La violenza politica fra terrore e terrorismo

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Valentina Meliadò, giornalista e storica. Nel 2006 ha pubblicato Il Manifesto dei 101. Il Pci, l’Ungheria e gli intellettuali italiani, libro dedicato alla frattura tra partito comunista e intellettuali all'alba della repressione sovietica della rivoluzione ungherese del 1956; nel 2009, per la Fondazione “Ugo Spirito e Renzo De Felice”, il saggio Ugo Spirito il rivoluzionario: dall'attualismo al comunismo, dedicato al viaggio intrapreso dal filosofo del problematicismo in Unione Sovietica nel 1956. Già redattrice della trasmissione radiofonica Rai Radioanch'io, e giornalista del quotidiano “Liberal”, collabora attualmente con il quotidiano “L’Opinione” e con la Fondazione “Ugo Spirito e Renzo De Felice”.

Recensione a
F. Benigno, Terrore e terrorismo. Saggio storico sulla violenza politica
Einaudi, Torino 2018, pp. 366, €32,00.

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Che cos’è il terrore? Esiste una definizione generalmente riconosciuta di terrorismo? Ci sono le condizioni affinché si arrivi a formularne una? E da quando esattamente il concetto di terrorismo è entrato nelle nostre vite? Le risposte a queste domande sono state oggetto di numerosi studi, i quali hanno tendenzialmente privilegiato un approccio scientifico-sociologico e trascurato quello storico, che pure, come dimostra Francesco Benigno con il suo Terrore e terrorismo. Saggio storico sulla violenza politica (Torino Einaudi 2018, pp.304, euro 32) è fondamentale per la comprensione del fenomeno. L’autore traccia un filo rosso lungo gli ultimi duecentotrenta anni di storia, e delinea una tradizione politica di cui il terrorismo odierno sarebbe, fondamentalmente, la più recente manifestazione. L’impresa è oggettivamente ardua e il libro è complesso, non fosse altro che per la quantità di avvenimenti, paesi, contesti e personaggi che abbraccia e di cui parla, ma vi sono dei punti fermi e dei nodi di svolta che si dipanano via via al lettore, permettendogli di cogliere il senso di questo lungo saggio.

Il libro si snoda attraverso i secoli e gli eventi partendo dalla Rivoluzione francese per un motivo preciso: se il tirannicidio e la violenza politica sono indubbiamente elementi ricorrenti nell’evoluzione storica dell’umanità, Robespierre è considerato il primo terrorista della storia, e con lui, per estensione, i giacobini. Come scrive Benigno a pagina 27, “Il terrorismo nasce in quel momento non soltanto perché ne conia il vocabolo, ma anche perché per la prima volta si articola un discorso sul terrore come sistema di governo, come esercizio del potere tirannico fondato sulla minaccia e sulla paura”. Quello giacobino dunque è il primo esempio di dittatura rivoluzionaria, in cui il terrore è un elemento costitutivo della gestione del potere, sia come regolazione violenta della lotta politica che come repressione del dissenso; è l’archetipo di una tradizione politica e culturale che farà della eliminazione fisica del nemico e della giustificazione dei mezzi le pietre miliari di un sistema il cui fine ultimo non è un mutamento politico, ma la rigenerazione sociale, la creazione dell’uomo nuovo. Tali elementi, attraverso pensatori e rivoluzionari come Francois Babeuf, Filippo Buonarroti, Carlo Bianco e Auguste Blanqui, si consolidarono lungo il XIX secolo e costituirono le basi della sinistra radicale, giacobina e montagnarda fino a trovare la massima espressione ed applicazione nel bolscevismo e nella dittatura del proletariato.

Se dunque la Rivoluzione francese è il vaso di Pandora dal quale si spargono i semi del dispotismo rivoluzionario, l’Ottocento per Benigno è il secolo delle guerre per la libertà, del sacrificio dell’eroe romantico, delle società segrete. Secondo l’autore furono le conquiste napoleoniche la miccia che fece divampare il sentimento nazionale delle popolazioni conquistate, le cui rivendicazioni si esplicarono in una guerriglia estenuante, inflessibile, implacabile. Nasceva così la guerra partigiana, e con essa le guerre d’opinione, le quali, ammoniva il francese Auguste Le Mière de Corvey in un breve trattato del 1823, “eccitate dalla religione o da una causa qualunque che ogni partito si crede in dovere di difendere, sono delle guerre terribili”.

Con la dedizione assoluta ad una causa nasce la figura del rivoluzionario di professione, l’idea che la rigenerazione morale e politica della nazione passi attraverso l’azione di pochi patrioti pronti a tutto per svegliare le coscienze del popolo; per questi uomini il terrore diventa così l’arma dell’oppresso contro l’oppressore, ma con il diffondersi delle idee rivoluzionarie e con le grandi trasformazioni sociali e tecnologiche determinate dalla industrializzazione e dalla comparsa delle ideologie, cominciarono ad emergere punti di vista differenti all’interno di una più generica galassia rivoluzionaria. Benigno sottolinea, ad esempio, il rifiuto del terrorismo da parte di Mazzini e la sua polemica con Carlo Bianco, erede ideologico di Babeuf e Buonarroti e fautore del terrore come sterminio completo dei nemici e purificatore della nazione. Ma il dibattito non riguardava solo le modalità; anche le forme organizzative erano argomento di confronto, soprattutto tra anarchici e socialisti. I primi si rifacevano al filosofo e rivoluzionario russo Michail Bakunin, rifiutavano qualsiasi autorità e consideravano ogni forma di governo una tirannide; non ambivano dunque a sostituire un governo dispotico con la dittatura del proletariato, ma credevano nel valore esemplare dell’azione rivoluzionaria, nella cosiddetta “propaganda col fatto”. Per questo motivo nel congresso dell’Internazionale socialista del 1872 gli anarchici furono espulsi, ma le loro idee fecero proseliti in tutto il mondo fungendo da ispirazione anche per movimenti come il nichilismo e il populismo russi, i cui esponenti erano giovani aristocratici e borghesi che lasciavano i propri beni per vivere come il popolo e con il popolo, dedicandosi anima e corpo alla rivoluzione e distinguendosi per intransigenza e determinazione, tanto da fare scuola in America, Cina e India e rendere sempre più cocente il problema etico su l’uso del terrorismo: eliminazione del despota o violenza indiscriminata, vendetta e ritorsione contro la società borghese?

Gli ultimi anni del XIX secolo e i primi del XX offrono un’ampia casistica di entrambe le linee, e spingono i governi a correre ai ripari: nasce e si struttura in appositi uffici la controinsorgenza, lo spionaggio, gli agenti segreti, gli infiltrati, e il primo tentativo di diversi paesi di addivenire ad una definizione comune di terrorismo, che tuttavia fallisce, perché, come scrive Benigno a pagina 108, “il terrorismo va considerato espressione di una cultura politica rivoluzionaria incentrata sulla liberazione degli oppressi e sul ruolo cruciale di una avanguardia illuminata in grado di “svegliare” il popolo e avviarne la necessaria rigenerazione. Allo stesso tempo, tuttavia, esso è anche una tecnica militare a disposizione di chiunque non possa o non voglia unirsi a un esercito regolare”. Sofismi temporaneamente spazzati via dallo scoppio della Prima guerra mondiale, il cui livello di sterminio è tale da privare di significato il concetto stesso di terrorismo. Il coinvolgimento delle masse nella guerra, la comparsa dell’aviazione con i bombardamenti di città e zone industriali, l’uso, per la prima volta, dei gas come arma, e la rapida diffusione e modernizzazione dei mass media, determinano il superamento della concezione della guerra come combattimento regolato tra due opposti eserciti. Viene meno in tal modo la distinzione tra sfera civile e militare, e si afferma l’idea della guerra totale.

Benigno sostiene, inoltre, che la dissoluzione dei quattro imperi, con il loro crogiolo di etnie, lingue e religioni segnò l’imposizione della logica nazionale, ma a mio avviso è più vero il contrario: l’oppressione delle minoranze e l’obbligo della convivenza forzata sotto l’egida di imperi assolutisti determinò, al collasso di questi, l’esplosione di tutte le rivendicazioni etniche, religiose e linguistiche dei popoli sottomessi, ad eccezione della Russia, dove al dispotismo zarista si sostituì la dittatura comunista di Lenin, il quale, riguardo al terrorismo, aveva le idee chiarissime: “Chi in linea di principio rinuncia al terrorismo, cioè alle misure di intimidazione e di repressione nei confronti della controrivoluzione armata, deve anche rinunciare al dominio politico della classe operaia, alla sua dittatura rivoluzionaria; chi rinuncia alla dittatura del proletariato, rinuncia alla rivoluzione sociale e fa una croce sul socialismo”.

Di fatto, la prima guerra mondiale e il successo della rivoluzione bolscevica determinano una riflessione e un arricchimento filosofico intorno al terrorismo. Il coinvolgimento di milioni di persone e la nascita della psicologia collettiva pongono il problema della influenza sulle masse, problema che si impose al primo punto dell’agenda di tutti i leader – democratici, rivoluzionari, controrivoluzionari o dittatori che fossero – da quel momento in poi, determinando l’esplorazione e l’affinamento delle tecniche più svariate: dalla guerra psicologica, tesa ad influenzare le masse dell’avversario, al terrorismo d’intelligence, in cui il soggetto promotore non si rivela ed agisce sotto mentite spoglie. Ma le stesse tecniche furono diffusamente usate tanto da gruppi e movimenti rivoluzionari ed eversivi di destra e di sinistra quanto dai servizi segreti occidentali e dalle agenzie di controinsorgenza, soprattutto nei decenni della Guerra Fredda, quando la paura dell’espansionismo sovietico e l’esigenza di contenerlo produssero delle contraddizioni profonde, e talvolta autentici cortocircuiti di cui Benigno parla diffusamente e liberamente nel libro, tanto da “intasarlo” un po’ nella seconda parte, dove la quantità di avvenimenti, contesti e paesi affrontati supera la capacità di approfondimento e le possibilità di una bibliografia che, seppure ampia, non può essere esaustiva, anche a causa della difficile consultazione in assenza di note specifiche a piè di pagina o a fine capitolo. Ne fanno le spese la figura di un Papa come Giovanni Paolo II, descritto come un restauratore capace di azioni politiche sconvolgenti, e la descrizione del conflitto israelo-palestinese, la cui complessità non è comprimibile, mentre risulta più attenta e motivata la ricostruzione della controcultura giovanile e della contestazione sessantottina, con tutte le sue propaggini estreme, di destra e di sinistra, così come i lati oscuri dell’azione statale e governativa italiana – ma non solo – rispetto al pericolo comunista.

Fatto sta, nota l’autore, che durante gli anni ’70 tutti i paesi occidentali più il Giappone avevano al loro interno movimenti di guerriglia urbana di stampo marxista-leninista sul modello dei Tupamaros uruguagi. Ma Benigno dedica un discreto spazio all’analisi degli anni ’70 anche per metterne in evidenza elementi che ebbero conseguenze importanti sul terrorismo dei decenni successivi. Da una parte, il cambio di strategia adottato dagli Usa per contenere l’Urss: non più aiuti economici e materiali a tappeto anche alle peggiori dittature purché anticomuniste, quanto un più mirato sostegno ai paesi musulmani e al collante religioso in funzione antisovietica (che si rivelerà un boomerang terribile anni dopo); dall’altra, uno scenario in cui il terrorismo, perduta la natura di strumento della rivoluzione o controrivoluzione, diventa un’arma della politica internazionale degli Stati acquistabile come ogni merce in un mercato proprio. Sono gli anni di Carlos e delle sigle dei movimenti di liberazione palestinese più irriducibili, ma sono anche gli anni di consolidamento di un nuovo islamismo, di cui l’autore traccia i caposaldi storici e filosofici fino al confronto con la modernità.

Il processo di decolonizzazione, le guerre dei paesi arabi contro Israele e la frustrazione palestinese per le continue sconfitte, la vittoria dell’islamismo sciita radicale mescolato al socialismo antimperialista di Khomeini in Iran, la guerra in Libano, la fine del conflitto tra l’Unione Sovietica e l’Afghanistan – con la guerra civile che ne conseguì e l’affermazione dell’islamismo radicale dei talebani –, il protagonismo della Libia di Gheddafi con la sua rivoluzione culturale e il ritorno alle leggi fondamentali dell’Islam, tutto questo e molto altro fece da collettore per il rifiorire delle correnti più estreme dell’islamismo, forgiate sulle idee antioccidentali e sulla visione di un patriottismo islamico senza confini, coincidente con la comunità dei credenti, propugnate da Sayyd Qutb, leader della Fratellanza musulmana tra la fine della seconda guerra mondiale e la prima metà degli Anni ’60. Ne derivò, nel corso degli Anni ’80, l’esigenza per le democrazie occidentali di definire il nemico da combattere, e, prima ancora, di capirlo. Benjamin Netanyahu, in un libro del 1986 intitolato significativamente Il Terrorismo. Come l’Occidente può vincere, definì il terrorismo come “l’omicidio sistematico e deliberato inteso a colpire e minacciare gli innocenti e a ispirare paura per fini politici”; e rilevò, come riporta Benigno a pagina 260, che lo scivolamento vero e proprio verso il terrorismo che lo ha reso tanto prominente si doveva alla scelta dell’OLP, supportata dall’Urss, di adottare la strategia del dirottamento aereo. In questo, la collaborazione di marxisti e islamici radicali, secondo Netanyahu, non è per nulla casuale, poiché tanto il comunismo quanto il radicalismo islamico (e arabo) “legittimano una violenza senza regole in nome di una causa più elevata; entrambi sono ostili alla democrazia e tutt’e due hanno trovato nel terrorismo un’arma ideale per condurre una battaglia contro di essa”.

Sulla stessa linea, il presidente Reagan nel maggio dello stesso anno lanciava alla radio il suo Appello alla nazione sul terrorismo, dichiarando, fra l’altro, che “i combattenti per la libertà colpiscono gli obiettivi militari e le strutture repressive che mantengono al potere i dittatori. […] I terroristi uccidono o feriscono intenzionalmente civili disarmati, spesso donne e bambini, spesso terze parti che non hanno alcun ruolo in un regime dittatoriale. I terroristi sono sempre nemici della democrazia”. Il dibattito a livello globale era aperto, ma gli eventi furono più rapidi: la caduta del Muro di Berlino e la fine del comunismo cambiarono, ancora una volta, lo scenario. Il disfacimento dell’impero sovietico determinò l’esplosione delle rivendicazioni etniche, religiose e nazionaliste che l’Urss aveva compresso, spostando l’attenzione della geopolitica mondiale sull’Europa dell’est e l’Asia centrale. Veniva meno l’equilibrio che bene o male aveva tenuto in piedi il mondo per cinquant’anni, il futuro era incerto e il dibattito si fece aspro tra l’ottimismo di chi riteneva inevitabile la diffusione a livello globale dei valori liberaldemocratici, e chi scorgeva i presupposti di un nuovo scontro di civiltà. Nel frattempo il ruolo egemone degli Usa andava ripensato, il nuovo nemico, dopo l’Urss, doveva essere il terrorismo, le voglie espansionistiche dell’Iraq di Saddam Hussein andavano punite. Ma la prima guerra del Golfo si rivelò una fucina di incontri e di idee per i futuri leader di al-Qaida, che nasce nel 1998 sulla base della visione innovativa di Osama Bin Laden, il quale lancia l’iniziativa jihaidista globale e continua per la conversione universale all’Islam. Un progetto che richiede tempo, pazienza, e oltre un decennio di attentati “minori” ai quali l’Occidente non presta la dovuta attenzione. Fino all’11 settembre 2001 e la messa a segno del più devastante atto terroristico della Storia, che cambia, ancora una volta, tutto, trasformando il mondo in quell’enorme campo di battaglia a bassa o media intensità in cui viviamo da allora.

Le conclusioni di Benigno sono dedicate agli avvenimenti più importanti degli ultimi quindici anni, agli errori culturali e materiali commessi nella seconda guerra del Golfo e alle conseguenze che questi hanno avuto, sfociando nella formazione di Isis. L’Autore ricorda le Primavere arabe, la guerra libica, quella siriana e la lotta (in atto) interna al campo islamista, e conclude sottolineando la continuità storica tra il terrorismo odierno e la tradizione dell’azione rivoluzionaria – soprattutto anarchica – definendo i caratteri costanti del terrorismo, riassumibili in quattro punti: 1. La natura cospirativa, segreta e nascosta. 2. L’imprevedibilità. 3. Il valore intimamente simbolico del gesto terroristico, il cui fine primario, scrive l’autore, è quello di “conquistare i cuori e le menti di un popolo considerato oppresso, quello in cui si identifica il gruppo autore dell’atto”. 4. La diffusione mediatica e il condizionamento dell’opinione pubblica. Chiude il volume un’amara considerazione: “il terrorista incarna a ben vedere la macabra controfigura di quanto nel nostro immaginario vi è di più sacro: la figura di colui che è disposto a mettere a rischio la propria vita per una causa ideale, vale a dire l’eroe, o a sacrificarla in suo nome, vale a dire il martire”.

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