La continuità dello Stato dal Regime fascista alla Repubblica

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Elisa Pareo ha conseguito la laurea specialistica in Storia e civiltà presso l’Università di Pisa. Attualmente svolge servizio civile nazionale presso l’Istituto Alcide Cervi. Si interessa di storia della Resistenza e del mondo contadino.

Recensione a
M. De Nicolò, E. Fimiani, Dal fascismo alla Repubblica: quanta continuità? Numeri, questioni, biografie
Viella, Roma 2019, pp. 239, €29,00.

10.5281/zenodo.3710945

Il volume, che inaugura la collaborazione editoriale tra Viella e la Fondazione Brigata Majella, riporta gli interventi dell’omonimo convegno nazionale di studi, tenutosi a Pescara il 16-17 dicembre 2016, con il patrocinio della Sissco e dell’Istituto Abruzzese per la storia della Resistenza e dell’Italia contemporanea. L’incontro si inserisce dunque all’interno di una più vasta collaborazione volta a una ricostruzione storica puntuale dell’esperienza italiana durante la seconda guerra mondiale, la transizione democratica e la difficile costruzione repubblicana. La ricerca storica sull’epurazione di istituti ed enti che avevano servito il fascismo, favorita anche da una crescente consultabilità delle relative fonti, è stata in grado di delineare un quadro generale e le prime conclusioni storiografiche, ma tante restano ancora le strade non battute, le specificità locali e le possibilità di indagine. Avere messo in luce tutto ciò è un primo merito di questa pubblicazione.

Il filo rosso che lega gli interventi è rappresentato dal concetto di continuità dello Stato, formula che rimanda ad un noto saggio di Claudio Pavone, che fu tra i primi ad affrontare la questione, fornendo un significativo impulso agli studi sul tema. Continuità dello Stato significa separazione tra le istituzioni di cui lo Stato moderno si serve per l’assolvimento delle proprie funzioni e il regime che effettivamente ne fu alla guida per circa un ventennio. Tale procedimento logico permette infatti di sostenere che i funzionari in carica tra il ’25 e il ’43 fossero al servizio dello Stato e non del regime, che veniva così ad essere quasi un incidente di percorso, cui si erano adattati in nome della sopravvivenza delle pubbliche funzioni e non delle proprie carriere. In questo modo è possibile limitare l’espiazione delle colpe collettive del sistema-Stato italiano, anche liberandosi dell’istituzione che aveva formalmente reso possibile il regime: «l’esilio del re a seguito del referendum del 1946 ha rappresentato una forma di epurazione simbolica» (p. 224). Già Pavone aveva evidenziato come la transizione istituzionale sia stata gestita mantenendo in vita organizzazioni e istituzione già operanti nello Stato monarchico, dato accettato in tutte le relazioni riportate nel volume. Infatti, nel momento in cui la questione storiografica diventa quanti di quei funzionari proseguirono le proprie carriere nella neonata repubblica (come anticipa il sottotitolo: numeri, questioni, biografie) si dà per appurato che non fosse in discussione la persistenza di quegli uffici, il che peraltro non è strano per un caso di transizione alla democrazia che esclude la via rivoluzionaria.

Visto dunque che «una democrazia si indebolisce se i suoi alti funzionari […] non la servono che di malavoglia» – citazione di Marc Bloch riportata da Fimiani nell’Introduzione –, si tratta di valutare quanto enti ed istituti siano stati forniti di forze nuove, e nello specifico di personale adatto a farli operare nel quadro democratico. La scelta di valutare non solo quale epurazione, ma soprattutto quanta epurazione sia stata effettivamente realizzata, dimostra come siano comparse in vari ambiti le prime ricerche che permettono di avere dati fondati e ricostruire casi emblematici. Gli autori non ambiscono a rispondere ad un quesito così articolato nell’arco di poche pagine, ma a dimostrare che lo stato attuale delle ricerche rende possibili, o meglio richiede, indagini più specifiche.

I settori della vita pubblica italiana messi sotto la lente d’ingrandimento rappresentano un secondo fattore di novità degli studi proposti. Non si prescinde dai luoghi classici dell’epurazione, ovvero quegli organi che, per la funzione ricoperta, sono fisiologicamente esposti alla collaborazione con il regime in vigore: le prefetture, i tribunali, la Pubblica sicurezza, il comparto bancario. Risulta invece meno evidente ad un primo sguardo l’importanza degli altri settori oggetto di relazione: gli archivi pubblici, l’ordine dei giornalisti, i sindacati e persino il Coni. Si tratta di categorie professionali che hanno rivestito un ruolo centrale nella missione della fascistizzazione dello Stato, basti riportare a titolo di esempio il valore attribuito all’attività fisica nell’educazione dell’uomo nuovo fascista o il ruolo ricoperto dai mondiali di calcio nella narrazione pubblica della grandezza nazionale. Tuttavia, la funzione politica di tali professioni è forse ancor più centrale in democrazia, quando si pone la sfida della molteplicità e del pluralismo, e per la corretta informazione ed educazione dei cittadini e per la loro effettiva partecipazione alle scelte economiche e sociali della Repubblica. Ogni rinnovamento istituzionale richiede dunque personale in grado di assolvere la propria funzione e mettere in moto le competenze e l’esperienza necessarie al suo corretto svolgimento. Il discorso sulle competenze, ovvero il fatto che se si fossero effettivamente epurati tutti coloro che «col partecipare attivamente alla vita politica del fascismo […] si siano dimostrati indegni di servire lo Stato» (come recitava il decreto luogotenenziale n. 159 del 27 luglio 1944), la Repubblica sarebbe nata priva del personale atto a garantirne il funzionamento, è una motivazione spesso addotta. Ad esempio, Marco De Nicolò attesta come, dopo l’8 settembre, anche su pressione alleata, nell’Italia libera furono via via allontanati dal proprio ufficio i prefetti politici nominati da Mussolini, mentre furono lasciati al proprio posto, o semplicemente trasferiti altrove, i prefetti di carriera in carica già prima del fascismo, senza curarsi che potessero aver «acquisito una mentalità che li rendeva disponibili ad adattarsi a[lle] restrizioni delle libertà». Tale ragionamento ha un indubbio fondamento, ma non si spiegherebbe senza il clima politico del post-liberazione, il vento del nord che lascia il posto al ritorno all’ordine e il timore che la forza acquistata con la guerra partigiana dalle sinistre, e dai comunisti in particolare, compromettesse l’allineamento della nuova, fragile democrazia al nascente blocco occidentale a guida USA.

Si potrebbe dunque concludere che i saggi, differenti per ente studiato e perciò fonti utilizzate, riescono a dare un carattere organico al volume grazie alle precise scelte di metodo cui tutti si attengono. In primo luogo, la valutazione di continuità o discontinuità rispetto al regime, che inserisce le ricerche qui pubblicate all’interno di un filone storiografico identificabile. In secondo luogo, l’indagine quantitativa, che, unitamente all’attenzione per comparti della vita pubblica in precedenza trascurati, rappresenta un approccio innovativo e denota la necessità di portare avanti ricerche mirate per casi e settori. Insomma, la pubblicazione fissa talune acquisizioni storiografiche, ma soprattutto indica piste d’indagine per gli studiosi che vogliano concentrarsi sulle biografie o sui numeri dell’epurazione, allargando così il fascio di luce sul male oscuro della Repubblica.

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