La lezione di Solženitsyn all’Occidente: da riascoltare

Katiuscia Vammacigna, nata e cresciuta a Brindisi, si laurea in Filosofia a Lecce, specializzandosi a Parma, dove insegna per diversi anni. Tornata a Brindisi, si dedica a passioni quali scrittura, teatro, filosofia. Frequenta corsi di scrittura creativa e partecipa a diversi concorsi letterari. Nel 2018 si classifica seconda nel concorso letterario Verso l’altro, promosso dall’associazione Jonathan di Brindisi, con il racconto La mia terra non ha nome. Sempre nel 2018 riceve una menzione di merito per il Premio Letterario Nazionale Città di Mesagne con il racconto Odore di salsedine su Tunisi. Si definisce ironica, appassionata e curiosa di indagare ancora sè stessa e il mondo attraverso la scrittura.

La lezione di Solženitsyn all’Occidente: da riascoltare

Almeno una volta nella vita bisognerebbe leggere il discorso pronunciato nel 1978 da Aleksandr Solženicyn ai giovani studenti dell’Università di Harvard, immaginando che quel discorso possa essere ascoltato ancora oggi da tutti, giovani e adulti compresi. In ognuna delle sue parole il discorso mostra, infatti, una lucida analisi del mondo e dell’uomo contemporaneo. Un discorso che continua ad esprimere una straordinaria forza educativa, potente e penetrante come una socratica torpedine marina che vuole risvegliare le coscienze. Sorprendente e disarmante anche l’attualità dei temi affrontati e discussi.

Premio Nobel per la letteratura nel 1970, dissidente del comunismo sovietico, Solženicyn parla, come un novello Zarathustra, ai cuori e agli spiriti sopiti, sperando di risvegliarli dal loro torpore. Partendo dalla constatazione del fallimento dell’ideologia socialista, l’autore nel suo discorso sottolinea come anche il modello occidentale riveli ormai un’intrinseca crisi. Palesi la fragilità e le contraddizioni della società moderna del XX secolo. L’Occidente ha mostrato al mondo, in base alla sua presunta superiorità, il modo per ottenere uno sviluppo economico di successo. Siamo stati abituati a guardare ogni cosa con il metro occidentale, senza renderci conto che il sistema nel quale viviamo non è più attraente a causa di un prolungato stato di esaurimento spirituale.

Il modo di vita occidentale – sottolinea infatti Solženicyn – non è più un modello leader. La nostra società svela così i segni di una malattia e di una decadenza che mostra chiari i suoi sintomi, nel declino delle arti, nella mancanza di grandi statisti, nel generale decadimento della cultura e dell’informazione. La superficialità è una malattia del XX secolo. Il popolo è spesso riempito da pettegolezzi e discorsi vani, dai dettami della moda. Ne segue una cecità sociale, politica, culturale, pericolosa. La stampa e i media godono di ampia libertà e dovrebbero avere un ruolo educativo fondamentale dell’opinione pubblica. Ma questo spesso non accade e, al contrario, ci si trova dinanzi ad un’opinione pubblica diseducata e regolata dal principio secondo cui, tutti hanno diritto di sapere tutto; quando sarebbe più utile, invece, ricorrere ad una sorta di rasoio di Occam dell’informazione, in base al quale, laddove non è necessario, non vanno moltiplicate e diffuse ulteriori notizie. Per Solženicyn, infatti, è maggiore il valore che deriva dal diritto di un popolo di non sapere, e di non riempire le loro anime di pettegolezzi, sciocchezze, discorsi vani. Altrimenti, mandrie mosse da istinti continueranno a portare ad una cecità pericolosa e al dominio di un Grande fratello del senso comune e di un’opinione pubblica, basati su standard di massa.

Secondo Solženicyn una delle maggiori caratteristiche dell’Occidente moderno (e, aggiungo, contemporaneo) è il declino del «coraggio civile» in ogni Paese, partito, governo e tra le élites intellettuali. Le dichiarazioni di indipendenza degli Stati occidentali moderni hanno da sempre proclamato e difeso la libertà dell’uomo, ponendosi come obiettivo la felicità dei singoli. Lo sviluppo industriale, tecnico e sociale ha garantito la realizzazione delle aspirazioni umane alla libertà, al benessere, ai beni materiali, nell’ottica di un’estensione sempre maggiore dei propri diritti. Ma, come sottolinea lo stesso autore, il dettaglio psicologico che è sfuggito a tutti è la proliferazione di un desiderio illimitato ad avere più beni, più ricchezza e una sempre maggiore libertà. Eppure è stata proprio la moderna società occidentale a mostrare la diseguaglianza nella libertà, il cui concetto è stato abusato e bistrattato, lasciando spazio ad una libertà distruttiva e irresponsabile, che si è tradotta spesso in un abuso della stessa o in un’inclinazione delle libertà al male, proprio in paesi liberali e democratici, come ad esempio, gli Stati Uniti.

La civiltà occidentale antropocentrica, sviluppatasi con l’Umanesimo, ha soddisfatto con il progresso tecnico-scientifico le sue necessità materiali, senza però sanare e riscattare la povertà morale e spirituale del XX secolo. Tutti gli altri aspetti umani fondamentali sono rimasti fuori dall’attenzione dello Stato e dei sistemi sociali. Secondo Solženicyn la tendenza contemporanea all’irrefrenabile accaparramento dei beni ha paralizzato il libero sviluppo spirituale dell’io, sacrificando così la priorità della conquista di un bene comune. Nulla più è sacro. Tutto è manipolabile, influenzabile, commercializzabile: corpi, idee, anime. Bene e male, giusto e sbagliato, vero e falso, si sono mescolati e confusi, lasciando lo spazio al trionfo di una neo-banalità del male e del falso. Ne è seguita una crisi spirituale e un’impasse politica che ha sancito il disinteresse per un benessere collettivo e una totale mancanza di cura.

La demistificazione avviata da Nietzsche nel Novecento ha emancipato l’uomo dal patrimonio morale dei secoli cristiani, ma i nuovi valori non sono quelli propugnati dal superuomo nietzschiano, l’oltre-uomo, bensì dall’ultimo-uomo, l’homo oeconomicus che ha sostituito la spiritualità e l’etica con il dominio dello spirito del denaro e degli affari. L’annuncio della morte di Dio e della fine di tutti i valori etici ha spodestato dal trono divino anche la spiritualità dell’uomo, sancendone la fine. L’ultimo uomo, l’homo oeconomicus appare così l’uomo peggiore, senza verità, senza morale, senza spirito. Egli è incapace, proprio come l’ultimo-uomo nietzschiano, di completare la metamorfosi dall’uomo al superuomo, dal cammello che porta su di sé il fardello del Tu devi, al fanciullo creatore di una superiore scala di valori. Così l’ultimo-uomo è, citando lo stesso Nietzsche, «come una tigre pronta al balzo, come un’anima tesa che non salta mai (…). Stanco anche per morire». E, travolto dall’inerzia paralizzante di un nichilismo passivo, abbandona l’uomo moderno ad un’irresponsabilità senza controllo. Nessun superuomo è ancora apparso all’orizzonte.

Solženicyn, pur non richiamandosi a Nietzsche, nel suo discorso ai giovani sembra voler annunciare l’avvento di un nuovo spirito risanato e libero nell’anima, capace di riprendere il cammino dell’uomo e della società. Secondo Solženicyn è dunque necessaria una rivoluzione spirituale che non riguardi solo la società e la politica, ma prima di tutto l’uomo. Perché si affermi una nuova società, una società migliore è indispensabile perciò avviare una de-banalizzazione del male e del falso, facendo sì che l’uomo possa recuperare un neo-umanesimo spirituale, creatore di una nuova e migliore scala di valori etico-umani. Una spiritualità civile, gravida di senso civico e responsabilità. Perché la spiritualità è una dimensione intima, non visibile, che può però portare a risultati tangibili. Bisogna redimere il senso del sacro e della cura. L’uomo nuovo deve farsi inondare da una fiammata spirituale, innescando un’ascensione antropologica, che non punti, né a sinistra, né a destra, bensì in alto.

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