Quel che di anarchico alimentò l’agire di Mussolini

Cristian Leone, nato a Salerno il 29/06/1992, si è laureato all’Università di Roma Tre nel 2015 in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, conseguendo poi la laurea magistrale in Storia e Società nel luglio del 2018. Attualmente è dottorando di ricerca presso l’Università degli studi Guglielmo Marconi di Roma.

Recensione a
A. Luparini, Dalla sinistra al fascismo tra rivoluzione e revisionismo 
M.I.R., Montespertoli 2001, pp. 185.

Anarchici di Mussolini. Dalla sinistra al fascismo tra rivoluzione e revisionismo, libro del 2001 di Alessandro Luparini (Edizioni M.I.R., Montespertoli, pp. 185), rappresenta una lettura imprescindibile per chiunque voglia approfondire il multiforme ed eterogeneo fenomeno fascista. Mentre sono noti, in sede storiografia, i legami che il movimento di Benito Mussolini intreccia con socialisti, sindacalisti rivoluzionari e repubblicani, meno conosciuti sono i rapporti instaurati tra il fascismo e gli esponenti del movimento anarchico. L’interventismo di matrice anarchica, fin dalla Grande guerra, costituisce un filone, minoritario ma non trascurabile, del vasto e variegato interventismo rivoluzionario e, come quest’ultimo, confluisce parzialmente nei fasci di combattimento. Lo scopo del testo vuole essere quello di ricostruire la genesi, lo sviluppo e l’esaurimento dell’interventismo anarchico, per poi, in un secondo momento, provare a rintracciarne l’eredità nell’Italia del primo dopoguerra, in relazione all’avvento del fascismo, mettendo particolarmente in risalto il ruolo svolto da Massimo Rocca, Mario Gioda e Edoardo Malusardi, esponenti di rilievo del movimento anarchico e protagonisti di primo piano nel fascismo delle origini.

È l’invasione di Belgio e Francia ad opera dei tedeschi a determinare una prima presa di posizione a favore dell’Intesa da parte di alcuni degli uomini più rappresentativi dell’anarchismo internazionale: Piotr Kropotkin, Jean Grave, James Guillaume e Amilcare Cipriani. In Italia, nonostante la forte tradizione antinazionale e antimilitarista del movimento anarchico, sono molti gli esponenti di primo piano che si schierano per l’intervento. Il loro programma viene esposto nel «Manifesto degli anarchici interventisti» redatto, sotto invito di Maria Rygier, da Oberdan Gigli. Tra i firmatari del manifesto troviamo alcuni tra i principali protagonisti del movimento anarchico italiano: Maria Rygier, Oberdan Gigli, Attilio Paolinelli, Antonio Moroni, Edoardo Malusardi, Massimo Rocca. Mario Gioda non risulta tra i firmatari ma aderisce poco tempo dopo. Luparini  riassume così il contenuto del Manifesto: «Accanto a immagini e richiami della simbologia libertaria, si trovavano, confusi in un unico disegno, concetti apertamente democratici e mazziniani (“noi riteniamo che l’internazionalismo sarà possibile solo quando le nazioni saranno libere, poiché là dove l’odio divide l’irredento dall’oppressore, ogni altro problema economico e politico non può trovare soluzione”), romantiche visioni di camicie rosse (“la neutralità, oggi, è per tutti solamente un abbietto egoismo nazionale; essa è la precisa negazione dello internazionalismo materiato di solidarietà e sacrificio, che ci ha spinto sui campi di Francia, della Grecia, del Messico, della Serbia”) e roboanti proclami di stampo proto-mussoliniano (“l’inerzia è vigliaccheria e la neutralità, che ancora disconosce la volontà popolare, è tradimento, E l’ora dell’azione!”)» (p. 20).

Tra il 25 e il 26 gennaio 1915 si riunisce a Milano il primo convegno dei Fasci rivoluzionari d’azione internazionalista al quale partecipano, da protagonisti, la Rygier e Paolinelli. Il 20 febbraio dello stesso anno esce il primo numero del settimanale anarchico interventista «La guerra sociale», qui, vengono illustrati i motivi, le tematiche e le passioni proprie dell’interventismo anarchico. La guerra viene presentata, sul piano interno, come l’occasione ideale per creare le condizioni sociali necessarie all’avvento della rivoluzione proletaria mentre, sul piano esterno, il conflitto segna il momento propizio per distruggere la reazione rappresentata dagli Imperi Centrali. Oberdan Gigli, con queste parole, riassume i tratti dell’anarcointerventismo: «Vi sono guerre e rivoluzioni liberatrici e accettiamo la guerra per evitare una oppressione. […] Noi vediamo l’anima anarchica in ogni rivolta liberatrice. […] Noi riteniamo che la vittoria degli Imperi Centrali sarebbe un enorme male per la civiltà nostra. […] Noi vogliamo al contrario che tutti i nostri sforzi siano volti a preparare le basi storiche della rivoluzione proletaria. […] Noi manteniamo integro e purissimo il nostro ideale anarchico» (p.52).

Al termine del conflitto bellico assistiamo a una diaspora dell’interventismo anarchico, infatti, fallito il tentativo di Domenico Ghetti di traghettare l’intero fronte dentro i neonati fasci di combattimento, l’adesione al fascismo avviene individualmente. Alcuni, come Rygier e Oberdan Gigli restano sostanzialmente estranei al movimento di Benito Mussolini, Paolinelli e altri rientrano nell’«ortodossia» anarchica, mentre altri ancora, come Gioda, Rocca e Malusardi, figurano tra i protagonisti del fascismo delle origini. Gioda, Rocca e Malusardi non sono gli unici anarchici che aderiscono al fascismo ma sono i soli che hanno un ruolo importante in entrambi i movimenti, per questo motivo, l’autore concentra il suo studio su di loro, trattando molto marginalmente, ad esempio, personaggi come Ghetti o Arpinati, i quali o hanno avuto poca importanza nel fascismo (il primo) o erano esponenti secondari nel movimento anarchico (il secondo).

Le posizioni ideologiche e politiche che Rocca, Gioda e Malusardi assumono nel fascismo sono, nonostante la comune formazione anarcoindividualista e la stessa eredità libertaria, diverse tra loro. Massimo Rocca approda al fascismo «gradualmente e con un certo distacco» solo nel 1920, dopo essersi iscritto all’Associazione nazionalista Italiana. Mario Gioda e Edoardo Malusardi aderiscono immediatamente ai fasci di combattimento e sono presenti, insieme agli anarchici Boattini, Ghetti e Rivellini, alla loro fondazione. Massimo Rocca passa dall’essere un esponente rivoluzionario del movimento anarchico a divenire, all’interno del fascismo, uno dei maggiori fautori del «revisionismo» e di una politica conservatrice e filo-liberale. Gioda e Malusardi, invece, rappresentano la «sinistra fascista» e diventano subito i capi, rispettivamente, del fascismo torinese e di quello veronese.  Mentre Gioda condivide il suo potere a Torino con il monarchico e conservatore De Vecchi, Malusardi diventa subito il capo indiscusso del fascismo veronese. L’intransigenza rivoluzionaria di Malusardi è tale che, durante le elezioni del 1921, unico caso in Italia, nel collegio Verona/Vicenza i fascisti presentano, con l’aperto sostegno di Mussolini, una lista autonoma: «Dove la linea bloccarda incontrò fortissime resistenze fu a Verona. Il 10 aprile, nel corso della prima riunione dei Fasci e dei Nuclei fascisti della provincia, Edoardo Malusardi fece intendere che i fascisti veronesi non avrebbero rinnegato le loro origini rivoluzionarie e non si sarebbero compromessi in un’alleanza elettorale con le forze della borghesia moderata e monarchica. Nonostante i ripetuti inviti al dialogo da parte dello schieramento governativo (l’organo del liberalismo veronese arrivò a definire l’eventuale accordo con in fascisti una “necessità sacra”), il Fascio di Verona si attenne alla linea indicata da Malusardi e disertò il Blocco» (p. 107). Luparini, in questa seconda parte, ripercorre le vicende di questi tre protagonisti fino al 1924, anno di svolta durante il quale Rocca viene espulso dal PNF, Gioda muore e Malusardi intraprende la sua nuova carriera come dirigente sindacale.

Questo testo ci permette di ricostruire il variegato universo fascista mettendo in rilievo un legame, quello tra il movimento di Mussolini e l’anarchia, che potrebbe sembrare antitetico ma che rivela molte somiglianze: il pragmatismo contro una visione dottrinaria, il volontarismo contrapposto a qualsiasi tipo di determinismo, la violenza come forza sovvertitrice e pedagogica, la figura dell’individuo eroicamente consapevole come emblema da opporre alla massa amorfa. Sono questi i motivi ricorrenti nella simbologia e nella fraseologia dell’individualismo anarchico e che consentono a molti anarchici di passare, conservando lo stesso spirito libertario e rivoluzionario, nelle fila del fascismo.

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