I paradossi della tolleranza politica

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Stefano Berni è nato a Firenze il 4 giugno 1960. Ha studiato Filosofia a Firenze con Sergio Moravia e Antropologia culturale con Gavino Musio. Da molti anni collabora presso la cattedra di Filosofia del diritto di Siena con il prof. Emanule Castrucci. Si è occupato a lungo della filosofia francese contemporanea, intorno ai temi del potere, della soggettività e della corporeità. Sta attualmente svolgendo una ricerca in storia dell’antropologia giuridica in area prevalentemente anglosassone.

I paradossi della tolleranza politica

«La tolleranza illimitata potrebbe condurre alla scomparsa della tolleranza stessa»[1] perché permetterebbe a tutti di intervenire nella vita pubblica, anche agli intolleranti, che finirebbero per prevaricare sui tolleranti. Popper presenta così il paradosso della tolleranza, e come tutti i paradossi, dovrebbe essere ricorrente e circolare. Popper sostiene che se si è tolleranti con gli intolleranti si potrebbe finire per accettare l’intolleranza, quindi si cadrebbe nel punto opposto da cui si era partiti. In altre parole, l’eccesso di tolleranza genera intolleranza. Rispetto al paradosso classico questo però non è circolare, nel senso che una volta divenuti intolleranti non si ritorna al punto di partenza.  La formula non è reversibile, a meno che non si sostenga che chi è tollerante, in realtà è anche e nello stesso tempo un intollerante, come in qualche modo suggeriva Marcuse. Per lui la tolleranza, almeno nella società capitalistica, è falsa nella misura in cui copre un messaggio intollerante. Per cui il messaggio nasconde quello che la scuola di Palo Alto chiamerebbe un doppio legame (Bateson, Watzlawick); un messaggio ambivalente (Freud); un nodo (Laing).

Popper pensa di risolvere il paradosso sostenendo che i tolleranti devono essere intolleranti (solo) con alcuni intolleranti. Questo sì che è un paradosso, perché se sono tollerante come posso essere nello stesso momento anche intollerante? In più questo paradosso diventa anche ricorrente perché, posto che il tollerante possa diventare intollerante, lui stesso sarà preso di mira dai tolleranti che diventeranno come lui intolleranti e così via all’infinito. Per fortuna, nella realtà c’è sempre una clausola di chiusura dei paradossi logici. Che ne sa la logica del mondo! “Ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne possa pensare la tua filosofia!”. Popper prova allora a porre una clausola di chiusura per non cadere nel paradosso mettendo fuori dalla sua formulazione «le manifestazioni delle filosofie intolleranti». Finché esse accettano di porsi sul piano delle argomentazioni razionali possono essere tollerate altrimenti «noi abbiamo il diritto di sopprimerle anche con la forza». Ora, al di là del fatto di poter riuscire a trovare delle argomentazioni logiche che siano in grado di convincere anche il più assiduo intollerante, o di riuscire a misurare la sua razionalità; intervenire con la violenza contro chi si suppone non sia razionale è un’arroganza di non poco conto e sposta il campo della ragione su un piano di pura violenza fisica ponendosi sullo stesso piano dei violenti (che in ogni caso dicono anch’essi di essere razionali) perdendo così ogni eventuale ragione acquisita. E soprattutto si instilla la violenza anche ai tolleranti che cadranno di nuovo nel paradosso e nella tautologia. Insomma, si scivolerebbe ancora entro una violenza pura di fronte a qualsiasi intollerante degenerando in una guerra di tutti contro tutti, ponendo la lotta non più su un piano della prudenza ma sul piano della mera forza, dando ragione così ai violenti che non aspettano altro che di menare le mani. Si aprirebbe un altro paradosso: chi vince con la forza ha sempre ragione; chi ha ragione è sempre violento.

Più interessante è invece la conclusione cui perviene lo stesso Popper, nella quale si accettano anche per gli intolleranti le condizioni democratiche di pensare e dire quello che si vuole, finché però alle parole non seguano fatti, cioè azioni violente che metterebbero in crisi l’intero sistema democratico stesso. La prima mossa violenta si aspetta dall’intollerante che giustificherà una reazione legale. Se si accetta questa clausola finale (cioè il tollerante può tollerare tutti eccetto la violenza fisica dell’intollerante) ne segue che: i tolleranti devono astenersi dalla violenza se non per difendersi fisicamente, altrimenti si cadrebbe di nuovo nel paradosso logico, e nei fatti ci si porrebbe su un piano della realtà al pari degli intolleranti. I tolleranti riconoscono una forza legittima statale a cui abbiano ceduto la forza attraverso una serie di pesi e contrappesi democratici. Si sa come risponderebbero a questo le forze reazionarie o rivoluzionarie: noi non riconosciamo lo Stato, non è legittimato, pertanto siamo noi che per primi abbiamo ricevuto la violenza. Su questo punto il dibattito si farebbe annoso e coinvolgerebbe tutto l’assetto democratico. Pertanto, per non affrontare adesso questo problema, basti dire che chi accetta la tolleranza è democratico; chi non l’accetta, o perché ‘troppo’ democratico o perché poco democratico, in ogni caso sarà ritenuto intollerante e dunque perseguito a norma di legge.

Feconda mi sembra anche la posizione di Rawls. La domanda che si pone è: è possibile tollerare gli intolleranti? E a quali condizioni? Da un punto di vista logico (sebbene la logica abbia poco a che fare con questo genere di cose) una setta o un partito di intolleranti non hanno alcun diritto di “dolersi dell’intolleranza” nei loro confronti. Tuttavia «non possiamo affermare che le sette tolleranti hanno il diritto di sopprimere» le altre sette, altrimenti diverrebbero a loro volta intolleranti. Se impediamo la libertà di opinione arrechiamo, secondo Rawls, un danno alla giustizia. La clausola qui per Rawls è quella che dobbiamo tollerare gli intolleranti finché non mettano a repentaglio le basi dell’esistenza degli altri, cioè finché non si pongano al di là del principio di autoconservazione: «La sola questione è se i tolleranti abbiano il diritto di tenere a freno gli intolleranti nel caso in cui non vi sia un immediato pericolo per le eguali libertà degli altri»[2]. E la risposta è che se una «costituzione stessa è sicura, non c’è ragione di negare la libertà agli intolleranti».

Pertanto, sostiene Rawls, si possono tollerare alcuni partiti politici che vorrebbero sopprimere le libertà di cui loro stessi usufruiscono, come tolleriamo, aggiungo io, quei professori che negano la libertà intellettuale o propugnano teorie antistataliste pur lavorando nello stato. Tali contraddizioni sono all’ordine del giorno in una società pluralistica perché colui che si contraddice, si giustifica sostenendo che il piano dell’essere non corrisponde al dover essere. Se si innescasse l’intolleranza nei confronti degli intolleranti si cadrebbe in un regime in cui la libertà, le pluralità e le differenze possano essere minacciate sulla base di un’idea omologante di uguaglianza intesa come uguaglianza culturale, etica e morale. Perciò, scrive Rawls, «i cittadini giusti devono fare di tutto per preservare la costituzione e tutte le sue eguali libertà fino a quando la libertà stessa e la propria autonomia non siano in pericolo». Altrimenti la tolleranza potrebbe davvero diventare repressiva, come suggerisce Marcuse, soprattutto nei confronti di coloro che non seguono il pensiero mainstream: «Quando la tolleranza serve principalmente a proteggere e a conservare una società repressiva, quando serve a neutralizzare l’opposizione e a rendere gli uomini immuni contro forme di vita diverse e migliori, allora la tolleranza è stata corrotta»[3]. Sì, ma come si capisce che siamo in una società repressiva: quando neutralizza le opposizioni? Quando non permette forme di vita diverse e migliori? E come si misura la bontà di una forma di vita rispetto ad un’altra? La risposta sembra ancora una volta: quando vieta e non tollera le differenze. E allora non si può fare a meno del paradosso della tolleranza; essa rimane il sale della vita democratica. Non ci può essere democrazia e pluralità di opinioni senza tolleranza verso gli intolleranti anche se questi intolleranti pensassero di avere ragione e anche se questo «diritto dell’intolleranza fosse assurdo e barbaro»[4].

Note:

[1] K. Popper, La società aperta e i suoi nemici, vol. I, Armando editore Roma, 1996, p. 346.

[2] J. Rawls, Una teoria della giustizia, Feltrinelli, Milano 2002, pp.188-191.

[3] H. Marcuse, La tolleranza repressiva, in R. P. Wolff, B. Moore jr, H. Marcuse, Critica della tolleranza, Einaudi, Torino 1968, p. 101.

[4] Voltaire, Trattato sulla tolleranza, a cura di P. Togliatti, Editori Riuniti, Roma 1982, p. 35.

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