Democrazie virtuali e leader digitali

Avvocato

Avvocato e dottore in Scienze storiche. Ha al suo attivo pubblicazioni sul federalismo ("Le origini del federalismo: il Covenant”, 1996; "Il sacro contratto. Studio sulle origini del federalismo nordamericano", 1999). Ha inoltre pubblicato "Sovranità. Teologia e sacro alle origini di una categoria politica" (2015); "Il regime alimentare dei monaci nell'alto medio evo” (2017) e curato la riedizione del volume di Guglielmo Ferrero "Palingenesi di Roma antica” (2019). Un saggio su Guglielmo Ferrero interprete della Rivoluzione francese è in corso di stampa. E' autore di articoli e relatore in convegni di studio.

Recensione a
M. Calise, F. Musella, Il principe digitale
Laterza, Roma-Bari 2019, pp. 176, €14,00.

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La rivoluzione digitale degli ultimi vent’anni ha introdotto nel panorama culturale e sociale una nuova categoria, la “democrazia virtuale”, interpretabile secondo una duplice accezione. Come sottolineano gli Autori in questo agile e stimolante saggio, nel XXI secolo la democrazia novecentesca, se proprio non è ancora defunta certamente agonizza, incapace di far fronte alle esigenze della rivoluzione digitale e travolta dal virus della personalizzazione, dall’individualismo di massa, dalla caduta verticale in prestigio e in capacità di inquadramento sociale e incanalamento di consensi dei partiti tradizionali. Ciò investe soprattutto l’Europa continentale. I meccanismi della democrazia rappresentativa si inceppano con sempre maggior frequenza e insomma l’intero sistema politico “socialdemocratico”, che con varie ma non essenziali sfumature aveva retto l’Occidente europeo dopo il 1945, perde di effettività. La democrazia sociale rappresentativa sprofonda oggi in una dimensione virtuale, cioè formalistica e nominalistica. La sostanza della democrazia è evaporata; quel che resta è dunque una democrazia virtuale, «una democrazia posticcia, che viene meno ai suoi obbiettivi e si trasforma nel suo simulacro» (p. 49).

Ma questo è solo un volto del problema, il volto più opaco e arcigno. Esiste infatti un’altra virtualità democratica che cresce inversamente al declino della democrazia novecentesca: la democrazia nata con e nella rete degli interconnessi, una democrazia partecipativa (e-partecipation), che trova sponda in un e-government non limitato ai meccanismi democratici ma esteso sino agli ingranaggi della macchina amministrativa degli Stati e degli enti territoriali grazie all’intensiva digitalizzazione delle procedure. Si fa sempre più strada ad esempio, grazie alla digitalizzazione elettronica delle pubbliche amministrazioni, la quasi-simultaneità delle risposte pubbliche (istituzionali, amministrative) alle esigenze dei cittadini. In Scozia e in Germania, ci ricordano gli Autori, già da svariati anni è possibile presentare ai rispettivi parlamenti petizioni on-line da parte dei cittadini registrati su apposite piattaforme, con una possibilità di partecipazione effettiva e diretta, in tempo reale o quasi, all’elaborazione delle scelte politiche. Assistiamo a una «infrastrutturazione digitale dei canali rappresentativi» (p. 54) che si sta completando con una velocità in crescita esponenziale. E neppure è possibile sottovalutare l’importanza dell’interconnessione degli utenti/iscritti sulle piattaforme social di formazioni politiche, luoghi virtuali nei quali si assumono decisioni di linea politica e di governo (è d’obbligo il riferimento alla piattaforma Rousseau del Movimento Cinque Stelle).

Partecipazione diretta dei cittadini, e senza intermediazione. Questa sembra essere la grande conquista civile del web, la democrazia virtuale intesa quale riproposizione avveniristica (ma già attuale) di modelli antichissimi. L’agorà ateniese, dove i cittadini si riunivano fisicamente e tutti insieme deliberavano, si ripropone (virtualmente, appunto) nelle piattaforme digitali dei cyberpartiti, nelle inedite forme dell’epartecipation e dell’egovernment delle macchine amministrative e delle procedure iperdigitalizzate. E ciò ha luogo senza intermediazioni: di qui la dematerializzazione digitale quale ampliamento e ammodernamento della democrazia partecipativa diretta. Ma è proprio così? Decisamente no.

La risposta d’altronde è scontata perché la digitalizzazione, l’immaterialità, la democrazia del software non reggono – non sarebbero neppure concepibili – senza l’hardware, la realtà greve e materiale degli snodi infrastrutturali, dei cavi transoceanici e transcontinentali, dei trasmettitori e ricettori di segnali, degli archivi (più o meno ingombranti) di big data, segnali e programmi. Chi detiene o chi controlla l’apparato hardware non si pone affatto su un piano paritetico con gli utenti/internauti comuni, ma è in grado di condizionarli, manipolarli, orientarli, tracciarne una identità non soltanto virtuale. E in casi particolari o estremi è persino in grado di bloccare l’intero sistema. Qui “uno non vale uno”. Un bagno di realismo, o quantomeno la consapevolezza che anche il digitale poggia su una base materiale, tangibile, diremmo quasi grezza non va mai smarrita quando ci si lancia in entusiastici e profetici annunci di iperdigitalizzazione della democrazia, della partecipazione politica, dei governi, dell’economia, delle relazioni interpersonali e della vita tutta.

Il saggio di Calise e Musella, che pure non va talvolta esente da sinceri (e forse troppo ottimistici) sogni avveniristici di un futuro buono e digitalizzato (si legga per esempio l’ultimo capitolo, “L’École digitale”, tra l’altro empiricamente utile per le informazioni ivi contenute), nel complesso si propone come invito ad un sobrio realismo e alla cautela nei riguardi della rivoluzione digitale in corso.

Gli Autori non omettono i molti lati opachi, inquietanti e oggettivamente regressivi di tale rivoluzione, nonché i pericoli insiti nella incontrollabilità del web e nell’inedita comparsa di gravissime forme di ineguaglianza; per non parlare delle dinamiche di controllo accentrate e occulte attuate da soggetti oligopolistici ai danni delle sterminate e anonime folle degli internauti. Per esempio, il capitolo II (“La Platform Society”) si focalizza sull’analisi critica della nuova connectivity. Se i legami tradizionali (familiari, amicali, professionali, culturali etc) si caratterizzano per la tendenziale assenza di intermediazione e conferiscono pienezza alla vita reale degli individui, i nuovi legami della connettività di rete, potenzialmente illimitati, simmetrici e in apparenza diretti, transitano invece obbligatoriamente per i canali dell’iper-intermediazione perché tra gli utenti connessi «si interpone la macchina algoritmica» (p. 19) che, debitamente programmata, traccia, registra e archivia i modi di essere e le preferenze degli utenti manifestati in rete. Chi detiene gli archivi dei big data (i cookies disseminati più o meno inconsapevolmente dagli utenti) e chi analizza i dati e su questa analisi orienta gli algoritmi, di fatto piega l’universo digitale ai propri interessi (e profitti).

Facebook, Apple, Google, Amazon hanno preso il posto degli ottocenteschi padroni del vapore e dei novecenteschi padroni dell’industria pesante. La rete, dilatatrice illimitata di conoscenze, informazioni e relazioni si svela oligopolistica alla massima potenza. Quattro o cinque oligopolisti si posizionano strategicamente come aggregatori e mediatori del nuovo universo e ne custodiscono gelosamente le chiavi di accesso, orientandolo occultamente. Non si tratta ovviamente di un piano cospiratorio prestabilito e non esiste alcuna Spectre. Piuttosto l’oligopolio in rete, per gli Autori, è conseguenza delle dinamiche ultraliberiste e deregolatorie in un terreno vergine: nel web e grazie al web il capitalismo oligopolistico raggiungerebbe la sua fase suprema. Si rende necessaria quindi, sempre secondo gli Autori, una regolamentazione che salvaguardi trasparenza e diffusività dei nuovi mondi virtuali.

Agli Autori interessa però evidenziare soprattutto l’impatto della rivoluzione digitale sulla politica, i partiti e la propaganda. Il mondo dei social, nato come terreno neutrale (ammesso che neutrale lo sia mai stato davvero) di confronto e condivisione di idee, problemi, valori è presto tracimato in una pubblica piazza politica divisa in segmenti tra loro non comunicanti e sui quali incombono i leaders “personalizzati”. Se già nel tardo XX secolo il partito politico quale organo collegiale aveva perduto terreno rispetto alla personalizzazione del leader, con i social il legame tra leader e followers si fa ancor più stretto, pervasivo, identitario e soprattutto non più bisognoso dell’intermediazione partitica. Ma con una differenza fondamentale: il rapporto tra leader e follower si privatizza, si fa permanente e immediato. Del leader politico del momento sappiamo tutto ciò che egli fa, privatamente e pubblicamente, perché è lo stesso leader a rivelarcelo sui social, anzi a raccontarcelo amichevolmente in un “dialogo” quotidiano. Nel nuovo ambiente digitale «il consenso si alimenta con la capacità di intrattenimento nel rapporto micropersonale tra leader e cittadino» (p. 81). La (fittizia) “amicizia” tra leader e cittadini viene poi amplificata grazie alle informazioni disseminate dagli utenti in rete, opportunamente raccolte e vagliate dal team informatico che accompagna i personaggi politici nella virtualità della rete. Grazie alla massiva profilazione dei followers il leader confeziona i messaggi propagandistici su misura del singolo destinatario e, seguendo (e non più ispirando) i mutevoli stati d’animo delle folle degli internauti, attua «un camaleontico adattamento della propria immagine a quella dei propri seguaci» (p. 91). Il rapporto iper-personalista tra leader e singolo utente/elettore si basa su un “microtargeting” attentamente elaborato. D’altronde i movimenti politici della democrazia virtuale agiscono come reti di followers, larghe aggregazioni di individui su piattaforme social, esplicitamente partitiche (come la piattaforma Rousseau) o nominalmente neutre (come i social generalisti).

Il quadro d’insieme appare fosco. Ma la soluzione non consiste nella “luddistica” azione di staccare la spina e spegnere il web. La rete è terreno di illimitate potenzialità, anche politiche e democratiche. Tra i millennials si sta meravigliosamente sviluppando una intelligenza connettiva basata sull’immensità degli archivi di conoscenze. Proprio dall’espansione della conoscenza, amplificata dalla rete, sarà possibile acquistare la consapevolezza culturale dei valori politici di libertà. «Se il popolo della rete vuol davvero riprendersi lo scettro deve […] appropriarsi in massa del controllo delle leve culturali con cui dare l’assalto alla cittadella del potere» (p. 118).

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