Conflitto e politica come due facce della stessa medaglia

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Raimondo Fabbri è laureato in Scienze Politiche (V.O), indirizzo storico-politico, presso l'Università degli studi di Teramo. Giornalista pubblicista dal 2004, collabora con la rivista online Charta Minuta; dal 2008 al 2013 è stato Presidente della Commissione Cultura del Municipio XVIII (oggi XIII) di Roma. Di recente ha pubblicato Araldo Di Crollalanza, l'Italia come cantiere sonante, in Damnatio Memoriae. Italia e fascismo scritti storici sui tabù del nostro tempo, a cura di Francesco Carlesi, Eclettica, 2019.

Recensione a
O.M. Gnerre, G. La Grassa, Dialogo sul conflitto
Editoriale Scientifica, Napoli 2019, pp. 100, €10,00.

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Un concetto chiave nell’approccio all’intenso dialogo fra Orazio Maria Gnerre e Gianfranco La Grassa lo coglie immediatamente il professor Agostino Carrino nella sua introduzione al volume, quando afferma che «il dialogo riguarda il conflitto. Ovvero la politica. Perché conflitto e politica sono due facce della stessa medaglia o, forse, semplicemente la stessa cosa: una dimensione ontologica dell’esserci» (p.10).

Del resto già Julien Freund aveva teorizzato, a tal proposito, che il politico contiene in sé la possibilità del conflitto proprio perché è tale possibilità a definirne l’essenza. In questo senso i due autori nella loro conversazione trasferiscono alla dimensione geopolitica le nuove forme di conflitto e per comprenderne meglio le dinamiche ed i possibili sviluppi, utilizzano due autori: Marx, con le sue interpretazioni della lotta fra capitale e lavoro attraverso l’attualizzazione di alcuni modelli interpretativi, e Schmitt, il quale, seppur citato in pochissime occasioni, ritorna di frequente quando viene argomentata la geopolitica dei grandi spazi.

Proprio Schmitt d’altronde sosteneva, pensando al politico, come esso equivalesse ad ammettere il conflitto come elemento ineliminabile dalla vita comune. La conversazione di La Grassa e Gnerre, per la verità mai banale, tocca prima il conflitto di classe, scomparso con l’affermazione del capitalismo su scala planetaria, persino in Cina, dove il crollo dell’URSS e del modello comunista è stato fronteggiato con il sapiente utilizzo delle «aperture economiche» (p. 27); successivamente è il concetto dei grandi spazi nelle relazioni internazionali e nelle dinamiche conflittuali ad occupare una parte importante di questo Dialogo sul conflitto.

Gli USA e la Cina ripropongono infatti su scala continentale un conflitto eminentemente economico per l’egemonia planetaria e, secondo Gnerre, il nazionalismo trumpiano, lungi dal voler essere qualcosa di realmente alternativo, si risolverebbe nel «tentativo di salvataggio della globalizzazione americana» (p. 38) in contrapposizione alla potenza cinese, campione assoluto del mercato internazionale. Quest’ultima, secondo La Grassa, presenterebbe poi alcuni punti deboli che ancora non gli permetterebbero di intaccare il dominio statunitense: il differenziale militare e la forte divaricazione, persistente, fra città e campagne.

È lo scontro tra potenze l’elemento più dinamico di questa fase storica, essendo passato in secondo piano quello fra capitale e lavoro (p. 48). E riflettendo sul superamento della dimensione dello stato nazionale, criticando il patriottismo retorico dei partiti cosiddetti sovranisti, in funzione di nuovi soggetti dei rapporti internazionali Gnerre sostiene come il multipolarismo divenga una «teoria della convivenza fondata sul soggetto delle grandi civiltà storiche che, benché possano essere ricostruite su basi mitiche per come è avvenuto anche nell’edificazione moderna delle nazioni durante il XVIII, il XIX e il XX secolo, possono garantire una maggiore inclusione interetnica e la fondazione di questi grandi spazi che dovrebbero rispettarsi nella loro differenza» (p. 53). Purtuttavia, se durante il bipolarismo l’equilibrio era prodotto dalla contrapposizione fra blocchi (oltreché dalla presenza delle testate nucleari negli arsenali delle due potenze egemoni), i conflitti lungi dall’attenuarsi si sono svolti in maniera diversa, alimentando rivoluzioni, colpi di stato, lotte anticolonialiste.

Quell’equilibrio, dopo una breve parentesi unipolare, oggi vive una crisi di ridefinizione degli assetti internazionali in cui diversi attori regionali e mondiali stanno contribuendo a realizzare una nuova fase appunto multipolare. Proprio perciò oggi i conflitti assumono caratteri tipici della “guerra senza limiti”, di cui gli strateghi cinesi Qiao Liang e Wang Xiangsui hanno delineato i contorni indicando nell’utilizzo, da parte degli attori coinvolti, di qualsiasi strumento a propria disposizione (pressioni economiche e politiche, sanzioni e intelligence) sia per difendere la propria egemonia e posizione di preminenza, sia per fare in modo che tale primato venga superato. In questo quadro, seppur in maniera eccessivamente breve, sono dedicati alcuni passaggi all’Europa, che negli auspici di La Grassa dovrebbe contribuire al compimento di questa nuova fase multipolare attraverso un’azione liberatrice di Italia e Germania. Infatti secondo l’accademico, già docente alla Cà Foscari di Venezia e all’Università di Pisa, i due paesi dovrebbero svincolarsi dall’eccessiva influenza statunitense per favorire nuove alleanze, attraverso la creazione di un asse Roma-Berlino-Mosca. Non una federazione ma più semplicemente «una interrelazione sufficientemente convinta in funzione di contrasto all’attuale preminenza USA, indebolita ma ancora troppo poco» (p. 66).

In quest’ottica sarebbe opportuno, per raggiungere l’agognata unità europea, un cambio di paradigma per cui venga abbandonato il funzionalismo su cui è stata realizzata l’Unione Europea, a vantaggio di una unità politica considerata già nel secolo scorso come necessità storica. All’interno di questo ragionamento Gnerre, condividendo con il suo interlocutore l’attenzione verso la Russia, precisa che gli USA anche con Trump continuerebbero a coltivare la strategia di disgregazione europea elaborata da Brzezinski. Scrive infatti: «L’Unione Europea ha avuto un ruolo per gli USA come schermo nei confronti dell’Unione Sovietica (non dimentichiamo che si pensava agli eserciti europei come prima linea di difesa sacrificabile), adesso è vetusta anche per gli interessi americani, laddove è più facile per gli Stati Uniti contrattare la presenza della Nato e gli scambi con le grandi multinazionali con un mercato diviso tra tanti attori che possono anche entrare in competizione» (p. 73).

Nell’ultima parte del testo i due autori non mancano poi di interrogarsi sulla natura del conflitto politico nel contesto italiano e sulle categorie di destra e sinistra. Su quest’ultimo argomento, dichiarando superata la classica dicotomia, i due interlocutori convergono su di una conflittualità orizzontale e verticale che si manifesta nel confronto tra paesi e Stati differenti ed anche tra gruppi che intendono avere la direzione in un dato paese. Più nel dettaglio giungono ad una categorizzazione, ancorché non del tutto approfondita, che vede contrapposti i dominanti ai dominati. Su questo aspetto, ed in conclusione, risulta opportuno citare quanto affermato da Alain de Benoist in Populismo. La fine della destra e della sinistra (Arianna editrice, 2017): «Non esistono una destra ed una sinistra eterne, né un uomo di destra o un uomo di sinistra costruiti ab aeterno. Destra e sinistra sono etichette che, a rigore, non coprono né idee distinte, né strategie di azioni differenti. Esse non sono certo insignificanti, ma sono indissociabili da topoi particolari».

Il saggista francese, tornando sul tema nel suo ultimo lavoro Critica del liberalismo. La società non è un mercato (Arianna, 2019), aggiunge inoltre che in prospettiva vi sarà inevitabilmente una ridefinizione ideologica che potrebbe vedere nuovi spartiacque, ad esempio fra liberali ed antiliberali. E pertanto l’avvenire della sinistra così come della destra risiederà nella capacità, per l’una, di riappropriarsi della critica socialista al capitalismo mentre, per l’altra, nell’aggregare le classi popolari ed una parte delle classi medie in un blocco egemonico alternativo alla dottrina liberale in nome di ideali comunitari ed identitari. Allora le due categorie potrebbero riacquisire importanza, indicando orizzonti valoriali e non un mero posizionamento nell’emiciclo parlamentare.

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