Miguel de Unamuno al cinema

Sandro Borzoni collabora da diversi anni con l'editoriale "IF Press" ed è membro del comitato scientifico della rivista interdisciplinare "Información Filosófica". Ha studiato filosofia antica con Giovanni Reale e Roberto Radice all'Università Cattolica di Milano e all'Universidad de Deusto di Bilbao con Carlos Beorlegui e Andrés Ortís Osés.
Nel 2009 ha conseguito il dottorato di ricerca europeo all'Universidad de Salamanca con una tesi su Miguel de Unamuno sotto la guida del prof. Jean-Claude Rabate.
Dal 2000 insegna filosofia e storia nei licei. Attualmente è docente presso il Liceo Classico e Linguistico "Carlo Alberto" di Novara.

Miguel de Unamuno al cinema

È notte nel mio studio. […] I libri tacciono, le mie carte assorbono la pacifica luce del lume ad olio, come quello di una cappella funebre. Gli spiriti dei poeti, dei filosofi e dei dotti dormono; ed è come se tutto attorno ci fosse la morte, in attesa. […] Mi pervade un tremito nello scrivere queste righe, che non sembrano uno strano testamento, ma piuttosto un presentimento misterioso del tetro aldilà.

Questi versi furono scritti da Miguel de Unamuno il 31 dicembre del 1906. Morì nella sua casa di Salamanca il 31 dicembre 1936. Un arresto cardiaco o forse un infarto, aveva 72 anni, la sua misteriosa premonizione sembrava essersi avverata. Bartolomé Aragón, l’ultimo interlocutore terreno di Don Miguel, che si trovava in visita nella casa dello scrittore, lo vide accasciarsi sullo scrittoio, e scese le scale chiamando la domestica e gridando: non sono stato io! E nessuno aveva mai pensato che fosse stato lui ad ucciderlo. Fino ad oggi…

L’uscita del film Palabras para un fin del mundo, scritto e diretto da Manuel Menchón, ha però scatenato la stampa spagnola, perché il regista andaluso, che presenta il suo nuovo lavoro attraverso la suggestiva cornice di un documentario, ha in serbo una sorpresa. L’impatto grafico del trailer, già disponibile in rete, scatena sicuramente una tempesta di emozioni e di ricordi. Si fa largo impiego del digitale per resuscitare vecchie fotografie della EFE (agenzia di stampa spagnola), e ci sono anche scene mai viste: qualche interessantissimo spezzone di pellicola, ritrovato credo nella filmoteca di Castilla y León, è stato mostrato in anteprima all’Università di Salamanca a marzo, prima che anche la Spagna entrasse in quarantena.

Un documentario sulla Guerra Civile spagnola e sulle ultime settimane di vita dello scrittore Miguel de Unamuno, però, pur trattando di episodi interessanti e ancora molto presenti a livello emotivo (la Spagna e l’anti-Spagna), non basterebbe certo per giustificare il clamore mediatico che ha scosso l’opinione pubblica in queste ultime settimane; nel film documentario si sostiene infatti una tesi totalmente inedita sulla morte dell’ex rettore dell’Università di Salamanca: avvelenamento!

Non voglio certo cadere nella trappola tesa dai giornalisti che hanno recensito il film, perché l’idea dell’avvelenamento è davvero un’esca per far abboccare all’amo chi non sa nulla dei fatti avvenuti il 12 ottobre e il 31 dicembre del 1936. Penso, però, che il pubblico italiano, che forse conosce il nome di Unamuno soltanto per sentito dire, o attraverso vecchie traduzioni del suo Commento al Don Chisciotte, meriti di sapere qualcosa di meno fantasioso sugli ultimi giorni di vita di Unamuno. Se non potrò certo offrire l’ultima parola sulla morte dell’ex rettore dell’Università di Salamanca, certamente saprò offrire una prospettiva degli eventi di quel tempo più sobria e meno complottista.

La Spagna era una Repubblica da quando Primo de Rivera ed il re Alfonso XIII avevano lasciato la penisola prendendo la strada dell’esilio, nel 1931. Contemporaneamente Unamuno, che si trovava al confino in Francia dal 1924, a causa della sua opposizione alla dittatura militare di Primo de Rivera, faceva ritorno in patria. Ma non era più uno scrittore, era divenuto un uomo «in lotta con la sua leggenda» (Salcedo), il simbolo di una ritrovata libertà di espressione e di una nuova visione civile e politica, alla quale la neoproclamata Repubblica si ispirava. Unamuno venne riproclamato “rettore” dell’Università di Salamanca dal nuovo governo, e poté riprendere l’insegnamento, ma nonostante le speranze e gli ideali riposti nel futuro, per la Spagna non erano momenti facili. Come tutti i sogni, anche la Repubblica iniziò a mostrare le sue debolezze, ed Unamuno non si tirò certo indietro quando ci fu da criticare il nuovo governo, per il quale iniziò a maturare sempre meno entusiasmo a partire dal 1933. Quando Manuel Azaña, che era già stato primo ministro, venne proclamato presidente della Repubblica (maggio 1936), Unamuno, che nutriva verso di lui un astio profondo, lo apostrofò con il nomignolo di “Faraone del Pardo” (il palazzo del Pardo è oggi una delle residenze della famiglia reale a Madrid) e i suoi articoli contro la Repubblica assunsero toni davvero parossistici nei quali la critica politica si mescolava all’odio personale per Azaña, definito uno scrittore fallito che nessuno leggeva più.

In una lettera alla sua traduttrice francese Emma Clouard, fece questa previsione tetra e agghiacciante «Non c’è più il comunismo, ma un anarco-sindacalismo, che ormai ha prevalso. I nuovi repubblicani mancano di forza. E quello che adesso sta crescendo è il fascismo, e avremo lo scontro di due gruppi irresponsabili e incoscienti in egual misura». La lettera fu scritta il 23 aprile del 1936, e la Guerra Civile scoppiò meno di tre mesi dopo. Nonostante la sua avversione per il fascismo e per i militari, in particolar modo per il Generale Millán Astray, che aveva guidato la Legione spagnola in Marocco, la reazione di Unamuno al colpo di stato di Francisco Franco ed Emilio Mola fu sorprendente. Unamuno rimase in consiglio comunale anche dopo la sollevazione militare del luglio del ’36. Accettò di essere reintegrato nella funzione di rettore vitalizio dalla giunta militare di Burgos, ed apparentemente sembrò reagire come il classico uomo d’ordine, che dinanzi ai disordini scoppiati in tutta la penisola preferisce il coprifuoco imposto con le armi.

Visto che parliamo di cinema, posso raccomandare un recentissimo film del premiato regista Alejandro Amenábar, Mientras dure la Guerra, presentato al Festival di Toronto nel settembre 2019, che ha come protagonista proprio Miguel de Unamuno. Amenábar si assume il peso di descrivere le ambiguità dello scrittore durante i primi mesi della guerra. Offrire una visione umana, e quindi non idealizzata, di Unamuno è per la Spagna un vero e proprio tabù, e c’era bisogno del coraggio di un premio Oscar per oltrepassarlo. Esiste una vulgata che vuole presentare ad ogni costo Miguel de Unamuno come un uomo dall’etica incrollabile che seppe lottare con coraggio contro ogni forma di ingiustizia, ma quell’Unamuno non è mai esistito, è una sorta di personaggio di finzione. Proprio come i protagonisti dei suoi romanzi, che venivano messi a dura prova dalle circostanze e dovevano avere il coraggio di scegliere cosa fare per emergere dal nulla ed esistere come uomini in carne ed ossa, così anche Unamuno, l’Unamuno reale, non l’uomo in lotta con il simbolo che era diventato per il suo pubblico, mise in scena l’atto finale di quella tragedia esistenziale che stava divorando la sua anima e la Spagna.

Era il 12 ottobre, una festa speciale in tutti i paesi di lingua spagnola, si festeggiava il Giorno dell’Ispanità, che a quei tempi si chiamava Fiesta de la raza, e si celebrava a Salamanca anche l’apertura dell’anno accademico 1936/37. Unamuno era presente all’atto, ed assistevano alla cerimonia anche la signora Carmen Polo, moglie di Francisco Franco, Millán Astray, generale della Legione spagnola, il vescovo Enrique Pla y Deniel, oltre ai professori e agli studenti. Non era previsto, a quanto sembra, un intervento specifico di Unamuno, che in quanto rettore doveva solo moderare le prolusioni dei partecipanti, eppure ad un certo punto il silenzio della sua anima fu rotto. L’eco di quegli slogan ripetuti con il braccio in alto, i colpi di fucile che avevano scandito le ore durante quegli ultimi giorni e la falsa retorica che pervadeva quell’Atto e convertiva la commemorazione del viaggio di Colombo nella celebrazione della Falange Spagnola, ad un certo punto non potevano più coesistere tutti insieme. Quella sorta di daimonion socratico, che lo trattenne fino a quel punto, la voce misteriosa che «esorta sempre a non fare e mai a fare», ora non poteva più metterlo a tacere: «siento en mi pecho / luchas de bandos y civiles guerras […]. Dentro en mi corazón luchan dos bandos». Versi che sembrano la parafrasi del Faust di Goethe: «Zwei Seelen leben, ach!, in meiner Brust».

Sono versi che Unamuno scrisse nel 1906, e che anche in questo caso sembrano la profezia di quanto avvenne dopo, in quel ferale 1936, quando la Spagna era divenuta il campo di battaglia nel quale si affrontavano i militari e i sostenitori della Seconda repubblica:

Si è parlato di una guerra internazionale in difesa della civiltà occidentale, che anch’io ho difeso in passato. Ma oggi quella in atto è soltanto una guerra “incivile”. Conquistare non vuol dire convertire! Vincere non basta a convincere! Vincerete, perché la forza ce l’avete in abbondanza. Avete l’odio che non lascia scampo alla compassione, l’odio per l’intelligenza, che è critica e analitica, inquisitiva e non inquisitoria! Il bolscevismo e il fascismo sono le due forme, concava e convessa, di una stessa malattia mentale collettiva. Ho appena sentito gridare «¡Viva la muerte!». Che a me suona proprio come «muoia la vita!». Ed io, che ho passato tutta la vita a creare paradossi che hanno fatto infuriare coloro che non arrivavano a comprenderli, vi devo proprio dire che questo ridicolo grido necrofilo mi ripugna. Qui c’è anche il generale Millán Astray, che è un invalido. Non si deve dire sottovoce, è un invalido di guerra. Anche Cervantes aveva perduto un braccio. Però gli estremi non servono come misura. Disgraziatamente oggi ci sono troppi invalidi, e presto ce ne saranno di più se Dio non ci aiuta! Oggi non si festeggia una Festa della razza, oggi si celebra la festa della lingua, questa sostiene il nostro mondo, il mondo di lingua spagnola, la stessa parlata da Rizal…

Al pronunciare il nome di José Rizal, che aveva guidato il movimento di indipendenza delle Filippine dalla Spagna nel 1898, e che perciò era considerato un vero terrorista dai nazionalisti presenti in sala, il clamore fu tale da impedirgli di proseguire (Salcedo, Rabaté). Per uscire dal salone universitario, fra i fischi e gli insulti (“non sei un vero spagnolo”, “abbasso gli intellettuali”, “viva la morte”), Miguel de Unamuno dovette aggrapparsi al braccio di Carmen Polo, che lo accompagnò fuori in strada, dove salì a bordo di un’automobile nera che lo portò subito a casa. Le porte dell’Università si chiudevano alle sue spalle, si chiudeva la sua carriera di scrittore e di professore. Rimase praticamente confinato in casa, anche se ufficialmente non si trovava agli arresti domiciliari, e quando usciva, e lo faceva raramente, un militare lo seguiva a pochi passi di distanza. E dove poteva andare? Fuori imperversava la guerra “incivile”.

La sua battaglia personale si concluse il 31 dicembre, poche settimane dopo i fatti del “Paraninfo” dell’Università, morì nel suo studio, fra i suoi libri e le sue carte, discutendo con un professore di economia che aveva aderito con entusiasmo al fascismo. Chissà, forse Unamuno gli avrà ripetuto quella tanto tragica invocazione: «me duele España», e di quel “mal di Spagna” morì davvero. E poi, ecco Menchón. Con la teoria del complotto!

Evidentemente Bartolomé Aragón, questo giovane professore di economia che si era iscritto alla Falange spagnola e che aveva studiato anche il corporativismo dell’Italia di Mussolini, nutriva in sé un inspiegato movente segreto. Insieme ai libri di economia, aveva certamente letto tutte le poesie di Unamuno, e pensò che il momento propizio per avvelenarlo fosse proprio quel 31 dicembre del 1936, per dare compimento ai versi che recitavano: «fra poco verranno ad annunciarmi che è pronta la cena, e troveranno qui un corpo pallido e freddo – silenzioso come questi libri». Mi immagino la scena. Me lo vedo mentre bussa al portone di legno e dice al figlio di Unamuno, che gli venne ad aprire la porta, che doveva parlare con il professore di chissà cosa e che doveva farlo proprio il 31 dicembre! Qualche goccia di veleno, e poi giù per le scale urlando: non sono stato io! E tutta questa teoria su che cosa si basa? Ha un fondamento documentale?

No, non ce l’ha, e infatti i coniugi Rabaté, Colette e Jean-Claude, che hanno assistito il regista nelle sue ricerche d’archivio, lo accompagnano fino all’uscio della casa dell’ex rettore. Quello che succede oltre la soglia è frutto della fantasia di Menchón. Eppure, il putiferio mediatico sui social ha dimostrato certamente che il regista ha fatto centro, e il film è già un caso prima ancora della sua uscita, che avverrà il 13 novembre, lockdown permettendo. Unamuno ¡descansa en paz!

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