Il filosofo del fascismo

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Caporedattore

Antonio Messina è dottore in Scienze politiche e delle relazioni internazionali. Ricopre il ruolo di Caporedattore della rivista internazionale di storia delle idee «Il Pensiero Storico», da lui fondata; è socio della Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea (SISSCO) e dell'Istituto euro-arabo di Mazara del Vallo. I suoi principali interessi concernono la filosofia politica, la geopolitica, e la storia delle dottrine politiche, con particolare riferimento alla storia intellettuale dei regimi monocratici.

Recensione a
A. J. Gregor, Giovanni Gentile. Il filosofo del fascismo

con una prefazione di Hervé A. Cavallera
Pensa Multimedia, Lecce 2014, pp. 192, € 19.
DOI

Nel 1951 Maurice Duverger, insigne politologo francese, asseriva che «la maggior parte degli studi sui partiti politici si concentra soprattutto sull’analisi delle loro dottrine. Questo orientamento deriva dalla nozione liberale di partito che lo considera innanzitutto come un raggruppamento ideologico». Se questo è stato particolarmente vero per i partiti politici di tradizione liberale e socialista, lo stesso non si può dire per le analisi che hanno provato a spiegare il fenomeno fascista.
Fino agli anni Settanta la maggior parte degli studi accademici negava al fascismo una sua ideologia, un suo sistema politico, una sua dimensione culturale e autonoma e una sua consistenza ideale. Le interpretazioni classiche del fascismo, sottoposte a forti giudizi critici dallo storico Renzo De Felice, si configuravano come una elaborazione poco originale di valutazioni assiomatiche espresse nel corso di alcuni decenni da svariati intellettuali antifascisti: nel 1924 il leader comunista Gramsci aveva definito l’ideologia del fascismo come «un trastullo per i balilla», Croce la definiva un «morbo intellettuale e morale», Gobetti la vedeva come frutto di «trasformismo, di insincerità, di compromessi, di ricatti», Garin la considerava reazionaria e di matrice cattolica, infine Bobbio definiva i fascisti come «intellettuali di mezza tacca… produttori di ciarpame». Per tutti questi commentatori il fascismo era un complesso sistematico di opportunismi, di camaleontismi e di espedienti tattici, ed ogni serio tentativo di individuarne una ideologia poteva implicare al suo autore – nella migliore delle ipotesi – l’accusa di voler prendere sul serio ciò che avevano scritto i fascisti.
Dopo gli ani Settanta questi giudizi si sono gradualmente capovolti, e nuovi interessanti filoni di ricerca hanno permesso a diversi studiosi di sostenere che l’essenza del fascismo consiste principalmente nella sua ideologia, e che se si vuole comprendere il fascismo si deve anzitutto capire la sua ideologia. Tra questi studiosi spicca per originalità e importanza l’americano A. James Gregor, che in mezzo secolo di studi e di ricerche ha pubblicato oltre trenta volumi sul fascismo, analizzandolo alla stregua di un importante concetto paradigmatico delle scienze sociali.
Gregor ha insistito sull’idea che il fascismo abbia posseduto un «fondamento razionale», ossia una base dottrinaria tutt’altro che eclettica e improvvisata, ma articolata in un complesso sistematico solido e coerente, indicandone la fonte principale nel pensiero filosofico di Giovanni Gentile, che a suo avviso aveva fornito al regime «il fondamento razionale normativo più solido e valido».
Proprio in merito alla centralità e all’importanza rivestita da Gentile quale principale teorico e filosofo del fascismo, Gregor ha dedicato un volume apparso negli Stati Uniti nel 2001, pubblicato in Italia nel 2014 con il titolo Giovanni Gentile. Il filosofo del fascismo.
Sulla scia degli studi di Augusto Del Noce, che per primo sostenne l’importanza rivestita dal filosofo siciliano nell’orizzonte ideologico fascista, Gregor asserisce che «Gentile fornì al fascismo alcuni dei suoi elementi fondamentali, elementi senza i quali il fascismo, come un corpo di pensiero, non avrebbe avuto gran parte della sua identità, integrità e capacità di persuasione» (p. 101).
Da giovane Gentile aveva pubblicato un importante studio sul pensiero di Karl Marx – raccomandato dallo stesso Lenin come uno degli studi più interessanti che erano stati compiuti su Marx da pensatori non marxisti – proponendo una lettura idealistica del marxismo, rigettando le componenti materialistiche che erano il frutto della interpolazione di Friedrich Engels. È così che per il Marx portato alla luce da Gentile, e liberato dalle incrostazioni materialistiche, sono gli uomini gli artefici del proprio destino, perché continuamente protesi a cercare di cambiare il mondo più che a interpretarlo. L’opposizione al determinismo materialista si enucleava attorno al concetto rivoluzionario della prassi come prodotto dell’attività cosciente degli uomini. Per Gentile «è l’uomo, in breve, che fa la storia e le leggi che la governano». Queste idee non potevano che cozzare contro un materialismo che concepiva un mondo in cui «gli individui al suo interno avevano poca o nessuna scelta morale» (p. 98).
Negli anni seguenti Gentile pubblicò una serie di articoli in cui andò elaborando e raffinando il proprio pensiero politico. Esso muoveva da una critica al positivismo che considerava una «debolezza intellettiva e morale», un ostacolo per il suo proposito di creare una “Grande Italia” (p.100). Per il raggiungimento questo traguardo sosteneva la necessità di un rifacimento morale degli italiani, impresa filosofica e pedagogica di «travolgente grandezza». Gli «uomini nuovi» pensati da Gentile erano indispensabili per la creazione di una nazione rinnovata e redenta. Il filosofo di Castelvetrano, con l’ardore che lo contraddistingueva, faceva appello alla volontà, alla fede, all’impegno e alla disciplina per fare dell’Italia una grande nazione, protagonista e creatrice di una nuova «civiltà». Per Gentile lo Stato doveva essere concepito come una realtà morale che si realizza attraverso il volere etico dei suoi cittadini, abbandonando in questo modo «la vecchia nozione liberale che vedeva gli individui come nient’altro che creature particolari senza radici, indifferenti e opposti ad una vita vissuta in comunità» (p. 114).
La riforma antropologica costituiva, per Gentile, un caposaldo fondamentale in vista del raggiungimento dell’unità morale e mistica di tutti gli italiani. Il filosofo riteneva che gli individui, in quanto esseri sociali, potevano realizzare sé stessi solo in comunità, nella perpetua identificazione con lo Stato, sua espressione manifesta. Negli anni successivi, e con un sempre crescente richiamo a Giuseppe Mazzini, specificò che la nazione non esiste se non in quanto «creata» dallo Stato. Quest’ultimo doveva essere animato da una «concezione religiosa della vita», necessaria a instillare un nuovo «spirito» nei suoi cittadini. Per Gentile la politica doveva essere vissuta come fede, e la sua finalità ultima consisteva nella trasformazione delle coscienze per l’attuazione di un mondo sorretto dalle «forze morali e responsabili dello spirito». In tal senso Gentile poteva affermare con ragione di non aver scoperto le idee fasciste dopo la marcia su Roma, ma di essere stato un precursore del fascismo anni prima del suo avvento, impegnandosi attivamente nella costruzione del regime totalitario. La simbiosi tra il fascismo di Mussolini e l’attualismo di Gentile fu del tutto naturale, in quanto entrambi condividevano il medesimo orizzonte culturale: il rifiuto dell’individualismo liberale, la concezione dell’uomo quale «essere collettivo», la critica al materialismo, l’esaltazione e la preminenza assegnata ai «valori spirituali».
In Le due Italie di Giovanni Gentile, Gennaro Sasso ha cercato di spiegare l’adesione di Gentile al fascismo leggendola alla luce della sua peculiare interpretazione della storia d’Italia. Per Sasso, Gentile non aderì al fascismo in virtù della sua filosofia, ma perché vide in esso la possibilità di portare a termine un disegno politico iniziato con il Risorgimento, il quale non era riuscito completare il processo di creazione di una coscienza nazionale unitaria. Sasso ha negato l’esistenza di un nesso diretto tra le convinzioni filosofiche di Gentile e la sua adesione al fascismo.
Al contrario di Sasso, la tesi portata avanti da Gregor si propone di dimostrare che Gentile fu a tutti gli effetti il filosofo del fascismo, e che le proposizioni filosofiche dell’attualismo costituivano le naturali premesse della dottrina fascista. Gentile contribuì a creare un regime che celebrava il mito dello Stato e aveva della politica una concezione integrale e assoluta. Considerava il fascismo come una missione da adempiere, come un impegno politico ed esistenziale costante. A Gentile Mussolini affidò la responsabilità di redigere le Idee Fondamentali della ufficiale Dottrina del Fascismo, testo che De Felice ritenne essere il documento più importante dell’ideologia fascista.
Gregor non manca di sottolineare come, all’interno del regime fascista, non pochi furono gli antigentiliani che presero posizione contro la consistente egemonia culturale del filosofo attualista. Antigentiliani furono i cattolici, che accusarono l’attualismo di essere una nuova religione laica che aveva divinizzato il pensiero e dato vita ad una mistica moderna che utilizzava un linguaggio simile a quello della religione. Antigentiliani furono anche molti fascisti convinti, che accusarono Gentile di essere un liberale che aveva aderito al fascismo solo per realizzare la sua riforma scolastica. Gregor spiega queste critiche in ragione di una certa libertà intellettuale e permissività mai negata dal regime, che – a differenza di quanto avveniva nell’URSS di Stalin e nella Germania di Hitler – consentiva il dibattito e la presenza di dispute dottrinali, purché non prendessero di mira Mussolini, lo Stato o il partito (pp. 129-130).
Secondo Gregor, alcuni fascisti si rifiutarono di identificare l’attualismo come fondamento filosofico del fascismo, ma i loro tentativi di cercare un’alternativa ad esso o risultarono poco convincenti o finirono per assomigliare al sistema filosofico fornito da Gentile (p. 139).
Un aspetto che Gregor non manca di affrontare è quello del razzismo fascista che, vagamente basato su «dati biologici», rigettava una visione «strettamente materialista» per presentarsi come «fondamentalmente spiritualistico» (p. 154). Questa nuova fase della politica fascista non vide il coinvolgimento di Gentile, che rimase estraneo a qualsiasi tipo di razzismo, sia esso biologico o spirituale. Gentile infatti «non aveva mai mostrato il minimo pregiudizio nei confronti di un qualsiasi gruppo razziale, nazionale o etnico» (p. 155). Il razzismo era estraneo all’attualismo, e qualsiasi genere di materialismo era antitetico all’idealismo assoluto di Gentile (p. 156).
Gentile continuò la sua attività di intellettuale fascista, fornendo assistenza a studiosi e colleghi ebrei. Le idee di tutta la sua vita lo spinsero ad aderire alla successiva esperienza della Repubblica Sociale Italiana, ove si appellò alla morale e all’intelligenza per scongiurare gli orrori della guerra civile (p. 165).
In qualità di maggior teorico e intellettuale del fascismo, fu assassinato il 15 aprile 1944 da una banda di partigiani. Le sue spoglie sono tumulate nella Basilica di Santa Croce a Firenze, accanto ai resti di Galileo e Machiavelli.

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