L’Apocalisse del fanatismo politico-ideologico

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Lorenzo Morelli (1988) ha svolto i suoi studi a Roma presso la Luiss Guido Carli, dove nel 2012 si è laureato in Scienze Politiche. Nel 2013 ha ottenuto un dottorato di ricerca in Political History presso la Scuola Imt Alti Studi di Lucca e nel 2017 ha conseguito il titolo di Ph.D. Nel 2017/2018 ha ricevuto una borsa di ricerca all’Istituto Italiano per gli Studi Storici di Napoli ed è stato membro della commissione di valutazione del Concorso di Storia Contemporanea Milena Rombi. Nel 2019 ha ottenuto un assegno di ricerca dal Museo delle Culture di Lugano. Giornalista pubblicista, è autore di articoli scientifici e divulgativi sul pensiero politico moderno e contemporaneo.

Recensione a
N. Cohn, I fanatici dell’apocalisse (1957)
PGreco, Milano 2014, pp. 423, €22,00.

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Ascendendo alla cima del monte Ventoso e mirando il corso della storia, vediamo affiorare e interrarsi una moltitudine di fiumi carsici che irrigano oppure inaridiscono l’humus degli eventi, preparando le grandi svolte del tempo. Pulsioni collettive che affondano radici profonde nella natura umana e scuotono il volgere della civiltà. Fra i fiumi carsici della storia c’è l’attesa della fine del mondo, sulle cui macerie sarebbe destinato a sorgere un mondo tutto nuovo, rigenerato e purificato, l’avvento di un Millennio depurato da tutte le storture dell’eone presente, regno del Male.

Di questo fiume carsico – millenarismo o chiliasmo – giungono tracce fino a noi a partire dai profeti d’Israele dell’VIII secolo a.C. e apparizioni successive, sotto diverse vesti, lungo l’avventurosa corsa della storia. I miti soteriologici ed escatologici precedono il Cristianesimo: si può dire che l’ossessione per la fine e la preoccupazione per il destino ultimo dei singoli, della collettività e del cosmo, siano consustanziali alle civiltà umane. Apokalypsis è la “rivelazione” del giudizio finale e l’avvento divino. Questa seconda parusia è destinata a consumarsi attraverso una vera e propria palingenesi sociale che risparmierà chi, avendo avuto fede nel compimento del disegno metafisico, sia erede del mondo nuovo. Cristo e i martiri risorti regneranno per mille anni, insieme a “…quelli che non avranno adorato la Bestia, né la sua immagine e non avevano preso il marchio sulla loro fronte e sulla loro mano…” (Ap, 20, 4).

Nel suo capolavoro I fanatici dell’Apocalisse il sociologo inglese Norman Cohn – che lavorò durante il secondo conflitto alla decrittazione di Enigma – espone in modo dettagliato e minuzioso la vasta fenomenologia di movimenti millenaristici, eresie del Cristianesimo, che si svilupparono nel centro Europa tra la fine del XI e la prima metà del XVI secolo. Il chiliasmo è anche – osserva Cohn – il comune denominatore fra le agitazioni popolari che hanno scosso l’Occidente nel tardo Medioevo e i due grandi movimenti totalitari dei nostri giorni, comunismo e nazismo, il cui obiettivo dichiarato è stato quello di distruggere la società presente e instaurarne una nuova, radicalmente altra e giusta, meta finale della storia.

Un ruolo importante, secondo l’autore, fu svolto dalla rilettura che Gioacchino da Fiore (1130 ca – 1202) diede delle scritture e, in particolare, dell’Apocalisse di Giovanni (Expositio in Apocalypsim). Il pathos chiliastico di quelle truci pagine, così evocative delle tinte forti del Vecchio Testamento, fu rilanciato: i “mille anni” diventarono per alcuni un tempo storico imminente e impaziente di compiersi. Simboli e significati racchiusi nelle scritture apparvero destinati a inverarsi con l’avvento della Verità sulla Terra: per alcuni gruppi sociali, preda del fanatismo, l’interpretazione della storia divenne profezia. Tra le sue pieghe si pensò di cercare e trovare i segni premonitori del presente e del futuro. In modo complementare, l’idea dell’eschaton divenne chiave ermeneutica delle scritture, dando luogo a una circolarità dialettica. Alla luce di questo criterio interpretativo, il passato, il presente e il futuro diventano intelligibili, svelando trame di rimandi, segni e ponti che li legano in un unico orizzonte di senso.

Preso a sé, tuttavia, il mito giudaico-cristiano dell’apocalisse non è sufficiente a spiegare i movimenti millenaristici del tardo Medioevo e quelli, immanenti, dell’età moderna e contemporanea. Perché l’afflato apocalittico emerge in un determinato momento storico e quali attori sociali se ne fanno latori? Cohn è molto chiaro: fenomeni di millenarismo appaiono più facilmente durante processi traumatici di trasformazione e di crisi poiché offrono una speranza di riscatto e una riserva di significato a individui e collettività smarrite. È l’anomia sociale e valoriale ad alimentarli – chiarisce Cohn – piuttosto che la semplice miseria materiale: “fra le masse delle zone sovrappopolate e urbanizzate c’erano sempre molti condannati a vivere in uno stato di cronica irreparabile insicurezza, angustiati non solo dall’impotenza e vulnerabilità economica, ma altresì dalle tradizionali relazioni sociali su cui, anche nei momenti peggiori, i contadini avevano normalmente potuto contare. Erano essi che si trovavano spinti dalle ansietà a cercare capi messianici e si mostravano allo stesso tempo i più inclini a creare demoniaci capri espiatori. […] In tale forma essa diventava un coerente mito sociale, capace di prendere interamente possesso di coloro che vi credevano. Spiegava la loro sofferenza, prometteva un premio, teneva a bada le loro ansietà, dava un’illusione di sicurezza, anche quando li spingeva, uniti da un comune entusiasmo, a una ricerca che era sempre vana e spesso suicida”.

Più che l’attesa di un evento fatale che sia riscatto dalla miseria – in genere, il cristiano medievale sapeva portare la propria croce – l’attesa dell’apocalisse è  tensione verso una meta di salvezza che faccia guadagnare un senso al presente. Trasformazioni e, persino, crisi e rivolgimenti, sono giustificati e finanche auspicabili: il paradigma chiliastico poggia sul semplice schema “sventura, poi salvezza”. La fine del mondo dominato dal Maligno è preceduta da una successione di eventi catastrofici nei quali riconoscere le doglie del parto di un mondo nuovo. “A più riprese” – scrive Cohn – “si constata che un’esplosione di chiliasmo rivoluzionario avveniva su uno sfondo catastrofico” e infatti “la più forte ondata di eccitazione chiliastica, che scosse l’intera società, fu provocata dal più esteso disastro naturale del Medioevo, la peste nera”.

Come per Sodoma, Gomorra e Babilonia, la liberazione dal Male a opera del Bene non è pacifica. Perché, a maggior ragione dovrebbe esserlo l’instaurazione del regno millenario di Dio? Sempre con una sventura esso s’annuncia e, per di più, per accelerare questa palingenesi scritta nel codice genetico del mondo c’è da combattere il Maligno. Così, spiega Cohn, sia nei Saraceni – più in generale nell’Islam – che negli Ebrei, i movimenti millenaristici del tardo Medioevo individuarono un capro espiatorio da sconfiggere per accelerare il compimento della parusia.

Il graduale disincanto del mondo non mise a tacere il coro dei predicatori dell’Apocalisse e anzi, se possibile, con il suo caos assiologico ne acuì la sete di senso che solo l’assoluto può placare. Le trasformazioni della modernità, accelerate dalle forze soverchianti della rivoluzione industriale e del capitalismo – con lo sradicamento di enormi masse di cittadini dalla campagna e l’inurbamento caotico, la comparsa del proletariato industriale e, parallelamente, il trauma della secolarizzazione – gettarono milioni di individui in una spaventosa anomia. Il mito della città rigenerata, di un regno del Bene che metta fine a un movimento spaventoso di forze incontrollabili, era destinato a esercitare un nuovo e potente influsso sulle generazioni a venire. Nei celebri versi di Jerusalem, prendendo spunto dalla leggenda del Cristo che visitò Glansbury, William Blake invoca la costruzione di una nuova Gerusalemme, di una città celeste sull’isola d’Inghilterra. Consapevole che, per erigerla tra gli “oscuri mulini di Satana” – l’inferno del mondo all’alba della rivoluzione industriale – sia necessario lottare, il poeta promette solennemente di essere pronto a combattere dentro e fuori di sé, anche impugnando la spada (“nor shall my sword sleep in my hand”).

Nel XIX e nel XX secolo, come ben argomentato da Cohn, sono apparse versioni immanenti del millenarismo, come nel caso delle teologie politiche novecentesche, comunismo e nazismo. “Nel XIX secolo la tradizione apocalittica popolare fu reinterpretata in termini moderni” – scrive Cohn – “Un modo di pensare francamente e ingenuamente basato sul soprannaturale fu a poco a poco sostituito da un atteggiamento secolare, che pretendeva di essere addirittura scientifico, e le rivendicazioni un tempo formulate in nome della volontà di Dio furono allora avanzate in nome dei fini della storia. Ma l’esigenza restò la stessa: purificare il mondo eliminando gli agenti della sua corruzione.” “Ecco qui dunque” – a parlare è ancora Cohn – “ciò che caratterizza i due grandi movimenti totalitari del nostro tempo, il comunismo e il nazismo, soprattutto nella fase della loro nascita rivoluzionaria. Essi si distinguono dai partiti politici europei tradizionali proprio perché attribuiscono a determinate speranze o a determinati conflitti sociali un significato trascendente, il mistero e la maestosità del dramma escatologico. […]”.

Tesi confermate da Voegelin, che nei suoi lavori argomenta come il grande influsso escatologico sulla struttura politica moderna sia passato attraverso la rilettura gioachimita del mito apocalittico. Tra i quattro elementi salienti dello gnosticismo tipico dei “movimenti rivoluzionari del nostro tempo” – sottotitolo a Il mito del mondo nuovo – lo studioso di origine tedesca individua la figura del profeta, l’intellettuale marginalizzato che si contrappone al pensiero dominante e fornisce alle masse anomiche i contenuti spirituali su cui fondare la propria visione apocalittica. A ben guardare, questi altri non è che il propheta apocalittico millenarista descritto da Cohn, un idealtipo ricorrente nella storia e che, nelle ricche descrizioni dei movimenti chiliastici del tardo medioevo, è sempre presente.

La perdita di una dimensione spirituale dell’esistenza, unita all’anomia valoriale e sociale che ne discende, hanno reso l’individuo moderno e contemporaneo particolarmente sensibile al richiamo dell’apocalisse, evento fatale che distruggerà questo mondo perverso e infelice, finché al suo posto ne sorgerà uno nuovo, emendato dai vecchi mali. Prendendo spunto dagli studi di autori come Cohn, Voegelin, Taubes e Pellicani, Romolo Gobbi, in un trascurato saggio del 1993, Figli dell’apocalisse: storia di un mito dalle origini ai nostri giorni, ricostruisce la storia di questo sogno palingenetico e ne riconosce i segni nell’ideologia ecologista. Dopotutto, come scrisse Durkheim, “non possiamo sfuggire all’idea che i nostri sforzi siano destinati, in fondo, a perdersi in quel nulla dove dovremmo finire. Ma l’annullamento ci terrorizza, e in tali condizioni non sapremmo dove trovare il coraggio di vivere, di agire, di lottare, giacché di tanta fatica nulla deve restare”. L’attesa del Millennio è soltanto uno dei luoghi dove ripararsi da quel terrore.

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