Il potere della creazione in “Cuore di Cane” di Michail Bulgakov

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Irene Masi (1992): laureata in Italianistica all'Università  degli studi di Pisa con una tesi in filologia medievale su Dante Alighieri. Ha trascorso l'ultimo anno in Francia, come insegnante di italiano. I suoi interessi principali sono la letteratura, il cinema e le arti visive, in particolar modo di ambito francese.

Recensione a
M. Bulgakov, Cuore di cane
intr. e cura di S. Prina
Feltrinelli, Milano 2011, pp. 304, €8,00.

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“Cuore di cane” è un racconto scritto dall’autore russo, di origine ucraina, Michail Bulgakov nel 1925, ambientato nella Mosca post-rivoluzionaria. La storia si apre introducendo il lettore nella visione del mondo di uno dei protagonisti: il cane Sarik. L’affresco che ci viene offerto è quello di una Mosca brulicante di vita, coi suoi vicoli e i suoi personaggi, a metà strada tra il cambiamento imposto dalla rivoluzione sovietica e un assetto preesistente. È il cane che in prima persona ci introduce nel contesto e ci descrive la sua condizione di randagio:

«Ne ho passate di tutti i colori, mi concilio con la mia sorte e adesso piango non solo per il dolore fisico e per il freddo, ma anche perché il mio spirito canino non si è ancora spento. È resistente il mio spirito canino!» (p.36).

Accasciato, malnutrito e offeso è Sarik che ci presenta il secondo protagonista del racconto, il professor Filip Filipovič Preobraženskij, che “appare” agli occhi del cane come una sorta di vero e proprio salvatore. «La porta del negozio illuminato a giorno dall’altra parte della strada sbatté, e ne spuntò un cittadino. Proprio un cittadino, e non un compagno, anzi con ogni probabilità un signore» (p. 39).

Questo personaggio è l’anima agente della storia: si tratta di uno scienziato di rinomata fama mondiale che si dedica allo studio del ringiovanimento dei tessuti umani, tramite il trapianto di organi animali. Già da subito emerge il primo elemento significativo, ovvero questa completa commistione tra il mondo umano e il mondo animale, per cui il cane Sarik è per certi aspetti vicino all’uomo e invece altri personaggi umani sono più vicini agli animali; ad esempio, lo stesso Filipp Filipovič viene assimilato a uno sparviero, così come uno dei personaggi della nomenclatura del partito non parla, ma gracida come una rana.

Lo scienziato decide di condurre il randagio nel proprio appartamento; a questo punto si entra, sempre tramite l’occhio di Sarik, nella vita di Filipp Filipovič, che viene descritta a partire dagli interni della sua casa. La descrizione è estremamente dettagliata e condotta con un tono che ci introduce nell’altro grande tema del racconto, quello mistico religioso. Lo sguardo di Sarik ci offre la seguente descrizione:

«Quando infine si aprì la porta laccata, il cane entrò con Filipp Filipovič nello studio, che lo abbagliò con il suo arredamento. In primo luogo era tutto fiammeggiante di luce: ardeva sotto il soffitto a stucchi, ardeva sul tavolo, ardeva sulle pareti e sugli armadi di vetro. La luce inondava tutto quel subisso di oggetti dei quali il più intrigante risultava essere un’enorme civetta appollaiata su un ramo appeso alla parete» (p. 53).

Proprio l’elemento luminoso è estremamente significativo e si ritrova accostato a questo personaggio in vari momenti del racconto, insieme al fatto che già lo stesso nome Preobraženskij si lega nella lingua russa sia a “trasformazione” che a “trasfigurazione”. È proprio in questo concetto che si intravede il significato più prettamente religioso di questo personaggio, in quanto la festa della trasfigurazione è una delle dodici feste ortodosse principali, dove si ricorda la manifestazione divina di Cristo. Intorno alla figura del professore si può scorgere anche un forte elemento magico-pagano, per cui il suo studio, decorato con la testa di animali impagliati, assomiglia molto all’antro di un mago.

Questa singolare commistione di elementi conferisce al personaggio, ma anche all’intero racconto, una forte dimensione extra-storica o per meglio dire di perenne contemporaneità, caratteristica quest’ultima riscontrabile in tutta l’opera dello scrittore russo, in particolare nel suo capolavoro Il Maestro e Margherita.

Allo stesso tempo è interessante notare come la dimensione storica si innesti in maniera perfetta dentro questa atmosfera mistico-religiosa. Il racconto lega insieme i due mondi e lo fa tramite due luoghi precisi: l’interno dello studio del professore e l’esterno, dove la città di Mosca sta diventando una città sovietica in cui ogni luogo deve mutare nome e funzione.

La dimensione del cambiamento accumuna i due piani: l’interno e l’esterno. Come il professore-mago vuole cambiare il destino inesorabile dell’uomo e del suo invecchiamento, così anche la città muta con l’intento di cambiare i connotati della società e le sue usanze. In entrambi casi il risultato è disastroso.

I due piani, quello storico e quello individuale, si intrecciano proprio nella figura del cane Sarik, nel momento in cui il professore tenta un nuovo esperimento: impianta l’ipofisi di un cadavere nel cervello del cane, creando una nuova creatura che comincia a svilupparsi in maniera del tutto inaspettata. Questo processo di trasformazione viene seguito passo passo da una cartella clinica, redatta dall’assistente del professore.

Da questo momento il cane Sarik scompare per far posto a un nuovo personaggio, di cui però non conosciamo mai i pensieri, ma solo le brevi risposte fornite agli altri personaggi. Si tratta di un ibrido, o meglio di un essere umano sviluppatosi dal corpo del cane, ma che del buon Sarik non conserva nulla. È una creatura mostruosa, una sorta di “uomo nuovo”, dedito a tutti i piaceri più gretti e incapace di possedere un’esatta coscienza delle proprie azioni. È in questo personaggio che si sviluppa pienamente la parte più animalesca, più prepotentemente di quanto non fosse presente nel randagio Sarik.

Il nuovo personaggio prende il nome di Šarikov ed entra ben presto in contatto con quel mondo della nomenclatura sovietica, che già dall’inizio del racconto cerca di insidiare la posizione “borghese” del professore. L’homulculus originatosi dall’esperimento sconvolge la vita dello scienziato e il racconto precipita in un crescendo di episodi grotteschi che vedono come protagonista questa nuova creatura.

È in questo contesto che Filipp Filipovič si rende conto dell’errore commesso: aver cercato di sostituirsi alla natura, di piegarne le leggi e i fini. È in questa scena, che si svolge interamente di notte all’interno dello studio del professore, che si racchiude il senso del racconto. Lo scienziato dichiara apertamente al suo assistente: «Vede, dottore, che cosa capita quando il ricercatore, invece di andare a tentoni e seguendo il corso della natura, forza la questione e solleva il velo! Ecco, ti becchi Sarikov e te lo devi sorbire fino in fondo» (147).

E continua: «Mi spieghi, la prego, perché è necessario fabbricare artificialmente uno Spinoza quando una qualsiasi baba ne può mettere al mondo uno quando vuole […] Dottore, l’umanità si preoccupa da sola di queste cose e nell’ordine evolutivo ogni anno, separando accuratamente da una massa di ogni possibile sozzura, crea decine di insigni geni, che vanno ad adornare il globo terrestre» (p. 148).

La consapevolezza acquisita porta Filipp Filipovič a riflettere anche su un altro aspetto: ovvero che la sua creatura, incapace di possedere una coscienza e in balìa dei suoi istinti più bassi, non solo è una minaccia per sé stesso ma anche per Schowonder, rappresentante della nuova classe dirigente sovietica, in quanto capace solo di sfruttare la situazione nella sua contingenza:

«Allora, Schowonder è davvero un perfetto idiota. Non si rende conto che Sarikov è molto più pericoloso per lui che per me. Adesso cerca in ogni modo di aizzarlo contro di me, senza immaginare che se chiunque a sua volta aizzerà Sarikov contro lo stesso Schowonder, di lui non rimarranno che le corna» (p. 150).

Come non vedere in Sarikov la personificazione dell’”uomo-massa”, dello sradicato, di un essere che non è più soggetto della propria esistenza? Schowonder è l’arricchito, il personaggio della nomenclatura, un aizzatore delle folle, che spesso diventa a sua volta vittima di sé stesso.

Il personaggio del professore è invece molto più complesso, ma è proprio questa sua complessa ambiguità che gli conferisce certamente il ruolo cardine nel racconto, è lui che opera e agisce in un senso e nell’altro. La storia, infatti, si conclude con un’altra operazione: Filipp Filipovič decide di reinnestare l’ipofisi del cane nel suo corpo e Sarik riappare, così come riappaiono anche i suoi pensieri, pensieri che avevano accompagnato il lettore all’inizio del racconto e che lo conducono alla sua conclusione.

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