Rifondare un ordine europeo liberale e solidale

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Damiano Bondi (1985) è dottore di ricerca in Filosofia. Attualmente collabora con la cattedra di Filosofia della Religione presso l’Università degli Studi di Siena, è professore di Filosofia Contemporanea presso la Facoltà Teologica dell’Italia Centrale, e svolge attività di ricerca presso la Fondazione Centro Studi Campostrini di Verona. Tra le sue pubblicazioni: La persona e l'Occidente. Filosofia, religione e politica in Denis de Rougemont (Milano, 2014); Fine del mondo o fine dell'uomo? Saggio su Ecologia e Religione (Verona, 2015).

Recensione a
V.E. Parsi, Titanic. Il Naufragio dell’ordine liberale
il Mulino, Bologna 2018, pp. 204, €16,00.

10.5281/zenodo.3766848

Scrivere di questo libro mentre imperversa l’epidemia da Coronavirus può apparire un mero esercizio intellettuale, se non un anacronismo fuori luogo. L’ordine liberale pare oggi naufragare, anzi naufragato, a causa di un iceberg ben più evidente e massivo di quello “avvistato” dall’ufficiale di Marina Militare (e professore ordinario di Relazioni Internazionali) Parsi. A ben guardare, tuttavia, le diverse facce in cui Parsi suddivide metaforicamente l’iceberg verso cui andrebbe schiantandosi il vascello dell’ordine liberale, hanno ognuna qualcosa a che fare con la situazione assolutamente inedita che il mondo sta vivendo in questi mesi.

La tesi centrale del volume è che l’ordine internazionale liberale, su cui si era fondato l’Occidente dopo la Seconda Guerra Mondiale, sia andato progressivamente alla deriva verso un ordine globale neoliberista. Con la fine della Guerra Fredda è iniziata la complessa era della globalizzazione, in cui l’economia sociale di mercato, su cui si fondavano le democrazie liberali, ha lasciato il passo ad una plutocrazia capitalistica che può tollerare qualsiasi sistema politico, anche il più marcatamente dittatoriale, purché non ostacoli il diktat del profitto. In questo quadro, negli ultimi anni, l’equilibrio geopolitico ha visto l’ascesa di due nuove superpotenze, la Russia e la Cina, che contendono ormai agli Stati Uniti il primato di influenza mondiale, ma che riflettono un modo di intendere il rapporto tra il popolo e il potere profondamente diverso da quello occidentale. Come si può non notare, a questo proposito, che l’emergenza del COVID-19 poteva essere meglio gestita, nei nostri paesi, se quantomeno la Cina avesse reso nota chiaramente l’entità del pericolo, in termini di cifre trasparenti?

Il globalismo economico entro cui ci troviamo a vivere, nota Parsi, compromette inoltre il concetto stesso di cittadinanza, la quale passa dal rango di altissimo valore politico – come superamento dei privilegi, dei ceti sociali, delle leggi private – a quello di mera «social card» (p. 174) per accedere a una serie di “servizi” statali: nuova versione funzionalistica, e spesso a intermittenza, dei diritti sociali. Lo stesso diritto alla salute – lo stiamo vedendo in questi giorni – se pensato unicamente nei termini di una “prestazione” occasionale, favorisce nel tempo una riduzione degli investimenti su di esso, e rischia di non consentire il suo pieno espletarsi nei momenti di emergenza.

Persino quando Parsi parla del terrorismo, come fenomeno che ha messo in crisi la tenuta dell’ordine generale, e invoca in particolare una «comune frontiera europea» per gestire i flussi migratori (p. 122), può risultare fruttuoso fare un parallelo con un’altra minaccia che “attenta” alle nostre vite, quella invisibile del virus: essa richiederebbe, per essere combattuta, un “fronte comune europeo” che tuttavia langue, stenta a prendere forma, rivelando tutte le crepe di un edifico politico assolutamente pericolante, una «democrazia composita» in cui vi sono istituzioni separate che non condividono il potere decisionale (p. 188) nemmeno di fronte al pericolo di un contagio globale.

Resta infine l’esame che Parsi conduce, focalizzandosi specialmente sulla società americana dell’era Trump, del cosiddetto populismo, o sovranismo, in cui la supremazia indiscussa dell’economia globale di mercato viene sì criticata, ma in nome di un “ritorno al nazionalismo” quasi ottocentesco, che fa leva sulla volontà popolare di ricevere risposte semplici, a slogan, per problemi complessi, e di bypassare i faticosi meccanismi decisionali e rappresentativi delle democrazie in favore di un rapporto immediato con il leader di turno. E a questo proposito, non sono pochi, tra il popolo, coloro che per gestire l’emergenza epidemica in corso invocano un uomo forte sul modello russo o cinese, un governo decisionista di stampo quasi-militare, che possa far rispettare la legge e l’ordine e a cui lasciar volentieri in mano la gestione delle nostre libertà e responsabilità personali, solitamente così problematiche. Un po’ come successe in America dopo l’11 settembre con il Patriot Act: «l’atmosfera da stato di emergenza […] contribuì enormemente all’approvazione di misure e leggi speciali, che sarebbero poi divenute permanenti» (p. 179).

Questo non è l’unico esito possibile dell’attuale fase che, comunque sia, rappresenterà una svolta per l’ordine mondiale. Potrebbe anche darsi il caso che, al netto della tragedia concreta delle vittime del contagio, il Coronavirus rappresenti una punta così ben visibile e pericolosa dell’iceberg (di cui Parsi scandaglia le profondità) da lasciare il tempo per fare non una marcia indietro, ma una seria manovra d’aggiramento: rendendoci nuovamente nostalgici di una libertà che troppo spesso abbiamo dato per scontata, risvegliando in noi e nei palazzi di Bruxelles il sentimento di “essere” europei prima ancora che forzati a prendere parte all’Unione Europea, facendoci ricordare che i diritti sociali sono valori da rivendicare e tutelare sempre – persino quando non ce n’è bisogno –, e infine rendendo chiaro a tutti che il profitto economico non può mai venire prima della vita, bensì deve sostenerla.

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