Contesto storico e responsabilità individuale. Rileggere La storia della Colonna Infame di Alessandro Manzoni

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Nicolò Bindi (1991): è laureato in Filologia Moderna all’Università degli studi di Pisa, discutendo una tesi su “Teoria e pratica del futurismo. Palazzeschi, Marinetti, Soffici”. Interessato principalmente agli aspetti stilistici, metrici e linguistici, sta concentrando le sue ricerche letterarie soprattutto sugli autori delle avanguardie storiche e del modernismo italiano ed europeo. Collabora con diverse associazioni politiche e culturali.

Contesto storico e responsabilità individuale. Rileggere La storia della Colonna Infame di Alessandro Manzoni

Nel 1842 Alessandro Manzoni pubblica un breve saggio storico, dal titolo Storia della Colonna Infame. L’opera, nata in seno al Fermo e Lucia, sviluppata come appendice ai Promessi sposi e infine diventato titolo autonomo, narra il processo iniziato a Milano nel 1630 contro l’ispettore della sanità Guglielmo Piazza e il barbiere Gian Giacomo Mora. È ancora oggi considerato uno degli scritti più importanti della produzione manzoniana, in particolare per la diversità del tono narrativo, ben lontano dall’ironica pacatezza dei Promessi sposi, e per il suo carattere anti-romanzesco. I tratti interessanti di questa opera, però, non si limitano soltanto agli aspetti stilistici.

Com’è già stato detto, siamo nel 1630. A Milano e in buona parte d’Italia imperversa il morbo della peste, gli abitanti sono terrorizzati e le istituzioni sono assolutamente impreparate ad affrontare un’emergenza di queste dimensioni. Manzoni, avvalendosi principalmente degli scritti storici del Ripamonti, comincia a narrare la diffusione della peste nel territorio lombardo a partire dal capitolo XXXI dei Promessi sposi: i governanti spagnoli, in un primo momento, si limitarono a ignorare la diffusione del morbo, non ascoltando le allarmanti notizie dei testimoni; si risolsero a intervenire solo quando la malattia aveva già mietuto molte vittime, e si contavano contagiati anche tra le fila dei nobili. Pur di non ammettere l’errore commesso, però, le istituzioni si allinearono al parere che stava maturando in seno alla popolazione, e che era già molto diffuso in tutto il resto d’Europa (dove parimenti erano scoppiati gravi focolai di peste), ovvero che la malattia fosse frutto di «arti venefiche, operazioni diaboliche» (Promessi Sposi, Cap. XXXI) operate da persone malvage. Ad avvalorare questa tesi stregonesca, vi fu il seguente fatto: la mattina del 18 maggio i cittadini di Milano videro in molte parti della città mura e porte delle case cosparse di una strana sostanza oleosa e giallognola. Chi fosse stato l’autore di tutto ciò è ancora oggi un mistero, fatto sta che tale imbrattamento fu visto dal popolo come la prova concreta che la peste si stesse propagando a causa di qualche stregoneria. A seguito di questo avvenimento in tutta la città si scatenò la caccia all’“untore”, ed è proprio in questo clima di giustizia sommaria che si svolge il processo narrato all’interno della Storia della Colonna Infame.

La giustizia cittadina, anziché intraprendere la via della ragione, si fa travolgere dalla corrente delle passioni popolaresche, assecondandole. In virtù di questo, i giudici accolgono una congettura fatta da un’umile donna di nome Caterina Rosa come fosse la chiara testimonianza di un delitto: la signora, dalla finestra della sua casa, aveva infatti notato un signore camminare rasente le mura di via della Vetra de’ Cittadini con una strana boccetta tra le mani, e da ciò aveva ipotizzato che fosse un untore. Poco dopo i commissari scoprirono che l’uomo in questione si chiamava Guglielmo Piazza, e non tardarono a condurlo dai giudici. Interrogato da questi, il Piazza rispose tranquillamente delle sue azioni, ignaro della colpa che pendeva sulla sua testa. I giudici dichiararono «inverosimili» le sue deposizioni e per questo lo condannarono per ben due volte alla tortura. L’intento di queste torture era ovviamente quello di estorcere una confessione all’imputato; entrambe le volte, però, il Piazza non dette alla Giustizia ciò che questa gli richiedeva, anche perché ignorava l’accusa. La “confessione” arrivò poi, a seguito di una falsa promessa di impunità: il poveretto, vedendo la possibilità di concludere i suoi tormenti, dette ai giudici quello che volevano, e dato che questi volevano i nomi dei presunti complici, fornì loro il primo nome che gli venne in mente, quello del barbiere Gian Giacomo Mora. Anche lui fu arrestato e torturato al fine di estorcergli una confessione. La narrazione del Mora, però, non coincideva perfettamente con quella del suo accusatore, perciò i due furono ampiamente torturati e minacciati, al fine di far uscire dalle loro bocche una storia coerente. In conclusione, però, i due malcapitati furono condannati a morte con atroci tormenti; in più, la bottega del Mora fu rasa al suolo, e al suo posto fu innalzata la Colonna Infame, in memoria di quella spietata sentenza.

Quello portato alla luce da Manzoni è un chiaro caso di ricerca di un “capro espiatorio”: i governanti si rendono conto di aver commesso dei gravi errori di valutazione e, invece di correre ai ripari, pensano a come riabilitare la propria immagine agli occhi del popolo, offrendogli ciò che vuol vedere, ovvero dei colpevoli. A tali affermazioni, però, sarebbe facile ribattere che, come si è precedentemente scritto, quella degli untori fosse una credenza molto diffusa in Europa e che, data la difficoltà del momento, non sarebbe stato semplice per nessuno non incorrere in un simile errore. Per quanto riguarda l’estorsione delle confessioni tramite tortura e promesse di impunità si può anche qui affermare che erano costume del tempo. Insomma i giudici hanno commesso degli errori, dovuti però in larga parte ai tempi oscuri in cui vivevano, quindi in buona fede. È questa, ad esempio, la posizione di Pietro Verri, che tratta il caso di questo processo prima di Manzoni, come lui stesso ricorda, e che scaglia le sue invettive proprio contro le oscure credenze del tempo e contro la pratica della tortura, individuate dal pensatore illuminista come le vere responsabili della condanna dei due innocenti.

Manzoni, pur lodando più volte l’opera d’ingegno dimostrata dal Verri, non è molto convinto di queste sue conclusioni: accusare la cultura, accusare le pratiche giuridiche del tempo, non equivale a sollevare i giudici dalle loro effettive responsabilità? Con questa posizione, si badi bene, Manzoni non intende ignorare il contesto in cui tali decisioni sono state prese: sarebbe anch’esso, infatti, un grave errore di percezione. Al netto, però, dell’ambiente storico-culturale della vicenda, è davvero giusto affermare che i giudici hanno agito in buona fede? I fatti raccolti dall’autore dimostrano, in effetti, il contrario.

Per quanto riguarda il processo, Manzoni dimostra più volte che, nonostante ci fosse, al tempo, una grande confusione dello studio e nell’applicazione del diritto, per arrivare alla confessione del Piazza e del Mora i giudici si avvalsero di mezzi ritenuti scorretti anche dai contemporanei. Basti pensare, ad esempio, che le confessioni ottenute sotto tortura non erano considerate valide ai fini di una condanna. Eppure la confessione del Mora avvenne proprio tramite tortura e i giudici non esitarono a considerarla valida. Inoltre le confessioni dei due imputati erano piene di incongruenze. Lo sforzo di renderle coerenti e di crederle verosimili è stato sicuramente maggiore rispetto a quello che si sarebbe dovuto impiegare per ammettere la realtà dei fatti, ovvero che quelle storie erano state totalmente inventate.

Per quanto riguarda la superstizione, si guardi il proseguire del processo. I due presunti untori, più altri da loro accusati per salvarsi dalle torture, avevano fatto il nome di don Giovanni de Padilla, accusandolo di essere il mandante dell’unzione. Il Padilla era il figlio di un importante signore locale e gli avvocati difensori avevano esortato probabilmente i loro clienti a fare questo nome nella speranza che, tirando all’interno di quello scandalo un personaggio rinomato, potesse questo, nel farsi assolvere, far assolvere anche gli altri. La strategia, purtroppo, non ripagò. Il Padilla, sebbene dopo un processo assai lungo, fu assolto mentre gli altri furono condannati. Quel che colpisce Manzoni, però, è la differenza di trattamento ricevuto dal Padilla: nessuna tortura, nessuna forzatura giuridica, nessuna prevaricazione. Di fronte a un’autorità nobiliare, quindi, le credenze e le superstizioni si attenuarono, mentre la mente dei giudici si fece più razionale.

Era quindi possibile, al di là dei limiti del tempo, svolgere un processo regolare. Cosa ancora più sconcertante fu l’assoluzione del Padilla: questo avrebbe dovuto portare anche alla revisione degli altri processi, che tuttavia non fu fatta. Diventa chiaro, quindi, che in questo caso non ci si può appellare al contesto, non ci si può appellare alla cultura: la colpa sta nelle scelte dei singoli. Contestualizzare è una pratica positiva, se non abusata. Nel caso specifico, ridurre le scelte dei giudici al frutto dell’ambiente socio-culturale in cui sono vissuti, ha l’effetto di sollevare loro da tutte le responsabilità, e di condannare, invece, tutta la popolazione del XVII secolo. Questo è profondamente ingiusto, poiché esistono luminosi esempi di bontà anche in quel periodo che certamente meritano riscatto. È il caso di Gaspare (uno degli accusati dal Mora e dal Piazza), che, pur torturato più volte, si rifiuta di dichiararsi colpevole e, soprattutto, di accusare qualcun altro di essere untore, risparmiando così quelle torture ad altri innocenti. In questo caso ci tiene a precisare Manzoni, Gaspare dà una lezione di etica non solo ai giudici, ma anche agli altri accusati, che non avevano invece esitato a far nomi casuali nel disperato tentativo di salvarsi. Se effettivamente è sbagliato colpevolizzare il Piazza e il Mora, è certo necessario porre Gaspare su un piano più alto: i primi sono vittime, mentre il secondo è un martire. La differenza che passa tra queste due parole è fatta dal libero arbitrio, pratica che la contestualizzazione eccessiva dei fatti finisce irrimediabilmente per negare.

Appellarsi ai tempi difficili suona alle orecchie di Manzoni, come una troppo comoda giustificazione: è vero che la peste stava dilagando, ma è anche vero che il governo spagnolo lo ha permesso, negandone la diffusione finché è stato possibile; è vero che esistevano oscure credenze popolari, ma questo non legittima la giustizia a far diventar legge le parole di una signora ignorante come Caterina Rosa. Oltre la contestualizzazione c’è la scelta che determina la buona fede dell’individuo. Questo, infine, è il messaggio di Manzoni, sempre attuale e sempre scomodo: il libero arbitrio esiste ed è sempre esistito, ed è sulla base di questo che le nostre azioni saranno giudicate.

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