Filosofi folgorati sulla via di Paolo

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Eugenio Serra (1990) si è laureato in Filosofia presso "La Sapienza", Università di Roma.

Filosofi folgorati sulla via di Paolo

Recensione a Tiziano Tosolini, Paolo e i filosofi. Interpretazioni del Cristianesimo da Heidegger a Derrida, Marietti, Bologna 2019

A un’attenta diagnosi, ha scritto di recente la filosofa Donatella Di Cesare, il regime ontologico del globo risulta essere oggi quello di un’immanenza satura, una «immanenza statica e compatta», senza «né cesure, né vuoti, né linee di fuga, né vie d’uscita», e dunque senza fuori, senza una qualche, seppur residua, esteriorità. Questa è la «gabbia d’acciaio», di cui parlava Max Weber, dentro la quale noi tutti oggi ci troviamo, in questa impasse dalla quale non riusciamo mai ad uscire, neanche col pensiero, per installarci in un altro luogo, fuori di qui. E vengo al punto. Ho fatto questa descrizione sommaria del regime ontologico del nostro tempo per arrivare all’argomento centrale di questo mio intervento, che riguarda, appunto, il rapporto che i filosofi instaurano con Paolo, per trovare una via d’uscita da questo mondo nel quale «tutto è uguale e desolato», e non c’è più un fuori.  Ecco che cosa stanno cercando oggi i principali filosofi contemporanei, cercano, come scrive Mario Tronti, in un saggio dedicato a Paolo e il politico, «il pertugio attraverso cui passare per uscire dalla stretta in cui si è cacciata» non solo l’istanza rivoluzionaria e la possibilità riformista, ma, più in generale, la politica, perché, è ancora Tronti, «dall’interno della politica, non riusciamo ad uscire dalla sua crisi», e a distruggere la legge che oggi domina e ingloba tutto l’esistente.

In Paolo e i filosofi. Interpretazione del cristianesimo da Heidegger a Derrida Tiziano Tosolini, docente alla Gregoriana di Roma, ricostruisce con grande ricchezza analitica le interpretazioni che i filosofi offrono delle lettere Paolo, e, dunque, tutto questo dibattito sulla nostra epoca a cui prima accennavo, che nello stato di eccezione di oggi è tornato di nuovo di straordinaria attualità. Perché Paolo, dunque? Perché Paolo e i filosofi? Rapporto antico, come ricorda Tosolini, e che oggi riecheggia «più vivo che mai all’interno dei vari circoli filosofici», di quella importante costellazione filosofica contemporanea che il libro ricostruisce, ripercorrendo le idee principali elaborate dai filosofi su questo tema così cruciale del dibattito contemporaneo. Le ragioni che spingono i filosofi a rivolgersi a Paolo sono molto diverse tra di loro, anche se è possibile «evidenziare, scrive Tosolini, alcuni tratti caratteristici che accomunano la loro peculiare interpretazione delle lettere paoline», una sorta di sfondo comune, e, in un certo senso, una medesima esigenza. Il filo conduttore che accomuna pensatori cosi diversi come Heidegger, Derrida, Taubes, Benjamin, Badiou, Agamben, Foucoult, Zizek, Vattimo, è una profonda insoddisfazione verso il mondo così com’è, e un desiderio di rottura rispetto ad esso, che conduce tutti questi filosofi a svuotare il contenuto dei testi paolini «della loro carica religiosa e spirituale […] rivelandosi così eredi (in maniera consapevole o meno) della secolarizzazione del pensiero paolino operata da Nietzsche».

Dalle ricche e innovative interpretazioni che i filosofi offrono delle lettere di Paolo l’autore del libro rileva, infatti, come manchi in esse «una sufficiente attenzione al nucleo fondamentale della teologia paolina», perché attenti solo «a selezionare e a estrapolare dal corpus paolino alcuni brani o versetti, con il solo scopo di avvalorare o sostenere le proprie argomentazioni filosofiche», piuttosto «che a lasciarsi interrogare ed entrare in dialogo con quanto l’apostolo vuole trasmettere», e cioè, innanzitutto con il messaggio della risurrezione, risurrezione che non può essere scissa dalla croce. «Scordandosi della morte di Cristo […] – scrive infatti Tosolini – Badiou [per esempio] rischia di uguagliare Paolo a Nietzsche e di trasformare così l’uomo nuovo nell’oltre uomo profetizzato dal filosofo tedesco». Il problema è dunque quello di capire se la Croce, come si domanda retoricamente l’autore, «possiede ancora la funzione di riscatto, di redenzione, di liberazione, di riconciliazione, di espiazione – oltre che di richiamo a una certa urgenza operativa». Quel riscatto che per Paolo è stato Cristo, il quale «un giorno, da un’alterità imprevista e inaspettata, gli ha circonciso il cuore e rimosso quel velo che gli impediva di vedere, trasformandolo radicalmente come persona».

Questo è il nucleo essenziale di questo importante libro, e questa è anche la posizione di Tosolini su questo tema, il quale ha il merito di riconoscere l’importanza del lavoro dei filosofi su Paolo, un lavoro, egli dice, che «aiuta a osservare da una diversa prospettiva le idee dell’apostolo e incoraggia a riscoprire la sua profondità spirituale e la sua carica innovativa», anche se, occorre dire, la drammaticità delle domande che provengono dal cuore della filosofia contemporanea avrebbe forse meritato una attenzione più diretta, e più interna, uno sporgersi maggiore, e più radicale, verso tutto questo mondo in attesa, che a volte nel libro è mancato e che è oggi fondamentale per mettere davvero in relazione il cristianesimo con la disperazione contemporanea e, dunque, con i giorni e con gli uomini con cui abbiamo a che fare.

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