La natura umana secondo Roger Scruton

Antonio Lombardi è Dottore di ricerca in Filosofia e Storia e Cultore della materia in Storia della filosofia e della metafisica presso l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro". Si occupa prevalentemente di filosofia della natura hegeliana e dei suoi rapporti con le teorie evoluzionistiche, della filosofia italiana del Novecento (con particolare attenzione a Gentile, Carabellese e Bontadini), del pensatore colombiano Gómez Dávila. Ha scritto diversi articoli e tre monografie: Logica della Presenza (2013), Nicolás Gómez Dávila e la modernità (2015, con Gabriele Zuppa) e Il volto epistemico della filosofia italiana (2018). Collabora continuativamente con la Gazzetta filosofica e con l'annuario di storia della metafisica "Quaestio". È tra i soci fondatori dell'Associazione culturale italo-tedesca GRIMM di Foggia.

Recensione a
R. Scruton, Sulla natura umana
Vita e Pensiero, Milano 2018, pp. 132, €15,00.

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Chiunque conosca anche solo per sommi capi Sir Roger Vernon Scruton, saprà che si tratta di un intellettuale influente, poliedrico e controverso: i suoi numerosi scritti e interventi vanno dal trattato accademico al romanzo (Notes from Underground è un thriller ambientato nella Cecoslovacchia comunista), dall’invettiva politica all’elogio un po’ “dandy” della vita da signorotto di campagna (nel 2012 ha scritto anche una Green Philosophy “di destra”). Ogni anno organizza una scuola estiva chiamata Scrutopia, in cui si può trascorrere con lui una settimana in una splendida country house vittoriana, discutere di filosofia e condividere il suo stile di vita.

È una sorta di idéologue conservatore, insomma, che non a caso ha saputo attrarsi antipatie talvolta feroci: ad esempio per le sue posizioni pro-Brexit, oppure quando a seguito di alcune dichiarazioni sull’Islam e la Cina è stato sollevato dall’incarico di presidente di una commissione del Ministero dell’edilizia britannica. Al netto di queste polemiche mediatiche, in cui come spesso capita il personaggio prende il sopravvento sullo studioso (ogni riferimento ad analoghi casi italici è puramente casuale), ad un’altezza più rigorosamente storico-teoretica i contributi di Scruton sono stati apprezzati in ambito accademico specialmente nel campo dell’estetica e della filosofia politica.

Il pregio di uno dei suoi ultimissimi lavori, il volumetto On the Human Nature (pubblicato nel 2017 e tradotto in italiano da Stefano Galli per le edizioni di Vita e Pensiero), è senz’altro quello di costituire un’agilissima ancorché robusta sintesi del suo pensiero. Si tratta, in effetti, della trascrizione di tre lezioni tenute nel 2013, che sanno toccare in scioltezza e profondità temi complessi di metafisica, a partire dalle domande fondamentali dell’antropologia filosofica. L’operetta consta di quattro capitoli che si preoccupano di mettere a fuoco, contro le concezioni invalse, la specificità dell’uomo entro quattro livelli concentrici e progressivi: quello biologico, quello sociale, quello morale e quello sacrale.

Da buon Briton, Scruton nel primo capitolo mostra di sapere bene che un compito di questo tipo non è affrontabile se non a partire da un confronto serio con il biologismo evoluzionista e riduzionista che ha preso piede in Inghilterra durante l’età vittoriana per poi affermarsi su scala mondiale nel Novecento. Non lo è soprattutto se il fine è quello di argomentare a favore di una eccezionalità dell’homo sapiens rispetto alle altre specie. Il Giano bifronte Darwin-Dawkins rappresenta perciò l’avversario principale: un quarto maestro del sospetto da aggiungersi all’asse Marx-Nietzsche-Freud di ricoeuriana memoria.

Concordando con A.R. Wallace circa la differenza essenziale che intercorre tra l’istinto di sopravvivenza e fenomeni come il linguaggio, la morale, il senso estetico, ma rifiutandone l’idea per cui esista un assoluto “divario” tra ordine naturale e spirituale, Scruton propone una forma di emergentismo qualitativo dichiaratamente ispirato a Hegel. Ad un certo punto della storia naturale il continuo assommarsi di singole caratteristiche nell’animale-uomo dà vita ad un quadro d’insieme “gestalticamente” non riducibile ad esse. Esattamente come una serie di pennellate a una tela compongono il dipinto di un volto che non è soltanto la somma dei diversi tocchi cromatici, ma possiede una sua autonomia. Una metafora, questa, che ricorrerà spesso nel prosieguo. Tale autonomia dell’umano può constatarsi in diversi aspetti fondamentali, che Scruton mostra nella loro eccedenza rispetto agli schemi adattivi del biologismo: i pensieri che hanno un qualche valore epistemico, la risata, la colpa e la punizione, l’intenzionalità, la fede. Contro la “memetica”, il pensatore inglese osserva convincentemente che non tutti i contenuti mentali (o memi) seguono logiche esclusivamente riproduttive, in quanto ce ne sono alcuni, come le proposizioni scientifiche, che rimangono obbedienti alla disciplina della verità anche qualora non conoscano un successo in termini culturali.

Non facendo un passo al di là di Nietzsche, gli psicologi evoluzionisti guardano alla verità come ad uno strumento di autoaffermazione, indifferente ad ogni logica estranea al solo mantenimento della vita. Contro questo tipo di “spiegazioni funzionali”, rintracciabili ad ogni livello del dibattito scientifico, Scruton avanza una tesi assai simile a quella portata alla ribalta in Italia da Gabriele Zuppa nel 2015, ossia quella del truismo della sopravvivenza del più adatto: «È un’ovvietà asserire che gli attributi disfunzionali tendono a scomparire» (p. 22). Ciò non dice ancora niente sulla vera origine o sul vero valore di quelli non scomparsi, non immediatamente identificabili con la fitness. Non in tutti i casi, perlomeno. È quanto invece credono coloro che propongono una genealogia della morale in salsa darwinista, ma tutti i discorsi che tentano di individuare comportamenti “proto-” o “pseudo-morali” in regimi primordiali di assoluto competitivismo, al fine di spiegare i sistemi di valori odierni soltanto come mere complicazioni di condotte volte all’autoconservazione, finiscono col presupporre ciò che intendono ridurre ad altro. E così la differenza permane.

Nei capitoli successivi al primo, che occupa più di un terzo del libro, Scruton approfondisce soprattutto le ripercussioni pratiche di questa eccezionalità meta-biologica dell’essere umano. Il secondo, dedicato alle relazioni interpersonali, muove dall’idea per cui la scienza evoluzionistica non è capace di rendere conto dei “pronomi”, quelle particelle linguistiche in grado di riferirsi eminentemente a ciò che si sottrae dall’orizzonte dell’oggettività per elevarsi al rango di soggetto. In questo senso a Kant viene riconosciuto il merito di aver dimostrato come i “pensieri-io” sono ciò che contraddistingue l’uomo rispetto agli enti naturali, ma viene anche sottolineato il ruolo che il postkantismo ha avuto nell’insistere sull’altrettale essenzialità dei “pensieri-tu”: che il sé sia un prodotto sociale è quanto hanno saputo far vedere soprattutto Fichte, Hegel e il secondo Wittgenstein. Il nostro rispondere agli altri, riconoscendoli in quanto “soggetti come noi”, ci spinge ad andare oltre l’involucro fenomenico, in direzione del loro imperscrutabile centro incorporeo. Il corpo è l’incarnazione di un essere che non sarebbe senza il corpo, ma che allo stesso tempo lo oltrepassa ontologicamente ed assiologicamente: è una dinamica che Scruton chiama intenzionalità oltrepassante. Su di essa si fonda la nostra identità personale, che comporta ad esempio l’essere i protagonisti di un tipo tutto particolare di piaceri, come quello erotico, in cui non vogliamo semplicemente “fruire” ma anzitutto riconoscere ed essere riconosciuti.

Il terzo e il quarto capitolo, dedicati rispettivamente alla vita morale e agli obblighi sacri, sono strettamente intrecciati: dall’intenzionalità oltrepassante viene dedotta una concezione deontologica della morale in cui il dovere deve seguire sempre da un incontro e l’obbligo configurarsi come essenzialmente personale. Etiche di tipo consequenzialistico, invece, perseguono un ideale di giustizia astratto, il cui sguardo è incapace di abbracciare la concretezza relazionale in cui si dispongono i diversi soggetti. In questo errore, secondo Scruton, è caduto il marxismo storico. Parimenti astratto, però, è il contrattualismo alla Rawls, perché privilegia il consenso a un livello formalistico, trattando quanto concordato come un elemento accidentale: ciò depotenzia l’esperienza antica del tabù, ovvero della «ripugnanza in se stessa» (p. 113) per la profanazione di ciò che è sacro a prescindere dalla volontà dei contraenti. Ripensare la pietas, allora, come «obbedienza verso autorità non scelte» (p. 117) appare a Scruton un compito senz’altro difficile oggi, ma assolutamente urgente affinché la nascita, il matrimonio, la famiglia e la morte, esempi precipui del sacro, possano essere salvaguardati nelle società contemporanee. A convincerci definitivamente che questa sia la via da percorrere non saranno di certo queste poche pagine, ma va riconosciuta a Scruton la maestria con la quale, attraverso di esse, sa introdurre il lettore alla questione e prospettare alcune ipotesi risolutive.

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