Libertà (non) fa rima con perdita d’identità

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Carlo Marsonet ha studiato Scienze internazionali e diplomatiche presso l’università di Genova e l’Università di Bologna, sede di Forlì. È PhD candidate in Politics: History, Theory, Science alla Luiss Guido Carli, Roma. Scrive sul blog della Fondazione Luigi Einaudi e collabora con Mente Politica. Ha pubblicato: Democrazia senza comunità. Il populismo quale reazione collettivistica alla modernità, in «Rivista di politica», n. 3/2018, pp. 59-70.

Recensione a
R. Legutko, The Demon in Democracy. Totalitarian Temptations in Free Societies
Encounter Books, New York-London 2016, pp. 200, $23.99.

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Separate l’uomo dai contesti primari dell’associazione normativa […] e lo separerete non soltanto dai valori fondamentali di una cultura, ma dalle fonti dell’individualità stessa..
-Robert Nisbet-

Se oggi esiste una parola tanto abusata quanto mal capita e mal interpretata, forse quella parola è “libertà”. Libertà di fare ciò che si vuole, libertà di dire ciò che passa per la testa, senza un minimo di riflessione, confronto critico e capacità di dialogare con altri nostri simili. E ancora, libertà di essere qualsiasi cosa si voglia, libertà da vincoli, legami, limiti e imposizioni esterne. Libertà, libertà e ancora libertà.

Libertà è parola dolce. Evoca immagini piacevoli, un senso di spensierato spontaneismo, quasi di illimitata capacità di plasmare la realtà a proprio piacimento. E, però, passando dalla teoria alla pratica le cose stanno un po’ diversamente. A tutti – o forse no – piacerebbe non avere limiti e regole da seguire per vivere, ma prima o poi con la realtà tocca fare i conti. Prima o poi, appunto. Nel presente sembra, però, che non molti siano disposti a cedervi. Autorealizzazione, autocentrismo, l’io prima di tutto, insomma. A risentire di questa patologia, è evidente, è la società tutta, che è formata, sì, da individui, ma che presupporrebbe al contempo un minimo di cemento che unisca i tasselli che la compongono. Purtroppo, questo lievito comunitario appare un po’ in affanno, vuoi per gli individui indaffarati nei propri affari, dimentichi di quanto società faccia rima con comunità – e viceversa –, vuoi perché le istituzioni create e costituite da uomini, tendono ad alimentare questo spirito narcisistico. È un circolo vizioso, e, come tutti i circoli viziosi, per uscirne serve non solo la volontà di porvi un freno, ma uno spirito di sacrificio considerevole.

Ryszard Legutko, filosofo polacco ed eurodeputato in quota PiS (Diritto e Giustizia), analizza, in chiave conservatrice, alcune criticità che stanno ammorbando le nostre società contemporanee. In The Demon in Democracy. Totalitarian Temptations in Free Societies (Encounter Books New York-London, 2016, pp. 200), l’Autore lascia trasparire una certa profonda avversione per come le democrazie liberali occidentali stanno dimostrando di (non) funzionare. Infatti, tutto il volume è imperniato attorno a una provocatoria ma non peregrina analogia tra comunismo e liberaldemocrazia: tra gli elementi comuni egli annovera la carica razionalistica e perfettistica, una veemente idiosincrasia per i vecchi legami sociali e morali – in una parola: rigetto del passato –, l’idolatria del progresso e la acuta – ancorché tendenzialmente camuffata nel caso della liberaldemocrazia – reiezione per la policromia del sociale. Si badi che, per liberaldemocrazia, Legutko non intende tanto un modo di organizzazione del potere politico, volto alla limitazione della sua sfera di competenza e alla possibilità di cambiare i governanti senza spargimento di sangue (Popper), quanto semmai il dispiegarsi di un’ideologia che prende le mosse da uno dei suoi fondamenti – cioè a dire il pluralismo incardinato sull’idea del “politeismo dei valori” – ma che da esso devia, divenendo una sorta di ortodossia tendenzialmente aggressiva, ancorché travestita da pluralismo.

Come scrive Legutko agli inizi del volume, «Communism and liberal democracy proved to be all-unifying entities compelling their followers how to think, what to do, how to evaluate events, what to dream, and what language to use. They both had their orthodoxies and their models of an ideal citizen» (p. 3). E qual è questo cittadino ideale? L’individuo isolato, sprovvisto di identità, incapace di sentirsi parte di qualcosa che gli preesiste e ne forgia il codice genetico di base. È come se l’individuo si trovasse catapultato nel presente senza alcun tipo di appartenenza o regola morale ereditata dal passato. In tal modo la cifra essenziale del suo abito mentale è vivere in una totalizzante gabbia appiattita sul presente. Insomma, la libertà si tramuta in «a sense of liberation from the old bonds» (p. 8).

Tale è, secondo Legutko, la mentalità dell’idealtipo liberaldemocratico, il quale non ha ancora sperimentato molteplici esperienze di vita e non ha tesaurizzato gli errori del passato. Infatti, il suo anelito emancipatore lo rende impermeabile a quel necessario scetticismo che dovrebbe accompagnare la sua riflessione a la sua azione. E qui veniamo a un punto centrale del libro, che è poi da dove abbiamo iniziato: il concetto di libertà e quindi di liberalismo. Com’è noto, nel mondo anglosassone ormai liberalism ha un significato che si è sideralmente distanziato da quello originario. Non è un caso, infatti, che in italiano ciò venga reso col termine “progressismo”, che è precisamente ciò che Legutko prende di mira. Se è vero, come Tocqueville aveva scritto chiaramente, che liberalismo (in senso classico) e democrazia si sarebbero incastrati, seppur imperfettamente, è altrettanto vero che essi tirano in direzioni differenti e rimangono in qualche modo inconciliabili. Ciò che si è verificato, rileva l’Autore, è che il lato egualitario democratico ha prevalso su quello liberale, democratizzandolo (p. 61). In tal modo, dopo che il liberalismo ha smarrito il suo carattere conservatore, ovvero collegato all’elemento comunitario, ereditario di tradizioni e regoli morali che lo rendevano aristocratico, l’individualismo si è volgarizzato, massificato, divenendo altro da sé. La libertà, insomma, è divenuta emancipazione totale, liberazione assoluta. Ha perso quel suo carattere limitato e, soprattutto, ha cessato di essere collegata alla realtà empirica per divenire astratta e livellatrice. È il caso dell’uomo massa orteghiano, di cui il filosofo polacco non fa mancare i riferimenti nel volume, che, disancorato dalle obbligazioni ereditate e ormai incapace di autolimitare i propri voraci appetiti, «acts more and more on his own account with a proud sense of individual indipendence and sovereignty» (p. 7), senza concepirsi come parte di un tutto più grande.

L’ideologia progressista liberaldemocratica, quindi, elogiando teoricamente la diversità e la differenziazione, si nutre e prospera in realtà grazie a un egualitarismo includente, da un lato, forgiante individui sradicati uno uguale all’altro, mentre dall’altro lato si rivela profondamente escludente rispetto a tutto ciò che si discosta dalla sua immagine onnicomprensiva del mondo. Del resto, già Tocqueville, che Legutko cita a più riprese, aveva immaginato che la maggioranza in una democrazia avrebbe dato vita a «un cerchio formidabile intorno al pensiero», perfezionando un dispotismo che, contrariamente al passato, non avrebbe più utilizzato metodi di violenza fisica, bensì atti di persecuzione spirituale e psicologica: «I prìncipi avevano, per così dire, materializzato la violenza; le repubbliche democratiche dei nostri giorni l’hanno resa del tutto spirituale, come la volontà umana, che essa vuole costringere. Sotto il governo assoluto di uno solo, il dispotismo, per arrivare all’anima, colpiva grossolanamente il corpo; e l’anima, sfuggendo a quei colpi, s’elevava gloriosa al di sopra di esso; ma nelle repubbliche democratiche, la tirannide non procede affatto in questo modo: essa trascura il corpo e va diritta all’anima. Il padrone non dice più: tu penserai come me o morirai; dice: sei libero di non pensare come me; la tua vita, i tuoi beni, tutto ti resta; ma da questo giorno tu sei uno straniero tra noi. Conserverai i tuoi privilegi di cittadinanza, ma essi diverranno inutili, poiché, se tu ambisci l’elezione da parte dei tuoi concittadini, essi non te l’accorderanno, e, se chiederai solo la loro stima, essi fingeranno anche di rifiutartela. Resterai fra gli uomini, ma perderai i tuoi diritti all’umanità. Quando ti avvicinerai ai tuoi simili, essi ti fuggiranno come un essere impuro; e, anche quelli che credono alla tua innocenza, ti abbandoneranno, poiché li si fuggirebbe a loro volta. Va in pace, io ti lascio la vita, ma ti lascio una vita che è peggiore della morte» (La democrazia in America, trad. it., a cura di N. Matteucci, UTET, Torino 1968, pp. 302-303). Nella nostra quotidianità, soprattutto nel mondo culturale, questa sindrome totalizzante ha un nome preciso: politicamente corretto (si veda il libro di E. Capozzi, Politicamente corretto. Storia di un’ideologia, Marsilio, Venezia 2018 e la bella recensione di Danilo Breschi: https://www.danilobreschi.com/2020/02/23/politically-correct/).

Adottando questa ideologia onnicomprensiva come sua incarnazione ultima e più perfetta, la liberaldemocrazia così degenerata invera l’antitesi del suo fondamento naturale: da tutrice della polifonia del sociale, essa tende ad avallare un monismo più o meno soft. In tal modo, essa porta alla creazione di una politicizzazione integrale delle questioni sociali e, anziché considerare i punti di vista altri un valore da promuovere e incoraggiare, si prefigge di squalificarli come inferiori o, addirittura, non moralmente accettabili. Insomma, come scrive Legutko, essa perfeziona quello che il comunismo aveva tentato di fare: «Under communism […] the conceptual engine that animated the communist ideology was the idea of class struggle […] in a liberal democracy, the engine […] is an improved version of the original. The Marxists had only “class” as an ideological leverage. In today’s liberal democracy the main ideological triad is “class, race, and gender”» (p. 120). Chi prova ad opporsi a questa retorica profondamente impregnata di moralismo, tale da renderla una ideologia dogmatica a tutto tondo, viene considerato un selvaggio, se è fortunato, oppure un fascista, se lo è un po’ meno.

In definitiva, il demone che ammorba le democrazie occidentali e, più complessivamente, la società aperta esiste, non si può negarlo: massificazione, livellamento, conformismo, apertura incondizionata priva di punti di riferimento, spaesamento valoriale e morale. Ciò che forse si può asserire è che l’Autore tende a considerare una degenerazione dell’istituzione liberaldemocratica come la sua situazione normale. Certo è che, come tutte le istituzioni, anche la democrazia liberale è composta da uomini e, se questi sono ammalati, anche l’istituzione non può che risentire del morbo che attacca la sua base. Ma il problema non consiste, come sembra per Legutko, nella libertà stessa. È la sua variante egualitario-progressista che pare attentare alla società aperta (che non significa società indifferente ai valori o incapace di produrre orizzonti comuni di senso) e che perciò va contrastata: la liberazione totale da qualsiasi tipo di vincolo morale ereditato, e non costruito.

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