Morte delle ideologie? Rinascita delle idee

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Professore di Storia delle Dottrine Politiche

Danilo Breschi (1970) è professore associato di Storia delle dottrine politiche presso l’Università degli Studi Internazionali di Roma (UNINT), dove insegna anche Elementi di politica internazionale, Diritti umani e Teorie dei conflitti. Componente del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice (Roma) e del Comitato scientifico dell’Istituto Storico per il Pensiero Liberale (ISPLI), è direttore scientifico de «Il pensiero storico. Rivista internazionale di storia delle idee» (Aracne editrice). Tra le sue pubblicazioni: Meglio di niente. Le fondamenta della civiltà europea, Firenze, 2017; Mussolini e la città. Il fascismo tra antiurbanesimo e modernità, Milano 2018.

Recensione a
M. Veneziani, Nostalgia degli dei. Una visione del mondo in dieci idee

Marsilio, Venezia 2019, pp. 302, € 18.
DOI

Ho come l’impressione che Marcello Veneziani abbia voluto fornire il proprio contributo a quella «restaurazione dello spirito tradizionale» cui costantemente mirò l’azione teoretica di René Guénon, quale «unico rimedio al disordine attuale» (R. Guénon, Autorità spirituale e potere temporale (1929), Adelphi, Milano 2014, p. 16). A novant’anni da quelle pagine guénoniane troviamo un modo non-tradizionalista di criticare la modernità in nome delle tradizioni (al plurale e senza iniziale maiuscola). Mutuando da una categoria coniata da Antoine Compagnon, Marcello Veneziani è un moderno suo malgrado, non entusiasta dei tempi moderni, del modernismo, ossia della modernità come dogma e come ipostatizzazione di quel che egli denomina «l’infinito presente globale» (p. 290). In altri termini, lo scrittore e pensatore pugliese tenta impresa quanto mai ardua: ricostruire una visione del mondo capace di ricucire parte di quanto strappato, rinsaldare quanto divelto e scardinato, quasi a far eco ad Amleto, sin dal primo atto sorpreso ad esclamare: «Il mondo è fuor dei cardini; ed è un dannato scherzo della sorte ch’io sia nato per riportarlo in sesto» (l’opera scespiriana è del 1599; 420 anni fa, altra ricorrenza).

È doveroso un chiarimento preliminare: chi sono gli dèi di cui parla l’Autore? Ce lo chiarisce egli stesso sin dalla seconda riga: «Prima che figure, presenze e potenze divine, gli dei designano stati e avvenimenti inconoscibili e imponderabili che avvertiamo come superiori» (p. 7). Ancor più esplicitamente: «Gli dèi sono modelli, parametri e paradigmi oggettivi, superiori o sopraelevati, per non finire prigionieri del contingente e del relativismo soggettivo, senza verità» (p. 8). Gli dèi in questione sono, al contempo, proiezioni (in cielo) di principi intramontabili, e protezioni (in terra), argini che confermano il nostro senso del limite, a fronte del doppio movimento sussultorio che ha terremotato la condizione umana occidentale contemporanea: la scissione tra diritti e doveri, l’annessione tra desideri e diritti. In sintesi: riferimenti che sono superiori a noi, ci trascendono e ci sospingono ad elevarci. Pretendono che facciamo di noi un arco teso, non fino al punto di spezzarci.

Questi dèi sono, infine, i segnacoli delle connessioni di cui siamo intessuti. Noi siamo collegati. La nostra è un’epoca iper-connessa a livello tecnologico e iper-sconnessa a livello spirituale. Siamo vittime di uno squilibrio da correggere. Ciò che urge è una spiritualità che ci renda capaci di governare lo sviluppo tecnologico. Non siamo alla sua altezza. Dobbiamo avere grandi scopi, grandi fini, ma sempre tesi ad un equilibrio, interno ed esterno. Dobbiamo inoltre comprendere che parlare di “valori” è sterile e fuorviante. «In realtà, non cadono i valori ma ciò che li precede» (p. 25).

Tra le connessioni saltate nell’ultimo secolo vi è quello con la patria, uno degli dèi di cui proviamo nostalgia, spesso sottaciuta con il sentimento proprio di chi sa di far peccato. Eppure la patria niente ha a che vedere con il razzismo, nemmeno con la xenofobia. Semmai ci aiuta a capire come il legame orizzontale della fraternità senza padre e senza madre si traduce in fratricidio. «Patria è ciò che ci fa discendenti, provenienti da un luogo e da una matrice significativa, l’origine. Casa, il contrario di caso: luogo destinato, delimitato, non fortuito, abitato da consorti» (p 67). A dire il vero, Veneziani a patria preferisce tradizione, «principio più fluido e vitale […] dove la continuità implica la mutazione e il passaggio generazionale di padre in figlio, e dove il senso della trasmissione non riguarda solo il passato ma anche il futuro» (p. 69). Pregnante è la distinzione qui operata tra patria e tradizione in termini di identità: «l’identità attiene all’essenza, la tradizione è l’essere nel divenire e il divenire nell’essere: è ciò che resta quando tutto passa. Riconoscere l’identità e riconoscere in ogni persona e comunità non solo i diritti individuali e universali ma un volto, un’anima e una storia, con la sua peculiare dignità» (pp. 69-70).

Gli dèi come connessioni si traducono nelle parole-idee chiave di famiglia, comunità, civiltà, tradizione e, appunto, patria. E siamo a cinque. Le altre parole-idee configurate da Veneziani come potenze superne, divine forze che ci orientano come bussole, sono: Dio, mito, ritorno, destino, anima. In ultima istanza sono tutte, e comunque, proiezioni, protezioni e connessioni che rendono vivente il nostro pensiero e, di conseguenza, denso e significativo il nostro vivere. Un esempio proposto dallo stesso Autore. Oggi domina il caso, che altro non è se non l’anagramma filiale del caos? Credere nel destino comporta la persuasione che tutto abbia un significato. Tutto ciò che ci accade ha una ragione. Questo è un esempio, appunto, di quale sia l’intento di fondo del più recente libro di Veneziani: far cambiare orizzonte, mutare lo sguardo rispetto al nostro presente. Compiere un salto rispetto alla nostra epoca. Siamo in epoca di morte, o prolungata eclissi, delle ideologie. Probabilmente ve n’è rimasta solo una, o è la sola a predominare, e ad essa Veneziani affibbia il nome di globalitarismo: «mentre trionfa il globale si perde l’apertura agli universali. C’è una dominazione del privato, del singolo che s’accompagna alla dittatura impersonale dell’automatico» (p. 31). Non solo, ma «si perde la misura di ogni cosa e si erge al suo posto un mondo smisurato, un potere smisurato, un ego smisurato. Che non si ferma davanti a nulla e ribattezza la sua smisuratezza come libertà. Eppure, il senso reale della libertà è nella misura: esiste se ha un limite, se è responsabilità, se è correlazione» (p. 26).

Questo è un libro di pensiero applicato alla vita, di «pensiero vivente», come ama dire Veneziani che riprende un’espressione che fu cara a Giuseppe Mazzini, e aggiunge che «si riparte dal pensiero, non dall’agire. Dalla visione del mondo» (p. 291). È indubbia la necessità di avere principi di riferimento, al plurale, e di qui deriva l’apparente politeismo delle dieci parole-idee elencate. Dico apparente perché lo sfondo filosofico del libro poggia sue due fondamenta evidenti: Platone e Plotino. Ovvero: il molteplice è impensabile senza l’unità primigenia e definitiva, tanto è origine quanto è destinazione. Veneziani precisa che «è giusto ricondurre il molteplice all’uno, è iniquo ridurre il molteplice all’uno» (p. 49). L’esistenza terrena è un cerchio che si apre e si chiude, e nel farlo e rifarlo, incessantemente, procede, inarrestabile. Ma la figura circolare è il grembo, l’eterna matrice. Ciò vale per i singoli come per le comunità.

Si coglie subito il fascino di una proposta al contempo teorica e pratica, spirituale e civile, incentrata su un pensiero di relazione, nutrito dall’amore per il visibile e l’invisibile, per il presente e per l’assente, ossia il non più o il non ancora presente. È una controrivoluzione antropologica, quella qui proposta. È un appello anti-nichilista, quello contenuto nelle pagine del libro, a riconsiderare le valenze anche positive della nostalgia, parola introdotta a fine Seicento come termine clinico indicante una malattia e tornata ad essere qualcosa di analogo, dopo essere per due secoli trasmigrata dal lessico medico all’ambito dei sentimenti, ad un «campo di percezioni» (si veda Nostalgia. Storia di un sentimento, a cura di Antonio Prete, Raffaello Cortina Editore, Milano 2018, nuova ediz. aggiornata). Desiderio pungente, talora lacerante, di ritorno (nostos), e dolore (algos) per l’impossibilità, di cui sovente si è consci, di compiere questo ritorno. Un sentimento, ma ancor più una condizione strutturale, che non possiamo non percepire in quanto umani. Non malattia da rimuovere mediante farmaci, ma segnale d’allarme di connessioni che stiamo perdendo, di legami che stanno spezzandosi, minacciando di lasciarsi alla deriva. Scrive Veneziani: «Di viaggi senza ritorno muore la nostra vita: l’uso della droga, l’espansione illimitata dei consumi, il delirio di onnipotenza nella perdizione» (p 267). E prosegue: «L’estrema libertà, svincolata dagli ormeggi del ritorno, si suicida nel suo contrario, l’estrema schiavitù del procedere. L’autonomia volge in automatismo» (ibid.). Mark Lilla ha di recente definito la declinazione politica della nostalgia «il riflesso di una specie di pensiero magico riguardo alla storia» (Il naufragio della ragione. Reazione politica e nostalgia moderna, Marsilio, Venezia 2019, p. 19). Qui Veneziani non s’illude, ma lucidamente invita ad una postura esistenziale, ancor prima che intellettuale, conscio che «la civiltà trasforma la natura in cultura, la coltiva. Incanala le energie, addomestica gli istinti e sublima gli impulsi, evitando la loro dispersione o il loro degradarsi sfrenato» (p. 35). Come a dire che non è solo ubbìa da nobile decaduto pensare alla crisi delle civiltà.

Un’ultima annotazione, tra le molteplici che si potrebbero ancora fare, merita la “dea” famiglia. È all’interno di questa parola-idea chiave che Veneziani conia un nuovo verbo per andare fino al midollo del significato di amore: «amare è intinguersi, moto inverso dal distinguersi ma contrario a estinguersi. Col primo convive, col secondo confligge; col primo s’alterna, col secondo è alternativo. Magari si illude, sfugge e devia, allestisce finzioni, cerimonie ed esorcismi, […]. Ma chi ama resiste alla morte» (p. 80). La forma d’amore su cui si sostanzia la famiglia è la cura. Ne è, in fondo, solida testimonianza quella che Veneziani giudica «l’opera che resta il paradigma originario dell’Occidente in uno spazio storico e poetico antecedente alla sue stesse radici di pensiero, stato e religione» (p. 85), ovvero l’Odissea. È il letto di Ulisse, costruito con le radici di un ulivo secolare, a custodire il segreto nuziale che rende inscindibile il legame tra Penelope e Odisseo. Il letto matrimoniale come l’asse attorno a cui ruota la casa, in quanto è «lo spazio sacro dell’unione, della procreazione e dell’estremo congedo» (p. 84). È evidente che stiamo parlando di simboli, di principi superni che calati nella realtà quotidiana s’impolverano, s’insozzano persino. Ciò non giustifica un loro ripudio senza scusante alcuna, perché con l’acqua sporca del reale buttiamo via anche il bambino d’oro dell’ideale che fa da bussola, da stella polare ad un uomo che, anche per i nostri tempi iper- o post-moderni, è anzitutto creatura desiderante. Ma cos’è il desiderio, quale la sua etimologia, se non assenza, o meglio, privazione di stelle? Allora una certa nostalgia non andrebbe troppo facilmente derubricata all’infimo rango di regressione impotente, di reazione, quanto piuttosto elevata al livello di rivoluzione, anche qui intesa nel suo primo significato, astronomico. Rivoluzione come rivolgimento, movimento attorno al proprio asse. Ritorno, appunto, agli dèi. E se in ogni altro luogo siamo noi che andiamo a trovarli, in famiglia sono essi stessi a visitarci in forma di destino. Delle dieci parole-idee chiave della visione del mondo che Veneziani ci propone è forse famiglia quella che funge da perno. Induce a pensare, come moltissime pagine di questo libro, una sorta di formula così coniata: «Ci sono due modi per diventare adulti: contestare i propri genitori o contestare il proprio tempo. I primi diventano radicali, i secondo si scoprono radicati» (p. 90). Credo che, storicamente, i due modi tendano a convergere, soprattutto se per genitori si intendono gli adulti tout court, la generazione che precede e, più o meno, comanda. Ho però anche l’impressione che oggi più di ieri contestare gli uni e l’altro, cioè gli adulti e il proprio tempo, ci scopra radicati, ovvero con l’urgenza di esserlo. Radicali per amor di nuovamente radicarsi. Andare alle radici per evitarne la definitiva essicazione, estirpazione. A rischio vi è l’umano civilizzato, minacciato da un tecnologico decivilizzante anche se in apparenza mosso da intenti di progressione (questo perché innovazione non sempre è sinonimo di progresso, non lo è se si traduce in sradicamento, da un lato, e in ipertrofia dell’io, dall’altra).

Tra l’essere e il nulla c’è il vivere, che è tensione tra i due. Se uno viene meno, la corda s’affloscia e noi precipitiamo. Quella tensione altro non è che il senso del nostro vivere. Tra i due agganci, è il primo, l’essere, che indubbiamente vacilla. Di nulla più si è certi, se non che tutto sia fragile, friabile, perituro. A risentire di una tale convinzione così diffusa è senz’altro il senso della vita, individuale e collettiva. Se davvero l’uomo è la sua opera, come Veneziani infine dichiara, allora l’opera che da oggi s’inizia è una ristrutturazione, un restauro che tenga conto tanto delle fondamenta quanto dei nuovi materiali edili in circolazione. L’obiettivo è riabitare il mondo con nuovo senso della misura.

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