La rivolta di Reggio Calabria e la destra

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Giuseppe Parlato è professore ordinario di Storia contemporanea presso l’Università degli Studi Internazionali di Roma (UNINT). Si è occupato di storia del Risorgimento italiano, del fascismo e della destra italiana. È presidente della «Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice».
Tra le sue pubblicazioni: Fascisti senza Mussolini. Le origini del neofascismo in Italia (1943-1948) (il Mulino, Bologna 2006); Mezzo secolo di Fiume. Economia e società a Fiume nella prima metà del Novecento (Cantagalli, Siena 2009), Gli Italiani che hanno fatto l’Italia. 151 personaggi per la storia dell’Italia unita (Eri Rai, Roma 2011), La Fiamma dimezzata. Almirante e la scissione di Democrazia Nazionale (Luni, Milano 2017).

La rivolta di Reggio Calabria e la destra

La ricorrenza del cinquantenario della rivolta di Reggio Calabria può indurre ad una riflessione sulle caratteristiche dell’eversione post ’68. La natura della rivolta e le modalità con le quali essa si sviluppò non possono non essere messe in relazione con analoghi, anche se minori, fenomeni di forte tensione popolare, come quelli di Avola (dicembre 1968) e di Battipaglia (aprile 1969). Si trattò di rivolte che partivano da una situazione di degrado e di crisi economica, a fronte delle promesse che i governi di centro-sinistra, proteste che coinvolsero braccianti che chiedevano l’abolizione del caporalato (ad Avola) e cittadini comuni esasperati per la chiusura di due fabbriche (a Battipaglia). I problemi sul tappeto erano il Mezzogiorno, tema ricorrente di tutte le dichiarazione programmatiche di ogni governo, e la scelta in merito alla sua vocazione produttiva, agricola, industriale ovvero turistica.

Oltre al degrado economico (migliaia di persone vivevano ancora nelle baracche costruite dopo il terremoto del 1908 e le condizioni dell’agricoltura erano drammatiche), Reggio Calabria presentava anche un altro problema: quello del capoluogo. Si trattò di una scintilla che fece divampare un incendio di lunga durata (sette mesi, dal 14 luglio 1970 al 16 febbraio 1971) e che trovò nella popolazione una coralità trasversale di consensi, a destra come al centro come a sinistra. Gli squilibri economici e di rappresentanza politica all’interno della regione, la permanenza di gravi ritardi rispetto al resto del Paese, nonché le mancate risposte alle attese giovanili e alle aspettative dei ceti medi istruiti, fecero da sfondo alla rivolta.

Una rivolta “fascista”, quella di Reggio? Sicuramente il Msi la cavalcò, dall’autunno 1970 in poi, e così fu caratterizzata dalle sinistre comunista e socialista, che furono le prime a invocare nei confronti della rivolta una politica repressiva, esasperando ulteriormente gli animi. Tuttavia la fase originaria della rivolta fu determinata dalle voci, circolanti sin dal gennaio 1970, dell’assegnazione del capoluogo regionale a Catanzaro e della sede universitaria a Cosenza.

L’Italia si stava avviando, con grande ritardo, ad attuare l’ordinamento regionale previsto dalla Costituzione: fra il 1968 e il maggio 1970 erano state emanate le leggi circa l’elezione dei consigli regionali e la relativa copertura finanziaria. La questione del capoluogo non era dunque banale: essa si trascinava addirittura dal 1947 – come ha bene messo in evidenza Luigi Ambrosi, autore della più completa ed equilibrata storia della rivolta di Reggio di cui si dispone (La rivolta di Reggio. Storia di territori, violenza e populismo, Rubbettino 2009) – allorché fu redatto un opuscolo che illustrava le ragioni storiche della assegnazione a Reggio del capoluogo regionale.

Le forze politiche locali si mossero immediatamente, dopo alcune mancate assicurazioni da Roma: il sindaco democristiano Battaglia fu il promotore del Comitato unitario per Reggio capoluogo, insieme con altre forze politiche di centro e di destra. Poco dopo si costituì il Comitato d’azione per Reggio, guidato da Ciccio Franco, un esponente locale della Cisnal, il sindacato vicino al Msi, dal partigiano repubblicano Alfredo Perna e da altri. In sostanza, solo socialisti e comunisti rimasero fuori dai centri di agitazione e contro i due partiti della sinistra si indirizzarono le dimostrazioni della folla. La polemica contro le sinistre (ma anche contro la Dc a livello nazionale) era ulteriormente motivata dal fatto che i governi Rumor avevano un’ampia rappresentanza cosentina e catanzarese: tra i più noti, i democristiani Misasi, Antoniozzi e il socialista Giacomo Mancini, ministro dei lavori pubblici per quasi tutto il decennio 1961-1971.

Come la Dc, impegnata nella rivolta a livello locale ma contraria a Roma, anche il Msi aveva due personaggi di rilievo al vertice della sommossa, il già citato Franco e Fortunato Aloi, consigliere provinciale. Tuttavia, a livello nazionale aveva assunto una posizione nettamente contraria alla sommossa, tanto che Ciccio Franco fu rimosso dalla carica locale nella Cisnal. Almirante era da pochi mesi tornato alla segreteria del partito dopo la morte di Michelini; il suo partito era reduce da una lunga battaglia ostruzionistica contro l’istituto regionale, condotta nei due rami del Parlamento insieme a monarchici e liberali. Pertanto la rivolta fu immediatamente bollata come “campanilistica” e antinazionale dai vertici della Fiamma, in particolare proprio dal deputato di Reggio, Nino Tripodi. Ma il quadro delle forze che parteciparono a vario titolo alla rivolta comprendeva anche l’estrema sinistra di Lotta continua e l’estrema destra di Avanguardia nazionale di Stefano Delle Chiaie e il Fronte nazionale del principe Junio Valerio Borghese, che proprio alla fine del 1970 avrebbe dato vita a un tentato colpo di Stato.

Nell’autunno del 1970 il Msi cambiò radicalmente posizione: Almirante, preoccupato per la presenza della destra extraparlamentare e sollecitato ad assumere una posizione più rivoluzionaria dai giovani missini, a settembre aveva inviato a Reggio, a spese del partito, un gruppo di alcune decine di giovani romani con lo scopo di verificare lo stato della questione e sostenere i rivoltosi. Ad ottobre il settimanale «Candido», diretto da Giorgio Pisanò, decise di abbandonare la posizione contraria alla rivolta e, attraverso alcune inchieste, mise in rilievo il clima di corruzione politica nella regione indicando come responsabili Mancini e Misasi. Rimase famosa una vignetta di copertina del settimanale, disegnata da Carletto Manzoni, che, sotto l’immagine di Mancini, recitava: «Si scrive leader, ma si legge lader».

Anche «il Borghese» di Mario Tedeschi cambiò rotta e a novembre sostenne la rivolta in maniera decisa, sempre puntando il dito contro la politica di lavori pubblici nella Calabria manciniana. Buon ultimo, «Il Secolo d’Italia», organo del Msi, i primi di gennaio decise che la rivolta non era più “campanilistica” ma “nazionale”. In questo modo Almirante riusciva a realizzare una difficile sintesi: il Msi non restava escluso dalla rivolta reggina e poteva quindi rivendicare un ruolo attivo nel Meridione: il partito continuava ad essere fautore dello Stato di diritto, non essendo a favore delle sole rivendicazioni di Reggio ma di tutta l’Italia colpita dalla partitocrazia e dal centrosinistra, quest’ultimo costretto a inviare l’esercito per sedare la rivolta.

In realtà il Msi e la Cisnal, giunti tardi a sostenere Reggio, operarono in termini tali da imbrigliarla sottraendola alle forze extraparlamentari e permettendo allo Stato di venirne in qualche modo a capo. Ovviamente il Msi incassò un notevole successo sia a livello politico, sia soprattutto a livello giovanile, mettendo in crisi i movimenti della destra radicale che dovettero abbandonare il campo. Come disse Servello, Almirante svolse ad un tempo il ruolo di “incendiario” e di “pompiere”. Una linea double face, come l’ha definita Marco Tarchi: in certi contesti, al Nord, la società va difesa da qualsiasi pulsione ribellistica, mentre al Sud la ribellione è legittima perché il potere è corrotto. Almirante così inaugurava la famosa metafora dell’alternativa e del doppiopetto, che segnerà per alcuni anni la sua leadership nel Msi.

La rivolta si concluse nel febbraio 1971 con un compromesso varato dal governo di Emilio Colombo. Catanzaro veniva confermata capoluogo, Cosenza continuava ad essere sede universitaria e a Reggio venivano riconosciuti due “risarcimenti”: diventava la sede dove si sarebbe riunito il Consiglio regionale e le venivano assegnati alcuni insediamenti industriali, in particolare il famigerato V Centro siderurgico di Gioia Tauro. Il 25 aprile del 1975 ci fu la posa della prima pietra, poi non ce ne furono altre: il centro siderurgico, che avrebbe dovuto dare lavoro a 75 mila persone, rimase un miraggio. Fu invece un grandissimo affare per chi possedeva i trecento ettari espropriati dallo Stato a peso d’oro.

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