Leggere Lolita a Teheran

Università di Pisa

Leggere Lolita a Teheran

Apro una pagina e leggo: «A metà dell’ultima ora, quella di scienze, il preside e il professore di moralità erano piombati in aula e avevano ordinato alle bambine di poggiare le mani sul banco. Poi l’intera classe era stata scortata fuori, senza spiegazioni, e tutte le cartelle erano state perquisite in cerca di armi e merce di contrabbando: musicassette, romanzi, braccialetti dell’amicizia. Le bambine erano state perquisite e costrette a mostrare le unghie». E poi leggo un’altra pagina ancora: «Nassrin era stata mandata al comitato di disciplina per farsi ispezionare le ciglia: erano troppo lunghe e si sospettava che usasse il mascara. Manna aggiunse che non era niente in confronto a ciò che era successo alle amiche di sua sorella al Politecnico Amir Kabir. Durante la pausa pranzo, tre ragazze sorprese a mangiare mele in cortile erano state rimproverate dalle guardie: le mordevano in modo troppo provocante».

Questa e tante altre testimonianze costellano il testo Leggere Lolita a Teheran, pubblicato dalla docente universitaria iraniana Azar Nafisi nel 2003 e tradotto dai tipi di Adelphi l’anno seguente. Si compone di quattro parti, ciascuna con il nome (proprio) di un grande scrittore del passato oppure di un personaggio della letteratura, perché proprio di letteratura parlavano i seminari organizzati dalla Nafisi. Per circa due anni, quasi tutti i giovedì mattina, col sole o con la pioggia, le sue sette migliori studentesse si erano recate a casa sua per alcune conversazioni relative al rapporto fra realtà e finzione letteraria; correva l’anno 1995 e lei aveva appena dato le dimissioni dal suo ultimo incarico accademico.

Appena entrata, ognuna si toglieva la veste e il velo, ma si levava di dosso molto di più e acquisiva così una forma e un profilo. La raccomandazione data alle ragazze era non sminuire mai, in nessuna circostanza, un’opera letteraria cercando di trasformarla in una copia della vita reale; ciò che cercavano nella letteratura non era la realtà bensì un’epifania della stessa. Eppure, nonostante il predetto avvertimento, secondo la stessa autrice il romanzo in grado di riflettere la loro vita nella repubblica islamica dell’Iran era Lolita di Vladimir Nabokov, che rimane, a buon diritto, il più iconico di tutti. Nel soggiorno della docente le donne si riscoprirono esseri umani dotati di vita propria e poco importava il grado di repressione da parte dello Stato; come Lolita cercavano di fuggire e di creare un piccolo spazio di libertà e, perché no, di insubordinazione.

Attraverso l’occhio letterario, il banale ciottolo della vita quotidiana si trasformava in pietra preziosa, con l’unica differenza che le donne dovevano poi tornare indietro nella banale vita quotidiana. Altri romanzi comprimari sono Le mille e una notte e Invito a una decapitazione: nel primo il personaggio ancora oggi universalmente famoso è Shahrazad, che incentra il proprio mondo sulla fantasia e sulla riflessione riuscendo così a sfuggire alla morte, e nel secondo la fa da padrone la vicenda di Cincinnatus che, data la sua unicità, riesce a salvarsi in extremis, appunto, dalla decapitazione.

Come direbbe T.W. Adorno: «La più alta forma di moralità è sentirsi degli estranei in casa propria». Spesso le grandi opere di fantasia servono proprio a questo, e cioè a far sentire il lettore un estraneo in casa sua; la migliore letteratura costringe l’uditorio a interrogarsi su ciò che, di norma, viene dato per scontato e mette in discussione tradizioni e credenze che sembravano intollerabili. La Nafisi aveva invitato le studentesse, appunto, a leggere i testi da lei assegnati, ma soffermandosi sempre a riflettere sul modo in cui le sconvolgevano, ed è questa la peculiarità della seconda parte del testo, nello specifico dedicata al Grande Gatsby. Non era stato da lei scelto per motivi politici, ma perché era «un grande romanzo» e perché avrebbe permesso ai suoi studenti di farsi un’idea di «quell’altro mondo» (ossia l’Occidente).

Siccome i rivoluzionari islamici consideravano gli scrittori custodi della morale e attribuivano loro un ruolo quasi divino, la Nafisi e i suoi studenti decisero di intentare un processo fittizio al libro di Fitzgerald dal quale uscì il concetto principale del testo, e cioè l’importanza del sogno, ideale perfetto e compiuto in se stesso. Naturalmente le intenzioni del processo non erano veritiere, ma si voleva deridere l’ingiusta censura contro certi libri giudicati immorali, senza tener conto che erano testi di narrativa e non manuali di vita.

Per la Nafisi e per altri milioni di iraniani la guerra piombò dal nulla in un tiepido mattino di settembre e durò dal settembre 1980 al luglio 1988. In quel contesto maturarono le riflessioni dell’autrice sull’ideale di donna musulmana stabilito dai guardiani della rivoluzione e preso a insindacabile modello dagli stessi. A metà degli anni Ottanta, tuttavia, si iniziò a capire che il regime islamico non era in grado di cancellare l’intelligencija, anzi, spingendola alla clandestinità l’aveva resa più pericolosa e, paradossalmente, più potente. Il prototipo di donna (o, per meglio dire, di fantasma della stessa) cozzava con i personaggi letterari studiati dalla Nafisi: due su tutte, Catherine Earnshaw di Cime tempestose e Daisy Miller di Henry James. Avevano sfidato le convenzioni sociali delle loro epoche ed erano più complicate delle eroine del Novecento e più marcatamente rivoluzionarie.

Benché il conflitto con l’Iraq fosse poi finito, il governo continuava a condurre la sua lotta contro i nemici interni, rappresentanti del pericoloso influsso occidentale sulla loro cultura. Tuttavia, anziché indebolire o eliminare i presunti nemici, avevano finito per rafforzarli. Ciò che faceva più paura all’oligarchia islamica era proprio il fatto che i perseguitati stessero diventando dei modelli da imitare. Gli integralisti, poi, furono costretti a imporre le proprie formule persino alla narrativa e finirono per perseguitare anche i romanzi privi di contenuto politico, come ad esempio quelli di Jane Austen (a cui è dedicata l’ultima parte del racconto). Ogni grande romanzo letto dalla Nafisi e dalle sue studentesse diventava così una sfida all’ideologia del governo e, per l’appunto, con nessun altro autore quella sfida diventava così aperta come con la Austen. Quest’ultima, oltreché riuscire a mostrare l’aspetto più affascinante di una relazione (lo struggimento per chi è al tempo stesso tanto vicino e tanto lontano), descriveva sapientemente profili e vicende di donne in grado di sfidare i limiti delle convenzioni sociali. Erano dunque loro a concentrare l’attenzione delle studentesse, ad esempio, sull’importanza della comprensione nel matrimonio e sulla rottura delle convenzioni. In onore della Austen, l’autrice e le sue studentesse avevano fondato un gruppo clandestino chiamato “Dear Jane Society” e le stesse ragazze si erano definite “le Dear Jane”; lo scopo era mostrare assoluta dedizione alle opere lette ed analizzate nel seminario.

Senza dubbio la caratteristica che balza di più all’occhio del lettore contemporaneo è la spietata analisi della condizione femminile nella repubblica islamica dell’Iran: in fatto di donne la legge era davvero uguale per tutte, senza distinzione di religione, razza o ideologia, però in negativo. Le ragazze del seminario erano di estrazione sociale molto diversa, così come diverso era l’orientamento religioso ed ideologico; eppure condividevano tutte lo stesso disagio che nasceva dalla confisca da parte del regime dei loro momenti più personali. La religione stessa era diventata uno strumento di potere e lo si capisce dall’imposizione del velo (citata parecchie volte nei quattro capitoli del testo).

Spesso, dalle riflessioni a volte un po’ ardite delle ragazze, emergeva la fragilità morale e (dis)umana dei censori della tanto decantata rivoluzione, nel senso che i guardiani imponevano leggi assurde che poi servivano solo a manifestare la loro intrinseca debolezza. Per giunta le donne, dal punto di vista legale, valevano esattamente la metà dell’uomo. A uno studioso di storia questo non può non far ricordare alcuni passi biblici, come ad esempio il seguente: «Tacciano le vostre donne nelle chiese, perché non è loro permesso di parlare, ma devono essere sottomesse, come dice anche la legge. E se vogliono imparare qualche cosa interroghino i propri mariti a casa, perché è vergognoso per le donne parlare in chiesa» (1 Corinzi, 14, 34-35). Oppure: «Non permetto alla donna d’insegnare, né di usare autorità sull’uomo, ma ordino che stia in silenzio. Adamo, infatti, fu plasmato per primo, e poi Èva. E Adamo non fu sedotto, ma la donna, lasciatasi sedurre, cadde in trasgressione. Si salverà però come madre e procreatrice, purché dimori pudica nella fede e purità e santità» (1 Timoteo 2,12). Atteggiamenti di questo tipo fanno il paio con quello dei solerti guardiani della rivoluzione iraniana, incaricati dunque di controllare, come detto, il vestiario “consono” delle donne, l’assenza di trucco e il non mostrarsi in pubblico in compagnia di uomini che non siano i rispettivi mariti, fratelli o padri.

Azar Nafisi conclude il racconto «pensando a quanto era bello essere una donna, e una scrittrice, sul finire del ventesimo secolo». Paradossalmente, la repubblica islamica dell’Iran le aveva insegnato «ad amare Henry James, il gelato e la libertà», tutti piccoli o grandi piaceri che fanno parte della vita quotidiana delle persone (la letteratura, i racconti di fantasia, ma appunto anche un grande valore come quello della libertà), che vennero tristemente spazzati via da un gruppo di censori ciechi. Concludo con un eloquente dialogo presente nel testo. Un invito alla lettura: «è consapevole, Sanaz, del proprio potere? Si rende conto di quanto possa essere pericolosa, visto che ogni suo gesto può recare disturbo alla quiete pubblica?». «Controllano che sia tutto secondo le regole: il colore del cappotto, la lunghezza della veste, la pesantezza del velo, la forma delle scarpe, il contenuto della borsa, eventuali tracce di trucco, anche leggerissimo, persino la forma e la dimensione degli anelli; e solo se passo l’esame mi lasciano entrare nel campus, lo stesso dove studiano i maschi. Per loro, ovviamente, l’ingresso principale con l’enorme portone, gli stemmi e le bandiere è sempre spalancato».

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