Corporativismo e capitalismo

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Stefano Berni è stato Professore a contratto presso la cattedra di Filosofia del diritto dell’Università di Siena, assegnista e dottore di ricerca. Ha pubblicato su numerose riviste. È tra i fondatori e nel comitato scientifico della rivista “Officine filosofiche” e vicepresidente della S.F.I. di Prato. Tra le sue opere ricordiamo: Nietzsche e Foucault. Per una critica radicale della modernità, Milano 2005; Epigoni di Nietzsche. Sei modelli del Novecento, Firenze 2009; Linee di fuga. Nietzsche, Foucault, Deleuze, (con Ubaldo Fadini) Firenze 2010; Fare giustizia. Due scritti sulla vendetta (con Giovanni Cosi) Milano 2014; Potere e capitalismo. Filosofie critiche del politico, Pisa 2019.

Corporativismo e capitalismo

È un fatto ormai noto che nelle grandi società occidentali il sistema democratico soffra di una grave crisi prodotta dal suo stesso impianto di rappresentatività. Da un lato infatti la democrazia occidentale si regge proprio sul principio di rappresentanza: ognuno sceglie un rappresentante parlamentare senza vincolo di mandato: una testa, un voto. Dall’altro lato, a causa di una serie di poteri in primo luogo economici e poi politici e internazionali, gli stessi eletti non aderiscono perfettamente agli interessi dei mandatari in nome di interessi più generali e complessi. Vi è insomma una contraddizione lacerante: da un lato il principio di rappresentanza, sorto da lotte democratiche, in cui ogni cittadino è chiamato a scegliere i politici che a loro volta determineranno scelte economiche, politiche, sociali e giuridiche in virtù di un’idea, di una morale o di un principio ispirato dal popolo; dall’altro però, una volta eletto, il politico di turno deve mediare con una serie di poteri trasversali per lo più economici, ma non solo, che interferiscono vistosamente sulle stesse possibili scelte politiche. Fino al punto di pensare, che nell’odierno panorama economicistico e capitalistico, la decisione individuale del cittadino conta ben poco. Gli effetti sociologici di questa scissione tra cittadinanza e rappresentanza spingono gli individui a disinteressarsi sempre più di politica e lasciare ai partiti la decisione di scegliere i candidati migliori. Il quadro poi si è complicato a causa della deriva privatistica dell’attuale sistema capitalistico. In altri termini, la concezione neoliberale impone ai soggetti di interessarsi sempre di meno alla politica perché noiosa, inutile, non rispondente ad una vocazione primariamente edonistica. L’opinione pubblica e i mass media tendono a rafforzare la convinzione che occuparsi delle faccende personali sia più utile e interessante che occuparsi della vita in comunità. Questa deriva privatistica contro la sfera pubblica è ulteriormente consolidata dall’idea che l’assetto istituzionale del paese sia una macchina tecnico-burocratica che si muove da sé la cui guida può spettare a tutti, data l’estrema facilità con la quale un ingranaggio può funzionare. Qualsiasi individuo può dedicarsi alla politica stante la semplicità e l’inutilità della politica stessa. Le decisioni più importanti vengono prese in altri luoghi del potere. La stessa idea di Stato-nazione entra in crisi, perché ormai condizionata dalle scelte di poteri extra statali. Per questo oggi chi si avvicina alla politica è solitamente un mediocre o un approfittatore che non desidera altro che guadagnare del denaro o conquistare il potere. In questo quadro desolante anche la funzione storica dei sindacati e dei partiti è stata erosa dall’interno svuotandosi di persone capaci e appassionate spinte da un’autentica vocazione politica.

Solo in parte la crisi dei partiti è stata causata dalla fine delle ideologie novecentesche. La crisi ha coinciso anche con un impoverimento più generale di politiche alternative al sistema capitalistico, che come sappiamo, si è ulteriormente rinforzato negli ultimi quaranta anni. Eppure le sfide lanciate dall’attuale crisi economica dovrebbero riaccendere gli animi e le coscienze e rivitalizzare l’interesse per la politica di fronte ad urgenze gravi e internazionali: i problemi legati alla migrazione dei popoli; la povertà; la disoccupazione; la sfida ecologica, la pandemia. Invece, questa generale crisi economico-finanziaria viene interpretata alla luce delle solite crisi cicliche come se fosse un destino quello che ad un certo punto il mercato globale decida di distruggere immense risorse per riattivare l’occupazione con nuovi lavori e nuovi prodotti. Questa idea progressiva, economicistica, produttiva è destinata a sottostare ancora una volta al rischio di conflitti in cui la guerra è vista come un mero strumento economico per armare alcune nazioni l’una contro le altre e arricchire sempre di più i pochi che decidono della vita di milioni di persone. In questo generale clima di complessità, precarietà e insicurezza la democrazia appare sempre di più una forma politica a rischio se non una chimera.

Hobbes volle rafforzare l’idea di sovranità e nel contempo quello di soggettività, per tentare di risolvere una volta per tutte il problema delle corporazioni, delle continue lotte fratricide tra fazioni, ceti, Prìncipi. Tali lotte implicavano una differenza culturale e un’autonomia tra i vari corpi che oggi noi fatichiamo a riconoscere all’interno dello Stato-nazione.  Per il momento le rappresentanze politiche non stanno rivendicando un’indipendenza o un’identità. I sindacati o i partiti stessi sono una parte della nazione e le istanze che difendono sono di natura più economica che politica. L’economico, attraverso la globalizzazione, tende a misconoscere le differenze culturali, tuttavia esse permangono celate e sono pronte a riemergere ogni qualvolta la povertà o le tensioni economiche riaffiorano sostenendo ideologicamente l’azione politica.

L’idea di corporazione della società civile come corpo intermedio tra individui e Stato, non appartenente a una parte politica ma identificabile in un insieme di lavoratori, i quali svolgono più o meno lo stesso impiego, fu proposta, come è noto, da Hegel. Il suo tentativo è volto a superare sia gli atomismi egoistici di una società basata sul proprio interesse edonistico e privatistico, sia il gruppo, la massa, la comunità indistinta in cui tutti si muovono dietro un leader, un re o un capo carismatico. La sintesi tra individuo e collettività è per lui salvaguardata dal principio di responsabilità sociale dato al lavoro. È infatti all’interno del proprio lavoro, che ci si riconosce e si preserva l’individualità e i propri interessi egoistici nella comunità che ti agevola e ti difende all’interno di uno Stato non necessariamente organico ma organizzato in ceti produttivi. L’individuo non cancella sé stesso e la sua libertà ma la conserva in quella libertà concreta che è l’agire politico. Sarebbe più auspicabile che lo Stato fornisse gli strumenti a tutti i cittadini di agire al di fuori dei corporativismi? Ma allora si dovrebbe negare anche ogni forma di corporativismo dei cittadini stessi che intendono unirsi proprio in virtù dei propri interessi specifici: i partiti, le lobby, le massonerie, le cooperative, il volontariato e così via. Di fatto tutte queste organizzazioni esistono e ruotano intorno ad un movente economico, non sono semplici organizzazioni culturali che promuovono scambio di idee e opinioni ma producono competenze specifiche per arricchirsi. La rappresentanza individuale non esiste, è una mera invenzione a cui ci piace credere. E allora forse sarebbe più opportuno riconoscere le corporazioni per quello che sono: corpi intermedi, che rappresentano gli interessi di milioni di persone, capaci di presentarsi onestamente e esplicitamente. Come un individuo è spinto a muoversi dalla risultante e dal compromesso delle sue passioni, così un popolo è spinto dalle sue forze interne e da interessi divergenti attraverso l’azione di rappresentanze o corporazioni del popolo stesso. E lo Stato – il parlamento e il governo – non sarebbe la sintesi o la risultanza di tutto questo ma il teatro dove agiscono più o meno drammaticamente gli attori e i rappresentanti dei ceti economici, come avveniva per certi aspetti nella Firenze comunale. Solo quando il lavoro sarà superato si potrà giungere ad un tipo di società in cui vi saranno gruppi i cui interessi spingono al bene stesso dell’individuo e non ad uno scambio meramente economico di dare e avere. Non è infatti lo Stato che nega di per sé il diritto dei cittadini di esprimersi liberamente ma è proprio la necessità economica che non consente ad ogni individuo di raggiungere la propria libertà. Non è togliendo lo Stato che i cittadini diventeranno liberi se a questi non sarà tolto il peso dell’indigenza e della sopraffazione.

Di fatto, almeno in Italia, il corporativismo esiste come sistema culturale, clientelare e familistico. Da un punto di vista antropologico non vi può essere una via alternativa a tale sistema. Per questo era chiaro che fallisse il sistema maggioritario anglosassone importato in Italia. Finché non avverrà una liberazione dal lavoro, e vivremo in una forma di tipo capitalistico, il riconoscimento di corporazioni e/o ceti produttivi che agiscono alla luce del sole in modo trasparente nella politica, entrando nel parlamento con dei propri rappresentanti identificabili e formalmente eletti dal popolo, sarebbe la più onesta e corretta forma di democrazia liberale.

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