Lo spettro del sovranismo

Avvocato

Avvocato e dottore in Scienze storiche. Ha al suo attivo pubblicazioni sul federalismo ("Le origini del federalismo: il Covenant”, 1996; "Il sacro contratto. Studio sulle origini del federalismo nordamericano", 1999). Ha inoltre pubblicato "Sovranità. Teologia e sacro alle origini di una categoria politica" (2015); "Il regime alimentare dei monaci nell'alto medio evo” (2017) e curato la riedizione del volume di Guglielmo Ferrero "Palingenesi di Roma antica” (2019). Un saggio su Guglielmo Ferrero interprete della Rivoluzione francese è in corso di stampa. E' autore di articoli e relatore in convegni di studio.

Recensione a
M. Gervasoni, La rivoluzione sovranista. Il decennio che ha cambiato il mondo
Giubilei Regnani, Roma-Cesena 2019, pp. 202, € 14,00.

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Il sovranismo: «tutte le potenze della vecchia Europa si sono alleate in una caccia spietata contro questo spettro». Così principia il Manifesto sovranista pubblicato nel 2019 dall’ex “ideologo” del Movimento Cinque Stelle Paolo Becchi. Il lemma “sovranismo” non è un neologismo perché risale al XIX secolo ma nuovi ne sono oggi il concetto e la valenza rivoluzionaria. Occorre però intendersi, se si desidera conferire contenuti alle parole senza cedere a una politica di generici slogan. Il sovranismo viene spesso associato a “rivoluzione” ma la sintesi che ne deriva, la “rivoluzione sovranista”, resta avvolta nella nebulosità di opposte propagande o, peggio, soffocata nelle spire della cronaca politica del giorno. Se si vuol comprendere qualcosa di quel che sta accadendo è necessario recuperare l’essenzialità dei concetti.

Ci soccorre Marco Gervasoni il cui studio sulla Rivoluzione sovranista non si arresta alla superficie della cronaca, ma propone una definizione ragionata dei due concetti e inserisce il sovranismo nel contesto sociologico degli ultimi venti anni. I primi sette capitoli del saggio presentano una analisi storico-critica serrata e polemica del globalismo, delle sue ideologie, dei soggetti sociali che l’hanno prodotto e da cui traggono immensi benefici, nonché degli effetti devastanti che esso ha comportato per i ceti medi e medio-bassi in Occidente. I capitoli specificamente dedicati alla rivoluzione sovranista sono gli ultimi tre, sui quali concentriamo l’attenzione.

Anzitutto, per l’Autore, la rivoluzione sovranista è «un processo di sommovimento globale in cui le vecchie classi dirigenti non riescono più a governare come prima e una quota sempre più consistente dei cittadini non vuole più essere governata come prima» (p. 155). Si faccia attenzione: «sommovimento globale» e «vecchie classi dirigenti». Adottando queste due espressioni l’Autore rinvia a categorie ideologiche e di scienza politica ben precise, utilizzabili per spiegare il fenomeno. Il «sommovimento» ha per oggetto il potere delle élites dominanti: una rivoluzione finalizzata alla conquista delle leve di comando e non alla trasformazione degli uomini e delle società. Nel sovranismo la rivoluzione è un concetto (o meglio un atteggiamento) a bassa intensità ideologica perché radicato nella natura umana e antico quanto le comunità politiche strutturate. È cioè l’atteggiamento di chi, costretto in ruoli subalterni, rigetta tale condizione e anela a sostituirsi al ceto dirigente senza alcuna pretesa palingenetica o di trasformazione ideologica degli uomini e delle società, accettati gli uni e le altre così come sono. Il concetto moderno di rivoluzione, nato con il 1789, va oltre il dato della sostituzione della classe dirigente perché inaugura un percorso e persegue delle finalità morali e ideologiche superiori al potere stesso e ha la pretesa di cambiare del tutto gli uomini e le società. Nulla di tutto questo nell’accezione sovranista di rivoluzione. I sovranisti accettano la natura umana per quella che è. Essi, semmai, pretendono di riappropriarsi delle identità di appartenenza (nazionali, sociali e individuali) sottratte loro dal processo di globalizzazione guidato dalle élites apolidi. Quindi le classi dirigenti (che quel processo hanno voluto) vanno combattute e sostituite da altre classi dirigenti: affiora qui la teoria della classe politica e della circolazione/sostituzione delle élites elaborata da Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto.

Chiarito cosa debba intendersi per “rivoluzione”, occorre capire quale significato attribuire al sovranismo. Chi sono i sovranisti? Si collocano a destra o a sinistra? È ormai luogo comune considerare superate le categorie di destra e sinistra e ciò vale anche per i sovranisti, ma sino a un certo punto. I sovranisti sono reazionari nel senso che nascono come reazione alla destrutturazione individualistica della società e al mondialismo indotto; essi chiedono di riappropriarsi della politica e della propria dimensione comunitaria. In sé il sovranismo è neutro rispetto alla dicotomia destra-sinistra e può essere declinato in entrambe le categorie. Si può combattere la globalizzazione tanto da “sinistra” che da “destra”. Ma cosa si intende per reazione al mondialismo? O, meglio, in nome di cosa ci si oppone ad esso?

Da sinistra, i movimenti di matrice no-global (Tsipras, Podemos, France Insoumise, i Cinque Stelle) conservano tratti della mentalità rivoluzionaria classica (giacobina) a forti tinte moralistiche (giustizialismo; contrapposizione tra oligarchie globaliste sfruttatrici e masse anonime di individui) e chiedono una società più giusta, perequativa, attenta alle eguaglianze. Queste forze, la cui cultura politica è tributaria del retaggio socialista, non combattono il globalismo in sé ma anzi ne apprezzano alcuni valori (il latitudinarismo etico nella morale sessuale e familiare, per esempio) e sono refrattari tanto all’ideologia dei muri quanto alle tradizioni religiose. Aggiungiamo il dato sociologico dell’estrazione prevalentemente urbana del loro elettorato, contiguo alla cerchia più esterna della new class del progressismo globalista, e il quadro sarà completo: movimenti che presto o tardi verranno riassorbiti nel sistema politico-sociale-massmediatico a trazione progressista. Oggi ovunque in flessione elettorale, questi  movimenti si accostano infatti ai partiti dell’establishment di sinistra in rapporto di subalternità.

La reazione sovranista di destra è di tutt’altro segno. Qui i sovranisti recuperano una maggiore intensità ideologica e si riallacciano a ben precise tradizioni di cultura politica, che non si riducono affatto al nazionalismo classico ottocentesco. Gervasoni parla esplicitamente di «rivoluzione conservatrice» sovranista, distinguendola accuratamente tanto dalla rivoluzione conservatrice dei grandi intellettuali tedeschi degli anni Venti (Heidegger, Spengler, Schmitt, etc.) quanto dalla rivoluzione conservatrice antistatalista degli anni Ottanta (Reagan, Thatcher). La rivoluzione conservatrice sovranista è difensiva e si fa interprete spontanea della maggioranza degli europei e dei nordamericani, di quella maggioranza dei ceti medio-bassi sconfitta e impoverita dalla globalizzazione, da quella maggioranza silenziosa di uomini comuni che non infrange le leggi ma chiede ordine e sicurezza, difesa dei confini, rispetto dell’etica sessuale e familiare tradizionale nonché del sentimento di appartenenza identitaria, religiosa, etnica e nazionale. In una parola: difende la tradizione, intesa come tutela della natura umana secondo la concezione aristotelico-tomistica.

La rivoluzione sovranista conservatrice è espressione di un blocco sociale i cui interessi economici e i sistemi valoriali tradizionali sono stati colpiti (forse a morte) dal mondialismo individualista; purtuttavia palpita ancora di vita activa e vuol riappropriarsi di ciò che è andato perduto. Essa auspica la sostituzione delle élites globaliste e trova una sintesi politica nella figura del capo o leader il cui carisma è quello della prossimità: non un super-tecnico, né un ideologo né un visionario ma, per così dire, l’amico della porta accanto, sempre in sintonia con la gente comune. Siamo lontanissimi dal carisma secondo Max Weber. Tutti i movimenti sovranisti nazional-conservatori infatti «prendono i loro elettori così come sono e non intendono migliorarli e condurli verso chissà quali destini» (p. 171), e il leader vi si adegua. Radicalmente antiprogressista, la rivoluzione sovranista potrebbe fallire per conclamata incapacità dei loro leader, ma se non si sapranno fornire soluzioni ai problemi che costituiscono la causa del sovranismo, esso si riproporrà in futuro sotto altre forme.

L’analisi dell’Autore, accurata e informata (sociologi e scienziati della politica vengono ampiamente citati) a nostro avviso lascia in ombra un aspetto: se, come si è chiarito sopra, la rivoluzione sovranista va intesa (riprendendo Mosca e Pareto) come sostituzione rivoluzionaria delle attuali élites globaliste con nuove élites in sintonia con la maggioranza silenziosa nazional-conservatrice, resta da chiedersi dove si nascondano queste nuove élites. Non nei circoli ristretti della politica e della finanza; non nell’imprenditoria del big business apolide; non nei mass-media; non nel mondo accademico; non nei super-tecnici dell’hi-tech. Il sovranismo, in quanto reazione intrinsecamente anti-elitaria dei ceti medio-bassi, diffida delle minoranze qualificate così come diffida della creatività e del prestigio intellettuale. Tradito e disprezzato dai ceti elitari globalisti il popolo sovranista si rinserra in una mediocrità difensiva e sembra incapace di produrre dal proprio seno nuove minoranze qualificate e nuove classi dirigenti. Il meccanismo della sostituzione delle élites (secondo la legge paretiana) si inceppa se le forze politiche temporaneamente vittoriose non sono in grado di strutturarsi con un proprio ceto dirigente.

I quadri politici delle formazioni sovraniste conservatrici (il Rassemblement lepenista, la Lega, il Brexit Party, Vox in Spagna) aspirano a questo ruolo, ma senza adeguato retroterra culturale e qualificate competenze rischiano, una volta messi alla prova, di fallire non per la resistenza degli avversari ma per propria incapacità. D’altro canto l’Amministrazione Trump (ammesso che a questa siano applicabili in toto le categorie del sovranismo) qualitativamente non si sta rivelando peggiore delle precedenti. E anzi proprio negli USA il sovranismo di matrice trumpiana, con la sua opzione per il lavoro e l’economia reale a discapito della finanza speculativa, risulta prossimo a quel compassionate conservatism che per oltre due secoli, sotto altri nomi, ha costituito il solido sistema valoriale di una frazione significativa delle classi dirigenti anglosassoni.

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