Amore che vieni amore che va. Fabrizio De André fra eros e agàpe

Anita Piscazzi, poeta, pianista e dottore di ricerca, si occupa di studi etnomusicologici e didattico-musicali. Ha pubblicato le raccolte poetiche: In lumen splendor (Oceano Ed., Sanremo 1999), Amal (Palomar, Bari 2007), Maremàje (Campanotto, Udine 2012), Alba che non so (CartaCanta, Forlì 2018) e diverse monografie, articoli e saggi scientifici su riviste specializzate. Sue poesie sono presenti in Ossigeno Nascente (Atlante dei poeti contemporanei italiani a cura del Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica Alma Mater Studiorum - Università di Bologna), in diverse antologie tra cui Umana, troppo umana (Aragno, Torino 2016), in blog letterari e sulle piattaforme di registrazioni fonetiche di poeti contemporanei nel mondo come “PoetrySoundLibrary” di Londra e “Voices of Italian Poets” dell’Università di Torino. È stata tradotta in diverse lingue e collabora con riviste poetico-letterarie.

Amore che vieni amore che va. Fabrizio De André fra eros e agàpe

Fabrizio De André, il menestrello, l’ultimo vero rivoluzionario della nostra musica, è stato colui che più e meglio ha dato un senso alla definizione di canzone d’autore perché ha affrontato con una straordinaria coerenza la propria vicenda artistica cambiando sempre se stesso e la propria musica in completa libertà. Con Umberto Bindi, Gino Paoli e Sergio Endrigo è stato esponente della scuola genovese rinnovando il repertorio musicale di quegli anni alla maniera degli chansonnier d’oltralpe, attraverso parole, musica e temi nuovi. Alla ballata e al senso di ribellione De André unisce una poesia anarchica che è metafora dei soprusi ciclici della storia, che si ripetono da millenni sempre a sfavore dei deboli. Attraverso le metafore, le allusioni e le parabole, introduce nella canzone il mestiere della poesia e il concetto della vita come letteratura, come tango triste. Preferisce immaginare il cantautore più che come poeta come artigiano della parola, che passa molto tempo a lavorare e a modellare i versi alla maniera di un fabbro.

De Andrè per primo portò in Italia il concept album, serie di brani uniti sotto un’unica tematica, che fu uno dei segni distintivi del suo modo di fare musica. Nelle sue canzoni si avvertono echi di letture dei più diversi poeti, romanzieri, filosofi o saggisti di tutti i tempi e di tutti i generi come i Vangeli apocrifi, l’Antologia di Spoon River o la presenza di autori alla maniera di François Villon, Edgar Lee Masters, Cecco Angiolieri, Alvaro Mutis, Georges Brassens, ma anche di minori o sconosciuti alla cultura ufficiale. Amava definirsi un cantastorie, come un narratore di storie mosso da un presupposto etico e di solidarietà umana, spinto dalla sua sensibilità a sentire l’altro e il diverso come una ricchezza piuttosto che una minaccia, visto come parte imprescindibile di se stesso. È proprio questo riconoscersi nell’altro che genera una forte capacità fantastica e fabulatoria oltre che all’uso di dialetti e delle minoranze linguistiche come resistenza al potere. Ha saputo riscoprire il rapporto tra musica e poesia, ha indagato nella nostra musica popolare e ha reinterpretato la musica internazionale, francese e statunitense.

L’esordio di Fabrizio De André come cantante coincide con un periodo di palpabile fermento nel mondo della musica e nella società italiana. A questa fase di rinnovamento egli partecipa attivamente, muovendo la sua personale ricerca in direzione di nuovi contenuti e nuove forme. Da una parte, il cantautore mette in parole e note l’eros in un brano di culto come Bocca di rosa, dall’altra si fa portavoce nella secolarizzata società del nostro tempo del valore di àgape nel ciclo de La buona novella.

Nell’intera opera del cantautore è possibile individuare un tema dominante concentrato sull’umanità, sull’amore nella sua doppia sfaccettatura che si sviluppa nell’accezione dell’eros e dell’àgape, sulla morte e la ricerca di Dio. All’amore il cantautore ha dedicato ampio spazio. Per Faber questo è il sentimento che più condiziona e contraddistingue l’esistenza di una donna. Quel moto dell’anima che si incarna nella figura della madre e in quella della prostituta, facce opposte di una medesima medaglia a protezione della quale sono chiamate due immagini mitiche: Maria, madre di Gesù, simbolo di àgape, e Bocca di Rosa, simbolo dell’eros. Al tema dell’amore inevitabilmente si annoda quello della morte, binomio fondamentale che ritorna come un basso continuo all’interno del canzoniere deandreiano con una forza inestimabile lungo quella linea di confine che oscilla tra il trionfo della vita, realizzato nell’amore, e il trionfo della morte.

Nella Ballata dell’amore cieco De Andrè riprese e riadattò una vecchia poesia di Jean Richepin dal titolo Cuore di mamma. La storia racconta di un giovane che si innamora follemente di una donna senza scrupoli, e lei, come pegno d’amore, pretende che l’uomo le porti il cuore della madre da dare in pasto al suo cane. L’uomo, accecato dall’amore, acconsente, e dopo aver strappato il cuore dal petto della madre corre a perdifiato dall’amata. Nella poesia di Richepin, mentre corre il giovane scivola e fa cadere il cuore della madre; la poesia si conclude con il cuore che inizia a parlare, e preoccupato chiede al figlio se si sia fatto male:

C’era una volta un povero idiota che amava una ragazza, molto, molto, molto tempo fa; ma lei lo respinse e gli disse: “portami il cuore di tua madre e dallo al mio cane”. Lui andò ad ammazzare la madre, molto, molto, molto tempo fa; e le strappò il cuore, che era rosso come la fiamma. Mentre lo portava inciampò e cadde, molto, molto, molto tempo fa, e il cuore rotolò nella sabbia. Lui vide il cuore rotolare, molto, molto, molto tempo fa; si udì un grido nell’aria silenziosa, il cuore cominciò a parlare, molto, molto, molto tempo fa: “Ti sei fatto male, figlio mio?”.

Nella poesia sono descritte le tre forme principali che l’amore assume su questa terra, nei modi più estremi. Vi è l‘eros, l’amore del folle innamorato, che arriva al punto di strappare il cuore alla propria madre per accontentare l’amata. Vi è l’amor proprio, che si incarna nella giovane e crudele donna che gode nel vedere un uomo compiere dei gesti estremi per ottenere il suo amore. E vi è infine àgape, l’amore incondizionato della madre, che continua ad amare e a preoccuparsi del figlio anche dopo che questi è arrivato al punto di ucciderla.

Luigi Pestalozza, fondatore nel 1950 della rivista «Il diapason», noto per i suoi studi sui grandi musicisti del XX secolo, come Igor Strawinsky e Luigi Nono, ha definito Bocca di rosa celeberrima canzone come: «Un canto all’amore senza distinzione di forma, sacro e profano insieme». Come in Via del campo, qui il cantautore genovese canta l’amore offerto in vendita, l’eros. Ma alla delicatezza di quell’altra contrappone in questa il senso festoso dell’ironia, elogiando chi fa l’amore per passione e irridendo la disapprovazione moralistica di tale comportamento. Bocca di rosa è la storia di una prostituta che con la sua sola presenza, è capace di scatenare passioni, allegria, invidia, gelosia. A lei va inoltre il rispetto degli uomini del paese che, quando vanno a salutarla alla stazione, tengono il cappello in mano. Il finale fu ritenuto scandaloso dai soliti benpensanti, poiché avvicina la giovane donna, amore profano (eros), alla Vergine, amore sacro (àgape). Bocca di rosa è esistita davvero: si chiamava Maritza, era un’istriana bionda, piombata a Genova per togliersi la voglia di Fabrizio. La storia è raccontata nel romanzo Un destino ridicolo, scritto a quattro mani tra il cantautore genovese e Alessandro Gennari, pubblicato da Einaudi.

L’uscita de La Buona Novella ebbe critiche accese, parlarono di un disco fuori dal tempo e non contestualizzato rispetto alla realtà in evoluzione di quegli anni, figli della contestazione studentesca e dell’emancipazione femminile. De Andrè sottolineò che La Buona Novella era un omaggio al più grande rivoluzionario di tutti i tempi. Il percorso lirico del disco fu una spoliazione del carattere mistico e religioso che avvolge la figura di Yehova, fino a riportarlo alla sua dimensione di uomo. E, dunque, il disco è un omaggio alla figura di Gesù che si apre con Laudate Dominum e si chiude con Laudate Hominem, cioè a dire una progressiva umanizzazione del personaggio, non più figlio di Dio ma figlio dell’uomo. Il cantautore si rifece ai Vangeli Apocrifi per la descrizione della figura dominante del concept: Maria, personificazione dell’amore-àgape. Ecco il messaggio de La Buona Novella: l’àgape, la compassione e il perdono come valori universali e imprescindibili e la rivolta contro l’ipocrisia di un mondo che ha trasformato il messaggio rivoluzionario di un uomo in una istituzione religiosa che ne ha svuotato di significato gli atti concreti, trasformandoli in una ritualità statica, dotata di un senso proprio e alieno rispetto all’originario. Conservatorismo dove c’era rivoluzione; ritualità, dolore e controllo, dove c’erano libertà e gioia; dogmatismi e violenza, dove c’erano pace e amore.

 

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