La destra tra semplificazione e complessità

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Carlo Marsonet ha studiato Scienze internazionali e diplomatiche presso l’università di Genova e l’Università di Bologna, sede di Forlì. È PhD candidate in Politics: History, Theory, Science alla Luiss Guido Carli, Roma. Scrive sul blog della Fondazione Luigi Einaudi e collabora con Mente Politica. Ha pubblicato: Democrazia senza comunità. Il populismo quale reazione collettivistica alla modernità, in «Rivista di politica», n. 3/2018, pp. 59-70.

Recensione a
F. Rossi, Dalla parte di Jekyll. Manifesto per una buona destra
Marsilio, Venezia 2019, pp. 192, €12,00.

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Il pensiero di destra non rischia, come quello di sinistra, di degradarsi e trasformarsi in ideologia e fanatismo, ma di atrofizzarsi e tramutarsi in uno sterile mito retrospettivo.
-Raymond Aron-

Le etichette, in politica e non solo, servono per ridurre la complessità, incanalare il reale entro binari facilmente intellegibili. Ciò non significa, tuttavia, che esse siano esaustive. Anzi. Imbrigliare la realtà in contenitori di comodo può, infatti, risultare persino più dannoso che non disporne. In politica, soprattutto, tale considerazione è estremamente valida, se chi elabora i concetti – destra e sinistra, ad esempio – lo fa non già tentando di comprenderne le differenze in modo il più possibile avalutativo, bensì producendo schemi che risultano inficiati da una marcata posizione prediletta.

Com’è noto, nel 1994 Norberto Bobbio ha dato vita, in un libriccino uscito in innumerevoli ristampe per Donzelli, intitolato Destra e sinistra, a una distinzione appunto tra destra e sinistra che è forse la più seguita in Italia. Nondimeno, il punto di frattura fondamentale su cui la sua analisi si posa – la posizione delle due aree politiche rispetto all’eguaglianza – non fa che rispecchiare il punto di vista dell’osservatore in modo più o meno carico di preferenze valoriali. «Il diverso apprezzamento rispetto all’ideale dell’eguaglianza», queste le parole utilizzate dal grande studioso torinese, lasciano intravedere le conseguenze, teoriche e pratiche. Da un lato, chi apprezza l’ideale dell’eguaglianza, sta dalla parte di un valore (positivo); dall’altro lato, per contro, chi non fa proprio tale ideale – o, perlomeno, non primariamente: oppure, ancora, predilige un ideale di uguaglianza non sostanziale – si orienta in base a un dis-valore, dunque un valore negativo (diseguaglianza). Solo in seguito, quindi in modo gerarchicamente subordinato all’ideale precedente, Norberto Bobbio considera l’atteggiamento rispetto alla libertà come criterio necessario per sceverare tra moderati (di destra e di sinistra) ed estremisti. Su questo punto rinvio alla lucida analisi operata da Luca Ricolfi in Sinistra e popolo. Il conflitto politico nell’era dei populismi (Longanesi, 2017), mettendo precipuamente a confronto il volumetto di Bobbio con la ricognizione teorica di Hayek nella postfazione a La società libera (in Italia tradotto da Rubbettino), intitolata Perché non sono un conservatore.

Tornando a noi, forse sarebbe opportuno considerare un volumetto assai meno conosciuto, ma teoricamente molto più solido e anti-ideologico, ovvero Destra e sinistra. Per un uso critico di due termini chiave di Dino Cofrancesco (Bertani, 1984). In esso, e con particolare riferimento al concetto di “destra”, lo studioso individua «almeno sei accezioni significative di tradizione, che rinviano ad altrettante correnti culturali e politiche della destra». Si tratta, quindi, di uno sguardo complessivamente più ampio e aperto, in grado di abbracciare la multiformità che si cela sotto un’etichetta. Una parola-concetto su cui di recente si è soffermato Filippo Rossi nel suo Dalla parte di Jekyll. Manifesto per una buona destra.

Il fondatore del festival culturale “Caffeina” di Viterbo non si lancia in analisi impegnative, ma, anche solo osservando la bibliografia e le copiose citazioni ch’egli fa, non si può certo affermare che si tratti di un testo teoricamente vacuo e bolso. La principale distinzione che il giornalista opera, come s’intravede tra titolo e sottotitolo, è quella tra una destra à la Jekyll e la sua degenerazione in Mr. Hyde. La prima incarnerebbe una “buona” destra, mentre la seconda una destra arrabbiata, cattiva, truce. Certamente non si tratta di analisi politologiche, weberianamente wertfrei, ma, almeno in parte, vanno ad inquadrare prima ancora che i contenuti stili e modelli comunicativi ben udibili e visibili ogni giorno. Sul primo versante, la domanda sottostante sarebbe la seguente: la politica in generale, in Italia e all’estero, a destra come a sinistra, veicola ancora contenuti, idee, visioni del mondo? Al lettore la risposta.

Torniamo agli stili e ai modelli comunicativi. Quelli auspicati dall’Autore sono anzitutto i seguenti: rispetto della complessità e adesione a una visione plurale e policroma della società, senza che questa sfoci in un nichilismo privo di attaccamento a valori; libertà, ma senza che questa sia licenza, anarchia o mancanza di responsabilità decisionale; senso della comunità e della tradizione, senza che si ritorni a divisioni chiuse di stampo tribale. Queste sono solo alcune dei tratti identificativi che Rossi elabora per la rifondazione di una destra che attualmente non c’è e la cui mancanza, com’egli specifica, disorienta non pochi elettori, privandoli di un’offerta politica cui si sentirebbero vicini.

Leggendo le godibili pagine del libro, diversi autori vengono in mente, alcuni pure citati. Da Tocqueville a Ortega y Gasset, solo per fare qualche esempio, il paradigma è quello che, semplificando ancora una volta, potremmo definire liberal-conservatore. In tal senso, il nome che più si rende utile riscoprire è quello di Raymond Aron, in particolare con un saggio del 1957 riproposto nel 2018 dalla casa editrice Historica, curato da Alessandro Campi e tradotto così: Saggio sulla destra, il conservatorismo e la democrazia liberale. La destra che sembra emergere dalla penna di Rossi è conservatrice e liberale a un tempo (sebbene qualche espressione sembri più riconducibile al pensiero liberal, lontano dunque dalla commistione tra liberalismo classico e conservatorismo). Essa non vede le tradizioni come monoliti a cui aggrapparsi e da cui non ci si può in alcun modo muovere, bensì come bagagli culturali e identitari che «assicurano una continuità morale, proteggendo gli individui dalla solitudine e la società dall’anarchia» (sono parole dello stesso Aron). Per usare le parole di Campi nell’introduzione al volume aroniano, si tratta di «un’opzione politico-esistenziale tesa a salvaguardare, difendere e perpetuare la tradizione liberale europea e le “istituzioni” che essa ha prodotto nel corso dei secoli». Evidentemente, un’operazione di questo tipo richiede una maturità intellettuale non solo da parte di chi fa proprio tale paradigma ma, soprattutto, da parte di chi, da posizione avversa, considera la destra aprioristicamente lo schieramento politico moralmente inferiore, e dunque abietto, oppure, rinchiuso in steccati ideologici soffocanti, come una posizione ideologica ineluttabilmente fascista.

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