Quale futuro per la democrazia liberale? Tra pressioni esogene e insoddisfazioni endogene

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Carlo Marsonet ha studiato Scienze internazionali e diplomatiche presso l’università di Genova e l’Università di Bologna, sede di Forlì. È PhD candidate in Politics: History, Theory, Science alla Luiss Guido Carli, Roma. Scrive sul blog della Fondazione Luigi Einaudi e collabora con Mente Politica. Ha pubblicato: Democrazia senza comunità. Il populismo quale reazione collettivistica alla modernità, in «Rivista di politica», n. 3/2018, pp. 59-70.

Recensione a
W. A. Galston, La minaccia populista alla democrazia liberale

Castelvecchi, Verona 2019, pp. 150, € 17,50.

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Anche nella più insensata delle opinioni, che può aver trovato credito tra gli uomini, sarà sempre possibile trovare qualcosa di vero (Immanuel Kant)

Instabilità, precarietà, lentezza, ma anche capacità di autocorrezione, apertura e adattabilità al cambiamento, e dunque mobilità dei suoi contorni. Tale è pressappoco la descrizione dell’ambivalente fisionomia della democrazia liberale con cui William Galston apre e chiude il volume La minaccia populista alla democrazia liberale (Castelvecchi, 2019). Pare, infatti, non esistere altro regime politico, perlomeno finora sperimentato, che riesca a reagire, talora positivamente, altre volte negativamente, agli impulsi e agli stimoli che gli pervengono tanto dall’esterno quanto dall’interno. Nondimeno, in virtù del fatto che essa non si basa sulla violenza o sull’autorità dispotica di alcuno, deve fronteggiare tutta una serie di fisiologiche debolezze che, se non debitamente e adeguatamente arginate, possono porre in essere la sua distruzione.

Se utilizziamo le categorie che l’Autore propone per descrivere tale istituzione umana, essa si basa su almeno quattro tasselli: il principio repubblicano (il popolo quale unica fonte di legittimazione del potere), la democrazia (eguaglianza politica dei cittadini, una assai estesa inclusività dei criteri di cittadinanza, il principio maggioritario), il costituzionalismo (limitazione del potere) e il liberalismo (inteso primariamente à la Constant, ovvero come “libertà dei moderni”, ma che, tuttavia, come Tocqueville enfatizzò, in un certo qual modo necessita anche di una forte enfasi posta sulla libertà politica). Ma la questione non è affatto risolta così. Infatti, quale rapporto essa intrattiene con due dimensioni caratterizzanti l’esistenza umana, insopprimibili entrambe, ovvero la dimensione economica e la dimensione identitaria?

Quanto al primo punto, è abbastanza evidente che, se consideriamo la democrazia liberale la concretizzazione della società aperta sul piano politico, essa è indisgiungibile dall’economia di mercato. Come la prima tutela l’individuo nella sua libertà politica, la seconda è un processo che rende possibile la libertà di disporre dei propri mezzi – non solo materiali, ma, direbbe Hayek, «della conoscenza di circostanze particolari di tempo e di luogo» – per i propri fini. In sostanza, non sono che due facce di una medesima medaglia, ovvero quella della libertà individuale. Sul secondo punto, al contrario, la faccenda si complica un poco. Infatti, la questione identitaria può avere più di qualche dissapore con la libertà individuale, quindi tanto con una democrazia rigorosamente liberale, dunque pluralistica per definizione, quanto con l’economia di mercato che tende ad abbattere barriere erette per tutelare (apparentemente) uno stato nazionale.

Il nodo cruciale che il libro affronta risiede proprio in questo, ovvero la rinascita di una certa pulsione tribale, sempre più diffusa, che si contrappone a uno sradicamento di tipo globalista che l’economia di mercato promuoverebbe. La reazione populista, dopo tutto, come spiega bene Galston, non può essere ridotta semplicisticamente a una mera questione di stampo economico; essa, bensì, è il frutto di fattori culturali, identitari e securitari che vanno impastandosi alle incertezze economiche del presente. Come l’ex consigliere di Bill Clinton per la politica interna afferma, l’apertura al mondo senza se e senza ma, vissuta dunque in modo assoluto, inevitabilmente esacerba la polarizzazione tra chi sta in alto, e che quindi ha la possibilità di studiare e di costruirsi un profilo “internazionalizzato”, e chi sta in basso, senza la possibilità, o perlomeno, con minori possibilità di beneficiare di tale apertura al mondo. Detto altrimenti, il globalismo che aborre aprioristicamente qualsiasi tipo di radicamento territoriale o identitario, promuove naturalmente una chiusura dogmatica e manichea che sfocia in buona sostanza nel populismo di stampo tribale e anti-pluralistico che vediamo palesarsi più o meno ovunque (con i dovuti distinguo, chiaramente). Insomma, v’è materiale su cui i sostenitori dell’apertura e del globalismo dovrebbero fare autocritica.

Come scrisse perentoriamente Christopher Lasch, «lo sradicamento sradica tutto salvo il bisogno di radici», giacché il desiderio di appartenenza a una qualche forma di comunità è un bisogno insopprimibile della natura umana. Un conto, tuttavia, è fare propria un’idea di appartenenza in senso forte, che quindi si orienta attraverso la dialettica amico/nemico e, di conseguenza, è portata a vedere necessariamente nell’altro una minaccia alla coesione, alla purezza endogena di una comunità: tale è il prodromo di una società chiusa, collettivistica ed etico-teleocratica. Un altro modo, invece, per soddisfare la legittima sete di identità è vivere il presente come l’eredità di ciò che è stato e come il prerequisito necessario per affrontare ciò che sarà, avallando le tesi, solo per fare un illustre esempio, di Edmund Burke. In altri termini, come scrive bene l’Autore, «l’antidoto al populismo deve includere un nazionalismo dignitoso e responsabile, libero dal nativismo populista e dalla chimera antipluralista di un popolo omogeneo». Si tratta, insomma, di vivere la società certamente come il frutto spontaneo delle libere interrelazioni umane, non dimenticando, tuttavia, che senza comunità essa è un guscio vuoto, giacché, come scrisse assai lucidamente Sergio Belardinelli in un prezioso volume dal titolo assai eloquente, La comunità liberale, «la “comunità non è necessariamente il contrario della “società”, ma il luogo in cui, tra le altre cose, veniamo preparati ad entrarvi». Un argomento, questo, che era ben chiaro a Ortega y Gasset, il quale infatti scrisse che «ogni Gesellschaft nel senso di Tönnies […] sia solo una associazione particolare che presuppone una Gemeinschaft nella quale si produce. […] Direi che la Gemeinschaft è il fenomeno sociale di base, che è il presupposto di tutti gli altri». Se così stanno le cose, il globalismo stolido, frutto di una distorta e traviante idea di individuo e individualismo, facendo propria la celebre affermazione di John Maynard Keynes secondo cui «nel lungo periodo saremo tutti morti», rende un pessimo servigio alla società aperta e alle sue istituzioni. E qui veniamo all’ultimo punto.

Infatti, il ritorno in auge di un nazionalismo forte ed escludente, soprattutto nei paesi dell’Europa dell’Est – si veda sul punto un’acutissima riflessione risalente al 1990 di Bronisław Geremek, tra i padri fondatori della democrazia polacca che così commentava la situazione post-dominazione sovietica: «Tre pericoli accompagnano in questa fase transitoria i paesi che si sono liberati dalla dittatura comunista. Il primo è il populismo. Esso trova un naturale terreno di coltura nelle esperienze finora vissute da tali società e si fonda sulle illusioni egualitarie. Può diventare un’arma pericolosa nelle mani dei demagoghi politici. Può rovesciare un ancora debole ordinamento democratico. Il secondo pericolo è la tentazione di instaurare governi dalla mano forte […] perché deboli sono invece le istituzioni democratiche e lo stile democratico di pensiero. […]. Il terzo pericolo della fase transitoria è il nazionalismo», con ciò intendendo un nazionalismo aggressivo e radicale – ha portato a vedere nei modelli alternativi alla democrazia liberale e alla società aperta, proprio perché queste ultime sono afflitte da degenerazioni o bolse caricature, un esempio percorribile e auspicabile. Le debolezze delle istituzioni occidentali derivano, tuttavia, anche da un’errata comprensione delle stesse da parte di chi dovrebbe, al contrario, difenderle e tutelarle.

Infatti, essendo abituati agli agi e alle comodità, alla libertà “borghese” e all’eguaglianza liberal-democratica, molti abitanti dei regimi costituzional-pluralisti danno per scontato tutto ciò di cui beneficiano come una condizione ineliminabile e acquisita per sempre. Ma, come diceva Karl Popper, «il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza». Allo stesso modo, la democrazia liberale pur con le sue congenite imperfezioni, le sue lentezze e le sue titubanze rimane da presidiare per non perdere quel poco di libertà che gli uomini esperiscono nella condizione civile. Dopo tutto, come scriveva magistralmente Tocqueville, se «non c’è niente di più fecondo dei meravigliosi risultati dell’arte di essere libero», è pur vero che «non c’è niente di più duro del tirocinio alla libertà». Ci resta da sperare che l’Occidente abbia anticorpi abbastanza solidi e strutturati per resistere non solo all’abbacinamento da forme alternative di istituzioni provenienti dall’esterno, ma, ancor di più, ai desideri illimitati dell’individuo narcisista che al suo interno alberga.

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