La Tecnica ed il problema della negazione (Seconda parte)

Riccardo Messina è laureato in Grafica presso l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, con una tesi su Arte e Mitopoiesi. Viaggio nel mondo mitologico. Prosegue gli studi specialistici all’Accademia Albertina, approfondendo le conoscenze pratico–metodologiche e teoriche dell’Arte, dallo studio della storia dell’arte e della grafica, all’estetica, alle più moderne teorie della percezione e della psicologia della forma. I suoi interessi di studio concernono la filosofia, con particolare riferimento alle questioni politiche, sociali e spirituali.

La Tecnica ed il problema della negazione.

Proposta della “Via diretta” come risoluzione di ogni conflitto ideologico

(Seconda parte)

L’arte è il fare demiurgico, tremendo, travolgente, vitale, che genera strutture e le oltrepassa continuamente nel ripetersi infinito della storia, nel cerchio eterno della vita (l’eterno ritorno di Nietzsche) che s’invera anche nella stessa contemporaneità e post-modernità grazie alla tecnica, e non come sua contrapposizione. Pensiamo al concetto di simulacro, inverato nella realtà virtuale, al significato autentico di Apparenza, della forma non separata dal suo contenuto (il tutto), l’arte come mediazione (estetica) fra il tutto, i segni e il linguaggio, pensiamo al perturbante distopico, all’alienazione presente nell’arte, che ci fa percepire come estraneo ciò che è di casa (o viceversa), e in questo modo farci riscoprire il senso stesso di casa e di estraneo, che spesso si confondono.

La continua ricerca di un nuovo linguaggio, non può restare intrappolata nel tradizionale. Per poter esprimere tale verità, per essere più coerente con se stessa e in tal senso creare la differenza del “perturbante”, che è anche senso del mistero, dell’ignoto, quindi totalmente connesso all’essenza e al significato della vita e della morte, del senso di essere uomini, deve oltrepassarsi. Lo vediamo in Alberto Breccia, nei Miti di Cthulu, ad esempio, quando adopera il disegno tradizionale, realistico, accademico, per descrivere il conosciuto, e la sperimentazione del segno, del gesto, fino ad approdare a forme proto-digitali di composizione, tramite il collage, per narrare di un mondo dove ogni conosciuto, ogni assoluto, ogni eterno, crolla e si distorce su stesso. Lo vediamo nel mito dell’automa (burattino) che si fa essere vivente (Pinocchio), in molti film di fantascienza dove l’uomo e la macchina diventano unità perturbante e viva (Blade Runner). L’arte mette in scena il ritorno del rimosso (per dirla alla Freud), che è vivo e morto all’interno di noi, e più si fa rimosso più è presente lo spettro della sua presenza nella società e nell’uomo. La mediazione dell’arte è dunque il processo del fare dove coesistono gli opposti, comunicano, non si fanno lotta ma linguaggio, fra razionale ed ignoto, coerenza e contraddizione, verità e simulacro, dove una “cosa”, una “merce” può animarsi, prendere coscienza di Sé, diventando così inconcepibile, mostrando in chiara luce  il carattere doppio della stessa unità imprescindibile, hybris e umiltà, positività e negatività.

Possiamo anche parlare di Baudrillard per capire come si articola la verità negli ordini dei simulacri, che nel loro evolversi compiono un ciclo di perfezionamento fino a diventare lo stesso ordinario, ma ciò richiederebbe un capitolo a parte.

Come uscirne, dunque? Cosa dovremmo fare noi della terra di mezzo se, da una parte, non possiamo vivere nel paradiso artificiale (da “artefatto”, fatto ad arte) prodotto dalla civiltà della tecnica, dall’altro neanche possiamo godere del paradiso della verità, dove tramonta ogni forma d’illusione e di apparire della persuasione nichilistica? Allora come possiamo fare in modo che il mondo che ci circondi sia migliore, che noi si sia adesso partecipi della verità?

Severino risponderebbe che ogni “fare” e tentativo di migliorare il mondo è una forma di volontà umana, dunque volontà di potenza, dunque un prodotto dell’interpretazione nichilistica che tratta gli enti eterni come modificabili, dunque non lo andrebbe a migliorare. Qualsiasi forma di ricerca e di tentativo umano di miglioramento, di agire che persegua o il bene o il male non fa differenza, non porta nulla di buono. Quindi non dovremmo far nulla? Così facendo (o non facendo) lasceremo che la tecnica e la persuasione nichilistica vincano, ma sarebbe proprio il loro vincere che determinerebbe la loro sconfitta. Il tentativo di negare qualcosa, dà forza a quel qualcosa che si vuol negare, allo stesso modo di come la lotta per la pace non è la pace e non fa che realizzare la lotta (la non-pace). Ed è qui che entra la mia personale visione del problema, la sintesi che porta a quella che chiamo “via positiva e diretta”.

Sostanzialmente si vuol dire che la via semplice, ossia tale via diretta, che in forme diverse è emersa dal sottosuolo delle tradizioni orientali ed occidentali, di cui la poiesis estetica è prassi, ci porta alla riscoperta dell’essenza vitale, in accordo alle tradizioni sapienziali come il Taoismo, dove gli opposti originari sono in relazione e mediazione necessaria, nella fluidità dell’unità armonica che li contiene. Anche in accordo al Buddhismo Zen, dove il punto centrale è la trasmissione diretta da mente a cuore (maestro-discepolo), tramite realizzazioni paradossali (Koan), pittura (Sumi-e), Poesia (Haiku), l’estetica e la forma sono la stessa verità, l’illuminazione. In accordo anche alle vette del pensiero occidentale, come nella filosofia iniziatica della Gnosi, dell’alchimia, Steiner, Evola (senza i rimpianti dell’età dell’oro), Ugo Spirito, gli stessi Severino e Gentile (rispettivamente lo Ying e lo Yang dell’essenza del pensiero occidentale), dove s’intende la vita come Amore ed Arte, dove l’io finito ed empirico è immerso in un processo di trascendimento continuo di se stesso sullo sfondo dell’eternità. La semplicità è atto magico che è cosa più difficile in assoluto da compiersi per l’uomo, per cui non si può che dedicare tutta la sua vita. Dovere e passione, pulsione stessa dell’eros. Tale difficoltà accade per via della stessa struttura o matrice occidentale (o terra isolata) quando crediamo di esserne intrappolati, ossia quando ci percepiamo e/o crediamo noi stessi “schiavi e/o padroni”, di tale struttura. Ma sappiamo bene che l’essere padroni di qualcosa allo stesso tempo ci rende schiavi di quel qualcosa di cui ci sentiamo padroni, e l’essere schiavi dunque padroni in un momento successivo. Lo stesso vale fra vittima e carnefice, quando il carnefice compie l’omicidio lo fa perché si sente vittima di ciò che vuole uccidere, da qui ad esempio il grande problema che accompagna la storia della filosofia sul tema della necessità e della punizione, ripreso in chiave decostruttivista da Foucault in Sorvegliare e punire, tutt’ora dibattito aperto e non risolto, semplicemente abbandonato (vi sono due modi di fare filosofia, uno “ricerca la verità”, il sapere di non sapere, l’altro ricerca  “la potenza suprema”, il “modo perfetto di governare”).

Il tramonto della Politica e dell’ideologie, l’autentico tramonto, non è come quello di cui si dice della società attuale, dove invece le ideologie sono più che mai presenti con la volontà di rendere “diritto positivo” ogni capriccio dell’egoismo umano. Anche nel rapporto dominatore/dominato, in realtà, è il popolo stesso il vero dominatore dell’élite, quando questa è necessitata ad agire per il bene del popolo, spesso ottenendo l’effetto contrario. Allora non è vero che non c’è niente che si possa fare, che ogni agire è mosso da volontà di potenza nichilistica, v’è differenza fra l’agire in maniera inconsapevole della verità, in maniera indisciplinata, e l’atto magico, che è agire trasfigurato in quanto conscio dell’unità originaria, di se stesso. Tale agire consapevole implica alle sue spalle una prassi che è filosofia, arte, ascolto, concentrazione, calma, riflessione e meditazione. Anche quando ci crediamo in maniera più o meno convinta dentro la struttura, in verità non lo siamo mai in modo totale e definitivo, e in questo modo, all’interno della struttura stessa che può inverarsi la libertà che è verità, non aspettando la morte, ossia che l’infinito ci sopraggiunga non sopraggiungendoci mai totalmente.

È solo all’interno di una massima rigorosità e massima disciplina che si può trovare la libertà, e dunque solo all’interno di una suprema libertà che si trova la massima forma di autorità e di regola. Se ci schieriamo “contro” (la legge e/o la disciplina), siamo in verità totalmente schiavi di tale autorità e della libertà, la legge continua ad agire come il “rimosso” dentro di noi. Allo stesso modo di come si è totalmente schiavi della libertà e dell’autorità quando vi si schiera “contro” il libertarismo stesso ed ogni forma di egoismo e vanità (ciò da cui vorremmo liberarci ma che agisce ancora dentro di noi come rimosso). Quando s’è libertari in maniera relativa si sta ricercando ancora qualche forma di assoluto in forma di piacere, allo stesso modo di quando si è disciplinati in maniera relativa che si cerca qualche forma di libertà nelle verità assolute. La via del cuore va oltre i dualismi essendo massima disciplina e libertà in senso assoluto. Bisogna amare la contraddizione (filosofia orientale Zen e taoista), adoperare la pratica che processualmente (o istantaneamente) ti riporta all’essenzialità della verità (l’unità di forma e contenuto). Si adotterà inizialmente questo scopo come prassi di vita, addestrandosi all’accettazione e all’ascolto, all’osservazione e alla coltivazione della presenza, all’apertura del cuore, dove ogni disciplina è studiata in maniera olistica, arte, storia, filosofia, Scienza e Tecnica. L’originario Uno sa già che tutto ciò di cui abbiamo bisogno è già da sempre ottenuto, eternamente, che è se stesso e non può essere altro da sé nemmeno volendolo, perché non c’è un nulla rispetto all’uno che si possa determinare come veramente isolato. L’Uno siamo noi stessi nel nostro intimo, da prospettive di consapevolezze differenti, come i vari gradini della scala meravigliosa verso il Cristo della tradizione esoterica occidentale. Ogni gradino non può essere separato in modo assoluto dalla scala meravigliosa stessa.

Analoga è la lezione di Picasso, che fece di questa essenzialità una prassi della sua arte, ma in misura minore della sua intera vita, ma la sua intera vita per lui era l’arte e tramite essa s’inverò l’essere (suo proprio ed universale).  Bisogna tornare bambini: “A dodici anni dipingevo come Raffaello, però ci ho messo tutta una vita per imparare a dipingere come un bambino”, diceva Picasso, o ancora: “Tutti i bambini sono degli artisti nati; il difficile sta nel fatto di restarlo da grandi”. Non vi ricorda qualcosa? In verità vi dico: “se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli […]. Nascere una seconda volta, realizzare una nuova coscienza che integri nell’esperienza quotidiana a tali realizzazioni intuitive, con una prassi, un metodo, che costantemente si rinnova per non perdere l’attenzione, la spontaneità, il gioco, il gusto e l’amore per la vita, con profonda umiltà. Invece normalmente si pensa che non possa esserci “via, metodo, agire” che possa portarci oltre la struttura originaria della lotta.

Ogni  lotta “contro” è persa in partenza perché si da forza verso ciò cui si va contro. Il pensiero separante, proprio della struttura logico-semantica, non può che vedere esclusivamente Se Stesso, ricerca il significato e non il senso, analogamente al modo in cui il linguaggio informatico non può che processare in una serie di termini binari di 0-1. Infatti per tale pensiero, tutto ciò può essere vero o falso, non riesce a leggere in termini analogici, ossia con il cuore. La mente raziocinante non può  comprendere che l’individuo è già contemporaneamente essere finito ed infinito, la sua doppia natura, che tutto ciò che è manifesto è già da sempre portato e portantesi oltre il manifestato, che è eterno (può comprenderlo come significato, ma non come senso vivo).

Un altro ostacolo alla semplicità della via è la ricerca costante del polemos, ossia quella volontà di potenza che vuole avere l’ultima parola su tutto, confutare, prevaricare, correggere, definire, in quanto non può che ragionare in modo binario, ossia in termini di perdita o guadagno. Se mai saremmo in grado di pronunciare l’ultima parola sulla vita, tale parola non potrà che restare da sola, con lo spettro del nulla (mascheratosi da tutto inconcreto e indeterminato) che aleggerà trionfante sopra di essa.

Proviamo a chiarire meglio quest’ultimo punto fondamentale. Tenendo bene a mente quanto s’è detto precedentemente, si tenta di dire un concetto semplice e fondamentale: a questa via diretta che si mostra in maniera auto evidente, vi si oppone polemos, che è appunto spirito di opposizione grazie al quale essa può determinarsi. Questo “nemico” è un generatore di paura che ha origine nella struttura, o in ogni dottrina, quando dimentichiamo l’origine vera di tale struttura o dottrina, che non è l’opposizione originaria dei distinti che si escludono vicendevolmente, come questo spirito di opposizione vorrebbe, ma l’unità originaria dei distinti che ora si può solo “tentare” di far intuire. Dalla generazione della paura subentrerebbe la lotta “contro” questo spettro inconsistente che aleggia sul mondo (come il nulla che avanza nella Storia infinita di Michael Ende), ma la paura si genera solo se ci percepiamo come veramente separati dalla totalità. Per dare una forma più definita a tale spirito possiamo dire che si manifesta nella coscienza umana in forma di “sfidante”, “contraddittorietà”, “nichilismo”, “negazione/affermazione”, “distinzione degli opposti come originaria”, a seconda della tradizione di riferimento ha cambiato molti volti e nomi. Possiamo pensare a questo spettro come il Nemico, quando ci affermiamo “contro” di lui (visione inconsapevole e/o limitata), o il Maestro, quando lo accettiamo, aprendo un dialogo con il daimon (la mediazione che porta alla creazione e alla vita).

Qui possiamo leggere in maniera chiara il senso cristico del “ama il tuo nemico”, “fai agli altri ciò che vorresti sia fatto a te” in quanto tu sei l’altro (non in modo formale, ma concreto). Non ci si oppone a se stessi, ci si dialoga, ci si capisce, ci si comprende, ci si ascolta. Se capiamo correttamente quanto espresso precedentemente, ciò a cui ci si oppone cresce in forza. Il senso dell’occidente è stata una millenaria lotta al nulla, ecco perché oggi domina (sotto forma di nichilismo). D’altro canto, questa lotta millenaria ci ha fatto crescere in forza (opponendosi a noi stessi e alla verità) fino al punto in cui adesso, proprio qui ed ora,  possiamo utilizzare tale forza per mettere fine alla lotta stessa, con l’ultimo sforzo supremo.

Nella Pax Technica tutte le lotte permangono ancora in stato latente, sebbene incorporate nella macro-potenza della tecnica, esse risultano più o meno alleate a tale potere, come “rimosso” della potenza suprema. D’altro canto abbiamo l’impossibile raggiungimento del destino infinito qui ed ora, che, se accadesse, divorerebbe ogni cosa finita.

È possibile una terza via? È quella che qui si cerca d’indicare. Polemos non agisce per “cattiveria”, ma perché banalmente non può che ragionare per conformazione entro tali parametri, quelli propri della struttura originaria dell’opposizione escludente del positivo e del negativo (e del puro nulla che fa da sfondo). Ricordiamo che polemos è l’entificazione personale (agente) della struttura ontologica impersonale propria dell’Occidente, la matrice del pensiero separante. Ancora una volta riscopriamo il paradosso, “la guerra” è il motore che ci spinge verso la fine di ogni guerra e conflitto (ideologico e non), che ha origine nella paura (che esso genera). Quindi se abbiamo capito come funziona questa “guerra”, ed è qui che la risoluzione avviene, basta che noi si adotti la prassi della vita diretta, che è la via dell’essere sé stessi, di quell’esser sé degli essenti che sono l’Uno in forma di molteplice. Quindi lasciamo che polemos sia se stesso e l’abbia vinta ottenendo ciò che vuole (il sacrificio sulla Croce).

Perché è necessario che polemos vinca questa guerra? Essendo lui stesso lo spettro del nulla (in quanto determinante il positivo significare della negazione che vuol negare),  determinandosi come tale, solo apparentemente resterebbe in piedi fra le rovine. In realtà tale logica isolata ed alienata dal tutto, con lo sfondo dell’uno che la conterrebbe, resterebbe senza altra possibilità alcuna di conoscere se stessa, separata (dal suo punto di vista) dall’Uno, con le macerie della struttura del mondo sotto i suoi piedi, e dunque non servirebbe più a nulla, neanche a “non servire”, sarebbe un tutto indeterminato, ed in quanto finalmente perfettamente auto-determinato, sarebbe un puro nulla impossibile.

Vincendo, dunque, si autoannullerebbe, determinerebbe la sua sconfitta. Il polemos deve dunque vincere in modo che affermandosi determini il suo essere nulla e torni ad essere uno con il tutto da cui s’è creduto originariamente separato. Il positivo e la struttura, così come il puro nulla, non possono mai veramente darsi totalmente, assolutamente e definitivamente come veri, essendo Unità originaria. Ciascun tentativo di mettere la parola “fine” è impossibile senza che risultasse come unicamente vero ciò che non ha fine, come lo spazio bianco che continua ad esistere dopo il punto alla parola “fine”.

Bisogna che si esca dal pensiero lineare che ricerca il vero ed il falso per approdare al pensiero analogico, al pensiero artistico, che in modo trasversale, allenta le redini dalla posizione semantica per accostare i significati per consonanza, per immagini, per slanci poetici verso quel qualcosa di cui non si può che tacere e contemplare, senza alcuna possibilità di corroborare, verificare, ma capire che la verità e l’errore sono nello stesso medesimo punto.

Puntare dunque all’assoluta e divina infondatezza che è la sfida della post-modernità, al mistero puro (dell’esistere) che l’arte vuole indicare e che nessun significato riuscirà mai ad esaurire totalmente in sé, che non è in contrapposizione al significato e alla fondatezza della dottrina, che è necessaria per la trasformazione esistenziale dell’io finito, che tramite la disciplina e lo sforzo  continuo, che rivitalizza la vita stessa, riscoprendosi nell’io assoluto come infinitudine.

FINE

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