Comprendere la globalizzazione attraverso l’eterna conflittualità fra il mare e la terra

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Raimondo Fabbri è laureato in Scienze Politiche (V.O), indirizzo storico-politico, presso l'Università degli studi di Teramo. Giornalista pubblicista dal 2004, collabora con la rivista online Charta Minuta; dal 2008 al 2013 è stato Presidente della Commissione Cultura del Municipio XVIII (oggi XIII) di Roma. Di recente ha pubblicato Araldo Di Crollalanza, l'Italia come cantiere sonante, in Damnatio Memoriae. Italia e fascismo scritti storici sui tabù del nostro tempo, a cura di Francesco Carlesi, Eclettica, 2019.

Recensione a
A. de Benoist e J. Freund, Il mare contro la terra. Carl Schmitt e la globalizzazione
Diana, Napoli 2019, pp. 124, €14,00.

10.5281/zenodo.3626150

Nell’agile pubblicazione curata da Giuseppe Giaccio sono raccolti due saggi che indagano il pensiero schmittiano nella sua categorizzazione dimensionale, concentrandosi sulle riflessioni che il giurista di Plettenberg dedicò alla conflittualità eterna fra potenze terrestri e potenze marittime nell’opera pubblicata nel 1942 con il titolo Terra e mare. Alain De Benoist indaga la genesi dell’opera rammentando le letture che ne hanno verosimilmente influenzato la stesura, ovverosia Friederich Ratzel fondatore della geopolitica, Hermann Melville col suo Moby Dick e soprattutto Alfred Thayer Mahan nella cui opera principale, The Influence of Sea Power Upon History, si sosteneva che il controllo dei «choke points» o «punti di soffocamento» avrebbe garantito il predominio sui mari e quindi il controllo del mondo (si veda a tal proposito Lucio Caracciolo in Chatfield, qualcosa non va, “Limes”, 7/2019, dedicato alla Gerarchia delle onde).

Indubbiamente, nel ragionamento di Schmitt era ben presente quanto sostenuto dall’ammiraglio Castex in La Mer contre la terre, che esordiva in Terra e mare rintracciando nella comune origine dei termini humus e homo, l’elemento nativo per eccellenza, definendo l’uomo pertanto un essere di terra. Peraltro l’orinaria bontà dell’elemento tellurico veniva richiamato anche in un’altra opera, Dialogo sul nuovo spazio, a proposito del primo libro della Genesi, nel quale era chiara la presa di posizione a favore di un’esistenza puramente terrestre che respingeva il mare ai margini di tale luogo, in agguato come un pericolo costante e una minaccia per l’uomo. I territori ed i paesi di cui è fatta la terra rappresentavano, secondo Schmitt, lo spazio in cui veniva più propriamente esercitata l’autorità politica e soprattutto si manifestava l’ordine (Ordnung).

L’ordinamento terrestre però si è sempre trovato in irriducibile contrasto con quello marittimo, basato sul dogma della libertà dei mari, che rifugge la dimensione statuale. In questo senso, come ha notato Filippo Ruschi, «i fenomeni di accentramento istituzionale, di costruzione della sovranità, promossi dalle monarchie europee nei loro progetti assolutistici, erano destinati ad arrestarsi di fronte al mare aperto. E se lo jus publicum europaeum con non poche incertezze veniva plasmandosi grazie al decisivo contributo degli Stati, promotori politici e al tempo stesso soggetti privilegiati di tale ordinamento, gli spazi marittimi conservavano la loro natura anarchica, de-statuale: sui mari altri erano gli attori, altre erano le regole» (Leviathan e Behemoth. Modelli egemonici e spazi coloniali in Carl Schmitt in ”Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno, XXXIII/XXXIV).

Questo legame fra l’ordine e la sua dimensione spaziale portava il giurista tedesco a sostenere la tesi che i rapporti fra gli stati sovrani si erano modificati essenzialmente a causa della scelta marittima fatta da alcune potenze, in primis l’Inghilterra, considerata come la nazione «ad aver inventato la modalità umana di esistenza marittima» (p. 33). Lo ha fatto dapprima utilizzando i filibustieri ed i pirati e successivamente adattando la sua stessa produzione industriale (Schmitt rintraccia nella scelta esistenziale dell’Inghilterra l’origine della rivoluzione industriale) alle esigenze del dominio dei mari.

De Benoist prosegue l’analisi di Terra e Mare evidenziando come tale dualità abbia modificato il concetto di guerra. In seguito alla decisione inglese di lanciarsi nel controllo dei mari, l’evento bellico si è trasformato, perdendo ogni riferimento territoriale, in guerra totale con le inevitabili conseguenze per i civili e per quel che riguarda le categorie di amico e nemico. Se la pace di Westfalia aveva sancito il trionfo dello jus pubblicum europaeum e dunque della guerra contro un «nemico giusto» di cui si potevano comprendere le ragioni, l’ordine marittimo instaurato dagli inglesi trasformava il conflitto in uno scontro totale in cui il rispetto per il nemico veniva negato in nome della «giusta causa».

Secondo Schmitt anche l’origine della lex mercatoria andava ricercata nella libertà dei commerci che stabiliva il modello economico di riferimento delle potenze che avevano scelto l’esistenza marittima. Per tali ragioni, osserva De Benoist, è possibile affermare come «la globalizzazione, che implica il considerare le frontiere come insignificanti, è di natura oceanica e marittima. Il legame tra l’ideologia liberale e l’elemento marittimo passa attraverso l’apologia del commercio: nemmeno lo scambio mercantile conosce frontiere» (pp. 58-59).

Nella seconda parte del volume viene riproposto il saggio Talassopolitica pubblicato nel 1985 come postfazione di Julien Freund all’edizione francese di Terra e mare. Nel saggio, come è stato brillantemente colto da Ernesto Calogero Sferrazza Papa, vi era il tentativo del filosofo francese di descrivere in forma di concetto le trasformazioni della spazialità moderna, la nuova «topologia politica» che, a partire dall’impianto categoriale schmittiano, era possibile registrare (Topolitiche del conflitto a partire dalla traduzione italiana di La talassopolitique di Julien Freund in «Rivista di Politica» n.2/2018).

Muovendosi da tre direttrici nell’approccio alla talassopolitica, Freund conveniva con il giurista tedesco sulla centralità riconosciuta dall’uomo alla terra in quanto fattore di stabilità, di certezza rispetto al mare, considerato da sempre come l’ignoto. Purtuttavia, grazie alle innovazioni tecniche ci fu un progressivo aumento del dominio da parte dell’elemento marino che segnò l’avvento della talassopolitica, fissato simbolicamente dal filosofo al tempo dello sganciamento delle bombe atomiche sul Giappone. In quel modo veniva contemporaneamente superata la supposta protezione di cui fino ad allora si riteneva godessero le potenze insulari, nonché l’egemonia inglese sui mari. Freund aggiungeva nel suo lavoro anche un’interessante richiamo, in chiave comparatistica, alle figure del partigiano e del pirata: il primo, anche nell’attuale versione del terrorista, legato all’elemento tellurico mentre il pirata, da non confondere col corsaro che obbedisce sul mare ad una legge terreste, «esercita il potere di un filibustiere, di un tiranno, che basa il suo dominio sull’irregolarità, tanto dal punto di vista politico che economico. L’attuale figura del partigiano è, per così dire, la replica terrestre del corsaro, quello del terrorista la replica del pirata» (p. 110).

Il suo ragionamento si concentrava successivamente sul ruolo decisivo che, in prospettiva futura, avrebbero rivestito gli oceani in relazione alla talassopolitica. In maniera incredibilmente lungimirante, pur riconoscendo la fondamentale importanza del controllo degli stretti, delle rade e dei mari interni, egli sosteneva come fosse inevitabile l’«irruzione dell’oceano nell’immaginario della guerra in corrispondenza con i successi dell’astronautica e dell’occupazione dello spazio siderale ad opera dei satelliti» (p. 114). In queste puntuali osservazioni non veniva ignorato il destino dell’Europa, considerata in uno stato di declino irreversibile dovuto principalmente al suo ripiegamento nel proprio spazio geografico e soprattutto all’assenza di un accesso diretto all’emisfero sud ed in particolare all’Oceano Pacifico che diverrà vieppiù il teatro di accesi scontri per il controllo globale. Nonostante tali considerazioni all’apparenza pessimistiche, Freund avanzava comunque delle possibili soluzioni per contrastare il declino europeo tipo quella di orientarsi «verso il commercio marittimo, il trasporto, le cui condizioni sono collegate alla tecnologia e di conseguenza alla talassopolitica militare» (p. 117).

In questo senso la talassopolitica può senz’altro essere intesa come politica dell’oceano, «o per meglio dire come il tentativo di pensare forme politiche a partire dalla loro manifestazione su uno spazio marittimo oceanico e non più né su uno spazio di terra né su uno spazio unicamente relativo ai mari interni» (E.C. Sferrazza Papa, op.cit.). Sarà proprio l’avanzata incessante dell’artificialismo tecnologico ad influenzare, secondo quanto affermato da Freund nelle sue conclusioni, la talassopolitica assoggettandola, come del resto qualsiasi forma politica, ad un agente di guerra e pace in ragione del fatto che quest’ultima lungi dall’essere un problema «pacifista», rimaneva essenzialmente un problema politico al pari della guerra.

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