La lezione di Adam Smith, ora fraintesa ora errata

Luca Demontis è dottorando presso la Scuola Internazionale di Alti Studi della Fondazione Collegio San Carlo di​  Modena, dove ha precedentemente conseguito una specializzazione annuale in 'Scienze della Cultura'. S i è laureato in Filosofia all'Università di Siena. Ha trascorso periodi di ricerca presso il Wolfson College dell'Università di Oxford e l'Universidad Autónoma di Madrid. È stato relatore a convegni internazionali in Italia, Austria, Paesi Bassi, Svizzera, Ungheria. Si occupa prevalentemente di teoria e storia del liberalismo moderno e contemporaneo, e in particolare del pensiero di Isaiah Berlin.

Recensione a
C. Menger, Scambio, Valore e Capitale. Scritti su Adam Smith
IBL Libri, Torino 2019, pp. 288, € 20,00.

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Per i pochi e volenterosi lettori italiani che continuano a interessarsi alle tesi del liberalismo economico, ostinandosi a non attribuire al cosiddetto “neoliberalismo” l’origine di ogni male che affligge le società contemporanee dal Climate Change fino al cyberbullismo nelle scuole medie, l’Istituto Bruno Leoni è da anni un sicuro riferimento. Dietro alla confusione e alla superficialità ideologica che caratterizza ogni presa di posizione economica nel dibattito pubblico, in cui il massimo approfondimento si esercita sull’opportunità di tassare o meno le merendine, l’Istituto si richiama ai fondamenti del pensiero liberale per formulare analisi e proporre policies spesso controcorrente che, le si condivida o meno, sono l’espressione rigorosa e coerente di un punto di vista ineludibile in una Open Society.

Oltre che in numerose conferenze e seminari, l’attività dell’Istituto si articola nella proposta editoriale di IBL Libri, nel duplice intento di diffondere sia i “classici della libertà” sia opere contemporanee di orientamento liberale e libertarian. Tra le uscite più recenti, merita attenzione la raccolta degli scritti di Carl Menger dedicati ad Adam Smith, curata da un profondo conoscitore della Scuola Austriaca come Raimondo Cubeddu, con l’informato e aggiornato contributo di Giuseppe Giunta, Jacopo Marchetti e Francesca Dal Degan.

La lunga prefazione di Cubeddu esprime il significato dell’operazione editoriale, che non riveste un esclusivo interesse filologico per gli studiosi di Smith e Menger. Al contrario, c’è in gioco il confronto tra due giganti della storia del pensiero economico, rispettivamente alle origini dell’economia politica classica e della scuola neoclassica o marginalista. Un confronto fortemente polemico: Menger accusa il padre dell’economia politica nientemeno che di aver condotto quest’ultima fuori strada fin dalle sue origini.

Secondo un’interpretazione assai diffusa della storia del pensiero economico, canonizzata principalmente da Friedrich von Hayek, si confrontano due atteggiamenti fondamentali davanti alle scienze sociali:  da un lato la tradizione inaugurata dall’Illuminismo scozzese di David Hume, Francis Hutcheson e dello stesso Smith, articolata in seguito nel conservatorismo di Edmund Burke e sistematizzata infine negli scritti della “Scuola Austriaca” di Menger, Hayek e Ludwig von Mises tra gli altri, caratterizzata dallo scetticismo epistemologico, da un prudente conservatorismo nelle politiche sociali, dalla fiducia nell’individuo piuttosto che nella collettività e nelle capacità autoregolatrici del mercato piuttosto che nell’intervento statale; dall’altro, il razionalismo dell’Illuminismo francese, condotto alle sue logiche conseguenze dal pensiero marxiano e culminante nel collettivismo sovietico, caratterizzato dall’ambizione di organizzare scientificamente e pianificare deliberatamente la società, in modo da sradicare le disuguaglianze e realizzare grandiosi ideali di armonia e giustizia sociale.

Gli scritti di Menger introducono forti elementi chiaroscurali in questa talvolta schematica interpretazione, dato che il padre del marginalismo accusa Smith nientemeno che di essere un precursore del socialismo. Il nodo del contendere consiste nella fondazione stessa delle scienze sociali, e di conseguenza nella spiegazione dei fatti economici: mentre Menger basa la sua metodologia di ricerca su una teoria dei valori soggettivi, in cui l’individuo è sovrano delle scelte e fondamento della società, Smith avrebbe inseguito il sogno razionalistico di una spiegazione onnicomprensiva delle interazioni sociali, di cui sarebbe espressione la famigerata – e mai abbastanza fraintesa – Invisible Hand.

Nella sua critica a Smith è evidente che Menger tende a calcare la mano per legittimare il nuovo paradigma marginalista, per compiere il «parricidio» di cui necessita ogni scuola di pensiero che intenda affermarsi sulle macerie delle precedenti. Ad ogni modo, l’analisi mengeriana è sempre molto accurata e talvolta perfino simpatetica con lo scozzese, non giungendo mai alle ingenerose stilettate libertarian di Murray Rothbard, secondo il quale Smith sarebbe stato, oltre che uno «spudorato plagiario» (p. 206), né più né meno che il vero padre del marxismo (p. 216), come ricorda Marchetti nel suo bel contributo sul “liberalismo senza mano invisibile”.

Tra i più gravi errori di Smith, c’è la tesi che il valore economico sia qualcosa di intrinseco e contenuto nel bene prodotto, come se il valore fosse qualcosa di “oggettivo” e non dipendesse, invece, dal continuo gioco di domanda e offerta sul mercato, in cui non esiste niente di simile al “giusto prezzo”, come anche Luigi Einaudi non si stancava di ribadire. Una tesi – quella del valore oggettivo – accolta di buon grado da Karl Marx e dai collettivisti, in quanto utile a legittimare l’intervento dell’autorità pubblica per stabilire il “vero e autentico” valore economico, inibendo così il libero mercato e, nei suoi eccessi, reprimendo rovinosamente la libertà economica dell’individuo di comprare e vendere in base ai suoi effettivi bisogni e desideri.

Al contrario, Menger non potrebbe essere più conseguente nel sostenere il carattere soggettivo del valore economico, che dipende esclusivamente dall’incontro in un preciso momento tra le scale di bisogni di due determinati individui. Non è possibile stabilire un valore oggettivo semplicemente perché quest’ultimo è legato al continuo mutamento storico dei processi produttivi, della disponibilità delle risorse, dei rapporti negoziali, dei bisogni individuali: «i prezzi sono soltanto fenomeni accidentali, sintomi dell’equilibrio economico tra le forze umane» (p. 57).

La raccolta Scambio, Valore e Capitale è uno strumento di ricerca imprescindibile per gli studiosi della Scuola Austriaca, dell’economia neoclassica e della storia dell’economia più in generale, ma si rivolge più in generale a chiunque ritenga che «ideas have consequences», dato che nella fucina delle argomentazioni degli Austriaci (talvolta molto complesse, va riconosciuto: non scaldano i cuori come tanti pamphlet socialisteggianti di successo) sono state forgiate molte delle policies più influenti dell’ultimo secolo. Banalmente, se si prescinde da autori come Carl Menger, Eugen von Böhm-Bawerk, Friedrich von Wieser, Friedrich von Hayek e Ludwig von Mises si capisce un po’ meno della crisi del ’29 e dei limiti del New Deal, dell’ascesa e del crollo dell’Unione Sovietica, della fortuna iniziale e del declino del Welfare State, dei famigerati Margaret Thatcher e Ronald Reagan, dei vizi “costruttivisti” di un’Unione Europea costruita a tavolino, delle varie guerre doganali che imperversano nella barbarie protezionista dei nostri giorni. Non è poco, si direbbe: ci sono tante buone ragioni per tornare a leggere questi classici del pensiero, e le pagine di Menger su Smith costituiscono un ottimo punto di partenza.

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