Il Novecento tra totalitarismi e democrazie

Giorgia Maddalon è laureata in Lingue per l’interpretariato e la traduzione (inglese - spagnolo) all'Università degli Studi Internazionali di Roma (UNINT) con tesi finale su “Hobbes interprete di Tucidide: analisi linguistica della traduzione inglese della Guerra del Peloponneso e la sua eredità nelle Relazioni Internazionali”. Attualmente è iscritta al corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carlo di Roma

Recensione a
Jan-Werner Müller, L’enigma democrazia. Le idee politiche nell’Europa del novecento
Einaudi, Torino 2012, pp. 372, €26,00.

Secolo che potremmo definire degli opposti, il Novecento è stato, allo stesso tempo, l’èra dei totalitarismi e quella del trionfo della democrazia, epoca di ricchezza e di barbarie, periodo di fioritura culturale e di crisi esistenziale. Dai crimini contro l’umanità, alle grandi scoperte scientifiche e conquiste sociali, il ventesimo secolo finisce per avvolgersi in un’incongruenza fra onnipotenza dei mezzi a disposizione e mancato raggiungimento di tutti i propri fini politici e sociali.

In un’opera così ricca di spunti da rendere difficile riassumere l’ampiezza della sua ricerca decennale, Jan-Werner Müller in L’enigma democrazia. Le idee politiche nell’Europa del novecento ricostruisce le complesse vicende del pensiero politico del Novecento, dagli estremismi nazisti e fascisti alla democrazia liberale, passando per le sfide del ’68 fino alla caduta del Muro di Berlino. L’enorme contributo offertoci dall’Autore è combinare il contesto intellettuale, storico e politico per andare alla scoperta di un’epoca d’ideologia caratterizzata da una compulsiva produzione di dottrine politiche in cui le idee parvero rivestire un ruolo di straordinaria importanza.

Ripercorrendo almeno alcune delle tematiche principali, il primo processo di transizione evidenziato dall’attenta analisi di Müller è quello che dal liberalismo dell’Ottocento conduce alla vita di massa del secolo scorso. A delineare lo spirito del tempo erano ottimismo e fiducia, scaturiti soprattutto da quell’interdipendenza creatasi fra stati e imperi europei. Si assiste alla florida età della sicurezza affiancata poi, nei decenni precedenti alla Grande Guerra, dalla prima “ondata di globalizzazione” e da un susseguirsi di anni ricordati come il più lungo periodo di pace tra Stati.

A rompere l’ottimistica visione del mondo e il delicato equilibrio raggiunto, generando una crisi dei valori morali e sociali e capovolgendo ogni singolo assetto istituzionale su cui l’età della sicurezza aveva costruito le sue fondamenta, fu il terremoto ideologico e globale che costituirà l’atto di nascita del secolo: la prima guerra mondiale. Spiega l’Autore: «Dinnanzi agli imperativi della politica di grande potenza, la famiglia internazionale delle teste coronate si dimostrò profondamente disfunzionale» (p. 18).

Desiderosi di dire la loro nelle scelte di politica interna e di partecipare al godimento delle risorse nazionali, nuovi gruppi sociali fanno il loro ingresso nella vita politica del momento. “La spietata nutrice che aveva insegnato ai popoli la forza di coesione”, così William Kames aveva definito la guerra che «aveva altresì livellato e omogeneizzato la realtà con la democrazia delle trincee al fronte e con la “massa fusa”» (p. 30).

Lo spirito del tempo espose però a due crisi connesse che Weber vide attentamente profilarsi: quella della democrazia di massa da un lato, e quella dell’io individuale, dall’altro.  L’espansione delle richieste delle masse, la ricerca di pregnanza culturale e di senso collettivo diventano la dimostrazione della necessità di separare la politica dalle altre sfere della vita moderna. Riprendendo quanto sostenuto da Weber, Müller ricorda come il compito dello Stato fosse quello di «preoccuparsi della qualità del carattere futuro di quel popolo: la patria non era la terra dei padri ma dei loro discendenti» (p. 40). Se la guerra sembrava aver consegnato nuove regole, nessuna istituzione operativa si era rivelata però in grado di implementarle.

Gli anni tra le due guerre vedono, tra l’altro, la proliferazione di molteplici esperimenti politici dal partito di tipo nuovo di Lenin, ai pluralisti inglesi di Wiliam James, Harold Laski e George Douglas Howard Cole, passando per Eduard Bernstein e il suo ritorno allo Stato come mezzo essenziale della politica, fino agli austro-marxisti e alla posizione di Antonio Gramsci con il suo concetto rivoluzionario di cultura.

È attraverso i capitoli centrali del libro che l’Autore enuclea le idee e i punti di forza che hanno contraddistinto il tumultuoso periodo degli estremismi ideologici precedenti al 1945, nel tentativo di poterne comprendere il loro successo conquistato, seppure in forma diversa, nel corso del XX secolo.

Come sistema fondato sulla menzogna più sfacciata e sulla doppia morale, lo stalinismo rimase enigmatico più del Reich nazista che nella sua follia ideologica fu sempre caratterizzato da una certa prevedibilità, seppur ripugnante, dell’omicidio di massa. Lo stalinismo invece, precisa l’Autore, «si direbbe fu una follia pura, priva di qualunque metodo» (p. 107). Il concreto progetto staliniano rispondeva all’esigenza di trasformare la realtà sociale più che di interpretarla, inaugurare quindi un processo di pulizia ideologica all’interno di un’entità statale preesistente e creare, attraverso la partecipazione prima al partito e poi allo Stato, un popolo totalmente nuovo che andasse oltre il “partito di massa”. Stalin era divenuto «l’incarnazione di un’idea che nella mente dei comunisti si era trasfigurata in un’idea pura […] era la vittoriosa battaglia di oggi e la fratellanza tra gli uomini di domani» (p. 120).

È invece noto come nell’ideologia del fascismo – considerata tra le maggiori innovazioni ideologiche del XX secolo – siano confluite concezioni del mondo e della storia, idee politiche, sociali e giuridiche che già si erano manifestate con forza nel quarto di secolo precedente. L’ideale della lotta come fine e la pace come decadenza era l’innovazione dei soggetti fascisti destinata poi a rovesciarsi nella fusione di Stato e individuo. Io sono il fascismo, questa la risposta di Mussolini alla domanda “che cos’è il fascismo?”. Fascismo era commutare il concetto di lotta di classe in lotta tra le nazioni, era plasmare un uomo nuovo, un nuovo popolo italiano a cui consegnare un senso d’appartenenza comune e di solidarietà interclassista, ma da cui esigere non una fede fanatica, quanto un tacito consenso apolitico. L’aristocrazia dei combattenti nelle trincee, la cosiddetta trincerocrazia della Grande Guerra fu la grande occasione per l’Italia di poter creare un mito militare e realizzare la nazionalizzazione delle masse, già avvenuta nella Germania dell’Ottocento. Fu poi il corporativismo la sola essenza politica, morale e religiosa della rivoluzione fascista – così definita da Ugo Spirito – a sembrare di poter rispondere alle sfide dei conflitti di classe e al desiderio di partecipazione individuale.

Questione diversa è posta dal nazismo. Senza mai banalizzarla all’interno del noto processo storico, è sempre necessario ripetersi la domanda: cos’è il nazionalsocialismo? Una rivoluzione culturale, anzitutto, che rese possibile creare, istituendo un passato antico ed esclusivamente tedesco, una nuova razza ex nihilo. Come viene attentamente riportato dall’opera, «in Germania, l’unità biologica del popolo costituiva il fondamento del corpo etico, struttura organica a carattere totalitario le cui varie parti sono componenti di uno stesso tutto» (p. 158). Nessuna dittatura e nessuna strage perpetrata nella storia si è mai posta una simile radicale intenzione. Per la retorica nazista, che incarnava nella figura del Fuhrer lo strumento della “Provvidenza”, esisteva solamente «un’eterna lotta e infiniti pericoli di degenerazione. Quella nazista era una spinta antiuniversalista senza precedenti e una reazione illiberale a un’epoca di democrazia» (p. 162).

La complicata ricostruzione materiale, morale e simbolica dell’Europa postbellica, dopo la sconfitta dei nazismi e dei fascismi, spalancò le porte al principale problema dell’epoca: quello “del male” o della sua “banalità”, come ricorda Hannah Arendt. Il significato delle atrocità di massa e la limitatezza umana degli strumenti soggettivi di giudizio crearono una profonda frattura nella storia dell’Occidente, entrando immediatamente nel dibattito politico dell’intero continente. Dopo Auschwitz, simbolo del male nel suo significato più assoluto, non sarebbe stato più possibile immaginare un futuro di principi etici e politici e una loro piena razionalizzazione. Se il dopoguerra doveva presentarsi come il ritorno etico a impostazioni consolidate, l’Europa non era però, in quel momento, più padrona del suo destino.

Gli ideali di autodeterminazione nazionale si scontrarono rapidamente con i limiti imposti dai piani strategici delle due superpotenze e i leader di partito si spingevano per una «forma di democrazia estremamente limitata e profondamente segnata dalla sfiducia nella sovranità del popolo» (p. 180).

La coesistenza di istituzioni semiliberali e altre non-liberali fu, nel rapporto tra pensiero e istituzioni politiche, il grande paradosso alla fine degli anni Quaranta, simboleggiato poi dal trionfo dei cristiano-democratici. L’espressione culturale e politica del nuovo movimento, alla ricerca di un’integrazione europea sovranazionale, sarebbe stata poi ritrovata nel “personalismo” di Mounier e successivamente di Maritain. Gli anni Cinquanta e Sessanta vengono caratterizzati concettualmente dalla cosiddetta “politica del consenso” a cui fa seguito la nuova età del consumismo e il Welfare State. Nonostante l’idea del consenso celasse persistenti disaccordi sull’azione politica, esistevano reali obiettivi condivisi, primo fra tutti la stabilità. Questa, da non considerarsi come esito autonomo della politica della produttività e del consumismo, divenne principio cardine delle istituzioni politiche nelle innovazioni del dopoguerra. Dopo il 1945 l’idea di un controllo della legittimità costituzionale fu accolta quasi dovunque e le Corti costituzionali, fondamenta incrollabili derivate dalla dura lezione del recente passato e chiamate a proteggere il nuovo ordine, offrirono un contribuito determinante alla nascita della cosiddetta democrazia militante.

Dove invece a Est l’espansione dello Stato non fu frenata dal costituzionalismo, i progressivi processi e le tensioni di fuga (vedi la Jugoslavia di Tito, l’Ungheria di Nagy) determinarono la crisi del modello sovietico e la conseguente elaborazione teorica neo-liberale. Saranno gli eventi del 1968 a inaugurare quella fase di contestazione che segnerà non già il declino dell’Europa bensì l’inizio della fine del comunismo conducendo, negli anni, verso la dissoluzione dell’assetto del dopoguerra. La repressione della Primavera di Praga, precisa Müller, «aveva cancellato qualsiasi speranza che un Partito comunista fosse in grado di riformarsi, almeno finché non si fossero avviate delle riforme in Unione Sovietica. […] La convinzione di buona parte della sinistra occidentale che la linea politica dell’Est europeo potesse condurre in qualche modo al vero socialismo era ormai in frantumi» (p. 239).

Non vi è dubbio alcuno che gli anni Sessanta abbiano sincronizzato la generale insoddisfazione politica e culturale dell’intero globo terracqueo, ma fu l’Europa occidentale a lasciare ai posteri le immagini iconiche del ’68. Scaturito da un sentimento di “disgusto esistenziale”, così come dichiarato dal leader degli studenti tedeschi Rudi Dutschke, il ’68 rappresentò la crisi di rappresentanza, la contestazione di tutte le strutture collettive su cui si era fondata la storia d’Europa dalla Rivoluzione francese. Non si è mai trattato di un’ideologia, ma della creazione di una nuova visione dl mondo, di una forma di liberazione da qualcosa, non per qualcosa che puntasse a una rivoluzione della vita quotidiana e dei valori estetici e morali della società.

L’autonomia, che si contrapponeva a un mondo postbellico apparentemente dominato dalla burocrazia e tecnocrazia, divenne il nucleo concettuale del movimento di contestazione che, potendo comunque poggiare sulla modernizzazione economica, riuscì a espandere diritti, abbattere barriere ideologiche tra il pubblico e il privato e conquistare un grande successo come forma di critica socio-culturale permettendo ai giovani di acquisire una loro soggettività sociale.

L’Italia, per il numero di movimenti radicali popolari che ha visto susseguirsi, occupa un posto speciale nel pensiero politico europeo del dopoguerra. La contestazione degli anni Settanta fu in realtà un fenomeno di massa più del ’68. «A preoccupare la sinistra italiana non era tanto l’imperialismo quanto l’emergere di quello che veniva considerato sempre più come un “doppio stato”: da un lato vi erano le istituzioni giuridiche e politiche ufficiali; dall’altro, un modo oscuro di circoli segreti determinati a difendere con ogni mezzo l’Italia dal comunismo» (p. 277), scrive l’Autore.

A offrire una risposta plausibile alla “crisi di governabilità” degli anni Settanta fu il neoliberismo i cui principali fautori politici s’incontrano nelle figure di Margaret Thatcher nel Regno Unito e Ronald Reagan negli Stati Uniti. Fu però, questo, un tardo trionfo liberale? Una volta esauritesi le energie utopiche del thatcherismo, infatti, l’immagine europea sembrava presentare ancora i contorni dell’assetto costituzionale del dopoguerra compreso lo stato del welfare.

Ad ogni modo, bizzarra fu la dicotomia degli anni Ottanta del Novecento. A mutare furono gli scacchieri internazionali in un caleidoscopio senza precedenti di fatti di cronaca a cui si assiste, con il tentativo di Michail Gorbačëv e il suo successivo fallimento, all’inizio della dissoluzione di quello era stato l’immutabile e solido regime sovietico. Il 1989 è l’anno in cui si conclude la ricostruzione di Müller, anno dei fatti di sangue di Tienanmen e del crollo del Muro di Berlino: la fine di un’epoca di paura e il simbolo della forzata separazione dall’altro e della stanchezza di un mondo da troppi anni schiavo di confini politici colpevoli di aver leso diritti dei singoli individui.

Provando a tirare le somme da questo complesso itinerario di lettura è possibile, allora, chiederci: la democrazia, e il suffragio universale che la fonda, sono davvero un enigma?  Al di là degli scontri ideologici tra visioni del mondo ben definite, c’è da riflettere se l’enigma non risieda a volte nelle nostre domande ambivalenti o nell’insoddisfazione percepita del nostro vivere. Gli stessi ideali, per quanto utili guide per la costruzione di società più giuste, non possono schematizzarsi a norme rigide e infallibili. Più che l’avvento di un pragmatismo tale da allontanare il ruolo del pensiero politico, secondo l’Autore, è forse venuta semplicemente a mancare quella progressiva ricerca di nuove proposte da inquadrare in disegni ideologici.

È forse giusto concludere con le stesse parole che si leggono a fine opera. Citando quanto sostenuto dal filosofo e attivista francese Claude Lefort, bisogna infatti ricordare che mentre il totalitarismo è un tentativo di avere certezza una volta per tutte, la democrazia è, al contrario, l’incertezza istituzionalizzata.

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