0.9 – La religione cattolica nell’“armonico collettivo” fascista

Direttore de "Il Pensiero Storico"

Giovane scrittore e ricercatore, è responsabile organizzativo del progetto editoriale “Il Pensiero Storico”, rivista digitale di Storia delle Idee. È laureando in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali. Ha interessi per la saggistica filosofica e politica, con particolare riguardo allo studio del totalitarismo fascista. Ha curato la stampa di alcuni manoscritti editoriali.

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L’analisi dei rapporti intercorsi lungo tutto il Ventennio fascista tra la Chiesa Cattolica e il Regime sono tutt’ora oggetto di indagine storiografica da parte di quegli studiosi interessati a comprendere la natura e l’essenza dell’esperimento totalitario fascista. Oggetto di indagine sono stati i reali rapporti intercorsi tra le due istituzioni al di là del Concordato, i crescenti timori di Pio XI verso i totalitarismi,  le tensioni verificatesi sulla questione dell’educazione dei giovani e all’indomani della promulgazione delle leggi razziali. Poca o scarsa attenzione è stata invece riservata alle motivazioni ideologiche che indussero Mussolini e i fascisti a cercare un accordo con la Chiesa Cattolica. La questione è stata spesso genericamente affrontata dagli storici come frutto di mero espediente tattico. Mussolini, secondo le opinioni più comuni, avrebbe rinnegato il suo tradizionale ateismo anticlericale con il recondito scopo di ingraziarsi le masse di una nazione profondamente cattolica. Dal momento che il fascismo è stato universalmente considerato come un movimento politico opportunista e privo di idee[1], non si è data altra spiegazione alla politica filo-cattolica del fascismo se non considerandola come il risultato di un machiavellico tentativo mussoliniano di accrescere il consenso attorno alla sua figura e a quella del suo Regime[2].

Nella sua monumentale biografia su Mussolini, Renzo De Felice sembrerebbe considerare la Conciliazione come un’«operazione politica» volta a fare del fascismo il «naturale rappresentante dei cattolici italiani», rendendo quindi «inadeguata» l’esistenza politica del Partito Popolare Italiano, e al contempo un tentativo di fornire «alla politica mussoliniana una sorta di avallo da parte della Santa Sede»[3]. Il giudizio di De Felice concorda con quello di Massimo Broglia, secondo cui:

sia il governo fascista che il suo capo mai ebbero idee chiare in materia di rapporti con la Chiesa cattolica, né si mossero secondo una vera e propria linea di politica ecclesiastica: ancora una volta l’azione politica di Mussolini non era frutto di un disegno e di una consapevolezza ben individuati, ma era determinata da un successivo adeguamento e inserimento nella situazione in atto.[4]

Questi giudizi inducono naturalmente a pensare che Mussolini e i fascisti, attraverso la Conciliazione, intesero servirsi della religione come instrumentum regni per i loro scopi politici. I giudizi si fanno ancora più netti quando, alle già citate osservazioni sull’opportunismo mussoliniano, si aggiunge la considerazione che il fascismo fosse in realtà un’ideologia profondamente anticristiana e anticattolica, intenzionata a sostituirsi al cattolicesimo come religione politica degli italiani[5].

Già nel 1924, in una intervista rilasciata su «La Stampa», Luigi Sturzo sosteneva che la dottrina fascista era «fondamentalmente pagana e in contrasto col cattolicesimo. Si tratta di statolatria e di deificazione della nazione», in quanto il fascismo «non ammette discussioni e limitazioni: vuole essere adorato per sé, vuole arrivare a creare lo Stato fascista»[6]. Secondo lo storico Emilio Gentile, durante tutto il Ventennio fascista vi fu un conflitto ideologico insanabile tra la Chiesa cattolica e il Regime, dovuto alla precaria coesistenza di due concezioni del mondo totalitarie, e quindi reciprocamente antitetiche, intenzionate a definire in modo esclusivo il significato e il fine ultimo dell’esistenza umana. Cosicché, per Emilio Gentile «verso la Chiesa l’atteggiamento del fascismo fu ispirato al realismo politico più che al fanatismo ideologico», giacché «i riconoscimenti privilegiati alla Chiesa cattolica erano dettati dal proposito di utilizzare la religione tradizionale come instrumentum regni»[7].

Indubbiamente il progressivo accostamento del fascismo alla Religione cattolica, iniziato nel 1921 e culminato nel 1929 con la stipula dei cosiddetti «Patti Lateranensi», diede a Mussolini e al fascismo un notevole prestigio, sia in Italia che all’estero[8], ma questa considerazione non basta a spiegare la svolta di Mussolini dall’anticlericalismo al filo-cattolicesimo, e diventa riduttiva se si vogliono comprendere le motivazioni ideologiche e razionali che spinsero i fascisti ad avvicinarsi alla Santa Sede.

In realtà «che il fascismo sia stato caratterizzato dall’opportunismo ovvero da uno stile, piuttosto che da un contenuto intellettuale, è un altro problema che si tende solitamente a sopravvalutare»[9]. Quando ci si propone di analizzare il contenuto dottrinale di un sistema ideologico, bisogna cercare di comprendere le origini intellettuali e filosofiche che, al di là delle contingenze storiche, hanno condotto all’affermazione di determinate idee. In quanto ricercatori «quel che dobbiamo sforzarci di raggiungere, è […] la verità allo stato nascente, in quella “intuizione originale” chiarita così bene dal Bergson, nella scaturigine centrale – Ursprung – da cui, quali che siano le contingenze, l’idea è nata e si è affermata nella coscienza del pensatore»[10]. Per comprendere il significato della Religione nell’universo ideologico fascista, e quindi capire le motivazioni che segnarono il passaggio di Mussolini dall’anticlericalismo militante ad una esaltazione della religione cattolica quale ierofania della romanità[11], bisogna analizzare il retroterra culturale su cui il fascismo si è innestato.

Due tra i più grandi intellettuali italiani che hanno influenzato il pensiero fascista furono Giuseppe Mazzini e Alfredo Oriani. Mazzini ha sempre insistito sull’importanza della religione per una Italia che aspirava a diventare una nazione vitale. Pur essendo fortemente critico nei confronti della Chiesa cattolica, Mazzini sosteneva una «rigenerazione» dell’Italia per mezzo di «un grande principio religioso», auspicando una «Chiesa» dai connotati politici, inflessibilmente unitaria, animata da una fede verso la sua missione secolare e fondata su una visione mistica e religiosa della nazione, quest’ultima concepita come una comunità di credenti uniti nel culto della «religione della patria»[12]. Alfredo Oriani, pur essendo un convinto e fervente mazziniano, abbandonò le riserve di Mazzini sulla religione cattolica vedendo nel Papato una grandiosa istituzione, l’ultima forma imperiale di Roma.

Vedova del papato, Roma non sarebbe che una grossa ed insignificante città di provincia; e invece la sua fiera e nobile testa sovrasta ancora al mondo. «Che cosa vi rappresenterebbero soli i re di Savoia? La loro montanara fortuna fra il Panteon e San Pietro, il Colosseo e il Vaticano, non vi ha che un significato provvisorio: sono troppo antichi come conti della Savoia, troppo recenti come monarchi d’Italia, troppo estranei alla grande tradizione nazionale per dare davvero a Roma una incancellabile impronta di modernità». [13]

Appare qui un nuovo elemento, che sarà in seguito assimilato dalla letteratura dei nazionalisti rivoluzionari: non solo il Papato è visto come il solo vanto dell’Italia contro le massime nazioni, ma è anzitutto esaltato quale erede della grandezza di Roma. Nel constatare la grandezza della Roma Papale, Oriani assegnava all’Italia una missione da compiere nel mondo, la necessità di portare a tutte le genti il suo «messaggio ideale»[14].

L’affermazione del cattolicesimo quale elemento essenziale della Romanità e come fattore fondamentale della coscienza nazionale, è ravvisabile nello scritto Cristo e Quirino pubblicato nel 1897 da Paolo Orano, in seguito uno tra i più influenti intellettuali impegnati nell’edificazione di una cultura fascista. La tesi del libro è che il Cristianesimo non va studiato in Palestina, ma a Roma, perché è nel mondo romano che il Cristianesimo ha visto la luce ed è la cultura romana che lo ha cresciuto, plasmato e adattato al mondo occidentale. Nella sua dissertazione, Orano negava che il Cristianesimo fosse stato la causa della caduta dell’impero romano. Secondo Orano «il Cristianesimo […] assume una realtà storica quando si fa società, principio dominatore etico e in gran parte giuridico, ordinamento di famiglia, di chiesa, di stato, tipo di amministrazione […]. L’Occidente non accetta il Cristianesimo e non si trasforma ad esso. L’Occidente fa, fattura quel cristianesimo riuscito che è poi la chiesa, il cattolicismo, il papa, l’episcopato, il sacerdozio, il sistema clericale, la teologia, i sacramenti»[15].

La tesi del Cristianesimo quale prodotto ed elemento essenziale della Romanità, così vivacemente sostenuta da Orano, ebbe un notevole influsso negli ambienti del nazionalismo rivoluzionario. Essa segnò l’inizio di una revisione spirituale del nazionalismo[16], disposto ad accogliere la religione cattolica nella sua ideologia. Pressappoco negli stessi anni in cui si svolgeva quest’opera di revisione del nazionalismo classico, «Giovanni Gentile diede ad esso una giustificazione ideologica con la sua […] concezione del cattolicesimo come elemento storico essenziale della nazionalità, necessaria ma inferiore fase di sviluppo verso una più alta visione filosofica nella quale la religiosità sarebbe apparsa intrinseca allo Stato stesso, come espressione essenziale della sua eticità»[17].

La speculazione gentiliana s’intreccia indissolubilmente con la religione, vedendo in essa un elemento essenziale ed imprescindibile della comunità nazionale. Come scrisse Ugo Spirito in un’analisi sul pensiero religioso di Giovanni Gentile, «tutta la filosofia del Gentile è imperniata sul principio di una religione dello spirito»[18], cattolico si ritiene Gentile, e la sua filosofia in aperta opposizione al razionalismo positivistico intende riportare la metafisica nel tempio della nazione, legando al rinnovamento politico una riforma religiosa di matrice cattolica e cristiana[19].

Fu in questo clima di fermentazione ideologica e intellettuale che nel marzo 1919 vide la luce il fascismo. Nei programmi iniziali del fascismo non vi era alcuna presa di posizione specifica nei confronti della religione cattolica, ad eccezion fatta per i propositi di sequestro di tutti i beni delle congregazioni religiose. Ma la volontà di voler sequestrare i beni religiosi non equivaleva necessariamente alla volontà di voler abolire la religione in sé. Nel clima degli sviluppi ideologici iniziali del fascismo la «questione religiosa» non era ancora stata pienamente affrontata dai fascisti. Pietro Scoppola ha ravvisato un’ostilità del fascismo  verso il cristianesimo derivante da un «pragmatismo esasperato, insofferente di ogni freno, incompatibile con ogni principio di trascendenza»[20]. Per Emilio Gentile, Mussolini diede al primo fascismo una «impronta antipregiudizialista e relativista», per cui si negava alle idee «verità e validità assoluta, perché di assoluto non vi era nulla»[21]. In realtà, come scrive Marcello Veneziani «il relativismo fascista è da leggere in antitesi al determinismo non alla fede», in quanto Mussolini riconduce codesto relativismo «alla lotta contro le ideologie, contro i positivismi e gli schematismi, contro i dogmatismi illuministici che sono nati proprio dalle religioni laiche, secolari e profane», notando come il fascismo «aspirò sul piano morale ai principi della fedeltà, dell’onore, dell’autorità e della gerarchia, che certamente non possono trovare germoglio in una concezione relativistica in senso morale o etico»[22]. A questa considerazione bisogna aggiungere il carattere sempre più spiritualistico e idealistico del fascismo, che andava già delineandosi nel movimento diciannovista. Secondo Francesco Germinario, il fascismo diciannovista riconosceva allo «spirito» la capacità di orientare il mondo, insistendo sulla necessità dell’affermazione di una vera e propria «rivoluzione spirituale» contro il materialismo borghese e socialista:

Mentre il liberalismo e il socialismo erano presentati dal movimento fascista come movimenti materialistici che si appellavano ai bassi istinti dell’uomo […] e dunque erano giudicati incapaci di promuovere un’effettiva rottura rivoluzionaria, rimanendo sul piano di una visione della politica ridotta al soddisfacimento dei bisogni materiali, la rivendicazione fascista di valorizzazione del mito e dell’azione si identificava con l’appello a quella dimensione umana trascendente o conflittuale con i meri bisogni materiali. [23]

La verità è che tra il 1914 e il 1920 il pensiero di Mussolini stava subendo un’evoluzione ideologica progressiva, che doveva culminare nel 1921 con l’approdo alla romanità e con il riconoscimento dello «Stato etico» gentiliano quale fondamento teorico razionale della dottrina fascista. Per comprendere appieno la successiva politica religiosa del fascismo, è quindi necessario comprendere questi tre fattori: il precipuo carattere spirituale del fascismo, l’approdo di Mussolini alla romanità e, infine, l’avvicinamento a Gentile.

Il Mussolini socialista, ateo e anticlericale del primo decennio del Novecento prova un’avversione viscerale per Roma, considerata la patria dei preti, della borghesia e del parlamento. Inizia a convertirsi al mito di Roma con l’abbandono del socialismo, ma «soltanto nel corso del 1921 la romanità divenne la principale fisionomia simbolica del fascismo, che l’adottò per definire la sua individualità politica, la sua organizzazione, il suo stile di vita e di lotta, e gli obiettivi stessi della sua azione»[24]. E pare che sia proprio nello stesso anno che Mussolini lesse per la prima volta Gentile, «il pensatore che avrebbe fornito i presupposti filosofici razionali all’ideologia del Fascismo maturo»[25], rimanendone influenzato[26]. Questi fattori produssero due cose: spinsero Mussolini a identificare la dottrina fascista dello Stato con lo «Stato etico» di Gentile (uno Stato in cui è immanente la religione), e innestarono il fascismo nel solco della «romanità», di cui la religione cattolica era considerata parte integrante, come emerso dal revisionismo operato da Orano e dai nazionalisti[27]. I risultati di questo percorso ideologico non si fecero attendere. Alla fine del 1920 Mussolini dichiarò di ripudiare l’anticlericalismo e di vedere in Roma la «capitale di un immenso impero spirituale»[28], e nel 1921, in occasione del suo primo discorso alla Camera, disse che «la tradizione latina e imperiale di Roma oggi è rappresentata dal cattolicismo» e che «l’unica idea che oggi esista a Roma, è quella che si irradia dal Vaticano»[29], dimostrando di aver assimilato gli argomenti resi noti dai nazionalisti revisionisti. Un anno dopo fu ancora più esplicito:

Non antireligioso in genere, il fascismo non è anticristiano o anticattolico in particolare. Il fascismo vede nel cattolicismo lo sfogo gigantesco e riuscito di adattare ad un popolo come il nostro una religione nata in Oriente fra uomini di altra razza e di altra mentalità. Il cattolicismo è la sintesi fra la Giudea e Roma, fra Cristo e Quirino. È la religione praticata da secoli e secoli dall’enorme maggioranza delle popolazioni italiane. Universale, perché creato sull’armatura di un impero universale, il cattolicismo fa di Roma uno dei centri più potenti della vita dello spirito religioso nel mondo. Come si vede, la posizione del fascismo di fronte al cattolicismo è ben diversa da quell’anticlericalismo in voga nell’Italia mediocre dell’anteguerra. [30]

Sin dal 1920, Gentile aveva sostenuto la necessità dello Stato di «guardare alla Chiesa come propria alleata»[31]. Nel 1928 affermò che «lo Stato fascista italiano […] o non è religioso, o è cattolico. Religioso non può non essere, perché l’assolutezza che esso conferisce al proprio valore e alla propria autorità non s’intende senza relazione a un Assoluto divino»[32], di qui il progressivo intensificarsi dei rapporti tra Stato e Chiesa fino al Concordato del 1929, salutato con esultanza da tutta la stampa cattolica e fascista. La Conciliazione, come ha rilevato Tina Tomasi, non poggiava solo su motivi tattici di pura convenienza politica, ma bensì «sulla convergenza di alcuni princìpi fondamentali della pedagogia cattolica e di quella fascista, a cominciare dalla convinzione che educare significa guidare dall’alto, comunicare verità prestabilite. Il Fascismo mutua inoltre da Gentile alcune idee gradite alla Chiesa, quali l’assunzione della educazione religiosa come efficace antidoto al materialismo, cioè alle ideologie sovversive, la predilezione per i contenuti letterari retorici, la diffidenza verso il pensiero scientifico, l’avversione alla coeducazione in vista della diversa destinazione sociale della donna, il rifiuto della pedagogia straniera impregnata di laicismo democratico»[33]. Gli accordi del Laterano poggiano dunque su una convergenza significativa tra il fascismo e la Chiesa cattolica: il comune orizzonte trascendentale e spirituale, il ripudio per il materialismo, l’ostilità verso il liberalismo e il bolscevismo, ed infine l’esistenza di princìpi condivisi quali l’obbedienza all’autorità, la tutela della famiglia, il rispetto dell’ordine e della disciplina, il valore assegnato alla gerarchia. Come ha scritto Alessandro Visani «è innegabile che tra Stato e Chiesa i rapporti fossero caratterizzati da una sintonia di fondo», aggiungendo:

Una parte della storiografia fino a non molto tempo fa (e a dire il vero in certi casi ancora oggi) ha posto l’accento sui “momenti di crisi”, sulle frizioni, sulle difficoltà relazionali […].I nuovi fascicoli provenienti dall’Archivio Segreto Vaticano permettono però agli storici accorti (se hanno voglia di avviare un serio lavoro sistematico che certo non può ridursi, come a volte accade, a qualche visita sporadica) di guardare alle cose con occhi diversi e confermare, con la forza dei documenti, quanto prima era magari possibile intuire […]. E, allora, tanto per fare riferimento ai due casi più eclatanti, ecco che la “grande crisi del 1931” (in realtà durata una manciata di mesi) dietro le quinte appare molto diversa, con i due principali protagonisti desiderosi di un accordo e in questo assecondati a pieno dai rispettivi collaboratori, siano essi i “fiduciari personali”, i nunzi, gli ambasciatori, i segretari di Stato e i ministri. Il secondo momento di crisi, quello del 1938 […]. La verità, circa la terribile storia delle leggi razziali e la posizione della Santa Sede è a disposizione degli studiosi che hanno voglia di guardare sul serio, superando tesi preconcette dure a morire e impostazioni politiche ed ideologiche che con la realtà non hanno nulla a che fare. [34]

Indubbiamente il pontefice Pio XI nutrì per tutto il suo pontificato una certa diffidenza verso i totalitarismi in generale ed il fascismo in particolare[35], ma al di la dei timori del pontefice verso la “statolatria”, proprio il primo dopoguerra segna il passaggio dalla diffidenza e dall’ostilità dei cattolici verso lo Stato,  alla comprensione dell’imprescindibilità del suo intervento: «alla fine degli anni trenta il linguaggio dell’ufficialità cattolica assume e anzi rivendica il ruolo di guida dello Stato, in termini non lontani – se non nelle coloriture e nelle finalità – da quelli dei sostenitori di uno “Stato etico” in precedenza temuto o detestato»[36].

Infine, non va trascurato l’enorme debito culturale e ideologico trasmutato dalla Chiesa cattolica al fascismo:

Lo Stato fascista ha, di una Chiesa, il vincolo mistico e propriamente religioso. Esso esalta i principi del sacrificio e della rinuncia; professa una filosofia eroica della vita, un’etica antiedonistica, una concezione del mondo antiintellettualista e antimaterialista; lavora per l’avvento di un ordine nuovo di carattere essenzialmente spirituale. Di una Chiesa, inoltre, lo Stato si attribuisce la missione edificante, educatrice, apostolica e caritativa. Esso si consacra ad un’opera di costante apostolato fra i tiepidi e gli ignoranti. Come il cattolicismo, con i suoi ordini e congregazioni, lo Stato moltiplica le opere destinate ad aiutare i suoi membri o a conquistare quelli che esitano ancora a credere nei benefici del regime. Il partito ha il ruolo fondamentale di assicurare allo Stato questa «ecclesiasticità» adempiendo alla duplice funzione di elemento dinamico e zelatore dello Stato. [37]

Proprio su queste basi il fascismo cercò di integrare sincreticamente la religione cattolica nello Stato, per arricchirne il contenuto etico e morale, e per portare efficacemente a compimento il suo progetto pedagogico e totalitario: forgiare gli italiani come «romani della modernità». I fascisti sostenevano che «storicamente la tradizione imperiale e latina discende agli italiani attraverso il cattolicesimo»[38], e che «la latinità come valore nazionale e supernazionale si riconosce pienamente nel cattolicesimo»[39] vedendo quindi nella religione cattolica un elemento identitario imprescindibile della «civiltà italiana», una parte fondamentale e inestirpabile del «genio romano», e in quanto tale da proteggere e valorizzare. «Abbandonarlo – si legge nel Dizionario di Politica – significherebbe porsi fuori da una solidarietà spirituale di alto valore, rinnegare se stessi come storia, togliere al popolo una manifestazione categorica della sua vita e alla nazione un tratto essenziale della sua fisionomia»[40]. Lo stesso Mussolini, nella relazione tenuta alla Camera dei Deputati sugli accordi del Laterano[41], affermò che l’Italia aveva il privilegio singolare, e doveva esserne orgogliosa, «di essere l’unica nazione europea che è sede di una religione universale», aggiungendo che la religione cattolica «è nata nella Palestina, ma è diventata cattolica a Roma», sostenendo che se fosse rimasta nella Palestina sarebbe probabilmente rimasta una setta sconosciuta. Per il duce «il cristianesimo trova il suo ambiente favorevole in Roma», e per comprovare la sua tesi cita il libro Cristo e Quirino di Orano. Tre anni più tardi ribadirà questa sua convinzione allo scrittore tedesco Emil Ludwig: «se il cristianesimo non fosse giunto nella Roma imperiale sarebbe rimasto una setta ebraica. Questa è la mia profonda convinzione», notando come tutto fosse stato «predestinato da una Provvidenza che dirige tutto»[42]. Nel corso degli anni i maggiori teorici e intellettuali fascisti continuarono ad esaltare il cattolicesimo come antica religione dei padri e moderno culto del littorio. Per Bottai «il sostrato spirituale della nostra razza, nelle sue più alte espressioni di pensiero e nelle sue più umili manifestazioni di vita» era «innegabilmente cattolico», il che rendeva la Chiesa cattolica «fattore di vita nazionale non trascurabile da parte di chi della vita nazionale voglia farsi rigeneratore»[43]. Nella Dottrina del fascismo, Mussolini e Gentile, nel sottolineare che «lo stato non ha una teologia, ma ha una morale» e che il fascismo non intende creare un suo Dio o «cancellarlo dagli animi come fa il bolscevismo», affermarono essere la religione «una delle manifestazioni più profonde dello spirito» ed in quanto tale rispettata, difesa e protetta[44]. Il fascismo aveva l’ambizione di presentare la sua dottrina come fondamentalmente spirituale, intendendo con spiritualismo «ogni dottrina che riconosce l’indipendenza e la preminenza dello spirito sulla materia» e che quindi abbracci «ogni sistema di metafisica che affermi l’esistenza di Dio e dell’anima quali sostanze immateriali», per tali ragioni «spiritualista per eccellenza è la dottrina del Fascismo […] che non intende l’esistenza umana se non come lotta in nome di principi etici superiori e per l’affermazione di motivi eminentemente spirituali» dove «l’uomo vi è considerato nel suo rapporto con una legge superiore e con una volontà che trascende l’individuo particolare per elevarlo “a membro consapevole di una società spirituale”»[45]. L’uomo nuovo fascista, il «romano della modernità», era concepito come un uomo guerriero e al contempo religioso, sublimato da un’etica del sacrificio, di fede e di gloria. Esso doveva combattere e sconfiggere lo «spirito borghese», il più odiato nemico dell’uomo nuovo fascista, considerato per sua natura scettico e materialista:

Il borghese non crede in Dio. È incredulo. Dinanzi agli uomini, dinanzi a tutto, al finito o all’infinito, egli non può pensare che esiste qualcosa di eterno, di superiore, di sovrumano, di mistico, di celestiale. Non è religioso: è ateo. […] Iddio, per il borghese, è il benessere terreno. Il borghese vive nel bailamme della carne. [46]

I fascisti sostenevano la naturale complementarietà e il connubio tra la «religione politica fascista» e il cattolicesimo nel solco della romanità: «è necessario gridare forte agli stranieri che il Fascismo è cattolico perché è romano e che il cattolicesimo, a sua volta, è fascista perché è romano e universale»[47]. La religione cattolica era in ultima analisi vista come imprescindibile per la creazione dell’«unità morale» dello Stato fascista[48]. Nel 1934 Armando Carlini pubblicò un saggio nel quale cercò di ravvisare nel pensiero di Mussolini il germe di un pensiero filosofico e religioso, negando e criticando le tesi di chi sino ad allora aveva affermato che Mussolini in realtà della religione comprendeva «soltanto il lato umano e storico» perché egli era «un laico, un purissimo laico», rimanendo sempre «il seguace di Nietzsche»[49]. Carlini contrastava queste asserzioni riconoscendo nel pensiero di Mussolini un percorso ed un’evoluzione storica che lo portò ad abbandonare il positivismo per assumere progressivamente una visione del mondo sempre più spirituale. Per Carlini inoltre «la grandezza di Roma antica è di aver dato, per prima, all’Occidente, i fondamenti della civiltà: la famiglia, il diritto, lo Stato», che in seguito la Chiesa cattolica restaurò e consolidò favorendo la «missione dello Stato come portatore di civiltà»[50]. Una ennesima interpretazione della romanità del cattolicesimo fu infine proposta da Giovanni Gentile in un articolo intitolato Roma eterna[51], nel quale spiegava che la «prima Roma eterna» era «la Roma imperiale, creatrice del diritto, in quanto creatrice dello Stato. Dello Stato che comincia ad essere lo Stato, come il Tutto degli uomini, fuori del quale l’uomo nulla trova che abbia valore». A «questa Roma dello Stato s’appoggiò e ne trasse vigore e forma una nuova Roma», quella cristiana, che però portò ad una svalutazione e negazione dello Stato, che doveva «subordinarsi alla Chiesa» per avere riconosciuto il proprio valore. La «nuova Roma è la stessa Roma imperiale, spiritualizzata e innalzata all’altezza della forma religiosa. Nella nuova Roma dei Papi, la Roma dei Cesari non muore; si trasforma ed eleva e dimostra la sua effettiva eternità». Quando « gl’italiani del Risorgimento» sentirono «la necessità di abbattere il potere temporale e quindi la necessità di una nuova Roma», si sentì l’ansia di perdere il senso di universalità di Roma. E così «la terza Roma cercava il suo verbo, per salvare Roma eterna, e salvare se stessa», trovandolo nell’«l’Italia fascista, rivoluzionaria, l’Italia di Mussolini». Solo Mussolini infatti «ha sentito la grandezza del passato immanente ed eterno dell’Italia romana e cristiana» ed a questa Roma «ha assegnato una nuova missione storica; ha dato una idea, una dottrina, che è il motto della sua rivoluzione. Questa idea che vuol essere degna di Roma, una verità eterna, ossia un principio capace di compenetrare di sé la storia universale». Per Gentile l’Italia fascista, ricongiungendo il culto della «Roma dello Stato» con il culto della «Roma della Chiesa», doveva conferire agli italiani una missione eterna ed universale, fondendo in una sintesi le due Rome per creare le fondamenta di una nuova civiltà, «considerando il cattolicesimo parte costitutiva e inseparabile dell’identità italiana, nel comune richiamo alla romanità»[52]. Anni più tardi, nel suo ultimo libro pubblicato postumo, scagliandosi contro il concetto della «religio instrumentum regni», Gentile ribadirà ancora una volta che la religione è un elemento costitutivo dello Stato[53], che trae la sua legittimità morale da Dio: «perché nessun dubbio che il volere dello Stato è un volere divino, sia che s’intenda nella immediatezza della sua autorità, sia che più pienamente si assuma come l’attualità concreta del volere. C’è sempre Dio: il Dio del vecchio e del nuovo testamento»[54].

Epilogo

La politica filo-religiosa del fascismo non fu frutto d’improvvisazione, e nemmeno una machiavellica tattica mussoliniana volta a strumentalizzare la religione cattolica per i propri fini politici. Essa traeva origine da una molteplice quantità di fattori che avevano condizionato lo sviluppo dottrinale del fascismo. Le concezioni spiritualistiche ed idealistiche proprie del fascismo, unite alla preponderante influenza ideologica esercitata da Giovanni Gentile[55], fecero sì che Mussolini facesse gradualmente propria una concezione etica e morale dello Stato. E lo «Stato etico», così come concepito da Gentile, aveva bisogno della religione come parte essenziale della metafisica nazionale. Nello stesso tempo, ai primi del Novecento era iniziato un progressivo revisionismo interno al nazionalismo, che aveva indotto molti nazionalisti ad abbandonare le precedenti velleità anticlericali per considerare la religione cattolica come parte essenziale della civiltà romana e – di conseguenza – dell’identità nazionale. Quando all’inizio degli anni Venti il fascismo inglobò la romanità nel suo universo ideologico, così come in precedenza i nazionalisti avevano fatto, non poté che considerare la religione cattolica quale  ierofania della romanità. Tutte le prove a nostra disposizione indicano che i maggiori teorici fascisti credevano davvero che la religione cattolica fosse un patrimonio inestricabile della civiltà romana, italiana e fascista. Benché ci fossero fascisti che considerassero «la politica di Mussolini verso la Chiesa dal ’21 in poi come un mero espediente tattico, un machiavellico servirsi della religione come instrumentum regni, che sarebbe cessato quando non sarebbe più stato necessario»[56], non era in questo modo che veniva intesa dagli intellettuali fascisti più responsabili. Mussolini in primis vedeva nel cattolicesimo, «creato sull’armatura di un impero universale», l’erede della tradizione latina e imperiale di Roma. In considerazione del fatto che in passato Mussolini era stato un irriducibile ateo, molti hanno dubitato della sincerità di queste affermazioni. Ma allora bisognerebbe dubitare della sincerità di tutto quanto Mussolini ha detto e scritto dal 1914 in poi, considerando il fascismo stesso come un movimento privo di idee, creato con il solo scopo di favorire la carriera politica di Mussolini. In realtà è ormai assodato che il pensiero mussoliniano subì una drastica evoluzione dal 1914 in poi[57], raggiungendo la piena maturità ideologica tra il 1921 e il 1925. Significativo il fatto che durante la Repubblica Sociale, quando Mussolini aveva tutte le ragioni possibili per sconfessare il Concordato con la Santa Sede, fece ribadire nelle bozze del progetto costituzionale redatto da Biggini che «la religione cattolica apostolica e romana» rimaneva «la sola religione della Repubblica Sociale Italiana»[58].

In conclusione si può affermare che il fascismo assegnava un posto di primo piano alla religione, in specifico a quella cattolica, all’interno dell’«armonico collettivo». I teorici fascisti erano persuasi che tutta la tradizione latina e romana, di cui il cattolicesimo era considerato parte integrante, fosse immanente nella «nuova civiltà» che essi intendevano creare.  La sconfitta militare italiana nella seconda guerra mondiale fece naufragare i progetti di questo “curioso” sincretismo.

Note:

[1] È stato sostenuto che «Tutto nel fascismo era frode […] fraudolenta l’abilità e la politica di Mussolini. Il regime fascista era corrotto, incompetente, vuoto; Mussolini medesimo un fatuo millantatore, senza idee né finalità». (A.J.P. Taylor, Le origini della seconda guerra mondiale, Laterza, Roma-Bari, 1987, p. 90).

[2] Così ad esempio scrive Augusto Simonini: «Ciò che balza comunque agli occhi a un certo punto dell’evoluzione ideologica di Mussolini è la strumentalizzazione del sentimento religioso e dell’apparato ecclesiastico operata in funzione del potere politico» (A. Simonini, Il linguaggio di Mussolini, Bompiani, Milano, 2004, p. 112).

[3] R. De Felice, Mussolini il fascista. L’organizzazione dello stato fascista 1925-1929, Einaudi, Torino, 2006, pp. 383-384.

[4] Cit. in R. De Felice, op. cit., p. 384.

[5] Cfr. E. Gentile, Contro Cesare. Cristianesimo e totalitarismo nell’epoca dei fascismi, Milano, Feltrinelli, 2010.

[6] L. Sturzo, La politica dei clerico-fascisti, in «La Stampa», 10 febbraio 1924, ora in Id., Il partito popolare italiano – vol. 3, Opera Omnia, Seconda serie, V, Roma, 2003, pp. 11-17.

[7] E. Gentile, Fascismo. Storia e interpretazione, Laterza, Roma-Bari, 2013, pp. 209-211.

[8] Secondo De Felice «Con i Patti del Laterano Mussolini conseguì un successo – forse il più vero e importante di tutta la sua carriera politica – che da un giorno all’altro ne aumentò il prestigio in tutto il mondo». (R. De Felice, op. cit., p. 382.).

[9] R. Eatwell, Fascismo. Verso un modello generale, Antonio Pellicani Editore, Roma, 1999, p. 55.

[10] H. I. Marrou, La conoscenza storica, Il Mulino, Bologna, 1997, p. 241.

[11] E. Gentile, Il culto del littorio. La sacralizzazione della politica nell’Italia fascista, Laterza, Roma-Bari, 2007, p. 128.

[12] Cfr. A. James Gregor, Totalitarianism and Political Religion: An Intellectual History, Stanford University Press, 2012, pp. 137-167; E. Gentile, Il culto del littorio. La sacralizzazione della politica nell’Italia fascista, cit., pp. 8-11; G. Belardelli, Il Ventennio degli Intellettuali. Cultura, politica, ideologia nell’Italia fascista, Laterza, Roma-Bari, 2005, pp. 252-257.

[13] F. Chabod, Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896, Laterza, Roma-Bari, 1971, p. 278.

[14] Cfr. A. Oriani, La Rivolta Ideale, Licinio Cappelli editore, Bologna, 1933.

[15] P. Orano, Cristo e Quirino. Il problema del Cristianesimo, Casa Editrice Italiana, Firenze, 1911, pp. 43-44.

[16] Secondo Pietro Scoppola «Fu il Federzoni, soprattutto, che nella sua relazione al congresso nazionalista di Milano del 1914 spinse innanzi questo processo di revisione all’interno del nazionalismo» (P. Scoppola, La Chiesa e il fascismo durante il pontificato di Pio XI, in Il regime fascista, a cura di A. Aquarone e M. Vernassa, Il Mulino, Bologna, 1974, p. 198).

[17] Ivi, p. 199.

[18] U. Spirito, Note sul pensiero di Giovanni Gentile, G.C. Sansoni Editore, Firenze, 1954, p. 79.

[19] Sulla riforma religiosa che si proponeva Gentile con il suo attualismo, cfr. V. Pirro, Regnum Hominis. L’umanesimo di Giovanni Gentile, Edizioni Nuova Cultura, Roma, 2012.

[20] P. Scoppola, op. cit., p. 197.

[21] E. Gentile, Le origini dell’ideologia fascista (1918-1925), Il Mulino, Bologna, 1996, p. 206.

[22] M. Veneziani, Fascismo e religione, in «Intervento», n° 44-45, luglio-ottobre 1980, p. 34.

[23] F. Germinario, Fascismo 1919. Mito politico e nazionalizzazione delle masse, BFS Edizioni, Pisa, 2011, pp. 78-79.

[24] E. Gentile, Fascismo di pietra, Laterza, Roma-Bari, 2007, p. 43.

[25] A. James Gregor, L’ideologia del fascismo, Il Borghese, Milano, p. 152.

[26] Ivi, pp. 152-153.

[27] Gerhard Leibholz scrive che «l’atteggiamento amichevole del fascismo nei confronti della Chiesa […] è manifestamente dovuto all’influsso di Gentile» (G. Leibholz, Il diritto costituzionale fascista, Alfredo Guida Editore, Napoli, 2007, p. 13).

[28] B. Mussolini, Opera Omnia, vol. XV, Firenze, La Fenice 1958, p. 187.

[29] B. Mussolini, ivi, vol. XVI, p. 444.

[30] B. Mussolini, ivi, vol. XVIII, p. 318.

[31] G. Gentile, Discorsi di religione, in G. Gentile, Opere, a cura di H. A. Cavallera, vol. XXXVII, Le Letere, Firenze, 1988,  p. 30.

[32] G. Gentile, Politica e cultura, a cura di H. A. Cavallera, vol. I, Le Lettere, Firenze, 1990,  p. 409.

[33] T. Tomasi, Idealismo e fascismo nella scuola italiana, Firenze, La Nuova Italia, 1969, p. 98.

[34] A. Visani, Genere, identità e razzismo nell’Italia fascista, Roma, Aracne Editrice, 2012, pp. 87-88.

[35] Cfr. E. Fattorini, Pio XI, Hitler e Mussolini. La solitudine di un papa, Torino, Einaudi, 2007.

[36] G. Santomassimo, La terza via fascista. Il mito del corporativismo, Roma, Carocci, 2006, p. 90.

[37] Cit. in E. Gentile, Il culto del littorio, cit., p. 93.

[38] N. Tripodi, Il fascismo secondo Mussolini, Milano, Il Borghese, 1971, pp. 56-57.

[39] A. Pagliaro, Religione, in Dizionario di Politica, vol. IV, Roma, 1940, p. 40.

[40] A. Pagliaro, Politica, in Dizionario di Politica, cit., vol. III, p. 451.

[41] B. Mussolini, Opera Omnia, cit., vol. XXIV, p. 45.

[42] E. Ludwig, Colloqui con Mussolini, Milano, Mondadori, 1932, pp. 175-176.

[43] G. Bottai, Chiesa e risorgimento, in «Il Popolo di Trieste», 27 gennaio 1922.

[44] B. Mussolini, Opera Omnia, cit., vol. XXXIV, p. 131.

[45] B. Magnino, Spiritualismo, in Dizionario di Politica, cit., vol. IV, p. 336.

[46] S. Gatto, Il Borghese, in Quaderni della Scuola di Mistica Fascista Sandro Italico Mussolini, Padova, Cedam, 1941, pp. 115-117.

[47] N. Giani, Le due Europe, in «Dottrina Fascista», agosto-settembre 1938.

[48] Scrisse ad esempio Costamagna: « Inteso a riaffermare nella coscienza del popolo italiano i motivi del dovere, del disinteresse e della disciplina il Fascismo doveva ritenere, e ritenne, il fattore religioso indispensabile, quale scaturigine dei motivi più alti della trascendenza, al risultato di una etica civile per cui si costituisce lo Stato in quell’”unità morale” che è dichiarata dal § 1 della Carta del lavoro». (C. Costamagna, Dottrina del Fascismo, Torino, Utet, 1940, p. 289.

[49] A. Carlini, Saggio sul pensiero filosofico e religioso del fascismo, Roma, 1942, pp. 11-12.

[50] Ivi, pp. 210-211.

[51] G. Gentile, Politica e cultura, cit., vol. II,  pp. 158-164.

[52] E. Gentile, Il culto del littorio, cit., p. 129.

[53] G. Gentile, Genesi e struttura della società, Firenze, Le Lettere, 2003, p. 90.

[54] Ivi, p. 68.

[55] Cfr. A. James Gregor, Giovanni Gentile. Il filosofo del fascismo, Lecce, Pensa Multimedia, 2014.

[56] R. De Felice, op. cit., pp. 386-387.

[57] Cfr. Z. Sternhell, Nascita dell’ideologia fascista, Milano, Baldini&Castoldi, 2002; E. Gentile, Le origini dell’ideologia fascista (1918-1925), Il Mulino, Bologna, 1996.

[58] Cfr. G. Negri e S. Simoni, Le Costituzioni inattuate, Roma, Editore Colombo, 1990.

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