Decostruzione dell’homo laborans

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Marcello Marino vive a Roma dove insegna filosofia e storia al liceo. Tra i suoi contributi: Proibito. Da Socrate a Nelson Mandela, Rizzoli, Milano 2006; Leadership filosofica, Morlacchi, Perugia 2008.

Recensione a
S. Berni, Potere e capitalismo. Filosofie critiche del politico
ETS, Pisa 2019, pp. 116, €13,00.

Il tentativo del saggio di Stefano Berni è quello di colpire al cuore il potere capitalistico, non tanto per rovesciarlo nei termini di una presunta dialettica hegelo-marxiana, quanto per depotenziarlo, deformarlo, farlo implodere dall’interno. Per far ciò, l’Autore crede di aver individuato nel lavoro, e nell’ideologia che lo sorregge, il meccanismo strutturale che deve essere smontato. Berni utilizza il metodo archeologico-genealogico di Michel Foucault per mostrare che “la glorificazione del lavoro” non è che una apparizione momentanea nell’orizzonte storico-sociale dell’Occidente. L’idea di homo laborans che si ritrova nel capitalismo, ma anche nel marxismo, è destinata fatalmente e felicemente ad essere negata. Nel primo dei tre capitoli infatti Berni ricostruisce, seppure parzialmente, una storia del lavoro, ricordando che l’esaltazione del lavoro e l’innamoramento dell’agire produttivo non sono che un mero evento storico destinato a decomporsi, dato che prima del capitalismo gli uomini odiavano il lavoro e lo reputavano una condanna divina e dato che invece solo a partire dalla modernità si è messa in azione una serie di dispositivi tesa a convincere gli uomini ad innamorarsi del lavoro.

Prendendo le mosse dagli studi di Marx e Weber e poi da quelli di Arendt, Foucault, Schmitt e anche dalla Scuola di Francoforte, Berni pensa che la modernità abbia impresso negli uomini la convinzione di dover agire produttivamente, soprattutto attraverso quello che Foucault chiamerebbe il trinomio sapere-potere-verità: il potere psichiatrico, giudiziario, religioso. In particolare, la Riforma protestante ha imposto, con la nascita del capitalismo, un’accelerazione impressionante alla produzione finendo per porre l’intera esistenza degli uomini esclusivamente intorno all’etica del lavoro. Modificandosi le condizioni storiche, soprattutto con l’avvento di macchine sempre più sofisticate, che dapprima hanno permesso l’abbandono della schiavitù e oggi potrebbero permettere l’abbandono del lavoro in fabbrica e in molti altri settori della produzione, Berni è convinto che prima o poi l’Occidente dovrà presto modificare di nuovo la percezione dell’agire produttivo e rimpossessarsi del tempo della vita.

Se il primo capitolo si presenta con un taglio archeologico, storico-critico e si rivolge al passato, il secondo si interroga su questioni più ontologiche e riguarda il presente: chi siamo noi oggi? che cos’è il potere? Come agisce? Come si presenta? Berni rileva la natura proteiforme, metamorfica e ambivalente del potere, e confronta in un serrato corpo a corpo la posizione foucaultiana con quella schmittiana. Se da un lato entrambi i filosofi riconoscono una natura relazionale del potere, dall’altro lato l’Autore valuta la posizione di Schmitt più realistica, nel senso che il giurista tedesco suppone l’esistenza di una radice biologica e aggressiva dell’uomo, laddove per Foucault il potere ha una base solo storico-culturale. Tuttavia il filosofo francese risulta essere più convincente di Schmitt laddove mostra che la relazione di potere è sempre mossa e movimentata, dinamica e non fissata all’interno di un cerimoniale lato sensu giuridico quale è la logica amico-nemico.

Infine, nel terzo e ultimo capitolo Berni guarda al futuro, a quello che dovrebbe essere l’agire filosofico, una sorta di deontologia, che in parte concerne l’atteggiamento culturale dell’Occidente. La posizione dell’Autore è quella di un relativismo temperato, critico; il relativista agisce pur sempre sulla base di un’idea, ma questa idea è passibile di essere modificata sulla base dagli eventi in corso. Riprendendo posizioni foucaultiane (ma anche camusiane e arendtiane) per Berni non ci sono più ideologie assolute e illimitate; occorre piuttosto una filosofia del limite, della consapevolezza, dell’incerto, del contingente, del parziale, del finito. Il rischio dell’uomo e la sua salvezza passano ancora oggi attraverso l’utilizzo del sapere scientifico e tecnologico. Tuttavia, la posta in gioco è alta ed è quella di ripensare interamente l’esistenza umana. La via indicata da Berni non è quella di permanere nella modernità, che ha portato il soggetto a vivere l’intera esistenza producendo e consumando; non potrà essere neanche quella che ci renderà, in un futuro improbabile, schiavi delle macchine; né quella che ci vedrà rincorrere un progresso tecnologico sempre maggiore, ancorati al profitto e alle nuove scienze della robotica. L’auspicio dell’Autore semmai sarebbe quello di recuperare il proprio tempo, per dedicarsi almeno in parte a quello che gli antichi chiamavano otium, propugnando uno stile di vita libero e privo di preoccupazioni: lo studio, la conoscenza, il saper vivere filosoficamente, la saggezza, gli affetti, la relazione con gli altri.

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