Il potere delle (buone) idee per salvare l’Occidente da se stesso

Carlo Marsonet ha studiato Scienze internazionali e diplomatiche presso l’Università di Genova e l’Università di Bologna, sede di Forlì. È PhD candidate in Politics: History, Theory, Science alla Luiss Guido Carli, Roma. Scrive sul blog della Fondazione Luigi Einaudi e collabora con Mente Politica. Ha pubblicato: Democrazia senza comunità. Il populismo quale reazione collettivistica alla modernità, in «Rivista di politica», n. 3/2018, pp. 59-70.

Recensione a
J. Goldberg, Miracolo e Suicidio dell’Occidente. Come la rinascita di tribalismo, populismo, nazionalismo e politica dell’identità sta distruggendo la democrazia liberale
Liberilibri, Macerata 2019, pp. 420, €24,00.

Se la distruzione è il nostro destino, dovremo essere noi stessi a iniziarla e a completarla. Come nazione di uomini liberi, vivremo per sempre o moriremo suicidandoci (A. Lincoln).

Le conquiste e i traguardi raggiunti non sono dati una volta per tutte. Ciò, se da un lato pone non pochi problemi per preservare quello che di buono è stato creato, d’altro canto è incoraggiante giacché anche gli esiti negativi possono essere ribaltati così come nulla vi è di predefinito e aprioristicamente determinato. In questo senso le idee (e, in seguito, le scelte) mantengono un posto centrale: da esse primariamente la creazione delle istituzioni sociali e la loro qualità. Insomma, finché permane lo spazio per un’educazione critica, per una riflessione aperta e un dibattito argomentato, possiamo ragionevolmente essere realisticamente ottimisti.

Johan Goldberg in Miracolo e Suicidio dell’Occidente. Come la rinascita di tribalismo, populismo, nazionalismo e politica dell’identità sta distruggendo la democrazia liberale (Liberilibri 2019, pp. 420, € 24) ci spiega come la grandezza del mondo occidentale creato – pur nelle sue imperfezioni, è chiaro – sia attualmente in pericolo proprio per un ritorno alle origini, per così dire, della natura dell’uomo. Un ritorno ad alcune tendenze tribali insite nell’uomo che, tuttavia, possono essere arginate proprio in virtù di quella forza delle idee che poi si riverbera sul piano sociale con l’edificazione di alcune istituzioni “mediatrici”.

Il punto di partenza dell’Autore – fellow presso la «National Review» e titolare della “Cliff Asness Chair” in “Applied Liberty” presso l’American Enterprise Institute – è il seguente: le principali istituzioni del mondo libero sono innaturali. Il capitalismo (diciamo l’economia di mercato), la democrazia, i diritti umani, ma anche la complessiva prosperità di cui beneficiamo costituiscono un unicum nella storia dell’umanità: una storia fatta di carestie, miseria, malattie è dietro di noi. Infatti, sulla scorta del sociologo Robin Fox e dello storico Ernest Gellner, “il miracolo” di cui godiamo è il frutto imprevisto di una serie di cambiamenti, in primis a livello di idee, che hanno comportato una svolta sommamente benefica (Goldberg chiarisce subito che «in questo libro Dio non c’è»: sono gli individui, le idee maturate e le scelte fatte, nonché un pizzico di casualità che hanno inverato questo radicale mutamento).

Se prima dell’avvento dell’Illuminismo l’uomo era immerso in un ambiente dominato da logiche tribali chiuse, in cui l’individuo non esisteva e la società, intesa come arcipelago di istituzioni pre-politiche e plurali, era di là da venire, con quella che definisce “rivoluzione lockiana” cambia (quasi) tutto: l’individuo diventa sovrano, i diritti non sono più derivati da un’autorità terrena ma da Dio (con tutte le evidenti ricadute sulla pretesa che qualcuno, sia un monarca, un’oligarchia, uno stato, possa arrogarsi la pretesa di vantare un qualche possesso degli individui), tutti sono uguali davanti alla legge e ciascuno può, attraverso il proprio impegno e la propria pertinacia, finalmente migliorare le condizioni di vita in cui vive.

Tuttavia, come si diceva all’inizio, se cambia il mondo intorno a noi a causa di una modifica sostanziale del suo modo di concepirlo, il lato “oscuro” dell’uomo di tanto in tanto fa capolino e tenta di ripristinare antiche abitudini. L’uomo ha bisogno di sentirsi parte di qualcosa, ha un istinto tribale di cui non sa fare a meno. Pertanto, nel momento in cui una forte crisi di senso s’innesta, causata peraltro dalla stessa modernità, la tentazione di tornare romanticamente a una fase evolutiva precedente emerge, e prepotentemente. Insomma, il romanticismo à la Rousseau – che qualche studioso vorrebbe pure fare rientrare negli autori annoverabili come liberali, amici della libertà e della società aperta – attecchisce naturalmente quando mancano quei tradizionali appoggi comunitari. Si tratta, in altre parole, di una «passione pre-razionale inscritta nel cuore umano» difficilmente eradicabile (e forse è pure un bene, sebbene in una certa misura). Nondimeno, com’è noto, senso di appartenenza e desiderio di comunità possono essere declinati in modo assai diversi. E, in effetti, chi può negare che la libertà senza un qualche appartenenza comunitaria abbia un senso?

Peraltro, il capitalismo stesso, il quale è considerato il precipuo adescatore di anime e prosciugatore di qualsiasi sentimento extra-economico, abbisogna di valori che devono essere educati e coltivati su un altro terreno. Da qui, ad esempio, muove l’enfasi che Wilhelm Röpke pone su valori che vanno “al di là dell’offerta e della domanda”: «Autodisciplina, senso di giustizia, onestà, fairness, cavalleria, moderazione, spirito di colleganza, rispetto della dignità umana, salde norme morali, sono tutte qualità che gli uomini debbono già possedere quando vanno al mercato e competono nella concorrenza; sono i sostegni indispensabili per preservare il mercato, sia la concorrenza da ogni degenerazione; e son da trovarsi nella famiglia, nella Chiesa, nelle vere comunità». Non è un caso che lo stesso Goldberg, conservatore dichiarato, critichi aspramente la deriva che un certo conservatorismo ha preso negli Stati Uniti: Donald Trump «è, per molti aspetti, un perfetto esempio di come il capitalismo, in assenza di principi morali extra-razionali, dia vita a creature bramose, guidate solo dal software più rudimentale della natura umana. Si preoccupa del sesso e del potere, domina gli altri e afferma il proprio status. Mette la famiglia al di sopra di ogni altra cosa, ma definisce gli interessi di famiglia in termini di ricchezza e gloria dinastica. Concepisce gli altri come strumenti della sua volontà il cui valore è misurato sulla base della loro lealtà nei suoi confronti» (pp. 259-260).

Ebbene, se da un lato l’anomia che si imputerebbe al sistema di mercato e in generale alla modernità ha una qualche ragion d’essere, d’altro canto è puerile immaginare che esistesse un mondo idilliaco prima del suo avvento così come lo è parimenti ritenere che non si possano ricreare contesti associativi e comunitari strutturati in una società libera. Goldberg definisce “il miracolo” un’oasi felice, una parentesi raggiunta con difficoltà e da preservare in modo ancora più arduo. Ma cosa c’è fuori? Laconicamente, il deserto. Tribalismo, nazionalismo, populismo (forse varrebbe la pena rileggere sull’argomento Il populismo di Loris Zanatta), politica dell’identità non sarebbero altro che modi diversi in cui si palesa un medesimo desiderio: il ritorno a un’epoca in cui il gruppo schiaccia l’individuo, e l’arcipelago della società viene prosciugato da una comunità granitica (statocentrica).

Come sostenuto da Deirdre McCloskey, e avallato da Goldberg, il miracolo dell’Occidente non è tanto e solo spiegabile in termini economici, ma in un cambio di atteggiamento, espresso con idee nuove, che per sopravvivere abbisogna di un continuo e rinnovato consenso. Le istituzioni, infatti, sono determinate dalla fiducia, dal fatto che, chi vi aderisce, vi crede e vi si conforma. Ciò significa che esse possono crollare da un momento all’altro, se viene a mancare quell’impasto di consenso, fiducia e volontà di mantenerle in vita. L’Autore non è ottimista circa il futuro del nostro mondo. Quello che vede, infatti, è un panorama desolante di idee, in America e in Europa: la tradizionale visione del conservatorismo classico imperniato su governo limitato, libero mercato, individualismo sano e comunità pre-politiche si è inaridita. La scelta risulta ormai essere tra nazionalismo e progressismo, reazioni al mondo moderno accomunate da una piattaforma tribale. Pagine efficaci sono state scritte a proposito dell’importanza di una società civile sana, vitale e plurale. Essa viene definita come una sorta di grande barriera corallina, multiforme e variegata al suo interno: vi sono le famiglie, le comunità locali, associazioni di vario tipo, le comunità religiose e così via. Lo stato serve a proteggerla, ma spesso succede che s’intrometta o vi sostituisca, pur essendo «un turista rozzo nella società civile. A meno che non stia attento – il che di norma non accade – quando mette mano alle istituzioni le danneggia e spesso le uccide» (p. 274). E proprio questa invadenza, magari nutrita da buoni propositi, come negli obiettivi del welfare, non fa che essiccare quelle energie che hanno contribuito e contribuiscono a rendere le società aperte più prospere e felici. Quando vengono meno questi bastioni, e non vi è più gratitudine per i principi e le idee che hanno reso meno misera la vita, la decadenza non tarda a bussare: essa, dopo tutto, è stata invitata per scelta.

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