Liberalismo e liberismo in Croce ed Einaudi

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Luca Tedesco è Professore associato in Storia contemporanea presso l'Università degli Studi Roma Tre. Collabora, tra gli altri, con la Fondazione Luigi Einaudi di Roma, l'Istituto di studi Luigi Sturzo, e l'Associazione nazionale per gli Interessi del Mezzogiorno d'Italia. Scrive su riviste scientifiche italiane, inglesi e spagnole.

Recensione a
G. Desiderio, Croce ed Einaudi. Teoria e pratica del liberalismo
Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, pp. 102, €10,00.

10.5281/zenodo.3759748

È cosa accertata che fine dell’azione dell’individuo in Einaudi dovesse essere il conseguimento dell’autonomia morale (si rinvia, a titolo esemplificativo, all’assai accurato P. Silvestri, Il liberalismo di Luigi Einaudi o del Buongoverno, Rubbettino, Soveria Mannelli 2008, p. 72). La proprietà diffusa e frazionata, l’articolazione pluralistica della società, l’indipendenza economica, il mercato concorrenziale e quindi la cornice giuridica e istituzionale che garantisse tali condizioni (non essendo sufficiente la mera assenza di coercizione che non avrebbe ad esempio impedito la nascita di monopoli, incompatibili con la libera concorrenza) erano gli strumenti necessari e coerenti con tale opera di perfezionamento spirituale.

Se, difatti, come ci ricorda Giancristiano Desiderio, per Einaudi il liberismo non era da intendersi come «principio economico», legge universale (p. 34) ma come strumento di politica economica che, da accertare caso per caso, poteva rivelarsi più adeguato per raggiungere l’obiettivo dettato dal decisore politico, obiettivo non sempre di natura economica (Dei diversi significati del concetto di liberismo economico e dei suoi rapporti con quello di liberalismo, «La Riforma Sociale», marzo-aprile 1931)[1], cionondimeno, poiché «di fatto ed in via tutt’affatto empirica» nel corso della storia umana si erano rivelati «per lo più […] sbagliati o pretestuosi i motivi dell’intervento» pubblico, il liberismo «spesso si raccomanda[va] come ottima regola “pratica”».

A Croce che nella memoria del 1931, Le fedi religiose opposte, aveva affermato che «il liberalismo non coincide col cosiddetto liberismo economico», con il quale aveva avuto e forse aveva ancora «concomitanze […] ma sempre in guisa provvisoria e contingente», Einaudi opponeva la concezione «storica» del liberismo, che gli pareva «affratellata e quasi immedesimata col liberalismo, sì da riuscire quasi impossibile scindere l’uno dall’altro», in quanto la crociana «libertà spirituale», nella quale consisteva «l’essenza del liberalismo», era inconcepibile senza la proprietà privata, perché senza di questa, come stava a dimostrare […] l’esperienza comunista, non potevano esistere «forze indipendenti da quella dello Stato», «volontà […] indipendenti le une dalle altre» (Dei diversi significati del concetto di liberismo economico e dei suoi rapporti con quello di liberalismo, cit.).

Se ancora sulle pagine di «Critica» del 1936, Croce ribadiva come «l’idea liberale» potesse «avere un legame contingente e transitorio, ma non […] necessario e perpetuo, con la proprietà privata della terra e delle industrie», Einaudi pur ammettendo («la mia tesi torna dunque sempre al medesimo punto») che «l’idea della libertà vive, sì, indipendente da quella norma pratica contingente che si chiamò liberismo economico», precisava che essa non poteva attuarsi «se non quando gli uomini, per la stessa ragione per cui vollero essere moralmente liberi, siano riusciti a creare tipi di organizzazione economica adatti a quella vita libera» (Tema per gli storici dell’economia. Dell’anacoretismo economico «Rivista di storia economica», giugno 1937).

Sebbene, dunque, sia in Croce che in Einaudi la condanna del comunismo, derubricato a dogmatica materialista incompatibile con la religione della libertà, fosse radicale, l’economista di Carrù, pur disposto ad ammettere, come osserva Desiderio, che era la libertà morale «a creare l’economia che le serve per vivere» (p. 42) e che certi mezzi, «pur favorevoli al fiorire della libertà, “sono impotenti a crearla”» (p. 46), considerava quest’ultimi necessari per preservare quella libertà. Il mercato concorrenziale era difatti da preferire ai monopoli e ai protezionismi non solo sotto il profilo della produzione della ricchezza ma anche sotto quello morale, in quanto il solo capace di creare individui autonomi e responsabili. Di qui la ritrosia einaudiana ad accettare l’‘indifferentismo’ di Croce, in materia di strumentazione economica, che portava il filosofo a considerare equivalenti, perché irrilevanti sotto il profilo della libertà morale, liberismo ed interventismo, libero scambio e protezionismo, e quindi anche ad accettare le socializzazioni (il liberalismo, infatti, «solamente […] le critica e le contrasta in casi dati e particolari, quando cioè è da ritenere che la socializzazione arresti o deprima la produzione della ricchezza», nella citata memoria del 1931).

In un confronto peraltro civilissimo, come annota acutamente Desiderio, e improntato anche a un lunghissimo rapporto amicale (come attesta la chicca della pervicacia crociana nel recuperare presso le librerie napoletane un libro richiesto da Einaudi, pp. 11-12), confronto che non era puramente dottrinario ma che, snodandosi negli anni bui dei totalitarismi, assumeva i contorni di «uno schiarimento del pensiero in vista della riconquista della libertà civile» (p. 13), Croce sarebbe giunto infine ad ammettere nel secondo dopoguerra che «la proprietà privata non si potrà mai radicalmente abolirla in quanto coincide col concetto dell’individuo» (Monotonia e vacuità della storiografia comunista, «Quaderni della Critica», XIII-XV, 1949), riconoscendo così einaudianamente in quel mezzo, in quell’istituto, un carattere indefettibile della religione della libertà.

[1] Premura, d’altronde, di gran parte dei liberisti tra Otto e Novecento fu quella di tenere distinti i piani della scienza economica e della politica economica. «Pareto – ha scritto Cardini – era, nel gruppo del “Giornale degli economisti”, il più legato alla tradizione di Ferrara ed ai dogmi relativi alle “armonie sociali”, propri a scrittori come Frédéric Bastiat e Gustave de Molinari. Era stato inoltre da questi autori portato ad identificare il liberismo con un risultato positivo della scienza economica, più che, come era in realtà, con una forma di politica economica» (in A. Cardini, Stato liberale e protezionismo in Italia (1890-1900), il Mulino, Bologna, 1981, pp. 97-98). De Viti de Marco e Pantaleoni, invece, pur convinti sostenitori dei vantaggi del libero scambio, secondo la nota teoria ricardiana dei costi comparati, invitarono sempre a tenere distinto il laissez faire dalla scienza economica. Nel Manuale d’economia politica (Società editrice libraria, Milano, 1906), peraltro, Pareto, differentemente da quanto esposto nel Cours d’économie politique (Rouge, Lausanne, 1896-7), avrebbe affermato la validità della teoria dei costi comparati solo in determinate ipotesi e ammesso che le politiche commerciali, rispondendo anche a finalità sociali, non potessero essere giudicate solo con il metro della razionalità economica.

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