Previsto il disordine attuale, qual è l’ordine futuro?

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Professore di Storia delle Dottrine Politiche

Danilo Breschi (1970) è professore associato di Storia delle dottrine politiche presso l’Università degli Studi Internazionali di Roma (UNINT), dove insegna anche Elementi di politica internazionale, Diritti umani e Teorie dei conflitti. Componente del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice (Roma) e del Comitato scientifico dell’Istituto Storico per il Pensiero Liberale (ISPLI), è direttore scientifico de «Il pensiero storico. Rivista internazionale di storia delle idee» (Aracne editrice). Tra le sue pubblicazioni: Meglio di niente. Le fondamenta della civiltà europea, Firenze, 2017; Mussolini e la città. Il fascismo tra antiurbanesimo e modernità, Milano 2018.

Recensione a
G. Tremonti, Le tre profezie. Appunti per il futuro

Solferino, Milano 2019, pp. 176, € 16.
DOI

Erano i primi anni Novanta e ricordo come fosse ora una pagina di quotidiano da cui mi balzò agli occhi una frase di Régis Debray: “gli oggetti si globalizzano, i soggetti si tribalizzano”. Fulminante. Il fenomeno era dunque già in atto, e ben chiaro a chi voleva vederlo. Non dimentichiamo che dal 1991 era scoppiato l’inferno delle guerre nell’ormai ex-Jugoslavia, e proprio in quell’esordio di ultimo decennio del ventesimo secolo salirono alla ribalta anche in Italia gli studi dell’antropologo e sociologo britannico Anthony D. Smith, il quale parlava di “revival etnico” delle nazioni.
Come a dire: chi avesse voluto, avrebbe potuto anche negli euforici anni Novanta non lasciarsi incantare dalle sirene della globalizzazione come panacea liberatrice e liberalizzante. Non per farsi tetragono no-global, parte del movimento che sul finire di quel decennio emerse, facendosi notizia tra il 1999, col c.d. “popolo di Seattle”, in occasione di una riunione del WTO, e il 2001, con manifestazioni e scontri a margine del Forum Economico Mondiale di Davos. Però avrebbe potuto farsi almeno osservatore disincantato o governante cauto nei confronti di politiche pubbliche, economiche e finanziarie ispirate dalla più sfrenata deregulation. Il meno cauto fu il governo statunitense di allora: ci trovavamo in piena era clintoniana (gennaio 1993 – gennaio 2001).

Tutto prevedibile allora, forse anche prima. Molto prima. Addirittura due secoli prima, poco più, poco meno. Bastava aver letto i classici greci e latini, averli messi in tensione con i grandi eventi succedutisi in Europa dopo il 1789, ed ecco che la linea di tendenza della nostra civiltà si sarebbe lasciata cogliere nei suoi tratti fondamentali. Fra tutti, Goethe, Marx e Leopardi colpirono nel segno, risultando, sotto questo aspetto, profeti veritieri. I primi due intravidero le cause del presente, il terzo gli effetti da queste prodotti. Strano? Non tanto, se si ritiene, come Giulio Tremonti, che «il corso della storia non è mai lineare, ma curvo o addirittura circolare e per questa ragione anche drammatico» (p. 7). Ne consegue che il passato determina il futuro e così colui che possiede la storia possiede il futuro.

Le tre profezie si sono compiute negli ultimi trent’anni. Ma vediamone anzitutto il contenuto. La prima è di Marx: «All’antico isolamento nazionale subentrerà una interdipendenza universale» (dal Manifesto del partito comunista, 1848, scritto con Engels). La seconda è di Goethe: «I biglietti alati voleranno tanto in alto che la fantasia umana per quanto si sforzi mai potrà raggiungerli» (dal Faust, la cui prima edizione è del 1832). La terza è di Leopardi: «Quando tutto il mondo fu cittadino Romano, Roma non ebbe più cittadini; e quando cittadino Romano fu lo stesso che Cosmopolita, non si amo né Roma né il mondo: l’amor patrio di Roma divenuto cosmopolita, divenne indifferente, inattivo e nullo: e quando Roma fu lo stesso che il mondo, non fu più patria di nessuno e i cittadini Romani, avendo per patria il mondo, non ebbero nessuna patria, e lo mostrarono col fatto» (dallo Zibaldone di pensieri, appunto del 24 dicembre 1820).

Come si realizzò la prima profezia? Con élites che, bel lungi dal distaccarsi dalla realtà (come riteneva Lasch nel 1994 nel suo La rivolta delle élites e il tradimento della democrazia), vi s’immersero a pieno con intento di rieducazione dei popoli. Ne seguirono l’abrogazione delle leggi del New Deal sulla tutela del risparmio popolare, furono legittimati i contratti speculativi ed infine offerto alla «speculazione il beneficio della responsabilità limitata» (p. 21). È nato così nel corso degli anni Novanta «un quasi invincibile blocco di potere politico e accademico, finanziario e mediatico» (ibid.). La sua ideologia è letteralmente una utopia: la globalizzazione è infatti un sistema che ha luogo nel mondo intero, ovunque e in nessun luogo specifico. Una città ideale (l mercato globale) per un uomo ideale («che non consuma per esistere, ma che esiste per consumare», p. 25), il quale reagisce in modo quasi automatico alla logica secondo cui «una cosa vale perché costa, non costa perché vale» (p. 26). È un mondo interamente fast: «fast foodfast politics; un mondo i cui i circenses costano per ora meno del panem, i viaggi costano meno del carrello della spesa, il turismo sublima l’avventura umana; un mondo in cui i poveri possono viaggiare low cost e così avere l’illusione erratica di vivere quella che una volta era una esperienza prerogativa delle élite cosmopolite; un mondo in cui la disoccupazione è sentita come una disgrazia, ma il lavoro non come un premio; un mondo in cui le case dei poveri sono sempre più piene di oggetti, mentre le case dei ricchi sono sontuosamente sempre più vuote (domestici esclusi); diete e obesità in contemporanea, tipi umani presi dalla frenesia compulsiva per il consumo di cibi o per il loro rifiuto» (p. 27). Ma, alla fine, dopo il mondo comunista avrebbe perso anche quello liberale, perché si è assolutizzato nella fede “mercatista”, per cui tutto è mercato e il mercato è tutto. Il mercato come patria. Oggi siamo alla «deglobalizzazione della politica», perché, giusta anche questa postilla altrettanto profetica di Marx, «lo stregone non potrà più dominare le potenze sotterranee da lui evocate». Siamo così al moto di ritorno dal free trade al fair trade, con il riemergere di politiche nazionali e gli inevitabili ma anche «naturali effetti di conflitto» (p. 50). Siamo ad una nuova guerra fredda, con un bipolarismo tra Usa (senza più Europa, nemmeno quella occidentale) e Cina (al posto dell’Urss). La lotta è meno ideologica e più per il primato economico globale. È «lotta per la sovranità sui mari, la lotta per il controllo e per l’accesso alle acque strategiche» (p. 51). Se permane una contrapposizione di modelli socio-politici, è quella tra (vecchia) democrazia liberale e (nuovo) autoritarismo digitale. L’Europa rischia di restare in mezzo, stritolata. Tremonti da sempre avversa uno sterile antieuropeismo, e rileva che il problema dell’Ue non è l’eccesso fiscale di responsabilità, ma il deficit di solidarietà.

La seconda profezia si è realizzata nel «digito ergo sum» dell’era digitale. D’altronde, nota Tremonti, globalizzazione economica e rivoluzione digitale sono state quasi contemporanee, intorno al 1989. Una doppia rivoluzione (come quella di duecento anni prima: rivoluzione politica in Francia, rivoluzione industriale in Inghilterra). Tra gli effetti prevedibili che avrebbero dovuto già da ieri inquietarci, c’è questo: «in presenza di masse senza lavoro, ma anche senza reddito, chi comprerà i nuovi prodotti e i nuovi servizi che l’industria digitale produce e produrrà su scala crescente, e per i quali ci sarebbe dunque l’offerta, ma non più la domanda?» (p. 77). E poi, non ultimo: «la nostra anima, più o meno come l’anima di Faust, rischia di “trasmigrare” in un profilo digitale, per essere imprigionata, trasformata, triturata dalle macchine che, in catena di montaggio, lavorano all’interno della cattedrale digitale, la loro officina» (p. 85).

La terza profezia, quella di Leopardi, ci ricorda l’importanza dell’analogia nella comprensione del divenire storico, della sua (molto) relativa prevedibilità. Tra inizio Ottocento e inizio Duemila, questa l’analogia: la caduta della nobiltà, ieri, la crisi delle élite, oggi. Tremonti non crede che il sovranismo, così come oggi proposto, sia la risposta, che tutt’al più potrebbe definire come necessaria, ma non sufficiente. Se resta sulla posizione negativa, una volta che il suo nemico sarà sconfitto (è già in ritirata, e, senza scomparire, il globalismo dovrà senz’altro proseguire fortemente ridimensionato), l’anti-globalismo morirà per autofagia: i sovranisti, «senza avere più un comune nemico esterno, sarebbero fatalmente destinati a diventare gli uni i nemici degli altri» (p. 95). Il populismo dovrà allora farsi «disciplinato» (p. 98), ammonisce Tremonti, se vorrà essere risposta efficace ed efficiente, non controproducente per le liberaldemocrazie oggi in crisi.

Ed è sempre dal Leopardi dello Zibaldone che Tremonti attinge indicazioni programmatiche, per un abbozzo di piattaforma a vantaggio di un’Europa rigenerata nell’equilibrio tra pluralità di nazioni e piano strategico minimo condiviso. «La patria moderna dev’essere abbastanza grande, ma non tanto che la comunione d’interessi non vi si possa trovare. […] La propria nazione, con i suoi confini segnati dalla natura, è la società che ci conviene. E conchiudo che senza amor nazionale non si da virtù grande». Così scriveva Leopardi nel 1821, duecent’anni fa. Leopardi populista? Non cediamo a simili sciocchezze da post sui social. Si pone il problema del confine. Oggi, che ci sono treni, auto, aerei, abbiamo confini non più naturali come ai tempi di Leopardi. Ma con essi continuano a sussistere città e campagne. Non tutto può essere amalgamato e spalmato nell’indistinto. Lo stesso autogoverno richiede spazi definiti, delimitati.

Tra le misure immediatamente operative Tremonti ricorda la De-Tax, sua proposta risalente al 2001, respinta dai vertici europei di allora. Si trattava di dirottare 1 punto di IVA dall’Europa all’Africa. Non una forma di tassazione, ma «uno strumento volontario e non coattivo di sostegno allo sviluppo. Uno strumento di Rete che utilizza lo Stato solo come server», insomma «una diversa forma di utilizzo delle risorse finanziarie già fin qui disponibili» a livello di Unione Europea (pp. 141-142). Nel frattempo, in quasi vent’anni, la classe dirigente europea si è mossa in tutt’altra direzione: «la sconfinata devoluzione di poteri verso l’alto e quindi verso un sostanziale vuoto democratico, l’orgia legislativa, l’eliminazione totale e istantanea dei dazi europei, la trasformazione dell’Europa in un corpus politico sui generis, la mala gestio della crisi: ciascuno di questi fatti sarebbe stato capace di produrre effetti violentissimi; combinati insieme, un caos» (p. 166). Detto ciò, niente uscita dall’euro: «un conto è uscire da una moneta nazionale per entrare in una moneta sovranazionale. Un contro è uscire da una moneta sovranazionale per entrare in una moneta nazionale. Chi lo fa perde il futuro senza riacquistare il suo passato» (p. 168).

Tremonti rovescia il proverbio tedesco citato da Adenauer nel 1957 con riferimento alla nascente Comunità Europea: «Gli alberi non devono impedire di vedere il bosco». Deve valere anche l’opposto: «il bosco, troppo fitto, non deve impedire di vedere gli alberi!» (p. 170). Fuor di metafora: «per diventare europei non dobbiamo dimenticare di essere italiani. […] proprio per restare in Europa, e per migliorarla, non dobbiamo rinunciare a essere italiani» (p. 170). Lo abbiamo fatto, ricorda Tremonti, quando all’inizio del 2001 si è introdotto, «non richiesti», in Costituzione, con la revisione del Titolo V, l’art. 117.1, ossia «il vincolo della nostra indiscriminata subordinazione alle regole europee, quale che ne fosse o ne sia la fonte generatrice» (ibid.). Su questo punto notiamo che nel marzo 2011 l’allora ministro Tremonti chiedeva l’introduzione in Costituzione delle nuove regole di bilancio stabilite in Europa (clicca qui; e sulla questione di chi introdusse il Fiscal Compact, cfr. qui la versione data da Tremonti).

Al netto di alcune contraddizioni, resta vero nelle argomentazioni tremontiane che l’attuale Unione Europea «fa ciò che non dovrebbe fare: infinite regole e de minimis, su tutto e per tutto, cercando di normalizzare, di standardizzare per “Direttiva” o per “Regolamento” tutte le realtà storicamente proprie dei vari Stati dell’Unione, cercando di cancellarle d’ufficio e di colpo, per sostituirle con modelli sociali nuovi universalistici, artificiali e ormai fallimentari» (p. 171). La futura Unione Europea, proposta da Tremonti, «dovrebbe e potrebbe concentrarsi soprattutto su ciò che è essenziale e popolare: sulla difesa, sulla sicurezza, sull’intelligence» (ibid.). A tal fine alcune linee guida: a) modello confederale, ossia procedere «in divenire e per adattamenti naturali», e lasciare alla sovranità dei singoli Stati ciò che non è essenziale per l’Unione (es.: regole comuni per industrie a dimensione europea, regole nazionali per imprese piccole e locali), secondo il motto «surtoutpas trop de zèle» (Talleyrand); b) emissione di Eurobond per finanziare le tre attività primarie e basiche di una comunità coesa e vitale: sicurezza, intelligence e difesa dei confini, appunto. In altre parole, attrezzarsi per come il mondo si è già riconfigurato a trent’anni dalla fine del bipolarismo sovietico-americano e ad oltre dieci anni dalla fine della globalizzazione deregolamentata.

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