La Tecnica ed il problema della negazione (Prima parte)

Riccardo Messina è laureato in Grafica presso l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, con una tesi su Arte e Mitopoiesi. Viaggio nel mondo mitologico. Prosegue gli studi specialistici all’Accademia Albertina, approfondendo le conoscenze pratico–metodologiche e teoriche dell’Arte, dallo studio della storia dell’arte e della grafica, all’estetica, alle più moderne teorie della percezione e della psicologia della forma. I suoi interessi di studio concernono la filosofia, con particolare riferimento alle questioni politiche, sociali e spirituali.

La Tecnica ed il problema della negazione.

Proposta della “Via diretta” come risoluzione di ogni conflitto ideologico

(Prima parte)

Oggi più che mai viviamo in un periodo storico dove l’incedere a passo svelto dei progressi tecno-scientifici ci pone delle serie domande di riflessione; fino a che punto è legittimo spingersi oltre i confini imposti dalla cultura, dalla morale, dall’etica, dalla religione? È possibile imporre dei freni all’incedere incalzante della tecnica? La bioetica si pone molte domande del genere e cerca di darne una risposta. Ma per trovare una soluzione a questo problema bisognerebbe fare un paio di passi indietro sulla lunga via della storia umana, bisogna innanzitutto capire cos’è la tecnica.

In accordo con quanto afferma Martin Heidegger, possiamo dire che la tecnica è innanzitutto uno statuto metafisico, prima ancora del suo aspetto formale che si manifesta nella tecnologia. La tecnica, come modus operandi, definisce lo stesso uomo, è un mezzo attraverso la quale s’inverano i suoi scopi. Sin dalla sua comparsa sulla terra l’uomo è “Uomo tecnico”, un essere che a differenza degli animali, non è guidato esclusivamente dalla grazia dell’istinto, ma usa la ragione e organizza strumenti e mezzi in vista di scopi: accendere un fuoco, cacciare un animale, costruirsi un riparo dalle intemperie, dipingere una bestia su una grotta per comunicare qualcosa ai propri simili, stampare la Bibbia o la Divina Commedia e così via, fino alle rivoluzioni industriali e quella antropologica attuale, dove si sta lavorando all’ibridazione uomo-macchina e allo sviluppo Di intelligenze artificiali che dovrebbero rendere la nostra vita sempre più comoda e facile.

La storia e l’antropologia sembrano dimostrare che l’essenza dell’uomo stia nel continuo oltre-passamento dei limiti che gli si presentano davanti, che frenano la sua volontà, per crearsi man mano squarci sempre più ampi nella barriera “demonico-divina” che gli sta di fronte, per dominare e usare la potenza nel tentativo di superare la condizione mortale (Prometeo che ruba il fuoco agli Dei). Emanuele Severino è stato molto chiaro a mettere in luce quest’aspetto: oggi la tecnica è frenata in quanto il sapere sapienziale la ammonisce, gli pone dei limiti, ripete sovente «la tecnica è come un uomo seduto su una sedia convinto di non avere le gambe. V’è una filosofia del sottosuolo che invece gli sussurra “Puoi correre, possiedi le gambe!”». Tale filosofia del sottosuolo toglie ogni legittimità d’essere alla voce della tradizione che pone degli immutabili e degli assoluti “all’esterno” del pensiero e dell’agire umano. Pensiamo a Nietzsche, Leopardi, in maniera molto discussa Giovanni Gentile.

Una volta che gli immutabili vengono contestati, messi in dubbio, la loro legittimità discussa, i limiti possono essere liberamente oltrepassati e v’è il margine per la reale fine di ogni ideologia ed il trionfo assoluto della tecnica (come potenza e inveramento dello spirito dell’uomo). Se il “piano trascendentale” o “l’esperienza mistico- religiosa” depotenziano in qualche modo il “piano finito”, ciò non può che avvenire per atto di fede e/o esperienza individuale. Il piano finito, non potendo capire e comprendere in sé il trascendente, per contro-attacco, non può che togliere di mezzo Dio (ed ogni assoluto); o peggio ancora, in maniere più fondata, assumere in sé stesso quel trascendente legittimando così ogni forma di attualità (il finito), e così non ha più davanti a sé il limite e l’ammonimento del sapere sapienziale. Ogni prospettiva filosofica, ideologia, religione, che pone “la cosa in sé” in modo assoluto, oltre l’apparenza, crea un clima ontologico dove l’opposizione originaria tra il positivo e il negativo viene assunta come condizione imprescindibile del mondo.

Il nichilismo (che tanto fa paura) non è solo nel “negativo”, che in maniera palese si manifesta nella contemporaneità, ma è presente in forma embrionale anche nel “positivo”, quando inteso come “negazione della negazione”. Il senso ontico dell’opposizione originaria tra Essere e Nulla si sviluppa già nell’antichità con la massima espressione in Parmenide, ed è oggi il senso fondamentale ed originario del mondo occidentale che ha radici nella metafisica. Ma siamo sicuri che tale distinzione possa porsi come vera?

È già tale opposizione originaria che concepisce il nulla non come “nulla puro” ma come “differenza”, “alterità”, il “non dell’essere A da parte di B”. Ma se il nulla è puro nulla, l’essere non può nemmeno porre se stesso perché porre il nulla come differenza da sé sarebbe già concepire un positivo essere da parte del nulla,  ogni volta che l’essere cercasse di trovare il nulla di fronte a sé, non farebbe altro che trovare davanti se stesso, disvelandosi sulla sua infinità. Ma tornando un secondo alle ideologie, queste frenano la tecnica perché dal loro punto di vista essa è un mezzo, non un fine, ma come la dialettica hegeliana ha portato in luce, lo strumento è destinato a diventare lo scopo. Le ideologie attuali presenti sullo scenario mondiale: capitalismo, nuovo e vecchio liberalismo, comunismo, islam, ebraismo, cattolicesimo, sovranismo e ogni forma di fede e/o ideologia minore, fa uso della tecnica per attuare i propri scopi. Per vincere sulle altre ideologie deve necessariamente potenziare il proprio apparato tecnico in modo che divenga superiore agli altri apparati tecnici (delle ideologie avversarie). Anche l’arte, il linguaggio, la poesia, sono tecnica (scienza dello spirito) che si allea con la massima potenza in campo in modo da poter attuare sé stessa con margini di azione più ampi (l’arte che si fa critica del sistema, ad esempio, è la prima ad essere serva e funzione del sistema; vedasi gli stretti rapporti fra capitalismo, corporazioni e fondazioni che finanziano i massimi esponenti dall’arte contemporanea e le fiere di maggior rilievo mondiale).

Arte (è) Tecnica: nell’antica Grecia questo concetto era chiarissimo tant’è che il fare artistico veniva definito techné, il saper fare, il sapere operare, porre l’essere nella logica della produzione. Si tratta del momentum artistico in cui, come dice Platone, l’artista cerca d’imitare il fare demiurgico, mito-poiesis ed auto-poiesis quando l’arte crea sé stessa nell’atto. Così com’è poiesis la produzione da parte del Dio, l’arte diviene celebrazione estatica ed estetica della verità, ma questa verità diviene l’arte stessa quando nella sua contemplazione si scorge l’essere a-temporale che si è reso finito grazie all’atto magico. Quando ciascuna ideologia, o agire, finisce con l’assumere come scopo il potenziamento del proprio apparato tecnico o la verità (entrambe le Poiesis sono manifestazione di una potenza che si attua tramite la tecnica), ed entro tale dialettica non può che vincere la tecnica.

Tra le forze dominanti nello scenario attuale del mondo, alla fine prevale quella che per prima mette da parte il proprio scopo ideologico, affinché il potenziamento della tecnica possa realizzarsi senza freni. Quando gli USA e l’URSS cominciarono a lavorare, durante il periodo della guerra fredda, al programma della corsa allo spazio, dovettero mettere di lato, almeno in parte, certi conflitti ideologici, per approdare a dei progressi nello sviluppo della tecnica. Così vediamo come la necessità del progresso tecnico, renda le ideologie più “aperte”, per togliere quei freni che le impediscono di crescere. Pensiamo ad esempio al fatto che la Russia e gli USA attinsero a tecnologie naziste, o alla nascita del concetto di Freedom of Space, alla cooperazione USA-URSS (nell’ultima missione Apollo) per andare sulla Luna, la reciproca stima e rispetto fra gli astronauti e l’ipotesi di cooperare per successive e future missioni su Marte.

In questo modo, entrambe le forze si sono salvate dal prevalere l’una sull’altra nello scenario geopolitico. Ciò accade perché la tecnica consente di realizzare scopi, è la punta di diamante della civiltà occidentale. Anche il cristianesimo è un esempio perfetto della necessità di dover mettere da parte aspetti della propria ideologia per sopravvivere nella struttura (che è, prima di tutto, metafisica ed ontologica) del mondo tecnico occidentale. Senza le contraddizioni della Chiesa cattolica, il potenziamento della tecnica non sarebbe stato possibile e il cristianesimo sarebbe attualmente morto. Giovanni Paolo II, in un suo discorso, sottolineava che la tecnologia e la scienza sono «un prodotto meraviglioso della creatività umana». Benedetto XVI fa notare che la tecnologia è una «splendida testimonianza delle capacità dell’intelligenza e della tenacia degli uomini»; «questa stimola l’umanità ad affrontare e superare le lotte della vita». Il bisogno dell’uomo di procurarsi la tecnologia, secondo Benedetto XVI, è da ritenersi legato al fatto che «l’umanità per sua natura è dinamicamente protesa al proprio sviluppo». Papa Francesco ha di recente affermato che «La tecnologia ha posto rimedio a innumerevoli mali che affliggevano e limitavano l’essere umano».

Anche se la Chiesa Cattolica mette in guardia dalle ripercussioni negative che la tecnica può assumere, le risorse tecniche della quale essa gode, sono oggi tra le più avanzate e all’avanguardia, pensiamo ai sistemi di comunicazione, agli osservatori astronomici, a l’equipe  di scienziati e specialisti che lavora nei laboratori vaticani etc. Si tratta di risorse di cui l’Islam non gode, sia per motivazioni storiche, ma soprattutto perché è una religione che fa più difficoltà a mettere da parte la propria ideologia, che condanna in modo più perentorio la tecnica, rispetto a quanto fa attualmente il cattolicesimo (che ci dice “Sì, è un bene la tecnica ma vi è pur sempre Dio”). Ricordiamo anche la lezione di McLuhan, che ci dice che il medium e il messaggio sono la stessa cosa.

Quindi è facile comprendere in che senso, alla luce di questo, la maggior potenza è quella che assumerà in sé lo scopo d’incrementare indefinitamente la propria potenza, senza avere intralci, remore e ostacoli d’alcun tipo (gli Assoluti e l’uomo stesso). Questa è la pura tecnocrazia, o civiltà della tecnica, differente dalla tecnocrazia attuale che è ancora uno strumento nelle mani del capitalismo o del neoliberismo che è usata dall’uomo (come quella alla Monti). Per sopravvivere a questa forma di potenza suprema, tutte le ideologie, alla fine, dovranno assumere come scopo l’incremento indefinito della propria capacità tecnica, per avere maggior potenza e ostacolare la pura tecnocrazia, ma così facendo, come insegna la dialettica hegeliana del servo-padrone, perderanno ciò che le caratterizzava inizialmente. Da “ideologie che usano il mezzo” tutte le ideologie finiranno per diventare “ideologie usate dal mezzo”. McLuhan direbbe che tali ideologie sono lo stesso apparato tecnico di cui si servono per trasmettere il messaggio, più che gli scopi prefissati. Alla fine vincerà dunque la tecnica, ed ogni aspetto dell’esistenza sarà gestito, controllato e regolato in ogni sua funzione sotto un unico governo mondiale. Tale governo, sarà la massima espressione del principio metafisico dell’identità e della differenza, ossia il modo in cui la volontà di potenza si determina in maniera sempre più libera, in cui confluirà l’intera storia del mondo occidentale. In questo processo, ogni identità particolare (ideologica e non) sarà assorbita (in maniera più o meno consapevole) in questa macro identità. Una volta che tutte le identità confluiranno in questa macro-identità tecnocratica, potrà cessare ogni conflitto e si giungerà alla Pax Technica, il luogo dell’utopia (o distopia, essendo due facce della stessa medaglia) in cui vengono al pettine tutti i nodi dell’Occidente, risolvendosi il senso della polis ideale di Platone (ma in maniera differente da come Platone pensava). Successivamente si andranno a delineare dei mutamenti antropologici che la stessa tecnica oggi sta anticipando, ibridazione uomo-macchina, interfacce neurali, super-intelligenze, fino al completo oltre-passamento dell’uomo stesso. Una super-intelligenza sarà raggiunta (si legga Nick Bostrom Superintelligenze), forse prima ancora di quanto ci rendiamo conto, ed essa capirà (in modi del capire inumani) la necessità di dover sacrificare l’uomo (ideologicamente inteso) per approdare ad una nuova condizione d’esistenza, quell’oltre-uomo che è impensabile per noi allo stato attuale di cose.

A metterci in guarda da tale pericolo non sono nomi di poco conto, pensiamo a Bill Gates, Elon Musk, Stephen Hawking, i primi a lavorare faccia a faccia con tali intelligenze artificiali, avranno forse intuito qualcosa? Anche lo stesso Gianroberto Casaleggio, prima della sua morte, ci mise in guardia da tale pericolo con il video “Singularity”  pubblicato su YouTube, dove viene illustrato il processo verso la quale si determina la “singolarità tecnologica”, attualmente prevista da molti scienziati nel 2029. Tutto questo ha la strada spianata grazie al clima della contemporaneità dove si delinea un mondo privo di ogni assoluto, la tecnica può così auto-determinarsi. Teniamo presente che qui non se ne fa una questione morale, né di esaltazione, né di opposizione, in questa auto-determinazione della tecnica l’umanità potrà fare esperienza di veri e propri miracoli tecnologici, l’arte raggiungerà delle vette mai viste prima nella storia dell’uomo… Ma l’arco che sprigionerà tale potenza suprema, però, non potrà essere teso dai proci. La tecnica dovrà ascoltare la voce della filosofia e dell’arte, che permetterà il trascendimento di ogni individualità (e ideologia particolare) ed assoluto, legittimandola tout-court.

Solo Ulisse, che è l’archetipo della volontà umana che ricerca se stessa, potrà tendere l’arco. È il mito del mezzosangue, colui che viaggia tra i due mondi, da una parte l’umano dall’altra il teologico-magico e quindi tecnico. V’è un’ambivalenza fondamentale fra religione e tecnica, l’ottica in cui entrambe le visioni guardano al mondo, il processo salvifico ed escatologico dell’uomo: il passato come errore (peccato originale o ignoranza umana), il presente come luogo della redenzione (ricerca scientifica verso le applicazioni future), il futuro come luogo dell’utopia (la terra promessa o paradiso).

Alla luce di questa consapevolezza bisognerebbe approfondire come nell’arte ogni mito, con le differenze peculiari del territorio di sviluppo, ci parla di questa fondamentale verità, dall’unità originaria l’uno scinde se stesso in due polarità tramite la poiesis, v’è poi il ritorno all’unità tramite il compimento del viaggio dell’eroe (con tutti gli aiuti e difficoltà del caso). Ma per approdare nella terra della verità, oltre l’illusione del divenire e della terra isolata (che è lo scenario attuale dove si realizza la persuasione del nichilismo), cosa bisogna fare?

Fondamentalmente la Terra Isolata è la fede, ossia la volontà che il contenuto non includente il destino sia la totalità di ciò che appare (tutto ciò che si manifesta nella coscienza), ossia intendere il variare come il diventar altro di ciò che invece è eternamente se stesso e non può mutare (la verità fondamentale dell’esser sé di ogni cosa). Quindi v’è l’isolamento dalla verità e il De-stino (tale esser sé di tutte le cose incluse nel tutto infinito). La Terra Isolata è dunque la stessa struttura del mondo occidentale (che oggi include anche quella orientale)  in senso metafisico a cui abbiamo accennato. Severino pone il raggiungimento della gloria infinita nel “tramontare dell’isolamento”, quindi nell’uscita dalla struttura del senso delle “cose” Occidentale (a cui è destinato anche il raggiungimento della Tecnocrazia). È un evento che deve ancora manifestarsi e che si manifesterà in un ipotetico futuro, un concetto che sembra analogo con il processo escatologico e salvifico tipico delle tecnoscienze della teologia. Ma siamo sicuri che tale dualità fra “isolamento” e “destino” possa veramente darsi?

Io sostengo che questo isolamento e tale struttura è già da sempre tramontata, proprio in quanto perfettamente determinata, ovvero non è un evento che accadrà nel futuro. Dove per Severino non vi può essere nulla che la volontà possa fare per raggiungere tale gloria ed infinita ricchezza, in quanto la volontà stessa è essenza dell’isolamento della terra, qui v’è il “fare della volontà” non come risultato di una condizione isolata ed alienata che non coglie la verità, ma come espressione viva e concreta di quel Tutto che Severino da’ “nell’infinito tutto del Destino” ma, che essendo dato in questo modo, risulta inconcreto, non-dantesi nel finito attuale. L’infinito in Severino viene inteso come la totalità degli essenti eterni che appaiono nel cerchio del Destino infinito, dunque come quantità, l’infinito dev’essere posto invece come “qualità” già data nella presenza (attuale della totalità). Quando poniamo questa infinita ricchezza e totalità come già da sempre data e presente, anche nell’agire della volontà, sia prima, che dopo, che durante, stiamo dicendo che l’originaria unità crea un suo “doppio” per conoscere se stessa tramite il “verbo”, che è la creazione non separata dal creato e da “Dio”. La filosofia di Severino condanna (implicitamente) l’io empirico ad essere “veramente se stesso”, dunque nell’inferno dell’impossibilità dell’oltre passamento totale della propria condizione isolata (in quanto parte della terra isolata è impossibile che noi vi si raggiunga il suo tramonto), qui si sta cercando di mettere in evidenza, invece, che l’io finito, così come ogni essente, in quanto veramente se stesso è già di per sé l’oltrepassamento infinito di se stesso, essendo la “cosa” l’insieme delle relazioni con il tutto, dunque il tutto. La superfice dell’oceano non è “veramente separata” dall’oceano stesso. La superfice dell’oceano non potrà mai veramente darsi come se stessa in maniera totalmente altra dall’oceano, altrimenti daremmo la struttura del principio d’identità e non contrapposizione e di differenza tra “positivo” e “negativo” in senso assoluto escludente, non come relazione e mediazione (fra superfice e l’oceano).

Originariamente v’è dunque una coscienza infinita del tutto che è unità degli opposti e non opposizione fra gli opposti. Tale “non dualità” è intesa non come “negazione della negazione della negazione o della verità”, è piuttosto un “disvelamento processivo” della molteplicità che si mostra, dopo aver tolto la maschera, come unità fondamentale ed originaria. L’unità fondamentale è “affermazione gioiosa e diretta della presenza della verità che già siamo da sempre e per sempre nell’unità del tutto”. La frammentazione che il linguaggio adopera per parlare di ciò che non può essere frammentato e detto è il problema fondamentale che viene messo in luce. In una sola parola non si può dire “tutto” neanche dicendo “tutto” in una sola parola.

Lo stesso Severino sembra convenire con il fatto che il parlare del Destino non è il destino stesso, e che, la massima coerenza del linguaggio della terra isolata, non può essere scambiata con l’apparire del Destino. La sua stessa filosofia, come tentativo di parlare di qualcosa che è originariamente unito, è fallimentare, nel modo più rigoroso possibile, e in questo senso ancor più “pericolosa” quando soggetta all’interpretazione della terra isolata (vedere da pagina 136 a pagina 150 de La Potenza dell’Errare). Sembra allora che noi vi si sia intrappolati dentro questo linguaggio o che il linguaggio stesso sia la totalità del mondo, è così, ma allo stesso tempo non è così, è appunto solo un “sembrare”, perché in realtà tutto ciò che viene posto come determinazione dal linguaggio, viene continuamente superato dal movimento della vita, che si sottrae e al contempo si serve delle “strutture” per esprimersi. Qui però non se ne rimane incastrati e né si pensa che siano il “vero tutto”.

Come scriveva Shakespeare, “ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante tu ne possa sognare nella tua filosofia” ed io aggiungerei che ci sono più cose anche rispetto alla totalità delle cose del cielo e della terra, rispetto anche all’ineffabile e all’indicibile. Bisogna che si disvelino le sempre più larghe maglie dell’essere infinito, che è raggiunto ed oltrepassato nello stesso finito, quando questo infinito viene posto come un pensato. La smania di questo “voler raggiungere l’infinito” lo vediamo in maniera molto plateale nell’arte, talvolta i gesti compiuti dagli artisti contemporanei non fanno che suscitare ilarità, anche la contemplazione e la ricerca del bello finito dell’arte tradizionale è ricerca dell’infinita particolarità presente nella natura, il trait d’union è la continua e spasmodica ricerca delle forme comunicative, del segno espressivo che segue, o meglio tenta di seguire, in maniera sempre differita, come mediazione, il  movimento dinamico della vita che è la stessa infinità.

CONTINUA…

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