui si sono riconosciuti larghi strati dei suoi abitanti, quali che fossero le loro sottoculture originarie[7].

Per quasi quattro secoli, ossia dalla fine della Guerra d’Indipendenza ad oggi, la cultura dei coloni fondatori ha costituito la pietra angolare dell’identità americana. La domanda che Huntington si pone è la seguente: «l’America sarebbe l’America che conosciamo oggi se nel XVII e nel XVIII secolo non fosse stata fondata da protestanti britannici, ma da cattolici francesi, spagnoli o portoghesi?»[8].  La risposta a tale quesito è un ovvio, quanto scontato, no.
La cultura anglo-protestante portata dai coloni nei futuri Stati Uniti combinò pratiche socio-culturali derivate dall’lnghilterra, in primis la lingua inglese, con i concetti ed i valori del protestantesimo dissenziente, i quali poi vennero progressivamente meno in Inghilterra, ma che ebbero un fortissimo rilancio nel nuovo continente. Nel 1789, dunque ad indipendenza ottenuta, John Jay identificava sei elementi fondamentali che accomunavano gli americani tra di loro: l’origine comune, lingua, religione (intesa ovviamente come protestantesimo), principi di governo, usi e costumi ed esperienza bellica. A più di duecento anni di distanza dei sei fattori elencati da Jay l’unico ancora valido riguarda l’esclusivo principio di governo, essendo venuti meno sia l’origine comune degli americani che la lingua, gli usi, i costumi, le esperienze belliche esaurite con la fine dell’URSS e l’uniformità religiosa.

L’America rimase monolitico blocco anglo-protestante fino al momento in cui vennero a concentrarsi nei suoi Stati meridionali ampissime concentrazioni di immigrati messicani: una grande distesa geopolitica con più di 200 milioni di cittadini che si riconoscevano esclusivamente nell’uso fluente della stessa lingua e nella pratica della stessa corrente religiosa. Per tutto il XIX secolo e fino alla fine del XX, gli immigrati vennero praticamente obbligati a recepire, assimilare e fare propri gli elementi fondanti della cultura americana. Se ritenuti incapaci di fare propri gli standard assimilatori venivano automaticamente esclusi o respinti al loro paese d’origine. Fino agli anni ’60 del XX secolo coloro i quali non erano nati anglosassoni e protestanti dovettero americanizzarsi adottando la cultura ed i valori politici anglo-protestanti[9].

 Quindi da quanto detto appare facilmente comprensibile il concetto secondo il quale l’identità nazionale e l’unità degli Stati Uniti derivino esclusivamente ˂˂dalla capacità e dalla volontà di una élite britannica di imprimere la propria immagine sulle altre genti che venivano in questo paese˃˃. L’America quindi naque esclusivamente come società protestante, e per quasi duecento anni tutti gli americani furono protestanti. La floridità economica e l’enorme potenziale del “nuovo mondo” andarono ad erodere questa egemonia anglosassone grazie alla fortissima immigrazione cattolica proveniente prima dalla Germania e dall’lrlanda, poi dall’ltalia e dalla Polonia. Grazie a tale fenomeno la quota percentuale dei protestanti è andata costantemente declinando fino ai primi anni 2000 in cui circa il 60% degli americani erano protestanti.

Come visto gli assunti protestanti ed il predominio assoluto della lingua inglese erano stati elementi fondamentali della cultura dei fondatori dell’America; e quella cultura continuò a pervadere e a influenzare la vita, la società ed il pensiero americano, nonostante l’inesorabile declino numerico.  Essendo centrali per la cultura degli Stati Uniti, i valori protestanti hanno influenzato profondamente il cattolicesimo e le altre religioni professate in America, condizionando gli atteggiamenti degli americani nei confronti della moralità pubblica e privata, dell’attività economica, del governo e della politica economica:

«per quasi tutto il XIX secolo, gli statunitensi hanno considerato il loro paese una nazione protestante, i non-americani l’hanno considerato un paese protestante, e la stessa cosa hanno fatto i libri di testo, gli atlanti geografici e la letteratura. Nel XVII e nel XVIII secolo, gli americani definivano la loro missione nel Nuovo Mondo in termini biblici. Erano un “popolo eletto”, “sbarcato in queste lande deserte con un compito ben preciso”, ossia creare “il nuovo stato di Israele” o la “nuova Gerusalemme” in quella che era chiaramente “la terra promessa”. L’America era la sede designata di “un nuovo Paradiso e di una nuova Terra, la casa della giustizia”, il paese di Dio»[10].

Tale affermazione assume un valore ancora più importante alla luce dell’antinomia protestantesimo-cattolicesimo sulla quale gli americani hanno fondato la propria identità nazionale. I cattolici in quanto “altri”, vennero prima combattuti ed esclusi, e poi contrastati e discriminati. Dopo difficili anni di forzata coesistenza, però, i cattolici americani seppero assimilare molte delle caratteristiche ambientali del protestantesimo venendo assimilati e tollerati. Ciò trasformò l’America, da paese protestante a paese cristiano con valori protestanti ed avvenne sostanzialmente grazie alle affinità culturali degli immigrati cattolici originari di paesi vicini dal punto di vista culturale alle posizioni anglosassoni. Dunque irlandesi e tedeschi stemperarono il carattere esclusivamente protestante dell’America. Negli anni Venti del XIX secolo, sbarcarono negli USA 62.000 immigrati provenienti da questi due paesi. Negli anni Quaranta ne arrivarono quasi 800.000 dalla sola Irlanda. L’attenuazione degli atteggiamenti e delle attività apertamente anti-cattoliche si accompagnavano e si collegavano direttamente all’americanizzazione del cattolicesimo: un processo complesso e spesso molto complicato tanto che alcuni gruppi, in particolare i cattolici tedeschi, resistettero all’americanizzazione e fecero di tutto per mantenere inalterate la propria lingua, la propria cultura e la purezza della propria religione. L’assimilazione però non si poteva fermare. Di lì a poco la chiesa fu completamente “de-romanizzata” in quanto i suoi fedeli si consideravano sempre meno dei cattolici romani e sempre più dei cattolici americani.

Da quanto detto sin’ora è facile intuire come la sfera religiosa, quella sociale e quella economica vadano a creare un unicum nel sentimento d’orgogliosa appartenenza nazionale esplicato nelle multiformi rappresentazioni patriottiche americane. Questo particolare unicum si fonda principalmente sulla base religiosa del sistema di governo statunitense, sulla convinzione che gli americani siano «prescelti» da Dio e che gli Stati Uniti siano la «Nuova Israele». Nonostante ciò, seppure gli Stati Uniti d’America siano riusciti per secoli ad americanizzare ed assimilare al proprio interno le più frastagliate culture e religioni europee, ad oggi si trovano dinnanzi ad una sfida che ai più sembra insormontabile e irrisolvibile: il problema dell’immigrazione cattolica messicana. Il problema principale che pone tale fenomeno non è tanto l’immigrazione in sè, ma l’immigrazione con o senza assimilazione. Irlandesi, tedeschi, francesi, italiani, ma anche cinesi e giapponesi vennero assimilati sia dal punto di vista sociale, che culturale e religioso grazie ad una compenetrazione di svariati fattori. La gran parte degli immigrati giunti negli Stati Uniti fino al 1960, come visto, provenivano da società europee, le cui culture erano simili o compatibili con quella americana (sono i già citati casi irlandesi e tedeschi); in aggiunta a ciò l’immigrazione implica un naturale processo di autoselezione tra l’immane schiera di “papabili immigrati”, dovendo questi essere disposti ad affrontare i costi, i rischi e le incertezze di un viaggio lungo e periglioso. Oltre a questi primi fattori non va scordato che gli immigrati in generale volevano essere americani, facilitando così l’apprensione della lingua, l’assunzione di uno stile di vita in tutto e per tutto simile a quello statunitense e la conseguente piena assimilazione.

Quello che rende l’immigrazione messicana sostanzialmente difforme da tutti gli altri flussi migratori che hanno interessato gli Stati Uniti risiede: nella quasi totale assenza di barriere geografiche tra i due paesi, cosa che garantisce un flusso ininterrotto di nuovi immigrati i quali vedono sparire quasi totalmente gli enormi costi sostenuti dai loro predecessori europei, nell’impossibilità da parte delle autorità americane di controllare efficacemente i confini territoriali e nella mancanza di volontà d’assimilare la cultura, la lingua e la morale “anglo-protestante”. Mentre italiani, irlandesi e cinesi si sparsero nei distretti etnici di tutti gli Stati Uniti, senza che nessun gruppo potesse formare la maggioranza della popolazione in qualche regione o in qualche grande città, i messicani hanno effettuato una reconquista demografica andando a concentrarsi in città come Los Angeles e Miami, ormai a maggioranza ispanica-cattolica. Da ciò risulta come l’immigrazione attualmente in corso dal Messico sia un fenomeno totalmente senza precedenti nella storia americana. La contiguità territoriale del Messico, la sproporzione numerica che si è creata nella composizione dei nuovi immigrati a favore dei messicani, in aggiunta alla clandestinità dell’immigrazione messicana (novità assoluta per gli americani visti i controlli effettuati nei porti prima del 1965) e la concentrazione regionale con l’annessa assenza di dispersione geografica necessaria ad una giusta assimilazione sembrano propendere verso una lenta “conversione religiosa” degli Stati Uniti d’America. Da paese mono-culturale e monolingua com’erano gli Stati Uniti sono formalmente diventati un paese bilingue e la naturale pratica di americanizzazione con l’annessa infusione della visione anglo-protestante dell’economia e della società sta lentamente lasciando il passo ad un nuovo processo: l’ispanizzazione demografica, sociale e culturale degli americani protestanti.

Tale processo lascia intravedere in alcuni studiosi un inevitabile esito di reconquista territoriale che passando per l’ispanizzazione degli americani “etnici” sfocerà nella creazione negli stati sud-occidentali degli Stati Uniti della “Repubblica del Norte”[11]. La base per un’evoluzione in tal senso è rappresentata dalla migrazione di massa dei messicani verso il Nord, nella perdita degli antichi valori anglo-protestanti e nella crescita dei vincoli economici tra le comunità che si trovano al di qua e di là del confine. Stando a quanto riportato dall’Economist nel 2000 metà delle dodici città americane situate sulla linea di confine col Messico erano ispaniche al 90%, mentre altre tre lo erano all’80%, con San Diego ispanica al 70 %[12]. Alla luce di tali statistiche la teoria della nascita della Repubblica del Norte sembra meno folle potendo, tale situazione, evolvere in un blocco di città culturalmente e linguisticamente ispaniche. Se tale trend venisse confermato, anche nel prossimo futuro, l’America andrà perdendo definitivamente la sua uniformità economica, sociale e culturale frazionandosi in tre gruppi “virtuali”:

  • Americani che parlano inglese ma non lo spagnolo
  • Americani che parlano lo spagnolo ma non l’inglese
  • Americani che parlano fluentemente entrambe le lingue

Le conseguenze di tale fenomeno sono sotto gli occhi di tutti con la rinascita e la riaffermazione delle prerogative anglo-protestanti propugnate dal candidato repubblicano di confessione presbiteriana Donald Trump.

 

Bibliografia:

  1. http://web.archive.org/web/20111111021031/http://www.gc.cuny.edu/Faculty/GC-Faculty-Activities/ARIS–American-Religious-Identification-Survey/Key-findings
  2. Huntington, La nuova America; le sfide della società multiculturale.
  3. Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo.
  4. A. Goldstone, Perchè l’europa? L’ascesa dell’occidente nella storia mondiale 1500-1850.
  5. Aubert, Storia moderna. Dalla formazione degli stati nazionali alle egemonie internazionali.

[1] Cit. A. Aubert, Storia Moderna. Dalla formazione degli Stati nazionali alle egemonie internazionali., p. 116.

[2] «Per Agostino l’umanità intera, vittima del peccato, non ha risorse in sé capaci di consentirle la redenzione. La salvezza dunque deve venire dall’esterno: l’ intervento di Dio che tramite Cristo entra nell’umanità per redimerla. La grazia dunque dono di Dio. Ma come dono, e non come merito, attribuita solo ad alcuni: i «predestinati» (per inconoscibile disegno divino) alla salvezza. Affatto contraria la posizione pelagiana secondo cui l’umanità dispone di risorse proprie per vincere il peccato e meritare la salvezza che vedrebbe dunque Dio obbligato al rispetto dei meriti individuali. Il Concilio di Cartagine (418 d.C.) e il II Concilio di Orange (529 d.C.) condannarono le tesi pelagiane, pur ridimensionando l’originario radicalismo di quelle predestinazionistiche agostiniane». Cfr. A. Aubert, op. cit., p.117.

[3] Tale definita solo a partire 1529, dopo la marcia indietro effettuata da Carlo V alla seconda dieta di Spira riguardo alla concessione del “Recesso” nei confronti dei principi del S.R.I.

[4] Tanto che la tradizione secondo la quale Lutero affisse le sue tesi sulla porta della cattedrale di Wittemberg è storicamente falsa.

[5] Cfr. M. Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, pp.72-73. Cit. B. Franklin, Necessary hints to those that would be rich.

[6] Cit, S. Huntington, La Nuova America. Le sfide della società multiculturale., p.75.

[7] Ibidem.

[8] Ivi, p.76.

[9]  Cfr. S. Huntington, op. cit., p.160.

[10] Ibidem.

[11] A tal proposito si vedano le teorie del Professor Charles Truxillo dell’Università del New Mexico.

[12] Cfr. S. Huntington, op. cit., p.294.

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