A proposito di Stato etico nell’Occidente contemporaneo

Valentina Meliadò, giornalista e storica. Nel 2006 ha pubblicato Il Manifesto dei 101. Il Pci, l’Ungheria e gli intellettuali italiani, libro dedicato alla frattura tra partito comunista e intellettuali all'alba della repressione sovietica della rivoluzione ungherese del 1956; nel 2009, per la Fondazione “Ugo Spirito e Renzo De Felice”, il saggio Ugo Spirito il rivoluzionario: dall'attualismo al comunismo, dedicato al viaggio intrapreso dal filosofo del problematicismo in Unione Sovietica nel 1956. Già redattrice della trasmissione radiofonica Rai Radioanch'io, e giornalista del quotidiano “Liberal”, collabora attualmente con il quotidiano “L’Opinione” e con la Fondazione “Ugo Spirito e Renzo De Felice”.

A proposito di Stato etico nell’Occidente contemporaneo

Tra i tanti sintomi di una civiltà in caduta libera, quale è quella occidentale, un’ombra mi appare soverchiante: quella dello Stato etico, concetto di difficile comprensione per una società in costante declino culturale e intellettuale, visibilmente in crisi e poco incline ad inquadrare correttamente idee e avvenimenti sia dal punto di vista storico che filosofico, con una conseguente carenza speculativa ed una oggettiva superficialità nel giudizio e nella visione della realtà. Tale incapacità potrebbe indurre i più a ritenere che una società con un differente grado di etica sarebbe presumibilmente migliore di quella in cui viviamo, percepita come ingiusta e immorale, e d’altronde gli indizi per ritenere che il percorso mentale collettivo sia questo, a vari livelli e in diversi contesti, non mancano.

Basti pensare al successo politico di partiti nati come movimento anti-sistema e determinati, almeno a parole, a moralizzare le istituzioni e la vita pubblica, o, più recentemente, alla docilità – oggettivamente superiore al necessario senso di responsabilità – con cui sono state accettate dagli italiani le restrizioni delle libertà politiche e personali in ragione della pandemia di Covid-19. È lecito dunque tentare un ragionamento sul livello di affezione dell’Occidente ai suoi valori e sulla possibilità che vi siano i presupposti per una versione moderna – più rozza, incolta, meno repressiva ma non per questo meno illiberale – di autoritarismo pubblico.

È indispensabile innanzitutto definire origini storiche e caratteristiche filosofiche del concetto. Lo Stato etico, per sua natura, è un regime totalitario, in quanto assume in sé e per sé tutte le azioni dei singoli individui, il cui valore intrinseco è legato esclusivamente al contributo personale – umano e professionale – dato alla vita della collettività, la quale in tal modo esprime la volontà e l’essenza stessa dello Stato. Viene meno, così, la separazione tra Stato e individuo, tra pensiero e azione, tra particolare e universale; ogni dicotomia viene assorbita dallo Stato, fonte unica di regole di comportamento edificanti e di pensieri corretti. Lo Stato etico è dunque il fine ultimo cui devono tendere l’azione e il pensiero di ogni singolo individuo, che realizza così il bene universale incarnato dallo Stato stesso; di conseguenza, il ruolo dell’individuo e il suo apporto alla società viene considerato solo in relazione alla sua specifica funzione all’interno della collettività: egli non è più portatore e detentore di diritti naturali inalienabili, e non rappresenta, nella sua peculiarità, un valore aggiunto.

Per lo Stato etico i cittadini sono elementi disgregati e disgreganti che devono essere educati alla realizzazione del fine superiore degli obiettivi politici e spirituali dello Stato. Non vi sono dunque atti politici che non siano anche morali, scompare qualsiasi distinzione tra diritto pubblico e privato, le pulsioni e le tensioni individuali devono essere risolte all’interno della comunità politica espressione dello Stato, sintesi di ogni valore e volontà del popolo, al cui controllo devono sottostare anche le attività produttive. Esemplificativa in questo senso la concezione corporativa dello Stato formulata dal filosofo Giovanni Gentile, la quale si pone come affermazione di valori morali anche in economia; in questo modo gli interessi particolari non sono negati, ma risolti nell’ambito dell’organismo politico di cui fanno parte, lo Stato corporativo, che assimila e induce ai suoi scopi morali la vita economica nazionale. Lo Stato etico non lascia dunque spazio agli interessi e agli egoismi personali, non considera la libertà dell’individuo un fine legittimo né se stesso come un mezzo di realizzazione di quest’ultima, ma pone se stesso e i suoi valori quali fine ultimo, e i singoli individui come mezzi determinanti, attraverso una corretta educazione, alla sintesi ideale di particolare e universale.

Appare dunque evidente come lo Stato etico si ponga agli antipodi della filosofia e della società liberale, fondata sulla prevalenza e inalienabilità della libertà individuale e sulla utilità sociale degli interessi personali e delle singole tendenze e peculiarità, e d’altronde il concetto di Stato etico, nonostante affondi le sue radici in un radicalismo di sinistra che fa la sua prima apparizione storica con il giacobinismo, si concretizza storicamente tanto a destra, con il fascismo, quanto a sinistra, con il comunismo, proprio in opposizione al capitalismo e alla società borghese affermatisi nel XIX secolo. Quest’ultima, infatti, è considerata inadeguata a gestire la realtà politica, economica e sociale scaturita dalla prima guerra mondiale, e incapace di rappresentare le istanze e le esigenze delle masse che il primo conflitto totale della Storia aveva prepotentemente immesso sulla scena politica. Questi fermenti anti-borghesi si consolidarono poi, definitivamente, con la crisi economica del ’29, che aveva determinato, tra le altre cose, una profonda sfiducia nel sistema capitalistico e nella democrazia stessa. Ne conseguì una sorta di vero e proprio mutamento culturale, una disponibilità mentale verso sistemi politici totalitari sia di destra che di sinistra, stante le differenze tra questi che non è possibile analizzare in questa sede. Basti ricordare tuttavia che Giovanni Gentile, in particolare, guardava allo Stato corporativo fascista come ad una terza via tra capitalismo e marxismo, colpevoli entrambi, seppure in modo diverso, di alimentare la divisione sociale negando all’attività economica una dimensione etica e spirituale e riducendola esclusivamente alla sfera materiale. Lo Stato etico, storicamente parlando, è dunque uno Stato rivoluzionario, permeato da una visione escatologica dei destini dell’umanità il cui fine ultimo è la palingenesi dell’essere umano: non tanto una trasformazione radicale, quanto la creazione dell’uomo nuovo.

Se questi sono i presupposti storici e filosofici, si pone la questione su quali di questi elementi possano essere ravvisati in generale nella società attuale, e in particolare nella civiltà occidentale. Non pochi, in realtà. Quello in cui viviamo infatti è un mondo globale, un immenso spazio fisico i cui limiti geografici vengono superati ogni giorno dalla tecnologia che consente a miliardi di persone di essere costantemente interconnesse, di comunicare, lavorare, informarsi ed esprimersi in tempo reale pressoché ovunque nel pianeta. Rispetto alle grandi trasformazioni economiche e sociali del passato, quella digitale è stata infinitamente più rapida e i suoi effetti si sono riversati – in modo diretto o indiretto – sul mondo intero, anche sulle aree più povere e arretrare della Terra. Ma nessuna rivoluzione è orfana di padre e di madre. Essa è sempre espressione di una nuova classe sociale, di una nuova classe dominante che non si limita mai alla mera tutela dei propri interessi economici; vuole rappresentare la novità che costituisce e costruire una società a sua volta rappresentativa dei suoi valori e delle sue ambizioni politiche e sociali.

Se questo è storicamente vero – e lo è – il mondo occidentale va guardato sotto la lente d’ingrandimento della rivoluzione digitale e dei suoi attori principali. Quello che ne esce è un quadro in cui le tre o quattro compagnie leader della tecnologia digitale a livello industriale e commerciale, da una parte, espandono la propria rete (e la propria influenza) nei paesi tecnologicamente più arretrati e, dall’altra, impongono a quelli più avanzati una nuova cultura dominante, una nuova ideologia: il globalismo, che è cosa ben diversa dalla globalizzazione, un processo di velocizzazione della contaminazione economica, sociale e culturale tra i paesi del mondo.

Il globalismo è un’ideologia complessa, costituita in particolare da due elementi apparentemente in contrasto tra loro: una smisurata libertà individuale, intesa come possibilità di esprimere se stessi attraverso i social, e un controllo sempre più invasivo delle opinioni espresse soprattutto attraverso i social. Godiamo in sostanza di una libertà e di un potere oggettivi ma assolutamente effimeri, che diventano nulla quando usciamo dal seminato delle opinioni consentite, le idee politicamente corrette, che costituiscono il corollario del globalismo. L’illusione di una libertà sconfinata, egocentrica, consumistica ed autoreferenziale è l’asse portante di uno Stato etico metafisico che trascende confini, etnie, religioni, convinzioni e gruppi sociali, espressione di una oligarchia in grado di controllare ed orientare gusti, consumi e opinioni.

Seppure differente dalla sua forma storica, e nonostante il suo spazio globale, questo Stato etico non è meno invasivo e intollerante. Nessuna ideologia, infatti, resiste nel tempo senza educare le masse ai suoi princìpi, e il globalismo prospera fondamentalmente sulla omologazione delle idee e la diversificazione dei gusti e delle tendenze personali, potendo contare – a differenza di qualsiasi altro periodo storico – su un pubblico mondiale e sulla rapidità e capillarità di mezzi tecnologici inimmaginabili soltanto vent’anni fa. Non è che il globalismo esprima concetti tanto innovativi, in realtà. È intriso di anticapitalismo (con buona pace del paradosso che questo comporta) e di antioccidentalismo, elementi riscontrabili nei movimenti culturali di ispirazione marxista (ma non solo) degli anni Sessanta. Con una differenza sostanziale, però. Allora c’era la Guerra Fredda e le teorie politiche si richiamavano sostanzialmente a determinate forme di governo e a paesi specifici; c’era uno scontro politico e culturale di cui erano chiari i protagonisti e gli obiettivi. Il globalismo invece non ha modelli di riferimento, tende ad una società fluida, indifferenziata, sconfinata, priva di riferimenti identificativi, culturali e storici; sposa tutte le battaglie apparentemente giuste, basta che prendano di mira l’Occidente, la sua storia, i suoi simboli, i suoi errori ed anche le sue conquiste.

In questo clima anche la verità diventa monolitica, un prodotto preconfezionato del factchecking, mentre l’approfondimento, il dibattito, l’incontro e lo scontro delle idee non sono più il sale della democrazia e tantomeno dell’attività culturale. Tutto può essere riscritto attraverso la censura, la denigrazione del passato e il controllo sistematico delle opinioni. I social sono armi letali in questo senso, le istituzioni si adeguano culturalmente e legislativamente, e gli oligarchi della tecnologia ampliano a dismisura la propria influenza politica e sociale. Non c’è bisogno di regimi autoritari codificati o di uomini soli al comando; lo Stato etico digitale – subdolo, lento e silenzioso – è già qui e si propaga indisturbato.

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