Mille volte il dì moro. Su Gesualdo da Venosa

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Anita Piscazzi, poeta, pianista e dottore di ricerca, si occupa di studi etnomusicologici e didattico-musicali. Ha pubblicato le raccolte poetiche: In lumen splendor (Oceano Ed., Sanremo 1999), Amal (Palomar, Bari 2007), Maremàje (Campanotto, Udine 2012), Alba che non so (CartaCanta, Forlì 2018) e diverse monografie, articoli e saggi scientifici su riviste specializzate. Sue poesie sono presenti in Ossigeno Nascente (Atlante dei poeti contemporanei italiani a cura del Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica Alma Mater Studiorum - Università di Bologna), in diverse antologie tra cui Umana, troppo umana (Aragno, Torino 2016), in blog letterari e sulle piattaforme di registrazioni fonetiche di poeti contemporanei nel mondo come “PoetrySoundLibrary” di Londra e “Voices of Italian Poets” dell’Università di Torino. È stata tradotta in diverse lingue e collabora con riviste poetico-letterarie.

Mille volte il dì moro. Su Gesualdo da Venosa

«In quei giorni mi trovavo in Italia in compagnia di Bob Craft. Il nostro viaggio aveva uno scopo ben preciso, mi ero recato in un piccolo paese arroccato nella provincia di Avellino, che si trova a qualche ora di viaggio da Napoli, in una zona rurale piuttosto selvaggia e di un certo fascino: l’Irpinia. Posso andare soltanto dove i miei appetiti musicali mi portano, il paese a cui mi riferisco si chiama Gesualdo e io ero sulle tracce di Don Carlo Gesualdo, principe di Venosa, Conte di Conza: un compositore tanto grande quanto inquietante».

Così scriveva Igor Stravinskji di Carlo Gesualdo da Venosa nato nel 1566 a Venosa al confine tra la Puglia e la Lucania, ultimo discendente di una grande famiglia normanna e genio musicale senza tempo, uomo ombroso, malinconico, molto religioso. Amava la caccia e più di tutto la musica, il suo vero grande amore, la sua amante invisibile. Carlo fu un uomo infelice, ebbe malattie sia del corpo che della mente, diversi lutti nella sua famiglia, visse momenti di tristezza e di solitudine dell’animo. In tanti hanno mostrato interesse per Gesualdo: musicisti, scrittori, registi di cinema e di teatro, numerosi i volumi scritti non solo in Italia, ma anche in Europa e in America. Ma Igor Stravinskji fu il primo ad intuire qualcosa che riguardava la sua stessa musica e la contemporaneità di partiture scritte quattro secoli prima da Gesualdo, forse perché nel ’56 Robert Craft, direttore d’orchestra statunitense, saggista e cultore della musica di Gesualdo, di Monteverdi e delle ricerche della Seconda Scuola di Vienna, gli spedì un’edizione del secondo libro di canti sacri di Gesualdo da Venosa.

Il compositore russo fu molto attratto da tre mottetti incompleti: Assunta Maria, Da pacem Domine e soprattutto Illumina nos che per un motivo irrazionale sentì molto vicino al suo Canticum sacrum eseguito lo stesso anno nella Basilica di San Marco a Venezia. Così nel 1960, insieme a Robert Craft, Stravinskij lasciò New York alla volta di Napoli, da qui s’inerpicò fino al castello del paese Gesualdo di tremila abitanti arroccato ai piedi di Avellino, alla ricerca di ispirazione con l’orecchio pronto a cogliere stimoli di ogni sorta, assorbiti da una curiosità sonora mai sazia e rielaborati da un ingegno unico, che rivivranno nell’arrangiamento del madrigale dell’infelice principe musico, Beltà, poi che t’assenti  per lo spettacolo Monumentum pro Gesualdo mandato sulle scene nel 1960 del “New York City Ballet”; Robert Craft, dopo la morte di Stravinskji ricorderà questi incredibili viaggi e conversazioni con l’amico nell’autobiografia An improbable life, pubblicato nel 2002. Ma chi è don Carlo Gesualdo? Perché il suo eterno tormento, limite tra il genio e la follia del semitono alterato della sua musica, ancora oggi infiamma gli animi dei compositori più accesi del mondo?

Insieme a Luca Marenzio e a Claudio Monteverdi, Carlo Gesualdo, compositore di madrigali e di musica sacra, maestro della polifonia, abile suonatore di liuto e di  cembalo è  considerato uno dei principali innovatori musicali del suo tempo. Figura controversa, personalità assai complessa e tormentata, ha contribuito allo sviluppo della polifonia in Europa portando il madrigale, che, con Monteverdi, raggiunse il punto più alto, verso il disfacimento, nell’epoca in cui ormai prendeva piede nella storia della musica un soggetto nuovo: il melodramma. Si assistette al passaggio dall’ordinata euritmia del Rinascimento al convulso eccesso di dissonanze, all’abuso del cromatismo, all’anarchia polifonica. Specchio di uno stato d’animo tormentato, i suoi madrigali sono pregni di questi aspetti. Gesualdo ospitò come poeta di corte anche Torquato Tasso, giunto a Napoli dopo il suo allontanamento dalla corte estense, tra i tanti madrigali che il poeta invia a Carlo solo uno, Se così dolce è il duolo, venne musicato dal principe. In realtà non ci fu mai un grande feeling tra i due per le scelte poetiche di Gesualdo quasi tutte contro corrente e antiletterarie.

La sua risaputa follia ossessiva è legata alla fama di uxoricida e a quella notte del 16 ottobre del 1590, quando Gesualdo, aiutato da tre dei suoi servi più fedeli armati di archibugi e alabarde, commette uno spietato “delitto d’onore” nei confronti di Maria D’Avalos, sua moglie e dell’amante di lei, Fabrizio Carafa, duca di Andria. Il dramma infestato di follia nella sua esecuzione, accadde a palazzo San Severo, dimora di famiglia in piazza San Domenico Maggiore a Napoli. La relazione tra i due amanti divenne di dominio pubblico e Carlo non resse il disonore, sorprese gli amanti in pieno piacere e del dantesco amor che a nullo amato amar perdona non ne volle sapere, così uccise e infierì sulle vittime. Dopo il delitto, Carlo, ormai circondato da una fama sinistra, per un anno intero si rinchiuse in un turbato isolamento nel feudo irpino di Gesualdo, trascorrendo intere giornate nella stanza dello zembalo, con propositi espiatori compose madrigali, mottetti e responsori tra i più cupi. Più tardi sposò in seconde nozze Eleonora d’Este, nipote del cardinale Ippolito e di Isabella d’Este. Per tutta la vita, ossessionato dal ricordo del suo bene perduto per sempre, Carlo cercò Maria in ogni dove, viva solo nelle sue ultime e tormentate composizioni.

Gesualdo fu il primo ad alterare di un semitono gli intervalli melodici, creando nelle armonie originali squilibri della polifonia, trasformando l’ossessione descrittiva ed espressiva in una visione immaginifica. Questa forma di cacofonia musicale è presente nei sette libri di Madrigali a cinque voci, magnetismo di immagini morbose, mistiche ed erotiche profuse di dolore e di pulsioni del morire.

Il tormentato principe musico venne quasi dimenticato dopo il Rinascimento, ma ritornò in auge nel Novecento ispirando la moderna dodecafonia e, come abbiamo visto, numerosi artisti contemporanei del calibro di Stravinskji. Nel 1995, Werner Herzog regista tedesco, ha diretto il film-documentario, Tod für fünf Stimmen (Morte per cinque voci), su Gesualdo con la partecipazione di Milva. La pellicola è stata trasmessa sulla rete tedesca ZDF. Franco Battiato, compositore e cantautore contemporaneo, nell’album L’ombrello e la macchina da cucire (1995) gli ha dedicato il brano Gesualdo da Venosa. Salvatore Sciarrino nel disco Fuoco e Ghiaccio (2002) ha arrangiato diversi madrigali. Vito Palumbo, compositore contemporaneo, ha scritto Intorno a Gesualdo, rielaborazioni da due madrigali per Digeessione Music (2013). Il controverso principe ha influenzato anche il jazz italiano ed europeo, l’arrangiatore Corrado Guarino e il sassofonista Tino Tracanna gli hanno dedicato il cd Gesualdo per la Splas(h) Records (1998). Bruno Tommaso ha composto Original Soundtrack for Charles and Mary, una suite di 13 brani ispirata alla vita di Gesualdo per OnyxJazzClub di Matera. Giorgio Gaslini e Claudio Simonetti nel 1975 si ispirarono a Gesualdo per la colonna sonora del film Profondo rosso del regista Dario Argento. Il poeta e drammaturgo tedesco Helmut Krausser ne ha fatto il co-protagonista del best sellers Melodien la musica del Diavolo (2007) e. infine, Andrea Tarabbia vince il Campiello nel 2019 con il romanzo Madrigale senza suono per Bollati Boringhieri.

Gesualdo fu un personaggio discusso e amato, ricercato e temuto già nella sua epoca. Scrisse musica nel Cinquecento che fu così progressista ed estrema che nessuno è riuscito a ricreare il suo stile fino al Novecento. Il suo punto di vista non fu mai quello della persona comune, piuttosto quello di un personaggio scomodo che ci offre un altro fuoco creativo, un altro criterio con il quale vedere la realtà poetico-musicale, rivelando la sorte di un uomo e di uno stato d’animo tormentato che lo torturerà fino al punto di lasciarsi morire a soli 47 anni.

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