Gli spiriti liberi che fecero l’impresa

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Raimondo Fabbri è laureato in Scienze Politiche (V.O), indirizzo storico-politico, presso l'Università degli studi di Teramo. Giornalista pubblicista dal 2004, collabora con la rivista online Charta Minuta; dal 2008 al 2013 è stato Presidente della Commissione Cultura del Municipio XVIII (oggi XIII) di Roma. Di recente ha pubblicato Araldo Di Crollalanza, l'Italia come cantiere sonante, in Damnatio Memoriae. Italia e fascismo scritti storici sui tabù del nostro tempo, a cura di Francesco Carlesi, Eclettica, 2019.

Recensione a
S. Bartolini, Yoga. Sovversivi e rivoluzionari con D’Annunzio a Fiume 
Luni Editrice, Milano 2019, pp. 384, €25,00.

10.5281/zenodo.3708409

Il centenario dell’impresa fiumana nel 2019 è stato caratterizzato da un rinnovato interesse verso l’azione avventurosa, e in un certo qual senso insubordinata, che il Vate realizzò con un drappello di legionari. Tra le altre, merita sicuramente una particolare attenzione l’opera di Simonetta Bartolini, soprattutto per la prospettiva prescelta nel rendere ai lettori lo spirito che animava i personaggi che accompagnarono D’Annunzio nella riconquista della città dalmata. Il volume ha il pregio, oltreché di ripubblicare integralmente gli unici 4 numeri della rivista “Yoga”, di fornire al lettore, nella prima parte, alcune chiavi interpretative degli articoli redatti per la stragrande maggioranza dai fondatori, Guido Keller e Giovanni Comisso. Recuperati faticosamente tra diversi archivi pubblici e privati i numeri di “Yoga” descrivono in maniera precisa l’attesa febbrile e spasmodica di quegli «scalmanati», termine con cui Renzo De Felice definì i legionari più estremisti, che assegnarono all’impresa fiumana, secondo l’autrice, aspettative palingenetiche sulla stanca e asfittica società borghese italiana ed europea.

La nascita della rivista, come è stato puntualmente colto, lungi dal voler essere un canto del cigno data la firma del Trattato di Rapallo e l’avvicinarsi del Natale di sangue, «rappresentò […] la reazione vitalistica e reattiva al senso di sconforto e di delusione che si era diffuso a Fiume fin dai primi mesi del 1920» (p.20), al modus vivendi e alle restrizioni imposte dall’embargo cui era sottoposta la città adriatica. E infatti Simonetta Bartolini, ricordando opportunamente l’aspetto simbolico che Fiume rivestiva per Comisso in quanto segno di libertà in un mondo vile e folle, evidenzia l’importanza dell’esperienza fiumana per coloro che vi avevano intravisto «la reale realizzazione dell’ideale repubblica platonica posta sotto le insegne dell’arte» (p.26) contro lo spirito borghese, le democrazie occidentali ed il pacifismo. L’avventura di Yoga, come rilevato, è tuttavia preceduta dalla formazione del movimento, o per meglio dire dell’associazione della Yoga, che nell’estate del 1920 decise di «rompere la noia» e dare un senso al protrarsi della permanenza a Fiume. Lo scrittore così come l’aviatore volevano contrastare gli elementi moderati e conservatori che circondavano D’Annunzio, tanto da giungere ad architettare il tentativo (mai posto in essere) di rapire la sua amante, Luisa Baccara, considerata come colei che influenzava negativamente il poeta consigliandogli prudenza. D’altronde in un altro saggio la stessa Bartolini ha constato che «anch’essi avevano accarezzato l’idea di lasciare Fiume delusi dall’immobilismo, che mal si adattava con lo spirito barricadero e rivoluzionario che aveva animato l’impresa ai suoi inizi» (Il diciannovismo degli intellettuali, in “Annali della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice”, n. 2/2019, p. 161). A convincere in senso contrario i due fu la lettura della Carta del Carnaro che ebbe un effetto tonificante, rinnovando in loro l’aspettativa di trasformazione della città nel luogo in cui realizzare l’utopia rivoluzionaria. Per tali ragioni l’associazione, comprendente all’inizio un gruppetto di legionari, scelse il nome richiamandosi vagamente all’oriente, con la finalità di coagulare tutte le forze desiderose di svecchiare le gerarchie fiumane.

Dapprima il sodalizio si contraddistinse per la sistematica collaborazione con La Testa di Ferro dell’ardito futurista Mario Carli, come del resto testimoniato sia dalla pubblicazione del primo quaderno Il ballo di S.Vito, in cui era riscontrabile il taglio decisamente futurista, sia dai manifesti stampati dall’associazione Yoga per far conoscere le proprie idee utilizzando espressioni formali colorite nello stesso senso. Da principio, infatti, fu proprio il manifesto lo strumento espressivo attraverso cui dare conto anche delle famose discussioni tenute nell’altrettanto celebrata piazza del Fico. Purtuttavia quella collaborazione venne successivamente ripudiata, marcando una netta differenza con il futurismo di cui veniva contestata sia l’essenza estetica che il mito della modernità «tecnofila». La Carta del Carnaro aveva avuto, come detto in precedenza, un effetto deflagrante su Comisso e Keller che decisero di dar vita al settimanale “Yoga”, cui in un primo momento verosimilmente anche D’Annunzio avrebbe dovuto partecipare con i suoi scritti. L’unione di spiriti liberi tendenti alla perfezione che, in maniera del tutto inconsapevole sceglieva la svastica come simbolo da affiancare alla testata della rivista in segno di rinascita, voleva essere un grido di rivolta contro lo spirito del tempo.

Con la ripubblicazione integrale degli articoli usciti su “Yoga”,  Simonetta Bartolini restituisce inoltre le posizioni rivoluzionarie dei due legionari: l’avversione per la neonata Società delle Nazioni a ragione della quale contribuirono a fondare la Lega di Fiume per i popoli vittime della colonizzazione; l’attenzione per la Russia bolscevica; la critica del nazionalismo che Comisso descriveva in L’evoluzione del principio europeo come «l’elevazione della casta borghese; avvenimento che fu causa ulteriormente di due accanite volontà umane come nazionalismo e democrazia accavallantesi entrambi sulle razze e lungi dal combinarsi armoniche» (p. 293); l’esaltazione del mito universale di Roma e dello spirito italico; il ritorno alla terra in una improbabile democrazia agraria in contrapposizione alle città corrotte dall’industria, dal denaro, responsabili della guerra generata dal capitalismo; l’ostilità per i partiti tradizionali, sottolineata anche da Emilio Gentile, evidenziando per tali ragioni l’estraneità del fenomeno dannunziano rispetto alle tradizionali categorie politiche (Le origini dell’ideologia fascista, Laterza, Bari 2010, p. 235). Per non tacere dei richiami al modello orientale che, secondo l’autrice, rappresentavano elementi ideologicamente deboli, eccezion fatta per la rubrica tenuta poi su “Yoga” dal titolo fiori di loto e per l’iconografia usata come firma degli articoli. A tal proposito solo attraverso una paziente e meticolosa indagine ricostruttiva è stato possibile assegnare la paternità di questi a Comisso che utilizzava il simbolo dell’infinito ed a Keller che invece si firmava con il cerchio, richiamante l’uroboro presente nello stemma della Città di vita.

Le distanze dal futurismo vennero rimarcate anche in alcuni articoli di Keller tra cui Arte aumana nel quale veniva «duramente contestata l’idea marinettiana di un’arte che prescinda dall’individualità dell’artista» (p. 59) e Per una vita dell’arte, in cui l’autore affermava la necessità per l’arte contemporanea di liberarsi dai limiti imposti dalla usualità felice e dalla falsa legge della decenza imposta dalla società borghese e che, di fatto, rendeva inerme l’istinto. Lo spiritualismo in contrapposizione alla materia non rappresentava esclusivamente gli elementi essenziali in campo artistico, ma diveniva parte fondamentale del programma politico della unione di spiriti liberi, capaci di compiere una rivoluzione che avrebbe sostituito l’assetto borghese della società con una aristocrazia di eletti. Non a caso nell’articolo Prolegomeni di Giovanni Comisso, uscito sul primo numero, si potevano leggere questi obiettivi programmatici, a cui si aggiungeva la precisazione che “Yoga” si costituiva al di sopra di tutti i partiti in quanto carenti di una volontà di razza conseguenti alle più perfette tradizioni e ai più naturali destini (p. 91). Il termine razza poi veniva utilizzato molto spesso negli scritti della rivista, associato all’aggettivo italica, alludendo con ciò non certo ad una differenziazione basata su postulati biologici quanto allo spirito che albergava in alcuni popoli, vieppiù in quello italiano, erede della tradizione romana; ad essere propugnata era semmai, come evidenziava Keller, l’unione sotto il segno de «l’antichissima e misteriosa svastica, di tutti gli uomini forti e fieri che ambiscono di spezzare questi falsi idoli che sono sulla nostra terra e nelle credenze del nostro spirito, tutti gli uomini che hanno per numi Vita e Bellezza» (p. 131). Anche Comisso in Ragguagli, uscito sul numero due della rivista, esaltava in termini spirituali la razza, con uno slancio vitalistico che gli faceva affermare perentoriamente nell’epilogo: «Noi siamo dei negatori. Siamo degli scopritori di feconde volontà ed affermatori decisi e provati della vita secondo la sua più celere e coerente espressione» (p. 163).

In conclusione l’opera di Simonetta Bartolini riesce a rendere tutte le aspettative e le suggestioni della gioventù e degli intellettuali che con il Vate credettero effettivamente di compiere la rivoluzione e, forse ancor di più, di fare la Storia, liberando nuovamente quell’energia sprigionatasi con la prima guerra mondiale che per gli scalmanati Keller e Comisso doveva essere il crogiuolo di un mondo nuovo di cui loro sarebbero stati, a modo loro, i rappresentanti.

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