L’elefante e la Resistenza

  • by

Rossella Pace è PhD Student in Storia dell'Europa presso l'Università "La Sapienza" di Roma. Segretario Generale dell'Istituto Storico per il Pensiero Liberale Internazionale. Si è occupata prevalentemente di Storia contemporanea nella specie di Storia del Liberalismo in particolare riguardo al caso italiano. Si occupa, poi, di Storia della Resistenza e di Storia sociale e delle donne.

L’elefante e la Resistenza

L’Unesco dichiara il 2020 anno dell’elefante. In Italia escono subito due libri: il primo è Cento modi di cucinare l’elefante; il secondo, L’elefante nella Resistenza.

Si tratta, ovviamente, di una boutade – cui a mio parere andrebbe aggiunto un terzo titolo: L’elefantessa e la lotta di liberazione nazionale – che tuttavia racchiude l’essenza del dibattito odierno sulla memoria della Resistenza nel nostro Paese. La battuta riassume con ironia ed efficacia l’inflazione e l’animosità dei discorsi sviluppatisi su questo tema. Stiamo infatti assistendo a discussioni infinite su chi sia stato il partigiano più antifascista di tutti o su chi tra questi venga tirato in ballo strumentalmente contro questa o quella fazione politica.

Il motivo del terzo titolo parte da una specifica riflessione, che è la seguente: se ancora oggi per descrivere Nilde Iotti si deve ricorrere ad aggettivi di dubbio gusto – sminuendo, oltre alla sua persona, il suo passato di resistente – come potranno mai fare un salto di qualità quelle partigiane che non appartenevano, come nel caso della prima Presidente della Camera, ad un partito di massa, riscattando il loro ruolo all’interno della guerra per la liberazione del Paese? E, soprattutto, si arriverà mai ad accettare completamente la realtà che queste non fossero legate indissolubilmente al destino di un uomo, ma che abbiano agito in proprio, coadiuvando e non seguendo pedissequamente le funzioni degli uomini?

L’elenco di queste donne potrebbe essere lunghissimo, ma ci limiteremo a citarne una per tutte: Cristina Casana. Nata a Torino nel 1914, fino al 1940 la sua vita politica è pressoché dormiente, legata al fratello Rinaldo Casana. Dopo l’8 settembre l’intera famiglia viene coinvolta nella Resistenza e la loro villa di Novedrate diviene rifugio per i partigiani dei vari partiti. Fu membro attivo della lotta di liberazione nazionale, entrando a far parte delle Fiamme Verdi. Dopo la fine della guerra nel 1948 sposa Vittorio di Seyssel d’Aix. Il suo impegno civile continua nel sociale, negli anni 60 diviene Presidente della Protezione della Giovane. Morì a Nendaz il 20 agosto1992 (si veda R. Pace, Una vita tranquilla. La Resistenza liberale nelle memorie di Cristina Casana, Rubbettino, Soveria Mannelli 2018).

Il suo desiderio di scrivere la storia sua e delle sue compagne liberali fu il frutto di un invito della Iotti, allora presidente della Camera, a partecipare a un dibattito sulla Resistenza e sul ruolo delle donne. Al pari della ben più nota Nilde, agli inizi del 1943 anche la Casana oltre a non essere né moglie né madre, tantomeno vantava una militanza politica. Certo negli ambienti, seppur diversissimi, che entrambe frequentavano la politica era stata e continuava ad essere uno degli argomenti di discussione principali, ma fino ad allora, almeno per Cristina, l’impegno politico non era ancora percepito come una missione da assolvere, bensì come un’evasione dal mondo privilegiato al quale apparteneva.

Entrambe vennero catapultate in una realtà nella quale la preponderante presenza maschile cominciava ad essere avvertita come soffocante, anche se, come si legge nelle Memorie della Casana (cit., p. 20), la componente femminile era fortemente presente nella villa di. Novedrate Accanto alla baronessa Costanza Taverna (nata a Roma il 24 febbraio 1884, nobile del S.R.I, morì a Roma il 1° gennaio 1951; negli anni tra ’43 e ’45 mantenne in piedi, con l’aiuto dei figli, la rete familiare liberale creata anni prima dalla madre Lavinia Taverna) e alla marchesa Incisa comparivano loro, le partigiane. In questo ambiente “familiare”, c’era spazio per discussioni riguardanti, oltre che la comune causa, il futuro dell’Italia, le varie opzioni politiche, il ruolo della donna nella società, la sua posizione all’interno della famiglia e la difficoltà di conciliare i suoi doveri di madre con quelli di cittadina. Ad emergere era soprattutto la difficoltà di essere donna in un mondo di uomini, situazione che a quanto pare continuò a perdurare dopo la Liberazione ma che soprattutto oggi, a settant’anni di distanza, dimostra che nonostante quanto sia stato fatto nel campo della presenza femminile nei gangli vitali dello Stato e della politica, la caduta di tono che continua affliggere la nostra vita pubblica è avvilente.

Quello che avvenne dopo la Liberazione è storia nota. Il dopoguerra vide il lento sfaldarsi di quella rete familiare intessuta dalla baronessa e dai suoi figli nella villa di Novedrate. Nei venti mesi di Resistenza sembrava a molti che quella comunità di ideali che all’inizio li aveva uniti, adesso si apprestasse a separarli. Con la fine della guerra si registrò anche la fine dell’unità ciellenista, che aveva guardato agli uomini e alle loro idee più che agli schieramenti politici. Quelle idee sembravano destinate diventare sempre più mura di esclusione, e gli anni a venire lo hanno confermato. Tutto quello che era estraneo alle bande partigiane lasciava spazio – citando Norberto Bobbio – al tempo in cui “le volpi stavano per prendere il posto dei leoni”.

Tutti ritornarono alla normalità: Pietro Longhi tornò ad essere Alfredo Pizzoni, Barbato ad essere Pompeo Colajanni e Franchi Edgardo Sogno. Cristina continuò il suo impegno a favore delle donne sull’esempio della nonna Lavinia Taverna e Nilde Iotti venne eletta alla Costituente. Ma la maggioranza delle donne preferì fare un passo indietro, tornando nel dopoguerra alla propria vita privata, nella generale crisi delle vecchie élites e davanti all’avanzata dei partiti di massa.

Siamo a pochi anni dal settantesimo anniversario della Resistenza, molte ricerche storiografiche hanno cercato di dare una lettura definitiva alla nostra storia recente, mitigando le ripetute critiche negli ultimi anni rivolte a interpretazioni storiografiche della Resistenza appannaggio, a volte, di alcune correnti politiche. La speranza è che si possa dare voce finalmente a quei combattenti per la libertà, uomini e donne, che fecero la stessa scelta degli altri, decidendo di stare al di là di quella linea tracciata in terra (cfr. G. De Luna, La Resistenza Perfetta, Feltrinelli, Milano 2015, p. 57).

Il percorso resta ancora arduo, anche perché se una tra le più famose protagoniste del periodo 1943-’45, Nilde Iotti, nel ventennale della morte viene ancora ricordata indugiando più sulle sue arti amatorie che ricordandone la gesta, si impone una domanda: continueremo  sempre a perseverare, oggi come allora – come la meno nota “Nina Ruffini” sottolineava – nell’essere cattivi custodi delle nostre memorie, o anche all’elefantessa verrà riconosciuta la sua indipendenza intellettuale e fattiva dal destino dell’uomo a lei vicino?

224 Visite totali, 1 visite odierne

Condividi questo articolo:
20
fb-share-icon20